Pranzo a casa del presidente della Repubblica

A tavola eravamo in otto, compresi il presidente delle Repubblica e sua moglie. Otto convitati è il massimo per una cena non ufficiale, e la serata si svolse dunque molto piacevolmente, la conversazione toccò vari argomenti, con una vivacità e una disinvoltura che davano fastidio all’enorme e unico maggiordomo in polpe che ci serviva. Il presidente sembrava un nonno felice di rivedere nipoti lontani. Ma eccoci alla frutta. Il maggiordomo recò un enorme vassoio del tipo che i manieristi olandesi e poi napoletani dipingevano due secoli fa: c’era di tutto, eccetto il melone spaccato. E tra quei frutti, delle pere molto grandi. Il presidente guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò: “Io” disse “prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?”. Tutti avemmo un attimo di sgomento e guardammo istintivamente il maggiordomo: era diventato rosso fiamma e forse stava per avere un colpo apoplettico. Durante la sua lunga carriera mai aveva sentito una proposta simile, a una cena servita da lui, in quelle sale. Tuttavia, lo battei di volata: “Io, presidente” dissi alzando una mano per farmi vedere, come a scuola. Il presidente tagliò la pera, il maggiordomo ne mise la metà su un piatto, e me lo posò davanti come se contenesse la metà della testa di Giovanni il Battista. Un tumulto di disprezzo doveva agitare il suo animo non troppo grande, in quel corpo immenso. “Stai a vedere” pensai “che adesso me la sbuccia, come ai bambini”.

(Ennio Flaiano, Corriere della Sera, 18 agosto 1970)

Il più grande micologo di tutti i tempi

La strada in cui mi trovo in questo momento risulta intitolata a Pietro Andrea Saccardo, nato a Volpego del Montallo (Vicenza) alle sette meno un quarto di mercoldì 23 aprile 1845.

Sin da bambino, Pietro Andrea ebbe un’unica aspirazione: diventare il più grande esperto di funghi mai esistito. Cominciò quindi ad appassionarsi alla raccolta di funghi: vivendo in una campagna nota per l’elevato tasso di umidità nei mesi autunnali, Pietro Andrea aveva spesso occasione di osservare specie fungine di vario tipo nei boschi, nei prati, ai margini dei sentieri, talora persino nel giardino di casa sua.

A otto anni il piccolo Pietro Andrea era una celebrità del suo paese per via di un sorprendente primato: possedeva la maggior collezione di funghi secchi del suo paese. A dodici sapeva a memoria i nomi in latino di quasi tutti i funghi allora conosciuti nel Trevigiano. A ventritré si laureava in scienze naturali con un’interessantissima tesi sulla “Storia dei finferli dal Paleozoico a oggi”. A trenta pubblicava infine il suo trattato di micologia per i licei.

La definitiva consacrazione giunse tuttavia un ventennio dopo, quando Saccardo diede alle stampe il lavoro letterario cui aveva dedicato la vita: la famosa ‘Silloge di tutti i funghi conosciuti”, monumentale opera di venticinque volumi in cui l’insigne botanico si cimenta nell’ardita e coraggiosa impresa di elencare (o almeno di provare ad elencare) tutte ma proprio tutte le centinaia di migliaia di specie di funghi esistenti sul nostro pianeta.

Pietro Andrea Saccardo moriva a Padova la sera di venerdì 11 febbraio 1921, mentre fumava la pipa sulla sedia a dondolo in salotto dopo aver cenato con la moglie e i figli. E’ stato accertato che nell’ultimo pasto egli non consumò funghi (sul tema vi sono contrasti tra i biografi, alcuni sostengono che il Nostro rispettasse l’oggetto dei suoi studi sino ad evitare di cibarsene, altri ribattono che ne era ghiotto ma in quel mese, febbraio, non era mica stagione). Ai funerali, comunque, partecipò il maggior assembramento di micologi italiani ed europei che si sia mai visto, una folla tanto imprevedibilmente numerosa che qualcuno rimase fuori dalla chiesa. Pochi anni dopo i sindaci di diverse località italiane si videro in obbligo di dedicare almeno una strada allo scomparso.

Boh

– E quindi?
– Boh.
– Ma che vuol dire boh?
– E che vuol dire boh? Boh vuol dire boh, mica è la targa di Bologna. Che vuol dire… che è meglio dire boh.
– E’ a forza di boh che siamo arrivati a questo punto!
– Eh?
– Che conclusione è boh? E’ una conclusione ambigua!
– Ambigua ma aperta.
– Ma aperta a che?
– Aperta a…
– Che significa ‘sto boh?
– Significa boh. Una paroletta semplice, magari dialettale, che non vorrà dir niente ma che potrebbe pure essere minacciosa.
– Sì, minacciosa!
– Sì proprio, minacciosa. Perché?
– Ma che fai, mi minacci con boh, fammi capi’!

(trascrizione quasi a memoria e quindi probabilmente errata del dialogo finale dal film C’eravamo tanto amati di E. Scola, sceneggiatura di Age, Scola, Furio Scarpelli, 1974)

Heidegger a Milano Marittima

Nel 1975 il famoso filosofo Martin Heidegger, come molti suoi conterranei, trascorse le ferie in Italia, a Milano Marittima, e tuttavia da subito la vacanza si rivelò breve e poco propizia per via della serie di vicissitudini capitate al Maestro nel giro di poche ore.

Innanzitutto, il giorno del suo arrivo egli restò vittima di un incidente spiacevole. Come molti di voi sanno bene, Heidegger amava passeggiare nei boschi, e in quei luoghi appunto si trova una grande pineta di alberi marittimi. Tali conifere però si elevano fino dieci o quindici metri, e sulla cima sono per loro natura cariche di pigne pesanti almeno mezzo chilo ciascheduna. Ed esse nei mesi estivi, talora, seppur di rado ma comunque senza preavviso, piombano a terra. Sfortunatamente, proprio mentre Heidegger camminava là sotto, una pigna legnosa di circa nove etti decise di staccarsi dal ramo e dopo lunga discesa in accelerazione precipitò a centrare in testa il noto pensatore, preso alla sprovvista. Il colpo fu tremendo, Heidegger quasi ci rimase secco. Lo portarono al pronto soccorso di Cervia e lui se la cavo’ con un alcuni punti sulla pelata e una bella arrabbiatura.

La stessa sera Heidegger, malconcio e già di cattivo umore per i fatti di cui sopra, ebbe un diverbio con un cameriere che lo servì in ritardo al ristorante. La storia è nota a tutti: il filosofo aveva ordinato antipasti di salumi misti e tagliata di manzo con le patate al forno, ma il giovane cameriere, per imperizia,sbagliò nel riferire le comande alla cucina, e cosi gli portò la tagliata senza contorno assieme a una pizza margherita al posto dei salumi. Ma Heidegger aspettava ancora le patate al forno e soprattutto i salumi, e come se non bastasse detestava la pizza. Quindi cominciò a lamentarsi, dapprincipio in maniera pacata poi con maggior veemenza. Il cameriere non sapeva più come calmarlo nè come giustificarsi. La conversazione tra i due si complicava per una coincidenza singolare: il celebre cliente si rivolgeva al servitore in un tedesco piuttosto colorito, quando il cameriere parlava soltanto italiano e romagnolo. Heidegger, furioso, abbandonò il tavolo e se ne andò pressoché digiuno, senza pagare.

I guai del grande intellettuale in vacanza non erano terminati. Il giorno dopo, per via della rabbia o dei postumi cerebrali della pigna, prima di sdraiarsi al sole in riva al mare, Heidegger si spalmò la nivea idradante al posto della crema da protezione solare, e dopo poco fu colto da un doloroso eritema al torace. Dovette tornare all’ospedale, e quindi esser rimpatriato d’urgenza a bordo di un aereo ambulanza.

Fu la prima e ultima estate di Heidegger in riviera. La prima perché Heidegger, da bravo tedesco , fino ad allora era sempre stato uso passare la bella stagione in una baita della Foresta Nera. E l’ultima, perché non vi saranno altre estati per Heidegger: morirà di infarto a Friburgo nel maggio dell’anno successivo.

Storia della repubblica di Nauru

L’isola di Nauru è la più piccola repubblica del mondo: misura soltanto 20 chilometri quadri di superficie e si trova in mezzo al Pacifico. Curiosamente, qui il turismo risulta pressoché ignoto.

 

Abitata sin dall’antichità, Nauru doveva essere una splendida isola tropicale quando fu scoperta dagli europei alla fine del Settecento. Gli esploratori non vi trovarono nulla di prezioso e quindi anziché sterminare gli indigeni come al solito, fraternizzarono con loro, e prima di partire in segno di amicizia gli lasciarono due invenzioni occidentali sconosciute a quelle latitudini, i superalcolici e le armi da fuoco. I Nauresi vi si appassionarono: ciò provocò tuttavia spiacevoli incidenti, qualche rissa e un paio di spaventose guerre civili di cui nessuno, nemmeno i combattenti completamente ubriachi, riuscirono mai a dare motivazioni sensate.

 

All’inizio del secolo scorso, al centro di Nauru fu scoperto un colossale giacimento di fosfato, a quei tempi un elemento di gran valore. Tutti i nauresi si misero a scavare. Nauru diventò improvvisamente una nazione ricca. Il reddito pro capite tanto elevato consentiva ai nativi di vivere nel lusso estremo: ville, yacht, statue d’oro in salotto. Una stranezza, rispetto alle altre popolazioni dell’Oceania ancora ferme alle capanne di paglia e alla pesca con la lancia.

 

Pur di mantenere quel benessere, le autorità trasformarono l’intera Nauru in una cava a cielo aperto, e in poco tempo disboscarono la quasi totalità del territorio per intensificare le attività estrattive. Purtroppo dopo decenni di sfruttamento, dai e dai, il fosfato si esaurì.

 

Negli anni Ottanta il governo di Nauru ha provato a risolvere i suoi problemi con la finanza, dichiarandosi paradiso fiscale. In questo modo a Nauru sono giunti nuovi capitali dall’estero, per lo più provenienti da imprenditori e da organizzazioni criminali estere. Così per qualche anno la situazione di Nauru è un poco migliorata ma la repubblica ha dovuto abbandonare questa strada quando la vicina Australia, accortasi che l’allegro regime economico naurese sottraeva danaro alle sue casse, ha minacciato di bombardare le banche di Nauru con i missili.

 

Oggi il 90% di Nauru è occupato dall’impianto industriale della grande miniera abbandonata, l’6% dai resti del sontuoso stadio da rugby costruito nell’era dell’agiatezza, il 3% da bunker appartenenti all’ex Banca Nazionale di Nauru, e il restante 1% dalle case.

 

A causa della deforestazione, il turismo e l’agricoltura sono assenti: disgraziatamente a Nauru non esistono più terreni coltivabili né edificabili. Gli alberi sono estinti e l’unica fauna sopravvissuta consiste in gatti, cani randagi e ratti importati dall’Europa ai tempi della colonialismo. Per quanto concerne la politica, a Nauru le elezioni si tengono ogni tre mesi circa, sempre senza successo, per via della proverbiale litigiosità naurese.

 

Recentemente l’Onu ha proposto agli abitanti di lasciare Nauru e trasferirsi altrove. Ma dove? Nessuno li vuole.

L'arte di ammazzarsi

Da noi occidentali imbevuti da secoli di cultura cristiana, il suicidio viene considerato un segno di pavidità: non così in Giappone, paese inventore dei kamikaze, presso certi individui, ammazzarsi risulta una cosa abbastanza normale. Anzi un gesto riservato agli audaci. “Dove sta andando, giovanotto?” “Ma niente, vado ad ammazzarmi.” “Urca, complimenti, beato lei.”

La mattina del 25 novembre 1970 lo scrittore giapponese Yukio Mishima, scortato dal suo piccolo esercito privato, entra negli uffici del Ministero della Difesa a Tokyo con il fermo intendimento di ammazzarsi. Mishima ha 45 anni ma vanta già un assai glorioso curriculum di scrittore, oltre a una fama controversa di attivista politico ultranazionalista fanatico della ginnastica da camera e delle arti marziali. In più, pare sia pazzo. Quest’ultima caratteristica, insieme alle altre nominate, gli consente di occupare le stanze del ministero senza troppa resistenza da parte dei funzionari spaventati.

Mishima sembra nervoso, ha gli occhi spiritati, non si capisce bene quali siano le sue intenzioni. Per prima cosa, si presenta sul balcone e davanti a una sparuta folla di dipendenti statali, giornalisti e semplici passanti tiene un appassionato discorso politico. Dopodiché rientra nei saloni e mette in atto il suo intendimento. E qui inizia il casino.

Dapprima Mishima si trafigge al ventre da solo, con una spada da samurai. Ma qualcosa va storto. Il Nostro, seppur gravemente ferito, si accorge di non essere ancora morto. Perde sangue peggio di una fontana, certo, e soffre dolori atroci. Ma rimane vivo. Malconcio, eppure vivo. Perciò , con le ultime forze, domanda gentilmente, con disinvoltura, a uno dei suoi fedelissimi di finirlo. In fretta, se possibile.

Qui tuttavia entra in gioco l’apprensione, che nei momenti cruciali gioca brutti scherzi, e spinge a sbagliare, quando non a commettere fesserie. All’idea di aver il privilegio di ammazzare il Maestro, il giovane discepolo si emoziona. Gli trema la mano. Infilza Mishima con la spada ma nel punto sbagliato. Lo ha sbudellato, ma non ucciso.

Mishima, a questo punto, è furibondo. Non si regge in piedi ma rantola parole di fuoco al suo allievo (“Coglione, ma che fai?”, riferiscono testimoni). Egli on può sopportare il supplizio dell’agonia, eppure riesce ancora a sgridare l’imbranato carnefice. Il quale poverino piagnucola avvilito, e poi prova nuovamente di eseguire l’ordine di accoppare il suo idolo.

Tuttavia, ancora una volta la timidezza, accompagnata dalla poca mira, hanno la meglio. Il discepolo ceffa anche il secondo colpo. Avrebbe dovuto decapitare il Vate, invece gli ha soltanto tagliato di netto il naso.

Sulla camera cala l’imbarazzo del silenzio, solo Mishima grida tormenti e parolacce. Doveva essere una cerimonia solenne, si sta rivelando una commedia.

Qualcuno suggerisce di chiamare un medico, un’ambulanza, e di concludere per rimandare ad altra occasione. “Usciamo di qua sorridenti, torniamo a casa e facciamo finta di niente”. Ma non è possibile, fuori ci sono torme di giornalisti, sarebbe troppa vergogna.

Come in ogni storia, giunge provvidenziale il lieto fine. Per fortuna interviene un terzo seguace. Più risoluto, costui affonda la stoccata di grazia. E già che c’è, nel dubbio, fa fuori anche il discepolo.

Nietzsche re d’Italia

All’apice della sua carriera di filosofo e scrittore di saggi, intorno ai quarantaquattro anni, Nietzsche inspiegabilmente trasloca a Torino. La città accoglie con stupore e fierezza il celebre ospite, il quale tuttavia ben presto comincia a dare strani segnali. Anziché frequentare i salotti colti o tenere conferenze, come peraltro ci si aspetterebbe da un simile personaggio, egli trascorre il tempo chiuso in casa, oppure passeggia per i viali senza meta. Talora apostrofa i passanti sconosciuti con male parole, o prova persino a picchiarli.

In una mattina di inverno avvista un cocchio trainato da un cavallo e nell’animale riconosce chiaramente il compositore Richard Wagner. Si lancia in mezzo alla strada per fermare la carrozza, poi, furente, aggredisce a schiaffi il cocchiere, e prendendolo per il bavero gli domanda per quale motivo abbia ridotto Wagner in quelle condizioni e soprattutto come mai osi frustare un musicista così importante. Infine tenta di liberare la bestia dal giogo, e la polizia si vede costretta a trascinarlo via a forza.

Si comincia a pensare che Nietzsche, l’illustre professore Nietzsche, forse stia diventando matto. Le lettere da lui spedite ad amici e discepoli in Germania non sembrano rassicuranti: la prosa, grandiosa come sempre, si fa via via incomprensibile. Nel rivolgersi ai destinatari, il Maestro giura di essere Dio, e come tale afferma che i suoi primi provvedimenti riguarderanno la fucilazione del papa, dell’imperatore di Germania e di altri potenti dell’epoca. Una provocazione? Può darsi.

Tuttavia, il dubbio resta. Al termine della lettura di un’ultima missiva, parecchio concitata, il collega Franz Camille Von Overbach ritiene di doversi recare a Torino per sincerarsi delle condizioni di salute del famoso amico. Nietzsche lo riceve a casa sua in pigiama, euforico, in piedi sulla tastiera di un pianoforte. Insomma, non sembra troppo lucido: forse sarà meglio ricondurlo in Svizzera, almeno per una visita medica di accertamento. Non si sa mai. Chissà come, lo convincono a partire.

Uscendo dalla porta della città, Nietzsche canta a squarciagola arie napoletane. Al passaggio delle mura, si sporge dal finestrino del barroccio per informare le guardie di essere il nuovo re d’Italia. Le ultime parole prima di addormentarsi, sfinito.

Giovanotto, si arrangi

Raimondo Lanza Branciforte di Trabia, Marchese di Butera, Signore di Mussomeli, si lancia dal sesto piano dell’Hotel Eden di via Veneto a Roma alle cinque e un quarto nel pomeriggio del 30 novembre 1954. Per fortuna sotto le sue finestre in quel momento non transita nessuno. Raimondo, peraltro, muore sul colpo. Non poteva reggere al tormento del collasso finanziario, dopo aver bruciato in pochi anni l’intero patrimonio di famiglia consistente in castelli, ville, terreni, un impero di solfatare ereditate e ridotte sul lastrico dal progresso.

Per omaggiare il defunto, l’amico Domenico Modugno scrive una canzone. No, non Volare (adatta ma forse di cattivo gusto) bensì l’inno alla nobiltà decaduta, Vecchio Frac: “Ha il cilindro per cappello, due diamanti per gemelli, un bastone di cristallo, la gardenia nell’occhielloooo…”

Raimondo viene da una vita quanto meno avventurosa. Figlio illegittimo di una tresca fra aristocratici – Giuseppe Principe di Scordia e Maddalena Aldobrandini Papadopoli – non ha mai lavorato in vita sua. Preferisce i finti mestieri: schermidore dilettante, spia per conto del regime nel Ventennio, console onorario a Parigi, discreto pilota automobilistico, viveur, presidente della squadra di calcio di Palermo, ospite dello Scià di Persia, frequentatore assiduo di Gianni Agnelli e ancor più della di lui sorella Susanna, non so se mi spiego. Fu infatti anche un grandissimo donnaiolo, specie con le mogli altrui, hobby che lo costrinse a un paio di duelli comunque vinti agevolmente a pistolettate o sospesi dai carabinieri sul più bello.

Ebbe diversi momenti di gloria, ma fra tutti, il maggiore resta forse quello del 9 settembre 1943, quando Raimondo incontra per caso Vittorio Emanuele III di Savoia, in fuga dalla guerra e da Roma verso le Puglie dopo l’armistizio del giorno prima, l’Italia sprofondata nel caos.

La vettura regale si ferma a un passaggio a livello. Il Nostro passava di là in bicicletta. Incredulo quanto disperato – era un monarchico sfegatato – ne approfitta. Si avvicina, bussa al lunotto: “Maestà, maestà, e ora cosa facciamo, che debbo fare io?”. Gli risponde sbrigativamente Badoglio, alzando il finestrino prima di invitare l’autista a ripartire: “Giovanotto, si arrangi.”

Isola Ferdinandea

L’Isola Ferdinandea emerse inaspettatamente dal mare, o dal nulla, in una radiosa mattina d’estate, l’11 luglio 1831. Salì a galla all’improvviso e prese posto al centro del Mediterraneo. Era in realtà una piccola isola rocciosa e inabitabile, lunga meno di quattro chilometri, per di più nata dal rigurgito di un vulcano sottomarino e quindi pericolosa.

Fu avvistata da un peschereccio. Subito la notizia corse in giro per l’Europa. Siccome l’isola non apparteneva ancora a nessuno, le grandi nazioni vollero tutte e contemporaneamente rivendicarne il possesso. All’epoca la politica estera funzionava così: se una cosa mancava di padrone certo, nel dubbio si spediva qualcuno – di norma un esercito di pezzenti disperati – a prendersela. Perciò ciascun re incaricò il suo ammiraglio di partire e annettere la nuova isola.

Ogni giorno sulla microscopica isola Ferdinandea giungeva una nave armata proveniente da un Paese diverso. Un corteo di notai, diplomatici, giuristi e militari scendeva a terra e con solennità, al suono della banda, piantava sopra l’isola una bandierina. Poi, terminata la cerimonia, i conquistatori ripartivano, non sapendo che altro fare. In tre mesi l’isoletta deserta venne ricoperta da una foresta di bandiere di tutti i tipi e colori.

Capitava talvolta che per caso due velieri concorrenti, senza saperlo, arrivassero sul luogo assieme. In tal caso si minacciavano un pochino a cannonate ma poi, sportivamente, per evitare impicci, i capitani si davano il turno: prima uno di loro scendeva a terra ad officiare il rito di occupazione, e sbrigata la formalità si allontanava per lasciare il posto all’avversario.

Con il tempo però i pretendenti aumentavano. Consiglieri illuminati suggerirono ai monarchi di risolvere la faccenda al consueto modo, ossia con una bella guerra. Fu l’isola ad accomodare le contese. Come era venuta, così se ne andò. Quando oramai vantava una decina di nomi diversi, tanti quanti i suoi aspiranti sovrani (Ferdinandea era quello scelto da uno dei numerosi proprietari, il re delle Due Sicilie Ferdinando che in uno slancio di umiltà la chiamò come se stesso) essa scomparve. I vascelli inviati dalle potenze di mezzo mondo pattugliavano la zona alla sua ricerca ma di lei, tanto ambita, non rimaneva traccia. Senza troppe spiegazioni si era inabissata, forse per vendetta. Era tornata ad essere libera.

Marina Abramovic è divertente ma non lo sa

Calata sulla contemporaneità, l’arte non deve più cercare l’armonia, e rinunzia a dipingere, scolpire o creare manufatti: preferisce stupire attraverso i gesti. Lo intuisce forse per primo Duchamp quando si fa radere sulla nuca una tonsura a forma di stella, con il plauso della critica.

Nel 1971 l’artista Chris Burden dà vita a una curiosa opera d’arte: durante una mostra ordina al suoi assistente di prenderlo a fucilate con una carabina. Ed questi obbedisce, ferendolo a un braccio: l’opera consisteva appunto in questo.

Più originale (e poco meno dolorosa) l’idea perfomativa di Vito Acconci: di fronte al pubblico, si spalma il sapone sugli occhi e tenta di levarlo senza mani, utilizzando soltanto i movimenti delle palpebre. Oppure insegue sconosciuti per strada sinché costoro, terrorizzati, non si rifugiano in casa o salgono in automobile per scappare dall’arte, i vigliacchi.

La più famosa e amata esponente del genere resta, tuttavia la diva serba Marina Abramović. Tutto comincia davvero nel 1973, quando l’allora ignota Marina si esibisce in una galleria d’arte di Napoli: mette a disposizione degli spettatori vari strumenti, fra cui un ago, un paio di forbici, dei coltelli, alcune lamette da barba, una sega da falegname e un rivoltella carica. Quindi resta inerte, aspettando l’interazione degli astanti.

Nelle prime ore di rappresentazione non succede assolutamente nulla. La Abramovic se ne sta immobile, i visitatori della mostra le gironzolano attorno, la osservano perplessi. Poi, vinto l’imbarazzo, a qualcuno salta in testa di cominciare a usare sull’artista gli oggetti – in particolare le lamette e la pistola, in un crescendo di audacia. Marina evita di reagire, anche quando è oramai chiaro che rischia di lasciarci le penne. La “performance” viene sospesa per difenderla dal linciaggio.

Da quel momento Marina Abramović diviene la superstar sconvolgente dell’arte. Non si fermerà più. Le sue installazioni d’avanguardia non finiranno mai di sorprendere ammiratori estasiati, di fronte ai quali Abramović, dal vivo, mangia voracemente una cipolla cruda intera o si percuote furibonda con lo scudiscio. Oppure grida per 8 ore intere, senza pause, e perde del tutto la voce.

Lei adopera la propria vita come museo ove esporsi in azione: percorre a piedi metà della muraglia cinese – 2.500 chilometri – sino ad incontrare nel punto convenuto il fidanzato, che tuttavia la lascia (la lascia sul serio, senza finzioni).

Un giorno, all’interno di una sala gremita da centinaia di spettatori, lei si spazzola i capelli urlando “l’artista deve essere bella”.

In un’altra storica rappresentazione, Marina beve un litro di vino. Poi mangia un chilo di mele. Si taglia le unghie dei piedi. Infine all’improvviso entra in un incendio da lei stessa provocato. Viene salvata per miracolo dagli spettatori della mostra.

Il pubblico la adora, le riviste di moda se la contendono in copertina. La Abramović al Moma di New York, per tre mesi sette ore al giorno resta seduta immobile e silenziosa in una grande sala del museo. Le persone del pubblico, a turno, possono sedersi di fronte a lei, per tutto il tempo necessario, ma senza parlare.

Siamo andati a vedere la mostra della Abramovic, in città. Lei non c’era, era presente solo in video, e come sempre aveva un’aria terribilmente seria. Pensava di spaventarci, anzi era lì apposta. Invece, senza volerlo, è riuscita a farci sorridere.