Chi è il blogger più povero del reame?

Mi chiedono chi sia il più povero tra Confuso (=me) e altri due noti blogganti di quest’epoca, Livefast e Giulia Blasi. Be’, che domande, vinco a mani basse.

Confuso è un vero morto di fame. Non possiede nessuno degli status symbol che i nostri tempi richiedono.
Non ha l’ipod. Non ha l’adsl. Non ha fastweb. Non ha la playstastion. Non ha l’aria condizionata in macchina. Non ha il pinguino de longhi in camera. Non ha il cellulare che fa le foto. Non ha l’autoradio. Non ha l’abbonamento a Sky. Non ha il mac. Non ha il palmare. Non ha il telepass. Non era al concerto di P.J Harvey del heineken jamming festival. Non ha nemmeno i cd, di P.J. Harvey.

Lavora per una piccola agenzia milanese che sta per fallire e abita in un appartamento di pochi metri quadri a pianoterra, situato tra un cimitero e una discarica di monnezza. Non ha i soldi per pagar l’affitto di giugno.
Per fare la spesa usa i ticket restaurant da 1,99 euro nell’unico discount di Milano disposto ad accettarli.

Livefast, dietro una facciata di blogstar decadente e drogata nasconde la vera identità di giovane imprenditore miliardario con villetta a tre piani e piscina nella campagna modenese. E’ talmente ricco che può permettersi di andare a vedere i Pixies fino a Ginevra quando loro avevano suonato solo due giorni prima a Imola a pochi metri da casa sua. E’ il tipo che la sera alle feste si fa le canne di fronte a te. Ma senza offrire.

Giulia Blasi – oramai non è nemmeno un segreto – è un nome d’arte, in realtà si chiama Giulia Einaudi, come il nonno: infatti è l’ultima discendente di una celebre dinastia editoriale, motivo per cui potrà pubblicare romanzi per tutta la vita senza troppe difficoltà. Vive nel lusso più sfrenato. Viaggia per il puro gusto di spendere e di passare le giornate nella Business Class del pendolino.

 

Dizionario enciclopedico dei rimedi contro le zanzare

Autan – Più della Heineken, l’Autan è un po’ il vero sponsor dell’estate musicale italiana. Si tratta di uno spray al gusto di limone particolarmente diffuso in circostanze come concerti serali, festival, manifestazioni in arene estive, festedellunità e in genere eventi di stagione che si svolgano all’aperto. In queste occasioni, tutti hanno almeno una boccetta di Autan e se ne aspergono addosso di continuo, peraltro senza alcun risultato: in realtà le zanzare non solo se ne fottono, dell’autan, ma sono persino attirate dal suo gustoso aroma, insomma a loro piace.

Fornelletto – Piccolo fornellino alimentato a energia elettrica e munito di alloggiamento atto ad ospitare curiose piastrine blu le quali una volta riscaldate esalano gas nocivi per l’insetto e un po’ anche per l’uomo. Si consiglia di areare il locale prima di soggiornarvi. Peccato che mentre stai areàndo il locale, le zanzare entrano di nuovo dalla finestra, a sciami.

Candela alla citronella – Grande candela con stoppino a torcia, sprigiona un puzzo acido molto forte che dovrebbe allontanare gli insetti molesti (e anche le persone sensibili agli odori fastidiosi). In realtà risulta poco efficace, ma almeno è più decorativa dei prodotti suoi concorrenti.

Zampirone – Simpatica spirale in gesso combustibile di colore verde, va posizionata in precario equilibrio su un piccolo piedistallo in alluminio. In genere lo zampirone viene venduto in confezioni da due, con una spirale incastrata dentro l’altra. Nel tentativo di separare le due spirali, si spezzano entrambe, divenendo così inutilizzabili.

Cuscino o ciabatta- Antico rimedio contro le zanzare: una volta che siate a letto al buio e l’insetto vi disturbi ronzandovi nelle orecchie o pungendovi attraverso le lenzuola, può tornar utile inseguirlo armati di un cuscino o una ciabatta. Ma attenzione, l’inseguimento andrà per le lunghe: benchè siano le due di notte, l’animale nemico è bello vispo e si diverte un mondo a prendervi per il culo. E soprattutto, ha un vantaggio: al contrario di voi, vola e sa camminare sul soffitto.
Nell’improbabile caso che alla fine si riesca a schiacciarlo contro il muro appena imbiancato, l’effige e i visceri rossi (cioè il vostro sangue) del defunto vi rimarranno stampati indelebili a imperitura memoria.

Come diventare ricchi, lezione 666

Per farla breve, oggi a mezzogiorno ero lì in casa mia, a tavola per il mio pranzo in solitudine: giornale e pizza margherita surgelata pronta in soli cinque minuti. Quanta mestizia. Ma in quel momento ho avuto l’Idea. Ho mollato tutto e sono corso a suonare al campanello della vicina di casa. Poichè non mi apriva, le ho preso a calci la porta:

– Signora, signora! Presto, venga a vedere!

L’ho trascinata a forza in casa mia, come un invasato, e le ho mostrato il piatto:

– Dunque? Non è incredibile?
– Ma che?
– Insomma, cosa vede?
– Una pizza. Peraltro bruciacchiata sui bordi e oramai fredda.
– Guardi meglio, guardi la macchia di pomodoro e mozzarella vicino a quella fogliolina di basilico.
– Boh. E quindi?
– Ma come, signora, è cieca? La macchia: è a forma di faccia di Padre Pio!
– Veramente io non…
– Ma sì, guardi, è chiarissimo! La barba, il naso. Persino le sopracciglia!
– Ragazzo mio, stai bene?
– Ma è lui, è lui, è il santo! Padre Pio mi è apparso nella pizza!
– A me non sembra…
– Un miracolo! Presto, signora, dobbiamo avvertire la gente! Il popolo deve sapere!

Adesso davanti alla porta del mio appartamento c’è una fila di 3.000 persone. La coda arriva fino in strada.
Io me sto all’entrata di casa: ho allestito un piccolo banchetto e faccio pagare 2 euro per l’ingresso al salotto.
Sulla parete dietro la tavola, protetta da un cordone, sta affissa la margherita santa, in una cornice a vetro.
“E’ lui, è lui, adoriamolo!” dicono alcuni mentre si inginocchiano di fronte alla pizza.
Pare che stasera arriveranno anche il sindaco e altre autorità. Prevedo di aumentare il prezzo del biglietto.

Pagamento del pedaggio autostradale con sportello parlante

Autostrada. Attenzione: barriera a 1000 m. Per evitare la coda decidi di imboccare il casello per i possessori di carta di credito, dove invece non c’è nessuno.

Vocina registrata:
– Benvenuti! Inserire il biglietto nell’apposita feritoia prego.
– Sì.. un momento…
– Inserire il biglietto nell’apposita feritoia prego.
– Un po’ di pazienza, insomma.
– Inserire il biglietto nell’apposita feritoia!
– Maledizione, ma dove l’ho messo?
– Lo vedo io da qui: lo hai posato sul sedile del passeggero.
– Ah sì, giusto.
– Avanti. Inserire il biglietto nell’apposita feritoia, prego.
– Qui?
– No, quella è per la carta di credito. Più in alto.
– Questa?
– Sì. Veloce, non vedi quante macchine ci sono alle tue spalle, ormai? Il tizio nell’auto in fila dietro la tua sta già pensando che sei un imbranato. Tra poco gesticolerà nel tuo specchietto e suonerà il clacson facendoti fare la solita figura da fesso.
– Ci sono, ci sono.
– Importo dovuto: euro 14,15.
– Urca.
– Inserire la carta di credito nell’apposita feritoia.
– Quella in basso?
– Sì, c’è pure il simbolino a fianco, non vedi? Sveglia. Dio mio, ma tutti a me capitano?
– Un attimo, un attimo solo, prendo il portafogli.
– Ma non potevi tirarla fuori prima?
– Eh… un secondo…
– Forza, molla la Visa, sbrigati, perdìo.
– Sì, è che…
– La prossima volta invece di fare il furbetto te ne vai in coda come tutti gli altri al casello normale, quello con l’omino. Che per la gente come te noi tecnologie siamo troppo evolute, siamo. Allora, arriva ‘sta carta di credito o vogliamo passar qui il capodanno?
– Puff.. eccola, eccola… finalm…
– Tempo esaurito! Operazione interrotta! Il sistema ha appena richiesto l’intervento di un sorvegliante umano.
– Oddio no, che vergogna.
– Non scendere dall’auto per nessun motivo al mondo.
– E adesso cosa succede?
– Un addetto di servizio verrà ad assisterti, pirlone.
– Ma no, dai, non serve, io esco e riprovo a introdurre la carta.
– Ah ah, ma smettila.
– Ora scendo e…
– Non scendere, ho detto!!! E’ pericoloso! Eccolo, sta arrivando il sorvegliante… e poi, benedetti ragazzi, fatevi il telepass, se non sapete usare il casello automatico.
– Dai, alza la sbarra e lasciami andare…
– Col cazzo. La sbarra te la do sul cofano, la prossima volta che osi passare di qui.
– Io comunque questa autostrada non la prendo più. Siete scortesi.
– Ecco, bravo, prendi la statale, che qui mica abbiamo tempo da perdere.

Come allevare un tonno in casa

Non dirlo a nessuno ma sto allevando in casa un tonno vivo di 10 chili: per ora lo tengo nella vasca da bagno. La sera mi siedo di fianco a lui, sullo sgabello, e a lume di candela gli leggo le fiabe.

Mi ascolta sorridente, fa le bolle in segno di approvazione e poi, piano piano, si addormenta.

La mattina lo sveglio presto, lui apre gli occhi, mi fa ciao con la coda e poi comincia a nuotare. Quel poco che si può nuotare in una vasca da bagno lunga meno di un metro e mezzo. Un luogo angusto, ma lui mi ringrazia sempre. Sporge la testa dall’acqua con sguardo lucido di commozione, come se volesse dirmi:
“Grazie di preservarmi da questo mondo cattivo con noi animali: senza di te forse ora sarei dentro un’insalatina rio mare.”
In quel momento capisco: mi vuole bene, poverino. Povero illuso.

Ieri. Su un pianale a ruote ho montato una teca piena d’acqua, e dentro ci ho messo il pesce. Così, trascinando il carrello con una corda, ho portato il tonno a fare un giro ai giardinetti pubblici di via Palestro. Le signore con i cani ci guardavano sorprese, una mi ha anche chiesto come si chiamasse: non ci avevo pensato, a un nome. Sono tornato a casa con il mio tonno a rotelle senza nome.

Quale futuro per un tonno vivo di 10 chili allevato in una vasca da bagno a Milano?
a) Venderlo al buyer del banco del fresco all’esselunga;
b) Liberarlo nel Lambro;
c) Ucciderlo, surgerlarlo e poi cibarsene;
d) Imbalsamarlo e appenderlo in salotto come fosse un trofeo di pesca;
e) Tenerlo con sè vivo, che almeno fa compagnia.

Antropologia della cena collettiva al ristorante cinese

Può capitare che una sera un gruppo di esseri umani stia cercando un luogo per cenare: occorre trovare accordo sul dove, e tra le varie proposte esce quella dell'”andiamo al cinese!”

Cose che si dicono dopo che è stato proposto di andare al ristorante cinese:
1) “Sì sì daaai andiamo al cineseeeeee!!!”
2) “No vi supplico al cinese no, ci sono stato ieri sera.”
3) “Che schifo il cinese, quello sotto casa mia è stato chiuso dall’ufficio d’igiene perché in cucina hanno trovato bacarozzi di quattro chili che avevano imparato a camminare in posizione eretta e aggredivano i cuochi.”
4) “Accetta i ticket restaurant?”

Le Bacchette Cinesi. Si entra e ci si accomoda. Lanterne rosse, draghi, acquario di carpe cinesi, tavoli cinesi. Di fianco al piatto, le bacchette, ancora confezionate. All’apparizione delle bacchette si fa avanti saccente un commensale italiano che siede sempre alle cene presso ristoranti cinesi. Egli è l’Esperto di Bacchette Cinesi. L’Esperto di Bacchette Cinesi sa maneggiarle benissimo perché le usa anche a casa al posto di coltelli e cucchiaini da caffè. Nel ristorante, passa la serata ad insegnare la corretta impugnatura a tutti gli altri e anche a qualcuno dei tavoli vicini. Mostra anche alcune acrobazie: ad esempio si fa bendare e poi con le bacchette afferra al volo un singolo chicco di riso sputato dagli amici all’altro capo della sala.
A lui si contrappone il più ostinato degli allievi, l’Odiatore di Bacchette Cinesi, malvagio individuo che se ne fotte del folklore e pretende di servirsi con banali posate europee. Finisce che i due litigano e si danno appuntamento fuori dal locale.

Cameriere Cinese. Tra tutti i tipi di camerieri, il Cameriere del Ristorante Cinese ha il compito più difficile. In primis perché tra tutti i i tipi di camerieri è quello che fa più fatica con l’italiano (come è naturale, poveretto: è cinese). In secundis perché tra tutti i tipi di camerieri è anche quello costretto a parlare di più per spiegare i piatti, visto che dai nomi scritti sul menù cinese non si capisce niente. E tutti i clienti gli chiedono cos’è questo e cos’è questaltro, per ore e ore (“Scusi, come sono i Jing-ton bolliti? E lo sformato Lao Pin con i sam yum alla mandarina? E …” e così via.) Il cameriere cinese passa intere giornate a spiegare milioni di volte gli stessi piatti cinesi in una lingua a lui quasi sconosciuta e piena zeppa di doppie, di r e di gl. Però è un tipo allegro, paziente e cortese.

Ad un attento esame, la lista del menù cinese risulta composta da due diverse categorie di pietanze cinesi.
– La prima è quella dei cibi inesistenti, descritti solo per impressionare il cliente e farlo sentire in un luogo esotico. Sono piatti immaginari che nessuno ordinerà mai e quindi non vengono neanche preparati ma solo elencati alla carta: meduse cinesi fritte in sugo di banane e ceci. Zuppa di alghe cinesi in aceto cinese alle mandorle e uova di pescegatto cinese alla piastra. Petto di carpa in agrodolce con fichi cinesi al vapore. Pinne di squalo cinese in brodo di anacardi cinesi. Trionfo di anatra cinese sepolta viva in guano rovente di rondine cinese con frittura di fiori cinesi.
– La seconda comprende i cibi veri, gli unici cinque che sono cucinati sul serio, quelli che poi, alla fine, tutti chiedono, cioè i wanton fritti, l’involtino primavera, il riso cantonese, gli spaghetti di soia, il pollo ecc..

La birra cinese. Fuori da ristoranti cinesi e dai supermercati cinesi, le birre cinesi non sono neppure in commercio e non le beve nessuno.  Nè, probabilmente, nessuno le comprerebbe (a parte forse i cinesi). Al ristorante cinese, al momento di ordinare le bevande, è obbligatorio scegliere la birra cinese. Una legge non scritta.

Eccoci qui. Si pilucca dai vassoi. Niente pane, siam cinesi. In piedi sul tavolo girevole, il vasettino di salsina picante ti fissa minaccioso da ogni angolazione. Dopo i lychees e il liquorino cinese in tazzina cinese, arriva il conto cinese, onesto come al solito.

Come son giuste le elezioni (op. cit.)

E così, ancora una volta salgo le scale della Scuola Statale Piergiorgio Vattelapesca. Nei corridoi incrocio carabinieri armati, famigliole, rappresentanti promotori con coccarda, signore vestite da giorno di festa. Una coppia di vecchietti stravolti che si sono smarriti nei corridoi della scuola e vagano da giorni con in mano la tesserona elettorale, mi fermano chiedendomi scusi sa mica dove sia la sezione 425. 

Entro nell’aula del mio seggio. Una bella classe con i banchi e le seggioline vuote, e per qualche secondo penso a quando andavo alle elementari. Quanti ricordi. Ma ora alla cattedra siedono due signori annoiati, uno ha i baffi e sfoglia la gazzetta, l’altro, in attesa di aggiornare i dati di affluenza, distrattamente con il gesso disegna fiorellini sulla lavagna (smette solo quando si accorge che lo sto guardando perplesso). Un terzo scrutatore, una ragazza, l’unica che si dà da fare, scruta la foto sulla carta di identità consegnandomi le schede. Lei ha un’espressione molto seria, consapevole di rappresentare ai miei occhi le Istituzioni, la Legge, lo Stato hegeliano. Almeno per oggi.

Mi faccio largo tra le tendine zozze delle cabina e sono al riparo. Nessuno mi potrà vedere. Siamo soli, io e le due schedine colorate. Le apro e ci guardo dentro: in mezzo ai marchi conosciuti scopro simboli bizzarri (“Unione dei Pescatori Zoppi”, “Lega dei Pendolari nell’Ora di Punta”, “Lista Civica Indipendente di Quelli che la Mattina a Colazione Bevono il Caffellatte”…). Per un istante, immagino di scrivere parolacce sulle schede e anche sul muro. Poi, quasi fosse un sacrificio, traccio le due crocette. Mah. Tento di ripiegare le schede, sbagliando due o tre volte.
Esco dalla cabina, passo le carte alla severa scrutatrice che le imbuca con gesto solenne in una cassa di legno, e mi congeda con un arrivederci un po’ meccanico.
 

Che fine ha fatto il Direttore Marketing?

Un lettore insistente ma gentile mi chiede che fine abbia fatto il Direttore Marketing del Mio Blog, il manager fanatico di blog e business un tempo molto presente da queste parti.

Il Direttore sta bene. Negli ultimi mesi ha abbandonato l’idea di trasformare i blog in fonti di denaro ed è tornato alla sua antica passione, l’email marketing: in sostanza si sta dedicando alla compravendita di database di indirizzi posta elettronica per lo spamming porno e farmaceutico: si fanno tanti soldi, dice lui. Temo abbia venduto anche il mio (e il tuo) indirizzo a qualche migliaio di spammer industriali.

Inoltre ha una consulenza come Virus Diffusion Consultant Manager per conto di una nota multinazionale produttrice di antivirus. Lavora poco e da casa. Ha assunto in nero una squadra di programmatori cinesi senza permesso di soggiorno, segregati in cantina e legati a postazioni computer con dei ceppi: loro spargono milioni di messaggi virulenti in giro per la rete dalla mattina alla sera, la gente compra gli antivirus, la casa di software paga il Direttore e tutti sono contenti. Ogni tanto il direttore, di notte, prende a nerbate i cinesi, ma lui dice che loro sono abituati così, che fa parte della loro cultura.

Quando non lavora, sta bene, nella sua solita villetta in Brianza con giardino in erba rasata skinhead, piscinetta, quattro box auto e una famigliola di rottweiler da guerra che custodiscono la cancellata e si nutrono solo di cuori d’agnello o arti di ladri imprudenti.
Casa a due piani con tre bagni, solarium, sottottetto e tavernetta (quando pronuncia le parole “tavernEtta” o “piscinEtta” il Direttore allarga l’ultima “E” in maniera smisurata, più che lombarda, quasi slogandosi la mascella), parabola satellitare con abbonamento no limits alla pay tv del Milan (il canale dove trasmettono le partite, gli allenamenti e persino i consigli d’amministrazione della nota società calcistica) collegata a un plasma ultrapiatto largo tre metri e mezzo appeso in salotto; spesso invita gli amici per vedere le partite o i dvd pirata di snuff movie thailandesi.

Tiene una bandiera del Texas sventolante dal balcone. La domenica insegna al figlio di nove anni a guidare il fuoristrada nel parcheggio dell’ipermercato dove per l’occasione ha posizionato delle sagome in cartapesta raffiguranti persone anziane da centrare.

Insomma, il Direttore Marketing è felice.

Forse un giorno tornerà anche qui.

Garibaldi

Se gli altri suoi colleghi risorgimentali vestivano eleganti o in divisa, Garibaldi indossava il poncho. Non si faceva la barba e amava portare strani copricapi. Un eccentrico in abbigliamento da hippy ante litteram.

I potenti amici consideravano Garibaldi come un gran rompicoglioni: Mazzini, Cavour e Vittorio Emanuele (elegantissimi) diffidavano di lui e di nascosto ne parlavamo male. Immagino che tra loro lo pigliassero per il sedere per quella sua aria da matto, quei lenzuoli al posto della giacca. Erano invidiosi: avevano intuito che si sarebbe preso più vie, più piazze, più statue di loro.

Garibaldi fu l’uomo più ospitato di tutti i tempi. Si sa, in Italia ogni comune che si rispetti è sede di almeno una casa dove abbia dormito Garibaldi, con tanto di targa sul muro. Ogni notte cambiava letto (e federe, e cuscini, poveruomo). Soltanto qui Lambrate ci sono un paio di case dove si dice Garibaldi si sia coricato (e abbia russato) almeno per qualche ora.

A Garibaldi piacevano i nomi strani. Il suo banale “Giuseppe” doveva stargli stretto; così quando battezzò i suoi figli, meschini, scelse di chiamarli uno Menotti e l’altro Ricciotti, che facevano anche rima.

Si dice che Garibaldi fosse di sinistra, almeno per come lo si poteva essere nell’Ottocento. Due anni dopo lo sbarco a Marsala, voleva partire per Roma e liberarla dal papa, ma appena si seppe, il suo amico re fece prendere Garibaldi a fucilate.

– Nel folle Poema dei Lunatici di Ermanno Cavazzoni c’è un capitolo indimenticabile sulla spedizione dei Mille dove Garibaldi è un tipo fuori di testa e confuso che in realtà non sa nemmeno dove stia andando, e maschera il disorientamento con lunghi silenzi e discorsi strambi. Ad esempio, sulla nave diretta in Sicilia un soldato, tanto per far conversazione, gli chiede se l’America sia bella come si racconta. E lui: “Vedrai, ti piacerà”.

Quando non era in giro per il mondo a far casino, Garibaldi abitava a Caprera, isola deserta di fronte alla Maddalena, al largo di Palau. Mica fesso. Mai visitato la casa di Garibaldi a Caprera? Peccato. Il letto è disposto in modo tale che restandosene sdraiato sul materasso Garibaldi potesse vedere il mare dalla finestra. Nelle giornate più limpide, persino la Corsica.

Signora da Coda

Situazione: sei in un ritardo spaventoso ma devi fare un acquisto. Hai fretta, forse hai lasciato l’automobile in doppia fila affrontando il duplice rischio di
a) essere multato per diverse migliaia di euro e/o
b) tornare trovando un energumeno (il tizio che aveva parcheggiato in prima fila) intento a prenderti a calci le portiere.

Devi dunque sbrigarti. Entri di corsa nel negozio: sarebbe necessario concludere la commissione in pochi secondi. Meglio sarebbe se davanti a te non ci fosse nessuno.

Il luogo: un esercizio commerciale qualsiasi. Per esempio: la farmacia.

In questi casi, si manifesta inevitabilmente la malvagia figura della Signora da Coda.

In apparenza benestante senza esser ricca, sulla settantina, è sana come un pesce e tuttavia trascorre giornate intere in farmacia.

Costei diversamente da te, ha tutto il tempo del mondo da perdere. Ed è sempre (sempre) proprio nel posto in fila davanti al tuo.

Giunto il suo turno, la Signora da Coda si avvicina al banco e comincia a interrogare la farmacista. Poiché la Signora visita il negozio tutti i giorni (e anche più volte al giorno), mostra molta confidenza con la commerciante. Le dà del tu, la aggiorna sulle vicende biografiche di tutti i familiari. Poi disquisisce sulle condizioni meteorologiche, confrontandole con quelli delle settimane precedenti e quindi con le previsioni (“Ieri faceva più freddo, e dicono che domani forse piove”).

Dopo, la signora inizia gli acquisti. In genere ha esigenze molto complesse. Compra molte medicine diverse, come se fosse dal salumiere: Mi dia mezzo etto di Pastrugnyn, sei grammi di Zumprixin, due fettine di Dormpluagin. E questo, e quest’altro.

Passano due ore, la Signora è ancora al banco. Per prolungare i tempi, lei divaga o finge di aver perso la lista della spesa che invece nasconde nella borsa.

Le persone in fila dietro lei le sussurrano maledizioni terribili, ma lei è sorda, o le ignora.

Al momento di pagare, la signora si diverte a escogitare nuovi stratagemmi pur di tergiversare. Simula la perdita del portafogli. Tenta di pagare con la carta di credito scaduta da sei anni. Chiama a casa per farsi ricordare il pin del bancomat. O ancora fruga nel borsellino pur di utilizzare tutte le monetine da dieci centesimi (ne ha tantissime), si mette a contarle a mucchietti, le impila sul banco ma le cadono per terra e bisogna pure aiutarla a raccoglierle.

Quando oramai è passata quasi un’altra ora, la tua auto è stata portata via dal carro attrezzi e il tuo ritardo è irrecuperabile, la Signora saluta e va via, diretta alla bottega fianco.

Nella realtà, fuori dal negozio, la Signora da Coda non esiste: è una creatura luciferina ultraterrena. Appena uscita dalla porta, quando nessuno la vede, ruota le pupille all’indietro. Sottovoce nomina il Maligno in latino, dopo canticchia Stairway to Heaven al contrario e sparisce. Si trasforma in demonio cornuto, con piedi di capra e grandi ali nere, e vola via, velocissima.

Ma tornerà. Ti apparirà di spalle, in sembianze umane, la prossima volta che capiterai dal panettiere, all’ufficio postale, all’anagrafe, allo sportello informazioni…