(da leggersi in asincrono e bianco e nero alle due del mattino)
Ecco… un blog.. ci sarebbe da fermarsi, da non andare su questo… [fa un ampio gesto del braccio] fiume… che, in fondo ha questo ritmo lento, terribile, della vita quotidiana… un post, cioè una segnalazione, un racconto, una notizia rubata al sito di un quotidiano, un appunto, una barzelletta che però non fa ridere, e così via, continuamente interrotti da quel altro grande post che è… il presente. Il blog infatti è sempre, il blog è già cominciato da sempre, né ha fine, e a volte, o sempre, vien solo interrotto nel suo fluire, quasi un piano sequenza eterno.
Occorre rifiutarsi allora alla narrazione di sè, sempre mortale e peraltro inesorabile: l’aggregazione auto e/o eteronarrante, il.. ‘bloggone’ di quel che sentiamo o vediamo, non è informe ma… troppo.. ineludibilmente formato.. anzi sformato, o trasformato, o straformato. E, una volta sovrimpresso, ci (ri)propone il mistero dell’evidente.
In esso – e per esso, sì, deve esser così… – nel momento esatto in cui lo si attraversa – ovvero: lo spazio, il luogo, trovare lo sguardo ipovedente, o la parola muta, la voce silenziosa. Inverosimilmente nostra: una voce libera di starsene muta, ma ascoltandosi. Se si ha coscienza di essere in orbita, vuol dire che si è in orbita intorno a se stessi. Può il pensiero entrare nell’orbita vuota della parola, o della scrittura, che cercando di narrarsi (cioè: di narrare) se ne va senza nemmeno salutare? No. Se il blog sia un gioco espressivo o inespressivo, lo deciderà la testa dell’autore; ma è un inganno, perché questo confronto sarebbe già una somiglianza. Ora, il consiglio è questo: leggere, così da capire chi ti sta leggendo da prima che tu fossi o(re)cchio dell’altro.
Buona visione.