Il blog spiegato da Enrico Ghezzi

(da leggersi in asincrono e bianco e nero alle due del mattino)

Ecco… un blog.. ci sarebbe da fermarsi, da non andare su questo… [fa un ampio gesto del braccio]  fiume… che, in fondo ha questo ritmo lento, terribile, della vita quotidiana… un post, cioè una segnalazione, un racconto, una notizia rubata al sito di un quotidiano, un appunto, una barzelletta che però non fa ridere, e così via, continuamente interrotti da quel altro grande post che è… il presente. Il blog infatti è sempre, il blog è già cominciato da sempre, né ha fine, e a volte, o sempre, vien solo interrotto nel suo fluire, quasi un piano sequenza eterno.
Occorre rifiutarsi allora alla narrazione di sè, sempre mortale e peraltro inesorabile: l’aggregazione auto e/o eteronarrante, il.. ‘bloggone’ di quel che sentiamo o vediamo, non è informe ma… troppo.. ineludibilmente formato.. anzi sformato, o trasformato, o straformato. E, una volta sovrimpresso, ci (ri)propone il mistero dell’evidente.
In esso – e per esso, sì, deve esser così… – nel momento esatto in cui lo si attraversa – ovvero: lo spazio, il luogo, trovare lo sguardo ipovedente, o la parola muta, la voce silenziosa. Inverosimilmente nostra: una voce libera di starsene muta, ma ascoltandosi. Se si ha coscienza di essere in orbita, vuol dire che si è in orbita intorno a se stessi. Può il pensiero entrare nell’orbita vuota della parola, o della scrittura, che cercando di narrarsi (cioè: di narrare) se ne va senza nemmeno salutare? No. Se il blog sia un gioco espressivo o inespressivo, lo deciderà la testa dell’autore; ma è un inganno, perché questo confronto sarebbe già una somiglianza. Ora, il consiglio è questo: leggere, così da capire chi ti sta leggendo da prima che tu fossi o(re)cchio dell’altro.
Buona visione.

Le cose che parlano

“Arrivederci e grazie!”
(concluse l’allegro scontrino dell’ipermercato)

“Passare in tintoria!”
(intimò il post-it appeso sulla scrivania da dieci giorni)

“Si accompagna bene con antipasti, crostacei, minestre asciutte e pesce.”
(proclamò solenne la targhetta sul vino bianco da 2 euro comprato al discount e da usare soltanto per cucinare)

“Deters. lavatr., rigoli, spinacine – birra?”
(sussurrò timida la lista della spesa)

“Spingere”
(disse la porta al signore distratto)

“Cretino”
(rise la scrittura infantile tracciata col dito sulla brina del parabrezza di un’auto parcheggiata)

Il fantasma

Il fantasma del pollo Ettore, rimasto ucciso alcuni mesi orsono presso gli stabilimenti della società Aia di Verona (Italy) e successivamente tumulato all’interno di una delle due spinacine di cui ahimè mi sono nutrito iersera nel corso di una cena diciamo piuttosto frugale – il fantasma di costui, dicevo, vaga nottetempo per casa mia, e in ceppi.

Vaga nudo, in quanto prima dell’assassinio fu spennato dai suoi stessi aguzzini. 
Ogni tanto fa coccodè.

Con il suo lugubre manifestarsi, non mi lascia dormire, e fin qui pazienza. Ma pretende pure del mangime per animali da cortile. E nella richiesta specifica la marca del prodotto. Oppure domanda di esser preso in braccio ad altezza finestra, così che egli possa veder il paesaggio là fuori.

Monologo

Ultimamente, ma non so dirvi il perchè, ho perso tutta la mia allegria.
Ho infatti abbandonato ogni mia abituale occupazione, e sono così aggravato nel mio spirito che questa vaga fabbrica, la Terra, sembra a me uno sterile promontorio…

(Promontorio? Fabbrica? Ma che dice?)
(Straparla, come sempre)
(Ve lo dicevo io, è impazzito, è impazzito, son mesi che dà di matto)

Questo eccellentissimo padiglione, l’Aria – badate! [alza il braccio verso il cielo] questa splendida Volta del Firmamento, questo maestoso tetto costellato di fuochi aurei… ebbene, a me non pare null’altro se non una fetida, pestilenziale aggregazione di vapori…

(Ho capito, ho capito: fa satira. Parla di Milano: c’è lo smog, si sa)
(Ma va, è l’Amleto)
(Urca, l’avrà imparato al liceo, ah ah)
(Lo sapevo, adesso si dù le arie, si atteggia da letterato, si atteggia)
(Sì, letterato di ‘sta ceppa, ah ah!)
(Dilettante!)
(Ah ah!)
(Ssst, zitti, ricomincia)
(Che barba, però.)
(Qualcuno ha mica un mazzo di carte?)

Quale opera d’arte è l’Uomo! Quanto nobile per la sua Ragione! Come è infinito nelle sue facoltà, nella forma, nel movimento! Quanto è perfetto e ammirevole nell’azione: simile a un Angelo nell’intendimento, anzi, simile a un dio!
[oramai grida] La Bellezza del Mondo, il Paragone degli Animali!

(Ebbasta con ‘sta lagna!)
(Presto, chiamate gli infermieri: costui dà i numeri)
(Blogger, facci divertire! Facce ride!)

Eppure, perchè a me sembra soltanto… [pausa a effetto] polvere?

[a capo chino] L’Uomo non mi diletta, no, e nemm..

(Ma bastaa!!!)

[fischi e fitto lancio di pomodori e cavolfiori marci]

[sipario]

Le vacanze nel deserto nel I secolo d.C.

6 gennaio, anno 1 dopo Cristo. Dopo giorni di vacanza passati all’addiaccio in una capanna abbandonata, senza acqua, senza riscaldamento, senza elettricità, i giovani Giuseppe e Maria possono finalmente tornarsene a casa. Non è stata granché, come vacanza. La signora Maria tiene ancora il muso perché il marito ha voluto portarla in giro a piedi proprio nel periodo di gravidanza a termine. Non si porta una signora incinta (di nove mesi) a fare trekking estremo nel deserto.

Infatti, proprio durante la gita, Maria ha dovuto arrangiarsi e partorire in un luogo di fortuna.
Maria, benché coniugata, è ancora una teen ager, e nel momento difficile se l’è presa con l’impacciato Giuseppe. Per fortuna, ad assisterli sono accorsi alcuni pecorai e bovari che passavano di lì per caso, e pochi angeli di servizio.

Insomma, è stata villeggiatura di poco riposo, e non solo per via del parto. La notte faceva un freddo becco. E il neonato aveva le coliche, piangeva, vomitava il latte, sputava il ciuccio addosso a Giuseppe.

Per di più, Maria avrebbe voluto anticipare il ritorno, ma lui, Giuseppe, aveva dato appuntamento nella stalla a tre astronomi miliardari. Costoro però, attesi per il giorno successivo alla nascita, si son perduti per strada e son arrivati in ritardo di ben dodici giorni. Maria era furibonda.

Adesso le ferie di Giuseppe son finite (il poverino lavora in un mobilificio israeliano) e i due, anzi, i tre, hanno caricato i bagagli e salutato gli amici pastori. Son partiti a bordo del mulo. Il rientro si preannuncia difficile causa maltempo, traffico intenso, code ai caselli, cambi di pannolino nelle aree di servizio, posti di blocco ordinati da un governatore pedofobo.

Ultima ora: Milano occupata da armate extraterrestri

Continua l’occupazione militare della città di Milano da parte dell’esercito di alieni antropofagi sbarcato nottetempo nelle regioni settentrionali della nostra bella Italia.

La notizia per ora non è stata diffusa sui normali organi di comunicazione ma presto sarà resa nota al resto del paese: bisogna aver pazienza, il popolo non è pronto alla cruda realtà che lo aspetta, cioè una dittatura di marziani sanguinari e armati fino ai denti.

Ma riassumiamo la non allegra situazione. Europa meridionale, megalopoli in piena decadenza, III millennio dopo Cristo, gennaio: fervono i lavori nella piazza del duomo di Milano. Dopo aver raso al suolo una grande chiesa bianca che fino a ieri sorgeva lì, gli alieni stanno costruendo quivi la villa terrazzata di quindicimila metri quadri che diventerà l’abitazione privata del generale conquistatore.

Su gentile richiesta di alcune testate giornalistiche, gli invasori hanno organizzato una conferenza stampa con cocktail e buffet. All’articolata e cortese domanda di un noto cronista del Tg1 che chiedeva spiegazioni sul futuro della città, dell’Italia e del mondo, il colonnello alieno Tuqqqwhklgh ha risposto ordinando ai giornalisti di non preoccuparsi e di disporsi, per favore, in riga con le spalle al muro di fronte al plotone delle mitragliatrici laser.

E le crudeltà inflitte dagli invasori alla classe dirigente umana non sembrano finite qui. Secondo alcune indiscrezioni, domattina presto, nella piazza d’armi ricavata dalla distruzione del Castello Sforzesco, il sindaco e il presidente della Regione verranno arrostiti vivi su un grosso spiedo e serviti con polenta ai soldati extraterrestri affamati.