Buona setimana dal Papa

Ciao a tuti amici, sono il vostro amico Papa Karol. Come sapete o l’aceso a questa pagina grazzie all’amico bloger confuso, che Idio lo benedica. Mi piace questo mondo dei blog, e un hobby molto divertente, se solo Ruini mi lasciase usare il computer piu speso invece di portarmi alle mese cantate la matina presto posterei tuti i giorni.

Duncue volevo racontarvi un altro retroscena inedito di un fato che vedo se ne parla molto li da voi in italia.
Alora, ero ala solita udienza con preti e vescovi, stavo facendo un bel pisolino sul soglio pontificio e intanto questi preti parlavano e parlavano, sembrava una nina nana. A un certo punto il mio segretario Navaro mi a dato una gomitata piano e mi a sveliato, e io mi a deto sotovoce:
– Rispondi, Karol, non senti che un prete ti a fato una domanda?
– Eh? Scusame, a Joaquì, ma mi ero distrato un atimo, non stavo seguendo… che vuole ‘sto prete?
– Ti ha domandato di dire due cose in romanesco, cosi, per ravivare la seduta.
– In romanesco? Ma io facio gia fatica con litaliano!
– Avanti Karol, stai al gioco, di’ qualcosa di simpatico, che so, prova con “Mi piace la pajata e pure e puntarele, a cicoria e li carciofi ala giudia”
– Ufa. Et sia, cerchero di di dir cualcosa, ma di piu semplice e breve, va bene?

Alora io me ne sono uscito con due o tre frasette, che insoma io a roma ci abito da quasi trentani e un po di romanesco dale suore lo imparato – qualcosa tipo: “Damose da fà”, “Volemose bene” e “Semo romani”. E tuti i preti ridevano, alora io volevo continuare e recitare le poesie di Trilusa ma Navaro mi a sconsiliato perche gli sembrava che avrei cosi esagerato.

Adeso pero sembra che il vostro ministro Bosi, quelo che grida, si mete la cravata verde e cela coli estracomunitari come me, si sia ofeso perche o parlato romanesco anziche in piemontese o lombrado, o veneto, e mi vuole spedire per posta dei vocabolari di quei dialeti cosi la prosima volta saluto in milanese e faciamo pari. Eco io vorei dire al vostro ministro di non spedirmi niente, che io i suoi vocabolari al masimo li poso usare per il fuoco del camino nel saloto picolo, o per la gamba del tavolo che mi bala in sagrestia, ma nula piu. Casomai mi spedise una gramatica italiana, o un dizionario italiano-latino-polaco, che come vedete fazio ancora un po fatica.

Amici, sono stanco e vado a leto. Vorei salutarvi in napoletano o in sardo ma ora non mi viene niente.

A presto, un abaracio dal vostro,

Papa

Ciao

Dove sta il tasto invio? A, ecolo. Ciao di nuovo.

 

3 idee per cambiare per sempre la storia di questo pianeta e le nostre vite

Considerato il problema dei rincari degli affitti e l’inadeguatezza degli stipendi, vista l’annosa questione del prezzo del prosciutto cotto ed esaminate le inique tariffe imposte dalle pizzerie il sabato sera, e tante, tante altre cose, io dico: Facciamo la Rivoluzione.
Rifacciamo la rivoluzione francese, ma meglio. Portiamo in piazza le ghigliottine, andiamo a stanare nelle loro case i capiufficio, gli imprenditori, gli amministratori pubblici e privati, i miliardari, gli oligarchi, e portiamoli in piazza. E giustiziamoli.
Via il dente, via il dolore. Andiamo nelle loro case, di notte, entriamo dentro, accendiamo la luce nella loro camera da letto, e se ancora russano prendiamoli a bastonate sulla pancia, loro e le loro mogli. Dopo, si svegliaranno.

Poi conduciamoli in pigiama giù per le scale e fuori dal portone nella notte, e portiamoli tutti nella piazza principale della città. Piangeranno e chiederanno pietà, ma noi saremo inflessibili. Metteremo loro una benda sugli occhi, gli negheremo il diritto all’ultima sigaretta e senza tante smancerie li obbligheremo a poggiare la testa nell’incavo della ghigliottina. E zac, uno dietro l’altro, così per tutta la notte.
Intanto, canti e balli. Musica, tanta musica, e danze intorno ai falò accesi. Poi, cosa fare del mondo e dei molti danari confiscati, lo decidiamo il giorno dopo.

Oppure.

Fondiamo una religione. Come si è già detto, è troppo tempo che nessuno fonda nuove religioni. Son secoli, oramai. E allora io vi dico: facciamolo noi prima che lo faccia qualcun altro. E come dice la mia amica Sphera, che tale religione sia opulenta e piena di riti bizzarri. Che il papa sia femmina, i templi colossali, le scritture fantasiose e incomprensibili, due gli inferni e sedicimila i paradisi. Una religione con reincarnazioni, messe cantate di nove ore e solo di giorno feriale, sacrifici umani di tutti quelli che ci stanno sui coglioni. Una religione politeistica ma rivelata, con divinità che non solo appaiano molto spesso e vengano persino la sera a casa tua a bere il caffè e a spiegarti il senso delle cose.

O ancora: lasciamo questo mondo, impadroniamoci delle navicelle spaziali della Nasa, impariamo a guidarle ed emigriamo tutti sulla Luna. Costruiamoci le nostre casette fra le dune bianche, ridisegnamoci l’umanità come piacerebbe a noi, libera e liberata. D’accordo, resta il problema di cosa mangiare, ma una soluzione la si trova, dai, al limite viviamo di pastorizia e agricoltura in serra. E quindi goodbye planet Earth, goodbye traffico delle otto del mattino, goodbye capitalismo del terzo millennio, goodbye inquinamento: noi si va via, si fonda una grande comune hippy su altro corpo celeste. E poi partiamo, lontano nell’universo, alla ricerca degli amici extraterrestri…

4 idee quasi legali per diventare ricchi imprenditori di se stessi

Data la congiuntura negativa, l’inflazione e il continuo procrastinare la fine dei tempi bui, sto oramai pensando a nuove professioni per tirar su quelle tre lire e campare. Al momento sono in valutazione le seguenti attività imprenditoriali:

Sequestratore di cani di razza incautamente lasciati fuori dal negozio d’alta moda in via della Spiga da signore miliardarie (via della Spiga a Milano, via del Corso a Roma, ecc.) – Slegare la bestiola dal paletto ove è stata parcheggiata. Fuggire mentre all’interno dello showroom la miliardaria si misura le scarpe da 8000 euro.
Portare la bestiola a casa, immortalarla con una copia di La Repubblica in bocca, spedire la fotografia alla miliardaria e chiedere riscatto con messaggio realizzato ritagliando le lettere del quotidiano medesimo. Ricavi previsti: 30.000 €

Grossista di arredi altrui – Lasciarsi affidare le chiavi di casa dai colleghi in partenza per la settimana alle Baleari promettendogli che andrete tutti i giorni a bagnargli le piante del salotto. Indi, impadronirsi del mobilio (cassettiere, armadi, tavoli, sedie, tutto insomma) e metterlo in commercio grazie ad annunci su siti specializzati. Cedere il mobilio in pronta consegna. Intascare il ricavato, chiamare la collega a Ibiza e spiegarle che la notte prima l’appartamento è stato svaligiato.

Coltivatore di rosmarino e salvia sul balcone di casa e spacciatore delle stesse come droghe leggere ai giardinetti pubblici. Cambiare spesso il luogo di vendita onde evitare che gli avventori truffati tornino e ti piglino a schiaffi.

Venditore di indumenti intimi usati da fotomodelle, attori di serie tv, concorrenti del grande fratello, rockstar morte, ecc. – Si tratta di implementare una bancarella da mercato per feticisti, con esposizione di canottiere, calzini, reggipetto e mutande di seconda mano, ma mano di vip. In realtà si tratterà di falsi, saranno tutti capi d’abbigliamento nuovi lasciati in salamoia qualche giorno per conferire loro un’aria vissuta. Prezzi altissimi.

Altre idee, se volete, nei commenti.

Il grande problema mattutino della collega dirimpettaia

Ore 8.30. Colazione solitaria e beata a base di cappuccio in bicchiere di carta e baiocchi davanti al dispensatore automatico di caffeina a pagamento nel sotterraneo aziendale, e chi ti arriva? La collega dirimpettaia, che squittisce tutta arzilla già di primo mattino. E parla parla parla, ah se parla. Mi tocca fare colazione con lei. In genere la conferenza del mattino riguarda la grandiosa serata etno-lounge del giorno prima, ma per oggi il tema è il suo personalissimo problema di salute. Personalissimo: la poveretta si sente la pancina gonfia. Insomma, la mattina non riesce piu’ a farla. Me lo dice così, senza nessuna vergogna, mi parla della sua popò proprio mentre degusto il cappuccino. Che non è bello, ma a questo lei non ci pensa. Mi sa che le ho dato troppa confidenza, a ‘sta ragazza.

Le tenta tutte ma niente, non succede niente. Eppure, mi assicura, un tempo si era abituata a produrre regolare come un orologio, prima di uscire di casa. E allora sciorina tutte le possibili strategie adottate per combattere il male, e io le do corda, aggiungendo qualche consiglio volutamente surreale. Lei ridacchia ma non si rende davvero conto dell’assurdità della situazione. Il dibattito si infittisce. Ne viene fuori la ricetta che su mio suggerimento adotterà da domattina. Una terapia d’urto. In successione, ecco cosa bisogna fare la mattina per esser certi di andar di corpo:

1) bere 1 caffelatte caldo a letto
2) subito dopo bere 1 bicchierone di acqua gelata (una sorsata unica)
3) fumare sigaretta fumata con avidità
4) mangiare 1 yogurt alle fibre
5) mangiare 1 porzione di frutta cotta
6) bere un secondo caffelatte, stavolta tiepido
7) altro bicchiere di acqua gelata
8) fumare una seconda sigaretta, questa volta però aspirata lentamente e con emissione di anelli
9) un minuto di pausa
10) bere due cucchiai da cucina d’olio d’oliva
11) pausa di riflessione
12) sedersi e provare
13) se non ce la si fa, ripartire da 1).

Fenomenologia del viaggio in aereo su voli low cost

Eccoci qui, tra poco si vola. Al check in la ragazza in divisa e foulard ti accoglie con un buoooongiorno smagliante. Controlla documenti, strappa tagliandi, digita misteriosi numeri sul terminale e poi ti caccia via con un buooon viaggioooo altrettanto smagliante.

Passi il confine del metal detector e un signore anziano davanti a te rischierà l’arresto per detenzione di tronchesina da unghie dei piedi. Posi le chiavi di casa nella vaschetta, superi l’incertezza di squillare a causa della cintura e scruti l’immagine astratta del tuo zaino ai raggi X.

Nella sala d’attesa dell’uscita A159, al primo annuncio dell’imbarco i passeggeri scattano in piedi e si dispongono in fila doppia e tripla sgomitando. C’è ancora da aspettare e i posti sono già assegnati, ma beati i primi a salire sul velivolo perchè solo così si assicureranno i migliori spazi nella cappelliere portabagagli.

Sull’aereo cerchi il tuo posto. Il signore seduto a fianco dell’uscita di sicurezza avrà un’aria più serena, quello finito in ultima fila vicino ad un tizio baffuto con turbante in testa e la ventiquattore ticchettante, meno. Agli altoparlanti la canzone dei Lynyrd Skynyrd viene interrotta dal saluto del comandante. Ha una grandissima considerazione di se stesso, il comandante, si capisce dalla voce. Ci comunica la temperatura del luogo di destinazione e l’orario di arrivo, e ci augurerà tante belle cose in italiano ma sopratutto in un inglese molto compiaciuto.

Le hostess sorridenti mimano come comportarsi nell’eventualità di ammaraggio, incendio dei motori o altro generico disastro aereo. Per ingannare il tempo frughi nella busta del sedile davanti al tuo, dove trovi il pieghevole con le simpatiche immagini di famigliole felici che indossano maschere da ossigeno e giocano tra le fiamme con lo scivolo di emergenza e i salvagenti luminosi. Nella stessa busta si nasconde stropicciata una rivista edita dalla compagnia aerea, sempre interessantissima.

Niente bevande, niente salatini: siamo su un volo no frills, che un modo figo per dire che, insomma, se il biglietto costa poco un motivo ci sarà. Lo steward passa con un carrello di merendine e snack a pagamento ma non trova acquirenti. Il signore seduto davanti a te è l’unico ad avere il coraggio di abbassare lo schienale di 45 gradi, e dorme russando col naso.

All’atterraggio nessun applauso, non si usa più: tutti i passeggeri, rapidi come fulmini, all’unisono slacciano le cinture e accendono il cellulare per chiamare la mamma o la moglie ed annunciare di non essere morti. Quindi si alzano in piedi e lottano tra loro per essere i primi ad infilarsi al cappotto e mettersi in coda nel corridoio.

Esci per ultimo e incroci lo sguardo delle hostess sorridenti più che mai al loro duecentesimo arrivederci automatico. Fuori, sulla scaletta la percezione del ritorno a casa.

Enrico Ghezzi spiega i blog alle due di notte su Raitre con il video in asincrono sull'audio

Da leggersi in asincrono voce/video alle due di notte, prima di guardare un film in bianco e nero su Rai3.

Ecco… il blog… “cos’è un blog?”, mi chiedono… il blog per me segue un modello di riscatto e metamorfosi delle scritture, e lo si vede in accordo con il suo bizzarro destino di avanguardia nel raccontare se stessi, le istruzioni per il corretto uso dell’Ipod o quelle della lavastoviglie, gli editoriali del New York Times, la fenomenologia dei wanton fritti o il canone inverso. La blogosfera, o blogsfera, o blog a sfera, a sfera, come la penna, che infatti in quanto penna scrive, scrive la lista della spesa, o forse scrive un blog… la blogosfera sta prendendo la forma in un grande parco a tema culturale e noi, qui in questo preciso momento come ieri, o come tre minuti fa, stiamo vivendo in prima fila questa trasformazione. Ed è un modello ibrido tra Napoli e Disneyland: una categoria di destino italico da considerare, e ri-considerare.

Io penso che il blog (o b-log… bl-og…o golb, blob) sia un contesto di retoriche invisibili di cui non comprendiamo il funzionamento, solo perché non conosciamo chi le parla. Leggendo i blog, bisogna avere voglia di fare come quelli che vanno al cinema e si siedono in ultima fila, da soli ed in silenzio, e passano il tempo a toccarsi la testa e a grattarsi, pensosi ma rapiti… così, o solo così, si riesce a dire che in quel post c’è qualcosa di interessante, quell’altro è meno buono…però questo è solo un piccolo piacere, o una commistione mista, appunto: puro vagare.

Gli americani e il cinema americano degli anni Trenta… eh? Ah no, scusat… stavo dicendo, il blog, i lettori devono inventarselo loro, ma io non credo nell’orgoglio underground delle erudizioni dei, o sui, o nei blog. Se c’è un senso… un senso profondo della innovazione psicologica del blog questo viene non tanto dalla scrittura di un blog quanto dalla possibilità di viverla, questa scrittura, o di vederla riflessa anzi fissata nel monitor pensando se stessi in un altrove, finendo così per non essere in nessun punto… come se fosse uno specchio che riflette immagini in realtà molto diverse dall’originale, eppure fedele… ma allora che specchio è?

Al di là di un certo scintillio mediatico (forse?) necessario, l’occasione del blog in quanto tale adesso è quella di oltrepassare l’idea del circuito, del grand tour.. tùr… e di creare un piccolo polo della fantasia, una forma di cultura e di vita più… più immateriale, intangibile, magica, meno legata all’esemplarità, alla classificazione e al consumo e più all’invenzione e allo scambio… o al cambio.

Il modo più affascinante di vedere i blog è dal mare, dal porto di Napoli, come e oltre. Penso a questi giorni come una sorta di messa-in-mezzo/messa-in-scena della blogosfera come fortissima proiezione mentale (quale è già) con alternanze di momenti in cui la blogosfera stessa si fa spettacolo in occasione di eventi… eventi che si svolgono al largo, magari a bordo di una portaerei abbandonata, deserta: una (ri)messa in scena del blog ma come happening a priori.

5 cose che si imparano abitando da soli

1. Dentro l’aspirapolvere c’è un sacchetto e ogni tanto bisogna cambiarlo. In effetti quando abitavi in famiglia non ti ero mai posto il problema di quale fine facesse la polvere aspirata. Però da qualche parte doveva pur andare. Chissà dove. Ora lo sai: dentro l’apparecchio si nasconde un orribile sacco gonfio contenente l’Universo. Dentro, c’è un po’ di te stesso e un po’ della tua vita, e fa pure schifo. Cambiare il sacchetto è importante: se non hai mai cambiato il sacchetto e l’aspirapolvere non funziona bene e non aspira più, non portare l’aspirapolvere a riparare, altrimenti farai la figura del deficiente.

2. Dopo l’acqua il liquido più utile del mondo è il Cif. Il Cif è come il napalm, disintegra tutto. E’ pure simpatico, vestito di bianco e di verde.

3. Non lo sapevi ma ogni tanto il frigorifero va sbrinato. Operazione assai complessa che sovente comporta l’allagamento della cucina. Bisogna svuotarlo e lasciarlo pisciare acqua in una vaschetta.

4. Per cucinare le uova sode prima bisogna far bollire l’acqua e poi lanciare dentro il pentolino le uova crude. Mi pare. Durante il lancio delle uova nel pentolino attenzione a non romperle ma anche a non lasciarsi colpire in viso dagli schizzi d’acqua rovente. Se una volta servite in tavola le uova non risultino sode le si può mangiare alla coque (e viceversa, se son troppo cotte).

5. Non sembra, ma le patate sono esseri viventi. Se dimentichi di mangiarle, loro si faranno crescere i capelli rasta o i tentacoli. L’altra sera rientravo a casa e una delle patate ancori incolumi dai tempi della spesona di metà gennaio mi ha aperto la porta di casa dall’interno e poi è tornata sul divano a guardare la televisione.

 

Dialogo con un navigatore satellitare automobilistico

– Buongiorno! Benvenuto nel Car Sat Navigation System.
– Grazie.
– Temperatura esterna: + 2 gradi. Bella giornata, vero?
– Insomma.
– Peee! C’è una portiera aperta.
– Ma no, l’ho chiusa.
– Peee! A me sembra aperta.
– Vabbe’, la riapro e la richiudo. Ecco fatto. Contento?
– Peee! Hai dimenticato di allacciarti le cinture.
– Aspetta un momento, siamo fermi in coda.
– Allacciati le cinture, pirla.
Piano con le parole.
– Cazzi tuoi, al prossimo incrocio c’è una volante di vigili urbani inferociti, la vedo da qui col satellite.
– Mmm… E sia, mi metto la cintura.
– Vuoi sentire la radio?
– Sì, dai, trovami una bella stazione rock, per esemp…
– Scelgo io: Rtl 102.5.
Mi fa pena.
– Non me ne frega niente. Piace a me.
– Allora lasciami ascoltare uno di questi album.
– No, impossibile. Ti becchi Rtl 102.5. Ah ah, che ridere ‘sti diggei della mattina! Senti quanto son vispi! Cosa non dicono per renderti più allegro il viaggio verso una nuova spaventosa giornata, vero? E che musica! Ti piace?
– A me fa schifo.
– Peggio per te. Gira a destra.
– Così vado contromano!
– Non mi risulta, la mappa non lo prevede.
– C’è il cartello! Quello è un senso vietato!
– Impossibile, queste mappe sono state disegnate da ingegneri di una software house californiana, non sbagliano mai.
– Ma è un’infrazione grave, rischio la multa.
– Taci, cretino. Taci e svolta a destra. E se non lo fai sappi che io posso ordinare al computer di bordo di collegarsi al volante e farti sterzare.
– E io ti spengo.
– E allora prima io mi collego al sistema frenante digitale e faccio inchiodare all’improvviso, così combiniamo un bel tamponamento, sfasci l’auto e ti rompi il collo.
– Che dio ti maledica.
– Ah ah guarda, quello nell’auto a fianco si sta mettendo le dita nel naso! Ah ah adesso ti apro tutti i finestrini e suono l’Aida col clacson, ih ih: PEREPPEEEEEEEEEEEEEEEE!!!!
– Smettila perdìo ci stanno guardando tutti.
– E cosa me ne importa, ah ah.
– Che vergogna. Tra l’altro, il percorso che mi stai consigliando è lungo il doppio di quello che avrei fatto io.
– Ma cazzo ne vuoi capire tu di topografia , stai zitto, mira la strada. Ecco… tra 127 metri dovrebbe esserci uno svincolo, un incrocio… Uno svincolo… Mi pare… O forse no… Chissà…

Colluttazione con la Dark Lady alla Milanese

E all’improvviso, quando meno te lo aspetti, tra la folla appare la silhouette della Dark Lady alla Milanese. Solca le onde dell’esistenza con la sicumera di uno yacht in mezzo ai pescherecci. Nelle strade, davanti a una vetrina, o in coda all’ufficio postale, sull’Intercity o dal panettiere, sembra uscita da un film di fantascienza.

Tacchi di venti centimetri che le alzano tutto e le danno il passo marziale da gerarca nazista femmina. Non si può dire che sia bella: è appariscente, ecco. Cattura l’attenzione.

Al suo passaggio gli uomini si voltano, le donne mormorano che è pazza, ma lei lo sa, con il suo incedere imperiale, e più che passeggiare sfila sulla passerella della vita, sempre sola, sola e fiera. E cattivissima, feroce, sterminatrice di nemici.

Alla maggior parte dei mortali è impossibile incrociare lo sguardo della Dark Lady alla Milanese. In primis, perché lei, di giorno, non osserva mai gli altri esseri umani: è lei ad essere osservata. In secundis perché indossa occhiali da sole neri, sempre, anche quando piove, anche al cinema, in casa.

Chissà che vita fa, chissà se ci crede. Me la immagino la mattina, in pigiama, quando in cucina fuma la prima sigaretta dopo il caffé corto, e pensosa si prepara a una nuova giornata del suo eterno defilé.

Insomma, siamo lì nella corsia dei surgelati del supermercato, io e lei, ieri sera, lei in uniforme da SS, io rimbambito dai pensieri non la vedo e la investo col carrello della spesa. Lei ruota sul tacco, sbanda, oscilla, infine cade al suolo col sedere. Ommadonna.
Qualcuno ride.

Ecco, penso io, adesso lei estrae dalla borsetta la Luger, me la punta alla nuca e senza dire una parola mi giustizia qui, davanti a tutti, in mezzo ai banchi della spesa.
E invece non le viene nulla. Mi fissa dietro le lenti scure, furiosa, ma tace. E va via.

 

Come vivere e sfamarsi senza dipendere economicamente da nessuno (ma proprio nessuno)

Per risolvere i miei problemi con sussistenza caroprezzi, inflazione e l’economia che non mi vuole, sto considerando seriamente l’ipotesi di dotarmi di un bel acquario ove tenere sogliole e cuccioli di merluzzo. Li alleverei con amore, gli darei da mangiare quelle polverine nausebonde, gli parlerei sussurrando dolci paroline dal vetro. Poi una sera, una di quelle sere di frigorifero vuoto e mesto, invece di preoccuparmi mi avvicinerei all’acquario con il retino e quatto quatto pescherei una sogliola, per farmela impanata.

Nell’acquario potrei metterci anche dei molluschi, che so, le cozze. Chissà se i negozietti di acquari oltre ai pesciolini rossi, quelli tropicali e i piranha vendono pure i molluschi. Mi vedo già al banco dello AquaZoo Minimarket, paradiso degli acquariofili, qui di fronte. Dlin dlòn, entro, passeggio furtivo tra le vasche in esposizione e poi mi avvicino al commesso:
– Buongiorno, desidera?
– Buongiorno. Mi dà un chilo di vongole per cortesia?

Anche ai mitili riserverei le mie cure. Chissà cosa mangiano, le creaturine: mi informerei, comprerei un manuale per educarle. Le terrei nella vasca, tra anfore finte e stelle marine, e darei un nome ad ognuna di loro. Sara, Maria, Piera, Caterina. Le lascerei figliare e riprodursi secondo le regole dell’amore libero. Poi un bel giorno, fuori tutte! – e via con un bel piatto di spaghetti allo scoglio.

Tutto sommato potrei anche dedicarmi all’agricoltura. Di fronte al mio appartamento, tra il parcheggio e il cancello, c’è un prato che per il momento pare abbandonato a se stesso. Qualche metro quadrato, niente di più. Ma vorrei piantarci delle melanzane o dei carciofi, e trasformarlo nel mio orto. E se gli altri condomini non dovessero lamentersane potrei donar loro qualche verdura, e infine, fra qualche anno, acquisire l’appezzamento per usucapione.
La mattina saluterei il vicino di casa mentre esce per andare al lavoro. Ci incontreremmo davanti all’ascensore, pronti per la giornata. Lui diretto in ufficio con la valigetta di pelle e le chiavi dell’auto, io col mio rastrello e la zappa. “Buona giornata, ingegnere, ha visto come mi viene su bene la lattuga? E pensi che tra poco metto giù il grano per farmi il pane.”