Se rinasco, faccio il notaio

Tra i mestieri che ho sempre ammirato, c’è quello del notaio. Un mestiere antico, dinastico, ben remunerato. Neanche troppo faticoso, secondo me, ma può darsi che mi sbagli.

Lo studio del notaio sta sempre all’ultimo piano di un palazzo seicentesco in pieno centro storico, nell’unica via dove l’affitto mensile costa cento milioni di euro al metro quadro. In tutta evidenza, gli affari del nostro amico notaio vanno abbastanza bene.

Suoni al campanello tempestato di rubini e si aprono le porte scorrevoli a vetri, in cristallo di diamanti. Alla reception, ti presenti (“Buongiorno sono un vostro umile cliente, il Signor Notaio mi ha benevolmente concesso udienza per la vendita di un piccolo garage in periferia”) e il concierge, senza aprir bocca, con un gesto ti indica la sala d’attesa là in fondo. Attraversi un corridoio lastricato in oro, alle pareti dipinti originali di Rembrandt, Raffaello, Piero Della Francesca.

Due ore di anticamera ad aspettare non si sa cosa (il dottore è in lieve ritardo, dicono gli altri in attesa, si sarà alzato tardi), poi giunge un emissario del notaio: “Tocca a lei”, intima, anzi minaccia, puntandoti il dito sul viso.

Ti conduce in un magnifico salone affrescato, il parquet d’oro: sembra esser questo il vero e proprio luogo di lavoro del notaio. Ti accomodi sulla poltrona in seta e ti guardi attorno. Gli arazzi. Gli immensi tappeti persiani. Le statue in marmo a grandezza naturale: più tardi scoprirai che raffigurano il nonno e il babbo del notaio. Sì, anch’essi furono notai: è figlio d’arte.

Colossali librerie di codici, libri, incunaboli. La scrivania adorna di orchidee.
C’è tutto.
Manca una sola cosa: il notaio.
Egli è in ritardo, poveruomo.
Ma adesso arriva, dice il suo sgherro, rassicurante.

Trascorrono altre due ore.

Poi gli alabardieri spalancano le porte, squilla una fanfara: entra il notaio.

Elegantissimo, doppiopetto gessato su misura, gemelli di topazio, cravatta arancio in tinta perfetta con l’abbronzatura. In testa, anziché un cappello indossa una corona, che posa sul tavolo. Nel taschino, al posto della pochette, un mazzo di banconote da 500 euro.
Lo saluti, ma lui risponde: “E voi chi siete, che ci fate nel mio ufficio?”
Glielo ricordi: signor notaio, sa, l’appuntamento, la pratica, l’atto. La formalità.

“Ah.”
Lui, l’Impersonificazione della Legge, sbuffa.
Poi si siede. Ordina alle sei segretarie tre caffè (tutti e tre per lui), un bicchiere di minerale gasata (per le orchidee) e un sigaro cubano (dopo il caffè, sempre per lui).

Le sei segreterie accennano un inchino, si fanno il segno della croce, poi spariscono.

Intanto Lui legge svogliato l’atto,  molto veloce. Lo sigla con uno sbaffo, un ghirigoro con svolazzo finale. Poi ti porge la sua Bic d’oro: “Firmi qui”. Grazie, dici tu.

Bene, il suo lavoro è finito. Adesso però ha fretta, deve partire per Portofino: sa com’è, siamo già mercoledì e il weekend lungo dei notai sta per cominciare. Per l’onorario prego passare alla cassa, fanno alcune decine di migliaia di euro più Iva, più la marca da bollo, più l’imposta sui notai, più l’imposta sui clienti dei notai, più le spese di cancelleria, e adesso lasciatemi andare che stasera devo esser al mare, ho prenotato un tavolo al ristorante più costoso della riviera.
Se ne va, ti molla lì.

Sì, è un bel mestiere, quello del notaio. Un mestiere antico, pittoresco, e ben remunerato. Neanche troppo faticoso. Forse a rischio di estinzione, in altri paesi già estinto, chissà come mai.
Se rinasco in Italia, faccio il notaio.


Aneddoti e leggende dalla storia del rock

Biagio Antonacci è morto dieci anni fa: molti si meraviglieranno di questa notizia, e in effetti hanno ragione, perché è falsa, lui sta benissimo e guadagna un sacco di soldi. Che sia vivo e vegeto lo si sa da un pezzo, da quando qualcuno si accorse che suonando al contrario la prima strofa di Quanto tempo ancora si sentivano distintamente le rivelatrici parole “Cgrefff grfvvtt twq.”

Sarà forse vero, come sostiene qualcuno, che Riccardo Fogli ai tempi dei Pooh strappò a morsi la testa di un piccione che volava sul palco di un concerto? Non credo proprio, mentre è senz’altro vero che nel 1975 il baffuto dei Ricchi e Poveri perse il controllo di sé su un volo aereo da Linate a Ciampino e ubriaco entrò nella cabina di guida per aggredire i piloti. Poi senza motivo prese a sberle una hostess e infine si fumò mezzo pacchetto di Marlboro rosse nella toilette pressurizzata.

Altrettanto vero è che Claudio Baglioni abbia a suo tempo dichiarato di poter cantare intonato per ben 15 minuti di seguito: lui stesso però ammise, alcuni anni dopo, che considerava nel conteggio anche alcune interruzioni per bere qualcosa, guardare la tv e portare il cane ai giardinetti pubblici sotto casa. Ma è del tutto falso che il 12 maggio del 1969 la polizia abbia fatto irruzione nell’appartamento di Mimmo Locasciulli trovando Francesco De Gregori con una confezione di cartine Rizla lunghe nella tasca destra e Antonello Venditti che teneva in mano un biglietto dell’autobus arrotolato.

Venditti, d’altronde, è una miniera di aneddoti scoppiettanti, veri o inventati: nel 1981 colpì con una pallonata in faccia un fan che era salito sul palco durante il concerto all’Olimpico per festeggiare il ritorno di Falcao dalle vacanze: a quel tempo – e forse le due cose potrebbero essere in relazione – il sangue di Venditti era stato da alcuni anni completamente sostituito per disintossicarlo dal verdicchio. Viceversa, non fu premiata la creatività dei membri dei Camaleonti, banditi da ogni hotel del pianeta perché uno di loro, ospite di un albergo, nottetempo aveva attaccato un tubo da un capo allo scarico del gabinetto e dall’altro a un foro praticato nel pavimento della stanza, al solo scopo di vedere se riusciva a inondare di feci e orina la camera sottostante ove soggiornava l’odiato Alan Sorrenti.

Risulta falso, invece, che le ceneri di Claudio Villa siano state liberate in una sala d’aspetto di Roma Tiburtina e ora circolino senza requie nell’impianto d’areazione: “Sua madre per sbaglio le fece cadere per terra in un bar subito dopo il funerale, e vennero spazzate via da una cameriera”, scrisse il batterista di Villa in una celebre biografia non autorizzata. E ancora ce ne sarebbero, fino a Luisa Corna che da giovane, prima della crisi creativa che la allontanò per sempre dalla musica, secondo alcuni era persino capace di fare il giro di do con la chitarra. Ma questa è un’altra storia.

Storia della morte di un predicatore (ma con lieto fine)

Oggi, millenovecentonovanta e rotti anni fa, Medio-Oriente, notte: un predicatore barbuto viene arrestato in un orto. 
Quella sera, il predicatore è di cattivo umore. Forse presago di qualcosa, forse deluso dal cenone pasquale: ha infatti appena terminato di mangiare con certi amici suoi e il menu non è stato granché: pane e un litro di rosso in tredici. Stop. Niente ravioli, niente capretto in umido, nessun contorno, nessun uovo al cioccolato, niente colomba. A tavola, musi lunghi. Il predicatore chiede il conto, un caffè e un limoncello: gli portano solo il conto.

Esce all’aperto per digerire: tutto quel pane gli è rimasto sullo stomaco. Gli amici lo seguono. Si è fatto tardi, hanno sonno. Lui li avvisa: raga qui gli sbirri mi vogliono arrestare, tenete gli occhi aperti. Non ha ancora finito di dire queste parole che gli amici son già sdraiati e addormentati, tutti. Tutti tranne uno: quello che era d’accordo con la polizia.

Difatti la polizia non ha l’identikit del predicatore: sa che deve arrestare un tipo con la barba e vestito di lenzuola, ma è difficile individuare costui in in mezzo agli altri suoi amici, che, a loro volta, son tutti barbuti e tutti indossano lenzuola. La spia vede arrivare i poliziotti e indica il predicatore: è lui, quello lì con i capelli lunghi, gli dice.

Il predicatore è portato in tribunale: processo per direttissima. Guarda i giudici e si accorge che son tutti preti, e allora pensa: qui si mette male. I preti lo accusano di bestemmia. Lui si difende: ma via, siamo seri, quale bestemmia e bestemmia? Ma figuriamoci: s’è mai sentito di una divinità che bestemmia? 
Queste parole però fanno arrabbiar ancor di più i preti, che, per tutta risposta, ordinano di prenderlo a bastonate.

I preti poi portano il prigioniero a casa del governatore, un italiano: all’epoca, la Palestina faceva parte dell’Italia, in un certo senso.

Siamo già alla mattina, e il burocrate italiano, ancora obnubilato dalla sveglia, sta al lavandino per la toletta. Si vede piombare in casa questi preti con un tizio malconcio e non capisce: che volete a quest’ora, che devo ancora fare la colazione?  I preti gli raccontano cosa è successo: il predicatore bestemmia, e quindi bisogna ammazzarlo.

“Ellamaddonna!”, dice l’italiano, “Ammazzarlo soltanto per una bestemmia? Siete mai stati da noi, in Toscana o in Veneto?”

Ma i preti, già da allora, son gente dalla testa dura: hai voglia convincerli che la pena è esagerata. Il predicatore viene condannato, fustigato, torturato, appeso a un palo. Poi muore, tra indicibili sofferenze.

Eppure, c’è il lieto fine. Si dirà: ohibò, come può esserci un lieto fine se il protagonista di questa storia muore in modo così atroce? Presto detto. Il predicatore è un mago, una sorta di supereroe del suo tempo.

Lunedì: gli amici (tutti gli amici tranne il confidente della polizia, nel frattempo misteriosamente scomparso coi soldi intascati per la spiata), gli amici e i parenti rinunziano alla tradizionale gita di pasquetta fuoriporta e si recano al cimitero, a render omaggio alla tomba del predicatore defunto.

Son lì, hanno comprato un mazzo di crisantemi e i lumini rossi. Ma vedono che la tomba è aperta, violata. Si infuriano ancor di più. Chiedono spiegazioni a un tale che par loro un giardiniere del cimitero, o un becchino.

Il becchino sorride, poi mostra di avere le ali sulla schiena. Gli amici, che in quei giorni di cose strane ne hanno già viste abbastanza, si spaventano.

Ma il becchino volante li rassicura: il predicatore non è morto, anzi. “E allora dov’è?”, domanda incredulo uno degli amici, “all’ospedale?”.
Ma no, eccolo là. Compare il predicatore, saluta i terrestri. Sorpresa: sta benissimo.

Dialogo con il sistema operativo Windows

– Attenzione. Errore 214 nel modulo VXD 085 5584 UTR 558475 3qy. OK?
– E-eh… Cosa significa?
– Premi “dettagli” per ulteriori dettagli.
– D’accordo, dammi ‘sti dettagli.
– Il sistema ha rilevato un errore di registro sulla stringa QatS0wU01: una periferica sconosciuta è stata specificata più di una volta nel file windows.ini: modificando l’estensione il file potrebbe diventare inutilizzabile. Modificare l’estensione del file?
– Ma che dici, non ti capisco!
– Premere OK?
– Boh. E sia, premo OK.
– Attenzione, risposta sbagliata. Tutte le applicazioni verranno terminate. Terminare tutte le applicazioni e perdere così tutti i dati senza salvare? Premere OK per accettare.
– Quali alternative ho?
– Nessuna. Rassegnarsi e premere OK?
– No.
– Se non premi OK entro 10 secondi il sistema verrà riavviato e tutti dati non salvati verranno persi. 9 secondi, 8…
– Insomma, potrò mai recuperare questi dati?
– No, mai. 7, 6…
– Dunque cosa posso fare?
– Nulla. Riavviare il sistema perdendo tutti i dati? 5, 4…
– E cosa vuoi che ti dica.
– 3… Coraggio, devi solo premere OK.
– Ok.
– Prima di spegnere tutto e riavviare il sistemo devo forse collegarmi al sito Microsoft per segnalare l’errore?
– Questo potrebbe aiutarmi in qualche modo nel recupero dei dati?
– No. Premere “No”?
– Qualcuno della microsoft mi risponderà chiedendomi scusa?
– Figuriamoci.
– Ma all..
– Attenzione, attenzione! Error 0X000000C2 0X007 0XCD4 0X023 0001 0X869B8CB8!!!
– E quindi?
– Il sistema non risponde. Premere contemporaneamente i tasti ctrl, alt, canc, invio, F5 e F10.
– E quante dita ci vogliono per premere tutti quei tasti?
– Parecchie, ma oramai è tardi: il sistema è bloccato a causa di un errore irreversibile ODBC.
– Cioè?
– Impossibile riavviare il sistema. Distruggere il computer per autocombustione o collegarsi al sito microsoft.com?
– Che palle, però!
– Collegarsi al sito norton live update symantec per scarico antivirus a pagamento o ibernare l’hard disk sino al 2045?
– Basta, dai.
– Spegnere il computer per sempre e buttarlo via o eseguire una scansione dei dischi rigidi?
– Ma cos…
– Annulla o cancella?
– Che differenza c’è? Vabbe’. Annulla.
– L’operazione richiederà 30 minuti di attesa. Premere Continua per continuare, oppure premere OK, tanto è uguale.
– Senti, possiamo finirla qui? Io non ho mica tutto ‘sto tempo da perdere.
– Sapessi quanto me ne frega. Error 0X000000C2 0X00000007 0X00000CD4 0X02330001 0X869B8CB8. Accesso negato. Controllare che il disco non sia pieno. Riavviare il sistema e reinstallare windows xp in ucraino?
– Uff…

Recensioni di dischi alla maniera di Luca Sofri

In altri tempi e insieme a certi cari amici finiti chissà dove, un primo aprile di molti anni fa si creò per scherzo il clone di Wittgenstein, il blog di Luca Sofri (e lui grazie a dio non se la prese anzi assai sportivamente ci rise su). Si trattava di ripetere il suo stile: io mi dedicai con particolare cura al reinventarmi recensioni di dischi, genere cui ancora oggi il nostro si diletta. Non me ne vorrà se, per ricordo, riporterò e custodirò qui alcune di quelle recensioni finte.

John Cale & Giuliano Ferrara – Unplugged
Uno stravagante esperimento dal fondatore dei Velvet Underground: ha obbligato il giornalista Giuliano Ferrara a mangiare cotiche e fagioli all’uccelletto per tre giorni, e poi ha registrato tutti i suoni che da Ferrara uscivano. In alcuni punti inascoltabile, in altri ricorda i picchi sinfonici di Mahler. Ospite inatteso, David Bowie al flicorno.

Infinite Sadness – Messa da Requiem
Un disco allegrissimo, a metà strada tra il chill out, la musica derviscia, il fado e le canzoni dei ciellini intorno al falò durante i campeggi col parroco. A sorpresa, interventi occasionali di sua maestà David Bowie al mandolino.

Deep Purple featuring Carla Bruni – Made in Japan 3
Remake dello storico concerto dei Purple ma con Carla Bruni al posto di Ian Gillan. Memorabile la nuova versione di Child in Time con Carlà che muore di embolia durante la registrazione dell’acuto. Special guest, David Bowie alle maracas.

Jorgerson Hordvullosson – Boergwduungstav
Gruppo post-rock groenlandese dal suono estremo, in confronto ai quali i Sigur Ros sembrano i Dik Dik. Nella title track, straordinario intervento di David Bowie alla cornamusa.

Philip Glass & Brian Eno – Music for Unix servers
Nove settimane di lavoro per registrare e mixare la registrazione del fruscio della ventola rotta di un vecchio server IBM. Lisergia pura. Ospite d’onore: David Bowie, scatenato al violino tzigano.

Various Artists – Now That’s What I Call Music 342
Una raccolta dei momenti più originali della musica leggera del terzo millennio. Eminem ubriaco fradicio canta l’Aida, Aserejè delle Las Ketchup suonata al contrario contiene invocazioni sataniche e spot pubblicitari subliminali, i Massive Attack mixano Silvia Salemi, David Bowie produce tutti i brani e nella ghost track suona da solo una batteria di pentole Lagostina.

The 3 Davids – The Drug Experiment
Un curiosissimo trio free jazzpoprock: David Byrne suona la chitarra giocattolo, David Sylvian ai campanelli e David Bowie dà il tempo schiacciando a ripetizione lo sciacquone del water.

David Bowie – T’amo Pio Bowie (Greatest Hits Vol. 9)
Uno pensa che David Bowie non ne indovini una buona da 25 anni, e forse ha persino ragione a pensarlo: Bowie stesso deve aver capito che o si inventava qualcosa o non avrebbe mai avuto soldi per pagare le lussuose vacanze di sua moglie ai Caraibi né la Rolls Royce nuova: così ha costruito l’ennesima compilation, un disco fatto con scarti dei precedenti 8 “Best Of”. E siccome non sapeva più cosa metterci, per riempire ha aggiunto le registrazioni delle cantatine che si fa la mattina sotto la doccia e una interminabile ghost track di 35 minuti di silenzio assoluto: “È un tributo a John Cage” ha detto Bowie per giustificarsi.