Ho notato che molti miei contemporanei, specie se donne, provano gioia nell’acquistare scarpe: a me, invece, il negozio di calzature. da sempre, incute terrore.
Entro e questa giovane commerciante di calzature, prima che io possa aprir bocca, mi ordina con tono perentorio di sedermi e tacere.
Mi afferra i piedi e mi costringe a farmi misurare delle calzature scelte da lei e che a me non piacciono ma a lei sì. Mi aiuta a infilarle come se non ne fossi capace, poi mi comanda di camminare mentre mi osserva. Proclama che senza dubbio quelle scarpe sono bellissime e comodissime. Non è vero, ma bisogna assecondarla, anche a costo di mentire. Non ammette di essere contraddetta, spetta a lei decidere, è lei l’esperta.
Lei tasta la punta per vedere se le scarpe, selezionate da lei per me, siano troppo corte o troppo lunghe. Quindi propone confronti con numeri più grandi e più piccoli. Inutile aggiungere che quello che sarebbe il mio vero numero non c’è, lo hanno finito da decenni, ma secondo la venditrice l’acquisto va completato lo stesso. E perciò lei dispensa consigli sull’inesistenza del numero esatto di scarpa, che è un’astrazione, una leggenda urbana messa in giro dalla lobby dei clienti tirchi: se le scarpe all’inizio sembrano strette, si sappia che con l’usura si allargano. Viceversa, se son larghe occorre ricordare che con il tempo e l’acqua sono destinate a restringersi.
La fisica degli indumenti è una scienza imperscrutabile.
Insomma, alla fine è lei, la commerciante, a scegliere quale tipo di scarpe devo comperare. Mi avvio all’uscita del negozio con un paio di scarpe orrende e mi fanno pure male. Non le metterò mai, lo so, anche se la venditrice continua a ripetere che mi stanno benissimo, mentre zoppico e lei mi sorregge pur di accompagnarmi alla cassa.