L’automobile parcheggiata al sole d’estate

Cari amici, è estate e oggi vorrei affrontare il problema dell’automobile calda.

Prima o poi, in questa stagione, capita a tutti. È una piaga comune a molti, o almeno a chiunque sia in qualche modo automunito.

Il fenomeno si manifesta in questi termini: la vettura è rimasta parcheggiata al sole per ore ed è diventa caldissima. E tu ci devi entrare per guidarla. Il bello è che quando l’hai mollata lì faceva ancora fresco, o era notte, e non ti era venuto in mente quello che poteva succedere col passare del tempo. Ma ora, con il sole a picco, l’abitacolo dell’auto è diventata un fornace.

Quali rimedi? L’orribile pezzo di cartone colorato da appoggiare sul cruscotto? Entrare di corsa, sparare l’aria condizionata al massimo e poi uscire aspettando che la ventilazione rinfreschi? Posteggiare l’auto all’ombra di un albero? E se poi gli uccelli dall’albero fanno la popò sul parabrezza?

Un dilemma

Urge porre al centro della riflessione un argomento di capitale importanza, ingiustamente trascurato sia dai media di massa sia nelle banali conversazione a tempo perso fra noi mortali.
E cioè: ma in casa bisogna stare con le scarpe ai piedi, in ciabatte o a piedi nudi?

È un dilemma.

Del non possedere un Suv

Stavo osservando le automobili parcheggiate intorno alla mia, e notavo che tranne la mia erano tutte dei Suv. Ma proprio tutte. Tutte tutte.
In un quel preciso momento ho capito: sono l’unico che in questo quartiere, apparentemente popolato di soli morti di fame con le pezze ai pantaloni e i buchi nelle calze, non è ancora riuscito a comprarsi il suo Suv. C’è qualcosa che non va.

Sono l’unico del cicondario a non possedere una grande macchina possente, enorme (in effetti parcheggiarla dev’essere un bel casino), capace di attraversare i deserti, di scalare le montagne sullo sterrato, di guadare i fiumi, di affrontare un safari nella savana. Di correre sulle piste del Sahara. Di uscire dalle paludi, salire in cima all’Himalaya, avventurarsi nella tundra.

Come li invidio tutti questi vicini che hanno il loro Suv, devo trovare un modo per averlo anche io, magari indebitarmi, ma non posso più farne a meno, no, non posso… devo, devo…

Poi ci ho pensato un momento. E mi son detto. Ma io mica abito nella savana. E nemmeno nel deserto. Neppure in montagna. Vivo in una città al centro di una pianura completamente lastricata d’asfalto. Cosa me ne faccio di un Suv?

Dell’aver paura dei negozi di calzature

Ho notato che molti miei contemporanei, specie se donne, provano gioia nell’acquistare scarpe: a me, invece, il negozio di calzature. da sempre, incute terrore.

Entro e questa giovane commerciante di calzature, prima che io possa aprir bocca, mi ordina con tono perentorio di sedermi e tacere.

Mi afferra i piedi e mi costringe a farmi misurare delle calzature scelte da lei e che a me non piacciono ma a lei sì. Mi aiuta a infilarle come se non ne fossi capace, poi mi comanda di camminare mentre mi osserva. Proclama che senza dubbio quelle scarpe sono bellissime e comodissime. Non è vero, ma bisogna assecondarla, anche a costo di mentire. Non ammette di essere contraddetta, spetta a lei decidere, è lei l’esperta.

Lei tasta la punta per vedere se le scarpe, selezionate da lei per me, siano troppo corte o troppo lunghe. Quindi propone confronti con numeri più grandi e più piccoli. Inutile aggiungere che quello che sarebbe il mio vero numero non c’è, lo hanno finito da decenni, ma secondo la venditrice l’acquisto va completato lo stesso. E perciò lei dispensa consigli sull’inesistenza del numero esatto di scarpa, che è un’astrazione, una leggenda urbana messa in giro dalla lobby dei clienti tirchi: se le scarpe all’inizio sembrano strette, si sappia che con l’usura si allargano. Viceversa, se son larghe occorre ricordare che con il tempo e l’acqua sono destinate a restringersi.
La fisica degli indumenti è una scienza imperscrutabile.

Insomma, alla fine è lei, la commerciante, a scegliere quale tipo di scarpe devo comperare. Mi avvio all’uscita del negozio con un paio di scarpe orrende e mi fanno pure male. Non le metterò mai, lo so, anche se la venditrice continua a ripetere che mi stanno benissimo, mentre zoppico e lei mi sorregge pur di accompagnarmi alla cassa.