I turbamenti del Giovane Blogger

Dicembre, anno domini 2002. In questo mio primo mese di blog ho gironzolato parecchio sui blog altrui, ho passeggiato per decine e decine di blog, e ho messo insieme delle modeste elucubrazioni sui comportamenti del bloggante. Parlo semmai del comportamento della/del Giovane Blogger, ossia di chi ha un blog da poco, come me, ma ci ha preso gusto, e lo fa con passione – un po’ troppa passione – perdendoci un sacco di tempo. Di seguito dieci osservazioni – sicuramente già pensate e scritte da altri molto più illustri di me, e tutte da verificare.

1. Giovane Blogger torna spesso sul suo blog per vedere se è aumentato il numero dei commenti al suo ultimo post;

2. Giovane Blogger ci resta male quando nessuno ha commentato il suo ultimo post, che lui riteneva essere originalissimo;

3. Giovane Blogger guarda le statistiche dei visitatori del suo blog anche più volte al giorno;

4. Quando, guardando le statistiche, scopre che il blog è stato linkato spontaneamente dal proprietario di un altro blog, Giovane Blogger se ne rallegra;

5. Quando scopre che è stato linkato spontaneamente da un altro blog, Giovane Blogger va subito a visitare quel blog;

6. A volte Giovane Blogger scopre dalle statistiche che il suo blog è stato visitato da utenti arrivati da un altro blog: va a visitare quel blog ma non trova il link. Come è possibile? Questo dilemma lo sconcerta per ore;

7. Appena Giovane Blogger scopre che qualcosa non funziona nel suo blog scrive immediatamente un’email allarmata al gestore del servizio

8. Se Giovane Blogger scrive il blog dal suo ufficio, in genere di sabato e di domenica non posta nuovi contenuti, perché non vuole risultare compulsivo (né dar l’impressione a sé e ai familiari di essere un poveretto che passa il fine settimana in casa chino sul computer anziché darsi alla convivialità). Ma poi Giovane Blogger si tormenta, non resiste e alla fine si collega da casa, almeno per dare un’occhiata al suo blog e accertarsi che vada tutto bene (un po’ come si fa con i neonati quando dormono)

9. Se Giovane Blogger ha postato su un altro blog un commento che reputa particolarmente azzeccato, torna più volte su quel blog per vedere se qualcuno ha replicato al suo commento;

10. Nei giorni delle vacanze, Giovane Blogger concepisce dei post molto brillanti (almeno secondo lui) ma per ora li tiene nel cassetto: teme che durante le feste quasi nessuno avrà tempo di leggere il suo blog. Poi però non resiste, e li posta lo stesso.

Automobili e linguaggi indecifrabili

Il meccanico mi sta spiegando nei più minimi dettagli quali sono i guai della mia automobile. Lo fa utilizzando un linguaggio estremamente tecnico, di cui io, che non so nemmeno cambiare i tergicristalli, non capisco una parola. Ma a lui non frega niente, va avanti a confabulare come se avesse di fronte un altro meccanico, o un ingegnere della Volkswagen. Siamo nel suo territorio, la sua disciplina, e lui può dire tutto quello che gli pare. “L’ho messa in centralina perché è colpa dell’iniezione, dato che lo spinterogeno e la marmitta vanno nell’invaso del radiatore, e la pompa della benzina contiene il galleggiante del serbatoio che pesca (?) e perciò bisogna cambiare il connettore”. Chissà cos’è il connettore. Non oso chiederlo, potrebbe essere una valvolina di plastica che costa 50 centesimi come un tubo d’acciaio da diecimila euro.

“Quindi?” chiedo io, impaziente.
“Quindi – sorride – mi spenderà un 500 euro.”

Mi sfugge una sommessa sequela di male parole qui irripetibili. 500 euro per mettere a posto una Punto ammaccata e zozza che ha quasi dieci anni.

In effetti negli ultimi tempi il motore emetteva strani suoni, e soprattutto trincava il triplo della benzina. Di fianco alla spia della riserva c’era anche una curiosa lucina rossa a forma di teschio che ogni tanto si accendeva. L’auto, a suo modo, con il suo linguaggio, mi stava mandando un segnale disperato, voleva comunicare con me: “Aiuto mi si è rotto il connettore, che neppure io so cosa sia, ma se non fai qualcosa morrò!”

Io non la capivo, anche se un qualche sospetto lo avevo. Un benzinaio mi aveva assicurato che non era il caso di preoccuparsi: “Quella lucina lì? Ma no, non è niente, le Punto a volte lo fanno, sono un po’ matte. Le faccio il pieno anche oggi?”

Il defenestramento natalizio dell'ing. Darth Fener

Il 18 dicembre è stato il mio ultimo giorno di lavoro del 2002. Con un po’ di anticipo ho fatto mio uno dei buoni propositi per l’anno nuovo: fare solo ciò che si ha voglia di fare. Mi piglio 4 giorni di ferie in più, evitando così anche l’orrore del brindisi natalizio aziendale di venerdì.

In mattinata il Presidente della nostra ditta ha annunciato urbi et orbi con una brevissima email il defenestramento dell’ing. Darth Fener, il dirigente più aziendalista dopo il Presidente medesimo. I due si stavano antipatici a vicenda, e tra loro non poteva che soccombere l’ing. Darth Fener il quale, pur essendo un altero sessantenne strapagato e malvagio, nella scala gerarchica rimaneva pur sempre a un grado inferiore all’altrettanto perfido Presidente.

Quella scriteriata della mia capa è tornata dalla trasferta all’estero informandomi dei notevoli sviluppi che la sua carriera sta prendendo grazie all’allontanamento a calci nel sedere subito dal suo diretto superiore: di fatto la morte aziendale dell’ing. Darth Fener la fa avanzare di uno scalino nella (come dice lei ) “piramide del potere”.

La scema ha un’aria compiaciuta, come se stessimo discutendo del suo incarico al governo degli Stati Uniti; in realtà si tratta di un’azienducola sull’orlo della bancarotta.

La tragedia della partita di pallone videoregistrata

Premessa. Il dottore sì che è un vero appassionato di calcio. Calcio guardato in televisione o ascoltato alla radio, di giocarlo non se ne parla nemmeno, gli verrebbe l’infarto dopo un minuto di corsa. Ma il calcio in tv è l’unico svago che gli riserva la vita. Una vita oramai a metà del secondo tempo. Il lunedì mattina, sull’autobus che lo porta in ufficio, legge la Gazzetta dello Sport con avidità. Il viaggio è lungo, egli quindi si informa su tutto, anche sui risultati della serie C. se occorre sa recitare a memoria le formazioni del Piacenza e del Campobasso.

Qualche anno fa al dottore è accaduto un episodio dolorissimo. La Juventus, sua squadra del cuore, giocava in Cina o in Sudamerica, comunque in una qualche nazione lontana con una differenza di fuso pari a parecchie ore, per cui in Italia la partita era trasmessa in televisione di mattina, e quell’ora il dottore doveva necessariamente essere in ufficio.

Ma lui non sopportava di perdersi la suspense della diretta. Come un giallista che, giustamente deve cominciare il romanzo poliziesco senza sapere chi è l’assassino, senza sapere come andrà a finire, anche il dottore voleva a ogni costo vedersi tutta la gara in tv senza conoscerne il punteggio finale.

Allora ha architettato questo piano.

Ha videoregistrato la partita col timer, quindi in ufficio ha chiesto ai colleghi di non rivelargli la benché minima informazione sul risultato.

Al ritorno dall’ufficio avrebbe dovuto prendere la metropolitana, ma lì il rischio di captare i discorsi di qualche passeggero sull’esito della partita era troppo alto. Perciò, crepi l’avarizia, è tornato a casa in taxi. Il taxista sicuramente non vedeva l’ora di parlare di calcio col cliente, ma il dottore lo ha stoppato subito, avvisandolo che se si fosse azzardato ad aprire bocca sull’esito della partita, lui lo avrebbe strangolato. E quindi zitti, via verso casa.

In questo modo, con enorme fatica, il dottore sarebbe riuscito a ricostruire virtualmente la visione in diretta dell’incontro nel salotto dell’appartamento. Per lui la partita si sarebbe svolta in tempo reale, con tutta il thrilling del caso. Questa impresa, studiata ed eseguita con precisione scientifica, lo rendeva fiero e allegro come una pasqua.

Alle 18.40 il dottore si avvia verso il cancello di casa, pregustando il tanto atteso spettacolo sportivo, di cui non non conosce né il finale né nulla: è strafelice, ride da solo. Ce l’ha fatta. Il piano è riuscito.

Ma.

Ma proprio in quel momento dal portone esce mio fratello, a sua volta espertissimo commentatore di calcio e di partite appena svolte, e abituale conversatore di questi temi con il dottore.

Il dottore intuisce il pericolo e gli fa dei gesti disperati, tenta persino di tapparsi le orecchie. Ma è oramai troppo tardi, perché quell’incosciente di mio fratello gli sta già correndo incontro, esultante, urlando:

DOTTORE, DOTTORE HA VISTO CHE ABBIAMO VINTO UNO A ZERO?

Il dottore si accascia al suolo sul vialetto.

Tutto il suo programma rovinato. Tanta fatica per nulla.

Più tardi, in lacrime, seduto per terra sul marciapiedi, mi racconta la tragedia del suo piano fallito proprio all’ultimo minuto.

Vernice spray oro per dorare la frutta secca

A natale e tutti sono più buoni. Che bellezza. Ad esempio, la mia capa è diventata buonissima, o forse è impazzita, una volta per tutte. Prima di partire per una trasferta di due giorni mi ha mandato questa email delirante:

SUBJECT: FRUTTA SECCA DORATA
Non ricordo se te lo ho già detto, comunque se ti interessa ho della vernice spray oro per dorare la frutta secca. Se la porti possiamo fare decorazioni natalizie!

Baci,

D.

Interludio nell'ufficio della capa di mattina presto (con digressione sulle deiezioni canine)

Mattina presta per le strade di una decadente metropoli dell’Europa Meridionale. Cielo spento, freddo polare, milioni di automobiline tristi in fila, al volante ognuno è solo, tappato nella sua gabbietta con le ruote. Montagne di spazzatura agli angoli delle vie, cacca di cane accuratamente spalmata sui marciapiedi. Qualche anno fa una coppia di amici croati sono venuti a Milano ed erano sbalorditi:
– Ma è pazesco, kuì in Italìa ci sono miliaia di merde per strada.
– Ti riferisci alle persone?
– Ma no, non mi sono spiegato bene. Intendo merde di animali.
– Ah, certo. Da voi, a Zagabria non è così?
– A Zagabria solo ki ha giardino o abita in kampania ha un kane. Li altri non possono permetersi di comprare cibo tutti i giorni per un cane.

Anni dopo l’ho vista, Zagabria. È meglio di quanto ci si aspetti. La gente sembra allegra. Sarà perché i croati prima di ogni pasto bevono sempre, ma sempre, un paio di grappe a stomaco vuoto, cosa che giova al buonumore (ma non al fegato).

Ma sto divagando. Sono qui nella tracotante Milano, la capitale morale dei miei stivali, ho appeno parcheggiato e scendendo dall’auto, per poco non pesto una merda di cane con l’anfibio sinistro. Entro nell’ufficio e dalla porta della stanza della mia capa esce musica ad alto volume. Oramai è all’esaurimento nervoso. Si è portata lo stereo da casa. Nei corridoi si spandono le note di Sabato Pomeriggio di Claudio Baglioni, che non sentivo da almeno quindici anni. Adesso scrivo la cosa più scontata del mondo: a me Baglioni (sia lui sia le sue canzoni) dà la nausea, una nausea molto forte.

La scema è tutta fiera. Sta convocando i colleghi, a turno, nel suo ufficio per far sentire la mielosa voce del suo idolo. Poi squilla il mio telefono. E’ lei.
– Dai vieni qui, vieni a sentireeeee…
– Grazie, lo sento già da qui.
– Ma daiiiiii vieni a sentireee…

Vado nel suo ufficio. Il suo portacenere trabocca di mozziconi di sigaretta, e sono solo le 8.30 del mattino. La mia capa ha le occhiaie fino alle ginocchia, ma è raggiante perché può tenere la musica alta nel suo ufficio: è una dirigente. Mi guarda orgogliosa come se le canzoni del Claudio le avesse composte lei:
– Bella musica, vero?, mi domanda.
– Sublime. Celestiale.
– Senti, dunque, cosa dovevo dirti? (accende una Philip Morris Superlight e assume il tono professionale) Ah sì, quel tizio, quel napoletano che ci ha scritto che vuole 11.700 euro per il lavoro, quei pannelli colorati che ci ha fatto. Noi non gli diamo una lira. Non gli diamo un fico secco.
– Brava! Così si fa!
– E adesso noi glielo diciamo!
– Evviva!
– Dunque, tu gli telefoni…
– Come? Avevi detto “Noi”, prima persona plurale, non “tu”, seconda persona singolare.
– Tu. TU telefoni a LUI, e TU dici a LUI che NOI non paghiamo LUI.
– Non puoi chiamarlo tu, che sei il capo, la nostra impavida guida?
– Ecco! Ci risiamo. Ascolta, non perdiamo tempo con la solita polemica.
– Quale polemica?
– Insommaccristo! Fino a prova contraria io sono appunto il tuo capo e quindi tu esegui quello che io ti chiedo di fare! Altrimenti…
– Altrimenti cosa?
– Altrimenti, se non ti piace, ti devi cercare un altro lavoro.
– Lo sto già facendo, ma non lo trovo.
– Neanche io.
– Neanche io cosa?
– Neanche io lo trovo.
(Exeunt)

Dopo la Riunione

Bene, la Riunione è finita. Ora sono nella sala delle macchinette del caffè. Qualcuno ha appeso sulla bacheca una fotocopia di un fondo di Alberoni sul Corriere. Mi accingo ad indossare la tuta anticazzate per poterlo leggere. Ma non serve, perché per la prima volta in vita mia mi trovo d’accordo con il sociologo scopritore dell’acqua calda. Il quale sentenzia: “Nessuna azienda è MAI fallita per colpa degli operai o degli impiegati; le aziende falliscono per colpa dei manager e degli imprenditori, e della loro incapacità.”

La Riunione è finita da ore. Breve riassunto di come è andata. I tre gerarchi nazisti sono seduti a capotavola nella Sala del Consiglio. C’è un clima disteso: l’ingegner Y (aka Darth Vader) all’ingresso di noialtri sottoposti non saluta, non sorride né lo farà per tutto il resto del tempo. Alle pareti, grafici di curve in caduta e croci uncinate.

Il clou è la presentazione multimediale a cura della mia capa (file PowerPoint di soli 158 giga). La nostra manager in carriera cercava di aprire il file (powerpoint) prima con Internet Explorer, poi con Word (risatine in sala). Il computer, poverino, ci prova lo stesso, gorgoglia, rigurgita, poi vomita un messaggio di errore con tanto di avviso sonoro. A questo punto la mia capa si fa prendere dall’agitazione e spegne il pc come se fosse un televisore, ossia premendo il tasto on/off sullo scatolone.

Riavvio del computer: passano un paio di minuti che sembrano quattro ore, durante le quali i due ingegneri nazisti fissano indispettiti, ma muti, la speaker. Finalmente riparte la presentazione: è un delirio di idee e progetti inattuabili, ma il discorso della mia capa appare così nebuloso che nessuno si azzarda a fare domande. D’altronde quali domande porsi sull’intelligibile? (continua?)

La Riunione

“Ragazzi, domani abbiamo la Riunione.”

Immagina una riunione-fiume presieduta da un trio di spietati dirigenti tra i 40 e i 60 anni. La trimurti è composta da:

1) il mio capo (personcina già ampiamente descritta: una quarantenne che nel lavoro e nelle anfetamine affoga la disperazione che altrimenti l’avrebbe già sbriciolata);

2) l’ingegner X. Circa 55 anni, alto 160 cm, tarchiato, capelli corvini pieni di gel, un faccione maligno da gangster degli anni Trenta. Ha una cicatrice sulla fronte, e in più indossa quasi sempre il gessato, che dicono sia di moda, ma se hai la faccia da mafioso italoamericano sembri vestito da carnevale. Quando parla, si esprime solo con parole derivate dall’inglese, risparmia solo le preposizioni, gli articoli e qualche verbo che in inglese non esiste, e mima il discorso con le mani come Robert De Niro nei film di Scorsese. Dà del tu a tutti quelli che sono più giovani di lui, ma si aspetta del lei.

3) l’ingegner Y., sui 60 anni ben portati, statura media, capelli tinti. Viene in ufficio in bicicletta, con qualsiasi tipo di clima, comprese pioggia e neve. Come l’ing. X, anche l’ing. Y è un bastardo da battaglia, e pure lui ha una cicatrice in faccia (procurata cadendo dalla bicicletta: sì, Dio esiste). Lo detestano tutti, soprattutto gli altri dirigenti, ma a lui questo non interessa: pure lui odia il prossimo, e a priori. Le centraliniste tra di loro lo chiamano Darth Vader.

Insomma, domani per me c’è la riunione: sarà una brutta giornata. La capa, sull’attenti di fronte alla mia scrivania, proclama l’ordine del giorno: è zeppo di parole anglosassoni (evidentemente l’ing. X ne è l’autore). Preview, coverage, priority task, open forum… La scema bipolare mi snocciola il menù indigesto sorridendo, lo recita con voce squillante e marziale, come se stesse leggendo la sentenza di condanna a morte di un criminale. I criminali saremmo io e i miei colleghi, i morituri senz’altro colpevoli, anche se non si sa ancora di cosa.

Maison España

Festa di compleanno non mia alla Maison Espana, orrido locale fintamente spagnolo nella orrida Milano. Poster di toreri alle pareti, canzonacce pop latine suonate tutta la sera e all’ingresso il buttafuori che decide chi entra e chi resta al fresco, e persino il festeggiato rischia di non essere ammesso. Io preferirei che mi lasciasse fuori. E invece no, mi fa passare, ‘sto scemo.

O tu. Alla Maison Espana non devi andarci mai. Se qualcuno una sera ti telefonasse per proporre questo locale prega tutti i santi di avere il cellulare scarico. Altrimenti négati, fingi di avere l’influenza, e comunque, rifiutati.

– Senti stasera ci vediamo tutti alla Maison Espana, vieni anche t…
– No.
– Non puoi?
– No.
– Hai altri impegni?
– No. Non ho un accidenti da fare stasera.
– Quindi?
– Quindi no.
– Ma perchè, la conosci?
– No.
– E allora perchè non vuoi venirci?
– Perchè no.
– Ma scusa…
– HO DETTO DI NO!
– Ma guarda che…
– Nuooooooooooooooooo!!!
– Non capisco, mi sembri fuori di testa…
– Ma se ti ho detto di nooo….

Milano, tutti i mercoledì mattina, ore 7.50

Milano, tutti i mercoledì mattina, ore 8.30, ora di punta. Traffico e freddo. Io nella mia macchina ho Jimi Hendrix alive & furibondo che brucia la chitarra e urla come un bestia, e devo tenere le portiere ben chiuse con la sicura sennò questo qui mi esce fuori e mi ammazza un paio di passanti. Se vai in ufficio ascoltando questa roba, sul lavoro sarai molto più crudele della tua collega-nemica che nell’autoradio ha la colonna sonora del Diario di Bridget Jones.

Insomma sono lì in coda da mezzora e penso: boh, chissà che sarà successo, ci sarà un incidente, un’alluvione, morti e feriti, Jimi stai calmo per favore. Arrivo all’incrocio fatidico, dove mi aspetto di trovare un camion rovesciato, una catastrofe naturale, la lava dell’Etna che ha invaso la carreggiata. E invece cosa c’è? Niente. C’è un semaforo. E un vigile.

Il bello è che il vigile non ha alcuna funzione apparente. Le sue veci potrebbe farle tranquillamente il semaforo, che sta lì apposta tutto il santo giorno.

Il vigile dà indicazioni ai fiumi di auto che si incrociano, ma dà indicazioni DIVERSE da quelle del semaforo. Ad esempio, il semaforo è rosso ma lui mi fa segno di passare lo stesso. Sul semaforo si accende finalmente la freccina verde per svoltare ma lui, il vigile, mi blocca perché ha deciso di far andare avanti quelli che vengono contromano.

Insomma: la causa del casino è il nostro amico vigile. Che mi guarda pure male, visto che dalla mia auto escono rumori infernali.

Oppure: arrivo nella viuzza che solo io conosco, la scorciatoia abbandonata, il vicoletto deserto che non appare nemmeno sulle mappe. “E vai che vi frego tutti, stamattina arrivo puntuale, e voi poveri fessi che fate sempre le solite strade, soffrite, ah ah ah, e vai anche tu Jimi, sfasciali ‘sti amplificatori!” Che bellezza, si va che è un piacere.

Ma all’improvviso: dietro una curvetta anonima, una immensa fila di auto, autobus, tram, ambulanze. Fermi, paralizzati. “Ma come è possibile, ma che ci fate voi qui? Via, andatevene, questa è la mia scorciatoia!” Si procede a passo di lumaca. Faccio sbucare la mia zucca dal finestrino per scoprire cosa stia succedendo in questa terra solitamente deserta che invece stammattina brulica di automobili. Ed eccolo là.

In testa all’infinita processione, avvisto il camioncino della monnezza, che si ferma ogni due metri per caricare tonnellate di (indovina?) monnezza, e così per percorrere 50 metri ci impiega un’ora. E con lui tutti quelli che passano di lì. Tutti in colonna e in ritardo, che parlano da soli: “Ma dico io ma questi lavori qui proprio all’ora di punta dovete farli?” Io abbasso il volume degli amplificatori di Jimi. Fuori, alcuni cominciano a suonare il clacson. I due signori che di professione dall’alba stanno caricando la monnezza li fulminano con lo sguardo come se volessero dire “ma cosa suoni, ma cosa credi che li decidiamo noi gli orari di lavoro, che mi diverta a star qui fra voi?”