Passatempi, distrazioni e dispetti

– Disegnare faccine sorridenti sulle uova nel frigo. Un frigorifero con uova allegre è assai più accogliente: pare una comunità felice. Per dipingere i volti spensierati usare la biro e non il pennarello, altrimenti quando cucinerai le uova sode l’albume sarà macchiato di inchiostro.

– Andare dal pescivendolo ma visitarlo come fosse un acquario – battere il dito contro il vetro della vasca per richiamare l’attenzione delle aragoste. Indi, salutare il pesciaro e uscire senza comprare nulla.

– Inseguire le zanzare col bocchettone dell’aspirapolvere acceso.

– Raccogliere i depliant pubblicitari trovati nella propria casella della posta e distribuirli nelle buche degli altri inquilini, privilegiando quelli antipatici.

– A qualsiasi ora del giorno suoni il telefono, fingere una voce roca e impastata e rispondere “Sì, stavo dormendo” all’interlocutore imbarazzato.

– Scendere in cantina, entrare nello stanzino dei contatori enel e togliere la corrente al vicino di casa. Poi rientrare di corsa per evitare di essere scoperti.

– Disegnare paesaggi infantili – case, montagne, nuvole, soli, lune, figure umane stilizzate, ecc. – sui vetri appannati delle automobili nel parcheggio. Questo si può fare anche dall’interno della vettura se si è ospiti di veicolo altrui, ma dopo essersi accertati che il guidatore non vi osservi.

(questa è da fare in due – facoltativo che i due siano una vera coppia) Recarsi alla stazione ferrioviaria, dirigersi al binario di treno affollato per destinazione lontanissima. Uno dei due interpreterà il ruolo del partente per un viaggio senza ritorno, l’altra sarà l’accompagnatrice inconsolabile. Abbracci e addii disperati, urla, lacrime e baci. Il pubblico assiste alla scena dai finestrini. Poi, un secondo prima del fischio, – sorpresa – il partente scende e annuncia che decide di restare. Altri abbracci tra gli applausi della folla, i due si allontanano per mano verso l’uscita.
Ripetere la scena più volte ad altri binari.

Me l'hanno portata via

E così, dopo tutti questi anni assieme, ieri notte te ne sei andata via.
Mi hai lasciato all’improvviso.

E’ stato terribile: sono tornato e tu non c’eri più.

Ora me ne sto qui seduto, solo come un cane, sprofondato nel silenzio. E non sai quanto mi manchi, proprio non lo sai. Non ce la faccio, non ce la faccio la mattina senza di te.

Eri un tipo fuori moda. Folle e rumorosa, ma a me piacevi così, con quella tua aria sgangherata tanto rock & roll.
Sì, tu eri musica, e pace, consolazione, furore e tenerezza, fantasia in corsa, lacrime e risate, amore, farfalle, zebre e raggi di luna.

E avevamo gli stessi gusti. Non parlo delle solite cose che chiunque può immaginare. Ti piaceva viaggiare sulla strada. Ti piaceva raccontare storie, non ti stancavi mai, e io ti stavo ad ascoltare, sorpreso e ammirato come un bambino. E ti piaceva cantare a squarciagola come una matta. Come a me.

E invece, lo immagino, ora sarai già con qualcun altro. E ti lascerai toccare da lui.
Canterai con lui, adesso.

Lui che sicuramente è un cretino.

“Amico mio, devi dimenticarla: di quelle come lei non ne esistono più. Non ne troverai mai un’altra così. Rassegnati. Dovrai cercarti una di quelle strafighe, una di quelle strafighe di plastica che si vedono in giro adesso. Roba fine, per gente con i soldi, però”.

Così ha sentenziato solenne l’elettrauto.
E poi ha aggiunto: “E come se non bastasse, devi anche rifare la serratura. Bel casino.”

Ieri notte nel parcheggio di viale papiniano mi hanno rubato l’autoradio. La mia vecchissima roadstar estraibile da tre chili. Roba del tutto fuori dal mercato, e peraltro inutilizzabile poichè, giura l’elettrauto, l’unica plancia esistente su questo pianeta è rimasta nella mia vettura.

 

Buonanotte dal Papa

Salve a tuti amici, sono io, il Papa. Dominus vobiscum. Ancora una volta abuso dela vostra pazienza per scrivere quelo che mi pare. D’altronde, sembra che i blog siano nati proprio per cuesto.

Duncue, non o molto da raccontare, volevo solo salutarvi e avere un po di compagnia. Stasera ò mangiato la mia minestrina in brodo, ò pelato il mio arancio e preso le medicine. Di solito mentre Navaro sparechia, mi meto comodo sul divano a guardare un po di televisione, poi verso le nove e meza Navaro mi porta le ciabate e mi dice “Avanti Karol vai a meterti il pigiama, e ora di andare a leto che domani alle cincue ai le lodi matutine con le suore.”

Ma stavolta mentre lui faceva la lavastoviglie io invece sono andato di nascosto al computer. Ecomi a voi per un veloce saluto, prima chie mi scopra.

State bene? Spero di si. Vi abracio forte, vi benedico e vi bacio sula fronte.

Il vostro,

Papa.

 

Ode a Paolo Conte

Sarebbe bello se la vita fosse come una canzone. Una canzone di Paolo Conte. Me ne andrei in giro con uno smoking stropicciato e l’impermeabile. Profumato di colonia e nostalgia, leggerei il giornale al tabarin, o al bar del grand hotel, sprofondato nel sofà.

Oppure me ne starei a sfaccendare in giardino, al sole tra animali africani e oleandri.
O ancora, vivrei avventure in una città notturna e fumosa, andrei ad incontrare donne sfuggenti ai tavoli del Cafè Mocambo o nell’atrio di un cinema che proietta film muti accompagnati dal pianoforte, e la cassiera naturalmente fumerebbe al mentolo, masticando caramelle alascane. Che non ho mai capito a quale diavolo di gusto siano, le caramelle alascane, però va bene così, è una bella parola, alascana.

Oppure al volante della mia vettura fuori moda, in partenza per un Sudamerica da sogno e proprio dietro l’angolo.
O in fuga sulla bicicletta davanti ai gregari tra i tornanti di campagna.

O seduto nel raso dell’ultima fila di una sala da concerto, in un teatro alla fine dello spettacolo, a fianco di un tipo coi baffi, simpatico ed elegante, a ridere così, senza motivo, aspettando di avviarci al guardaroba e uscire fuori.

Servizio di segreteria telefonica: sono presenti messaggi non ascoltati

– Tim, servizio di segreteria telefonica.
– O nooo…
– Sono presenti messaggi non ascoltati.
– Ho capito, ho capito.
– La segreteria contiene… (suspense)
– Contiene?
– …un… messaggio non ascoltato! Volete ascoltare i nuovi messaggi?
– E ascoltiamo. Cosa devo fare?
– Per ascoltare i nuovi messaggi premete il tasto uno. Per accedere al menù opzioni premete il tasto due…
– Non me ne frega niente delle opzioni, dimmi chi mi ha cercato!
– Primo messaggio. Il messaggio è stato registrato il giorno giovedì diciannove marzo duemilaequat…
– Su, forza.
…quattro dopo Cristo…
– Eh?
– …alle ore diciassette e quarantanove minuti…
– Dai.
– …e venticinque secondi netti de…
– E chissenefotte! Fammi sentire questo benedetto messaggio.
– … calma, stavo dicendo: quarantuno minuti e venticinque secondi netti al fuso orario di…
– Allora?
– Non mi interrompa, per cortesia – al fuso orario di Roma, Milano, Amsterdam, Berna, Stoccolma, Treviso…
– Ma basta!
– … dal seguente numero telefonico: zero. Due. Quattro. Sei. Zero. Zero. Cinque…
– Senti, lasciamo perdere.
– Momento, ho quasi finito. Tre. Cinque. Uno. Otto…
– Uff…
– Settemila…
– Sì, buonanotte.
– … radice cubica di meno sei…
– Giuro sulla vita di Tronchetti Provera che domattina chiamo la Telecom e disdico la segreteria telefonica per l’eternità.
– Sì, bravo, provaci, non credere sia facile, bello mio.
– Avanti, sono stremato, fammi sentire il messaggio.
– E va bene. Siamo pronti?
– Sì! Vai.
– Apri bene le orecchie, allora. Eccolo:

“…bzzz…crack…pronto…bzzz…ggzz… ‘ste segreterie di mer… bzzz… ti richiamo domani io.. crrr….clic.”

– Fine dei nuovi messaggi!
– Ma vaffanbrodo, va.
– Per richiamare, premere due. Vuoi richiamare, vero?
– Figuriamoci, non si capiva nemmeno chi fosse. E comunque se è importante richiamerà lui, lo ha anche detto.
– Sei il solito villano. Villano, maleducato e cafone.
– Basta, pietà. Non ne posso più di te, fammi uscire!
– Per cancellare premere sette. Per archiviare premere nove.
– Sette. Tiè.
– Il messaggio è stato cancellato…
– Oooh, finalmente.
– Ancora un attimo, tesoro. Menù principale! Per ascoltare i nuovi messaggi premere uno..
– Quali nuovi messaggi, che l’unico l’ho appena cancellato?
– E cosa ne so, io? Il telefono è tuo, mica mio. Per il menù opzioni premere due…
– Ma che opzioni e opzioni. Basta!
– … altrimenti riagganciare.
– Perfetto. Addio per sempre.
– Arrivederci! A risentirci presto!
– Crepa.
– Riagganciare, grazie.

Il quesito della Collega Dirimpettaia

Indovina quale di queste dichiarazioni non appartiene alla collega dirimpettaia.

a) Maaaa saaaai che pasqua vado una settimana sul mar rosso ma il biglietto aereo è gratis perché c’ho i punti millemiglia?

b) Maaaa tu per caso conosci qualcuno che fa i massaggi shatsu?

c) Maaaaa lo sai che il mio ragazzo sta una settimana in America per lavoro?

d) Sentito che caldo, oggi?

e) Eeeee no, non posso aiutarti, questo pomeriggio devo uscire alle cinque perché ho palestra

f) Maaaaaa sai che ho aaaaaappena finito di leggere un libro bellissimoooooo! B-e-l-l-i-s-s-i-m-o, ti giuro! Però il titolo non me lo ricordo.

g) Maaa sai che io sono fortunata, abito in una casa beeeeellissima, con le assi in legno a vista, la volta di mattoni in cucina e il balcone, però di affitto non pago quasi niente perché il proprietario è un mio zio che tanti anni fa aveva comprato questa casa in pieno centro storico così, per sfizio. Adesso è in pensione per cui si è trasferito in Costa Azzurra.

h) Maaaaaaaaa sai che sabato sono stata tutto il giorno al mercato e ho comprato delle scarpine beeeeeeeellissime, guarda qui, 350 euro, guarda che beellleeeeeeee, sembrano vere!

i) Maaaaaaaa no, neanche a me piace questo governo, io, a mio modo, sono di sinistra! Cosa credi, che abbia votato Berlusconi? Ma vaaaaaa, io ho votato Alleanza Nazionale.

l) Che mal di testaaaaaaa, ieri sera sono tornata tardissimo, ho dormito solo sei oreeee

m) Ciaooo!! Si vede che ho fatto la lampada??

[La soluzione è nei commenti]

Indagine antropologica sulla popolazione delle pizzerie

Il pizzaiolo – Funambolo in canottiera, gioca a far sventolare la pastasfoglia per aria. La lancia e la piglia al volo, la gira tenendola sul dito, la fa piroettare come un derviscio, poi gli cade per terra. Ma lui, con gesto malandrino ,torna a farla volare in alto e a rotearsela sulla testa. Sul forno in mattoni campeggia il diploma del XXIV Campionato Mondiale dei Pizzaioli, di cui lui è vincitore. Ognuna delle centomila pizzeria di Milano ha il suo campione mondiale di pizzismo acrobatico.

Il buffet d’antipasti – Eterno e immutabile come un altare inca, il buffet espone in bella vista le olive ascolane, l’insalata alle ventose di polpo, i nervetti con la cipolla cruda, le alici sepolte da millenni nell’olio e limone. Più in là i vassoi delle verdure miste grigliate: zucchine a strisce bianche e nere, antiche vestigia di melanzane, la trevigiana ossidata dal tempo.

Il signor Peppe, fondatore – Un signore baffuto sulla settantina sta alla cassa sprofondato nel cruciverba. Alle sue spalle una immensa parete ospita, incorniciate, le foto autografe: lo ritraggono più giovane e abbracciato a cantanti, campioni sportivi, attori di soap opera, soubrette, presentatori e parlamentari di Alleanza Nazionale. Deve esistere, da qualche parte, un’agenzia che procura queste foto o organizza tournée di divi tv nelle bettole più sfigate della città, altrimenti non si spiega come un calciatore da 900.000 euro al mese, abituato a sushi d’aragosta, possa essere capitato ai tavolacci con tovaglina di carta della Pizzeria da Peppe.

L’acqua – Chiedi un litro d’acqua e sai già che non sarà certo Perrier Deluxe. Però, con nonchalanche invece della bottiglia ti portano una brocca. In quel momento capisci che berrai acqua del rubinetto, ma a 5 euro.

Il cameriere simpatico – Un attore in grembiule. Intrattiene i clienti con giochi di parole, complimenti alle signore, freddure, calembour, barzellette zozze. Ma nella foga della performance comica sbaglia a segnare le ordinazioni e dopo mezz’ora di attesa al posto della tua Napoli ti serve l’inquietante pizza con l’uovo in mezzo.

La festa di compleanno – Nel tavolo a fianco, immancabile, la rumorosa festa di compleanno. Tavola da quarantacinque persone, al centro la festeggiata ubriaca. Intorno, un’anarchia di amici, conoscenti ed esaltati che cantano a squarciagola tanti auguri a te tanti auguri a te tanti auguri maria adelaide tanti auguri a te. Si abbassano le luci e il cameriere simpatico entra portando in trionfo la crostata Bindi ai frutti di bosco con una sola candelina simbolica. Si innalzano i cori, e anche tra i vicini qualcuno applaude.

La suoneria del telefono della collega dirimpettaia

La collega dirimpettaia è il tipo di persona che possiede due cellulari, uno per il lavoro e l’altro per gli impegni mondani. Entrambi con la stessa suoneria che le “piace un saaaacco!”. Così ogni volta che uno dei due suona lei non sa a quale rispondere.

La collega dirimpettaia è il tipo di persona che passa le giornate a inviare spiritosissimi allegati via email. Le riceve da chissà chi e le smista a tutto l’universo, accompagnate da commentino elettrizzato tipo:
– “Questa è fortissima!”
– “Ah ah ah! Ciaoooo!”
– “Caaaarinissimo”
– “Kaffèèèèèèè???”
– “Per risollevarvi la giornata ciaooooooooo”
L’email contiene immagini, barzellette o alcuni gigabyte di filmato con battute vecchie come Noè. Insomma, ciarpame. Quel genere di cose che quando le ricevi guardi destinatario e oggetto, capisci subito che è una cretinata e quindi cancelli senza nemmeno leggere.

La collega dirimpettaia è il tipo di persona che un tempo inviava anche le catene di sant’antonio. Poi un comitato di destinatari l’ha minacciata di morte e lei ha smesso.

La collega dirimpettaia è il tipo di persona che cambia la melodia della suoneria polifonica ai due cellulari ogni mese. Per colpa sua ci siamo beccati la discografia completa di cantanti e rapper innominabili, diversi rumori finti, le canzoni dei cartoni animati anni 80 e ora la sigla del tg5. Da circa mezz’ora il suo telefono suona, son qui che ascolto a ripetizione la sigla del tg5 a vuoto, ma lei non c’è, è in bagno.

Breve invettiva contro l'assegnazione computerizzata dei posti al cinema

Vedi l’innovazione. Invece di decidere tu dove sederti, lo decide un computer. Lui ne capisce: ti cerca il posto migliore tra quelli disponibili, calcolando l’equazione ove x è la lontananza dallo schermo, y l’indice di centralità della poltrona e z l’angolo della visuale rispetto al piano di proiezione. Ci pensa un po’, fa tutti i suoi conticini e poi, puf, te lo assegna in ultima fila, all’estrema destra, in una sala completamente vuoto. Qualcosa non va.

E anche se l’equazione funzionasse, secondo me  dovrebbe tenere conto di altre parametri. Ad esempio, se quello seduto davanti è alto (a) o hai capelli ricci e gonfi (r) o puzza di sudore (s). Ecco, questo sarebbe innovativo: “Guardi, ci sarebbe un bel posto centrale molto buono, però davanti a voi si siede un giocatore di pallacanestro e il suo vicino prima di venire qui ha mangiato la bagnacauda senza digerirla. Che fa, accetta?”

Alla mostra del famoso pittore cinquentesco o impressionista

Alla mostra del famoso pittore cinquecentesco o impressionista c’è tanta bella gente.

C’è il Custode della Sala. Se ne sta lì, tutto il santo giorno, su una scomodissima sedia di plastica a consultare la ricetrasmittente con cui comunica in klingon coi colleghi della altre sale. Spera tanto che qualcuno lo interrompa e gli chieda lumi su uno dei dipinti esposti, dipinti di cui sa tutto dato che ascolta la visita guidata tredici volte al dì da diversi mesi. E sperando in questa occasione si è pure documentato in proprio, a casa, la sera.
Invece le uniche domande che il pubblico gli pone sono “Scusi, sa dov’è il cesso?”, “A che ore chiudete?”, “L’uscita?”, “Ha per caso visto mio marito?”
Il Custode di Sala ha un’unica soddisfazione: poter riprendere il…

Maldestro. Quello che viene sgridato da tutti custodi di sala. Una volta perchè si avvicina troppo al quadro col rischio di far suonare l’allarme o di esser trapassato dai sensori antintrusione a raggi laser. Un’altra perchè scatta le foto, cosa espressamente (e inspiegabilmente) vietata da grandi cartelli all’ingresso. I custodi lo ammoniscono da lontano con un fischietto e un gesto, tutti lo guardano male, qualcuno mormora un “che pirla”. Lui si allontana a capo chino e, quasi per scusarsi con l’organizzatore, all’uscita compra il catalogo senza guardare il prezzo, ma solo al momento di pagare scopre di non avere i 250 euro dovuti.

C’è la Signora senza Invito. Un cubo di signorona attempata, di solito con vestito a fiori & impermeabile, altezza metri 1,30, sesta di reggipetto. All’ingresso esibisce spavalda un misterioso tesserino sgualcito scaduto dal 1967, ma siccome non la fanno entrare lei prende la rincorsa e tenta di sfondare il posto di blocco del botteghino a testate. La fermano di nuovo, lei tuona che è una vergogna, un sopruso, minaccia di incatenarsi ai tornelli, di scrivere sui giornali. Chiede di poter parlare col direttore della mostra o almeno col ministro ai Beni Culturali.

C’è l’infame scolaresca. Classe terza elementare, 14 alunni. A nessuno di loro fotte niente di quadri. Passano il tempo rincorrersi per i corridoi e a picchiarsi, inseguiti dalle maestre.

C’è la solita coppietta. Lei, appassionata di arte, impiega venticinque minuti per esaminare ognuna della 324 opere esposte. Lui, più rapido, o meno interessato, è avanti di almeno un paio di sale. Torna indietro a cercarla, non la trova, da nessuna parte. Nulla, si sono persi. Chiede aiuto al Custode della Sala ma l’identikit non basta, e no, gli annunci agli altoparlanti non si possono fare, anche perché di altoparlanti, nelle sale, non ce ne sono.

C’è pure il Professore, anziano docente di storia dell’arte in pensione. Vedovo, vive solo ma, da quando ha smesso di insegnare, a casa si annoia e così per ammazzare i pomeriggi conduce le amiche coetanee a visitare mostre e musei.
Spiega i quadri ad altissima voce, con gesti ampi, citazioni, complicati rimandi ad altri pittori sconosciuti. Alla fine, tutte le coetanee si sono un po’ innamorate di lui e cercano di intervenire con domande fuori luogo per attrarre la sua attenzione. Lui sorride e si gode il fugace momento di gloria.

E poi ci sei tu. Forse stasera piove e hai lasciato l’ombrello nero all’ingresso. Era l’ombrello buono, quello nuovo di mammà, che si era tanto raccomandata. E ora, all’uscita, l’ombrello non c’è più. O meglio, c’è, ma di colore verdolino, più corto, sciupato, e con il manico rotto.