Chiuso per mare

Questa settimana credo che mi assenterò da questo bel fresco di Milano per qualche giorno: torno nella natìa Liguria per un po’ di mare. E non so se da laggiù riuscirò a scriverti. Se non ci sono, tu qui fai come se fossi a casa tua. Le chiavi sono sotto lo zerbino. E serviti pure dal frigorifero.

A presto.

Dialogo con il passerotto dell'acqua Uliveto

Che clima infame, Milano. Per prendere un po’ di fresco spalanco la finestra e me ne sto lì in cucina, al tavolino, sorseggiando acqua fredda da un bicchiere a calice dell’Ikea.

Dalla finestra entra un passerotto. Oramai non mi sorprende piu’ nulla.

Lui, tranquillo, si posa sullo schienale della sedia, e mi guarda, sembra perplesso. Poi parla. Ha una voce da bambino:

– Scusi ma questa non è casa Del Piero?
– No, non lo è.
– Come no? Mi hanno detto che abita qui.
– Ti pare che un calciatore ultramiliardario possa vivere in un appartamento di 20 metri quadri al piano terra e senza aria condizionata?
– Effettivamente sembra improbabile. Forse ho sbagliato numero civico, deve essere la finestra piu’ avanti, vado a vedere.
– Non credo, lì troverai una signora piuttosto anziana, armata e parecchio incazzata con qualsivoglia essere vivente le entri in casa dalla finestra. Temo tu abbia sbagliato città, o universo.
– Boh.

Esce sbattendo le ali stizzito. Ecco bravo, vai a rompere i coglioni da un’ altra parte.

Dopo una mezzora, io sono sempre li’, e lui rientra in casa, planando festante sul tavolo. Adesso mi ha proprio stufato:

– Ancora qui?
– Volevo assaggiare un po’ di Uliveto.
– Non ce l’ho l’Uliveto. Questa è del rubinetto, e togli le zampine dal mio bicchiere che sono ancora sporche di guano, mannaggia a te.
– Uffa, non hai mai niente, tu. Io ho sete di Uliveto.
– Senti passerotto, non so che tipo di droghe assumiate voi bestiole della pubblicità ma devono essere molto potenti. Io sarei rigorosamente contro la caccia, ma nel tuo caso credo che potrei fare un’eccezione.
– E la Uliveto?
– Non ce l’ho, costa troppo.

Il piccolo Lebowsky

Come direbbe McUbu, se l’azienda per cui lavoro fosse un aereo di linea, questo sarebbe il momento in cui le hostess dicono ai passeggeri di stare tranquilli ma intanto l’avviso di allacciare le cinture lampeggia e le maschere da ossigeno scattano fuori dall’alloggiamento posto sopra il vostro sedile. “State calmi, state calmi”. Calmi, sì. Fuori dall’oblo’, nel buio, si vedono i fulmini e le montagne molto vicine. “Va tutto bene, signori, stiamo solo precipitando, calmi!”

Pensando alla disoccupazione, Sapo da qualche giorno mi parla del suo disoccupato preferito: il Grande Lebowsky. Uno che quando e’ in taxi e la radio passa gli Eagles chiede al tassista di cambiare stazione. Trascorre i martedì sera stravvacato al bowling, con pochi amici fidatissimi (e folli) spillando un white russian, sempre e solo white russian, e a giocare contro Jesus, l’odioso fuoriclasse che lecca la sfera prima di lanciarla – e Jesus vince sempre. Insomma niente di speciale, basta accontentarsi.

Un solo dubbio: ma il Grande Lebowsky come fa a pagare l’affitto?

E l’Enel?

E il conto del dentista?

L'ansia del non più giovane blogger

Teatro. Siedo nella penombra, nel mio camerino, sto pensando ai fatti miei. Entra di furia la mia marionetta, il signor Direttore Marketing.
– Forza, sei ancora qui? Dobbiamo andare in scena!!!
– Ma che scena, ma che dici?
– Avanti andiamo… Tutto ti devo insegnare!
Mi trascina fuori.

Brusio. Saliamo sul palcoscenico. Tutti i fari puntati addosso.
Improvvisamente, il silenzio tombale.
30 secondi di silenzio.

(lui, sottovoce) – Su, di’ qualcosa, faccio da spalla, vai..
(balbetto) – E cosa ti dico?
(lui parla piano) – Non lo so cazzo, di’ qualcosa! Facciamo uno dei soliti numeri. Fammi ridere.
– Ma non mi viene niente, così, a comando.
– Inventati qualcosa, che ne so, fai le boccacce, di una spiritosaggine qualsiasi, racconta una barzelletta, cazzo!
– Non le so le barzellette, anzi le ho sempre odiate.
– Ho effettuato alcune forecast: da questo momento il numero dei visitatori dovrebbe scendere. Ma possiamo recuperare, mi farò venire in mente qualcosa. Ho preparato alcune slide powerpoint con i flussi di accessi unici di maggio e giugno, guarda il grafico dei referrals provenienti dai blog di virgilio…
– Senti basta, davvero basta con questa storia dell’audience! B-a-s-t-a! Non la voglio piu’ l’audience. Voglio persone, gente vera. Ho scoperto solo adesso che la gente che legge è vera, non sono cifre, sono persone. Esistono. Sai quanti mi hanno scritto ieri?
– Ma taci, tu sei fuori di testa, parla piano non vedi che ci stanno ascoltando tutti? Allora, con calma, dobbiamo studiare strategy. Dobbiamo essere pronti al primo commento che dirà “non fa’ piu’ ridere, ha perso la verve…”. E poi c’è questo troll anonimo che ci perseguita, come possiamo firewallarlo?
– Ma chissenefotte!
– Ok, ok, non ti incazzare. Allora dimmi tu. Cosa dobbiamo fare?
– Nulla. Non dobbiamo fare nulla. Non siamo in televisione. Questo è un blog personale, un diario dove appuntare storie, fantasie, ricordi, impressioni. Ogni volta che avrò voglia di scriverle lo farò. E basta con questa cosa del piacere a tutti i costi. Non siamo qui per l’audience, pezzo di cretino. Siamo qui solo per interagire usando il mezzo, per leggere e per scrivere scemenze. Non le leggera’ piu’ nessuno? Leggeranno in 4 o 5? Pazienza! Alla peggio miei pezzi me li leggerò io, tra 10 anni, per ricordare cosa pensavo.
– Ma… allora io che ci faccio qui?
– Nulla. Tu sei un pupazzo. Ti tiro fuori dal baule quando ne ho voglia. Sei tu che non esisti, mica io.

Lettera da una mucca di peluche

Questa è una lettera che ho ricevuto veramente. Mi ha fatto sorridere e non posso fare a meno di pubblicarla. Grazie alla lettrice Carlotta, proprietaria della mucca di pezza mittente.

Ciao, sono una mucca di quattro anni per un metro di lunghezza, nata – mi dicono – alla fattoria Trudi; cresciuta felicemente con le  amorevoli cure dell’amica Carlotta. Non ho un nome, perché Carlotta dice che a quelli che ama dà moltissimi nomi o nessuno, e così mi chiama Mucca Muccona.

In famiglia abbiamo anche la Gatta Gattona con cui ultimamente ho fatto amicizia: sai, lei è auto-mobile e una sera è salita sul letto, mi ha abbracciato il muso e si è messa a dormire. E’ stato molto bello.

Ehm… veniamo al dunque: io ho il computer proprio qui davanti e se c’è una cosa che non mi manca è la vista buona, così ti leggo sempre quando lo fa Carlotta, anche se ogni tanto si mette in mezzo e vedo solo la sua testa… Però poi capita anche che ti legga ad alta voce e allora io muoio dal ridere assieme a lei.

Tu le piaci molto, ogni tanto ti scrive dei complimenti ma poi non li spedisce perché non è mai soddisfatta: dice che vuole farti capire com’è raro che le piaccia qualcosa, soprattutto qualcosa da leggere. Io tutte queste cose le so benissimo e la capisco. Però lei non capisce me. Non sempre almeno.

Tempo fa ti ha scritto, aveva letto della maglietta, era morta dal ridere – io in quel momento non capivo cosa stessa accadendo, pensavo di fosse sentita male.

Diceva che se avesse trovato davvero la maglietta confusa l’avrebbe comperata per me. Per me, ti rendi conto? Così poi quando si sentiva triste le sarebbe bastato guardarmi per mettersi a ridere.

Forse qualcuno penserà che non è il massimo se uno ti guarda e si mette a ridere, ma per me la prospettiva era allettante. Il fatto è che io sono una vera fan, non come C. che ha un sacco di altre cose da leggere, fare, pensare… Cosa vuoi che pensi io qui tutto il giorno da sola? Il mio massimo -a parte il tuo blog – è qualche minuto di televisione ogni tanto la sera. Ma in genere è tardi e sono mezza addormentata.

Vabbè, insomma il punto è che io ci credevo: pensavo che mi avrebbe preso la maglietta, se fosse esistita. Poi ecco, si scopre che la maglietta è vera, non un prodotto della tua fantasia. Allora? Allora io quasi salto sul letto! Un movimento impercettibile ma ti assicuro non poco impegnativo.

E invece no, lei non ci pensa più, non mi dice niente. Io aspetto, aspetto, ma niente da fare. Spero, continuo ad illudermi, poi la sento che parla con J. e gli racconta della maglietta. Sussulto, rizzo le orecchie. Delusione: no, non me la comprerà mai. Anche se non ho ben capito il perché. Insomma sono una povera mucca piena d’acari che non ha mai visto un filo d’erba, è già tanto che sappia parlare così così, non posso fare chissà quali ragionamenti, no?

Ecco, e qui finisco, ho saputo del concorso: ancora una speranza, un’illusione, forse un segno del destino. Ho pensato che quella maglietta confusa è la mia! M di mia, M di media – la mia misura, perfetta! -, M di Mucca …e anche di Muccona! Non ci potevo credere. Pensieri affollati, confusi, felici…

N.B.: con questo gesto potresti conquistare l’audience delle bestie come me, e di tutti i nostri amorevoli amici.

Muuuuuu…

Cordialmente tua,

Mucca Muccona

Italian Psycho

Un’estate lontana e grazie a dio dimenticata, nella compagnia degli amici vigeva una regola tacita: leggere American Psycho di Bret Easton Ellis. Chi non lo avesse fatto era emarginato, escluso da buona parte dei discorsi. Cose che si si fanno per essere accettati dal branco.

Così lo lessi pure io, sulla spiaggia, e a parte qualche sporadico impulso ad alzarmi dalla stuoia e ammazzare senza motivo il vicino di ombrellone, quel libro mi ha lasciato solo un po’ di nausea e dei ricordi confusi.

Dopo tanti anni, l’unico episodio che mi è davvero rimasto in mente è questo: il protagonista deve uscire con la fidanzata che non ha mai amato. Cena a lume di candela in un bel ristorante, è il di lei compleanno.

Lui deve organizzarsi il regalo. Allora ruba uno di quei panetti igienici tipo WCnet da un cesso pubblico. Lo porta nella pasticceria più chic della città e lo fa ricoprire di cioccolato e incartare in una confezione elegante, con il marchio del negozio bene in vista.

A tavola la fidanzata è costretta a assaporare il gustoso dolcino. Le viene da vomitare ma non può. Non si possono vomitare in pubblico i dolci di Cova. Anzi, bisogna fingere che siano buoni.

Ecco, domani l’odiosa Collega Dirimpettaia della scrivania di fronte compie gli anni e mi invita alla festicciola. Non la sopporto. E allora stavo pensando di farle un regalo…

 

Stasera mi ha telefonato un sacco di gente

Dopo una giornata inumana e orribile, torno a casa. Casina dolce, casina mia. Sì, è vero, anche stavolta il letto è disfatto e il lavandino trabocca di piatti da lavare, ma è sempre casina mia.

Una sera, anni fa, i piatti da lavare erano troppi, accumulati da giorni: una montagna alta mezzo metro di pentole, posate, stoviglie e un ecosistema di curiose e microscopiche creauturine vegetali o animali che sguazzavano felici nel mare nero. Non dovevo sentirmi molto bene quella sera, perché ho raccolto i pezzi e ho portato TUTTO nella vasca da bagno, dove ho lavato col doccino. Se lo sa mia madre mi ammazza.

Insomma, ieri torno a casina mia, cerco di apparecchiarmi la tavola guardando l’ultima puntata di zelig (ma è sempre l’ultima puntata, a sto zelig?) quando trilla il telefono. Che bellezza, chissà chi è.

– Pronto?
– Sì buonasera qui è la società Fastweb, lei conosce la società Fastweb?
(oddio, no, la telefovendita no) – Certo che la conosco.

E già, la povera crista dall’altra capo del filo deve affibbiarmi l’abbonamento a Fastweb. Ma c’è un problemino, cara collega di disgrazie che ancora lavori alle 9 di sera. Certo che mi piacerebbe avere l’internet superveloce a casa. Ma io non ho una lira, non posso permettermela ‘sta roba, glielo dico papale papale. Lei insiste ancora un poco, poi capisce che non è cosa, ci salutiamo, lei mi informa che casomai mi richiamerà tra qualche mese. Sì dai, richiamami quando tutto potrebbe essere cambiato, magari domani vinco alla lotteria e mi abbono a Fastweb Deluxe.

Passano alcuni minuti, e mentre tento di scolare la pasta, che forse è pure scotta, e se lo è la colpa è della società Fastweb e non mia, squilla di nuovo il telefono. Vai, qui c’è qualcuno che mi invita a cena, così la butto nel cesso, ‘sta pasta.

– Pronto buonasera, qui è la società di rilevamenti Salamadonna (il nome è di fantasia, quello vero non lo ricordo), stiamo facendo un sondaggio, NON VOGLIAMO VENDERLE NIENTE (l’operatrice scandisce queste parole) posso farle alcune domande?

E fammi ste domande, cosa vuoi che ti dica. E lei inizia a chiedermi se possiedo il pc, il cellullare, la lavastoviglie, l’asciugabiancheria, la parabola, il car navigator, la videocamera digitale, il pinguino delonghi, il frullatore ad immersione, ed io con vergogna dico una serie di no, no, no, no, no, per chi mi hai preso, e dentro di me mi sento una merda nullatenente. Sprofondo nella mortificazione ma l’intervistatrice spezza la sequenza di quesiti:
– Ah scusi ho dimenticato una cosa, lei per caso lavora nel campo della pubblicità o delle ricerche di mercato?
– Be’, sì, in un certo senso sì…
– Ooooh mi scusiiii ma allora l’indagine finisce qui, scussiiii, avrei dovuto dirglielo prima ma non possiamo bla bla bla arrivederci scusi ancora…

Ma porcogiuda, tutto sto tempo perso per nulla. Ci resto male. Vado in cucina a vedere come sta la pastasciutta. La trovo che giace svenuta e scondita nella sua ciotola. Pare una bestiola morta. Che tristezza.

Me ne sto lì a meditare sui tempi di cottura dei vermicelli 14, sui database dei privati abbonati Telecom venduti alle aziende e sulla caducità delle cose terrene. Ma per la terza volta suona il telefono. E via che questa è la volta buona, lo sento.

Alzo la cornetta e mi esce un rantolo disperato dalla bocca:
-… P-pronto?
– Buonasera, qui è l’agenzia immobiliare Tecnocasa. Senta, abbiamo saputo che la sua casa è in vendita…

In breve, voleva aiutarmi a vendere casa. Ma io sono in affitto, cazzarola! E poi dove vado a vivere? Ci deve essere un errore. Parliamo un po’ e capisco che il signor Tecnocasa sta chiamando tutti gli inquilini del mio palazzo per trovare il merlo che vende casa. Lo mando cortesemente al diavolo, e torno alla mia cena solitaria. La pastasciuttina fredda mi guarda dal piatto, avvilita.

Non fare come Freddy

Freddy aveva imparato ad usare il pc grazie ad uno di quei corsi d’informatica considerati tanto di moda nei circoli per anziani. La prova finale del corso consisteva nel crearsi un blog e Freddy la superò egregiamente con il suo freddy15.blogspot.com.

Le giornate passavano veloci davanti al monitor del computer della internet room della casa di riposo in cui Freddy viveva. Ogni giorno Freddy raccontava la sua vita attraverso il blog, con cui aveva stretto un rapporto sempre più morboso:

“Sto guardando fuori dalla finestra il parco che circonda questa mia senilità, il tempo scorre e c’è una sola differenza tra me e quello che vedo: tutto progredisce, io invece regredisco. Devo alzare il ritmo del postare, voglio scrivere un post ogni 30 minuti e fotografare il progredire/regredire del mondo e della mia vita.”

E così fu. Iniziò a descrivere ogni suo più piccolo gesto e frantumò record su record nella sua battaglia con il blog. Ieri, nel suo ultimo giorno da blogger, ha toccato l’apice dello stress da post. Era stanco, non dormiva e non mangiava da due giorni. Questa è stata la triste sequenza finale, tasto dopo tasto:

– Sono le 18:04 e la testa mi gira tantissimo, non mi ricordo più quand’è stata l’ultima volta che ho mangiato qualcosa. Non ti posso abbandonare, mio caro blog.
– Sono le 18:05 e non riesco a battere bene le dita sulla tastiera. Credo che non riuscirò a battere questo record, impiego troppo tempo per postare. A tratti non vedo niente.
– Sono le 18:05 e 46 secondi. Sto scrivendo un post.
– Sono le 18:06 e 25 secondi. Sto scrivendo che sto scrivendo un post.
– Sono le 18:06 e 46 secondi. Ho appena scritto che sto scrivendo che sto scrivendo un post.
– Sono le 18:07 e 3 secondi..

Finito.
Finisce qui il suo blog.
A questo punto, sembra che Freddy si sia accasciato a terra in preda ad un attacco cardiaco.

In segno di solidarietà verso Freddy, le maestranze della PersonalitaConfusa SpA aderiscono allo sciopero dei blog. Il 10/6 non si blogga. Non si scrive un tubo. Fermiamoci tutti per 24 ore. Vediamo cosa succede. Probabilmente nulla.

Weekend dei milanesi a Sestri Levante

E via! Tutti al mare per il grande weekend di giugno. Partiamo tutti assieme il sabato mattina presto, tutti! Tutti all’autogrill di Dorno Est, quello che passa sopra la strada, l’intera Lombardia a fare la fila al gabinetto e alla cassa per il capuccino con brioche, come ogni altra mattina della settimana ma nei bar del centro. E poi il magico labirinto del minimarket tra montagne di caciocavalli pepati in saldo e pile di compact disc della Platinum Collection di Eros Ramazzotti voll. 1-3, giacché per uscire dall’autogrill il percorso è obbligato e se non passi dal labirinto non ti lasciamo mica andare via. E poi di corsa sull’autostrada, le aree di servizio con i bimbi che vomitano sul guard rail e le utilitarie inseguite dai tir ungheresi assassini.

Ma vieni! Finalmente tutti in spiaggia a prendere il primo sole della stagione, tutti belli candidi a mostrare gli addominali piatti e il tatuaggio nuovo. Tutti col nostro asciugamanino a sudare l’abbronzatura e salutare l’amica di Milano che a Milano non vi vedete mai ma quando vi ritrovate al mare sono baci e abbracci:
– Ma ciiiaaaoo Laureeetta ma come stai, ma non lo sapevo che eri incinta!
– Infatti non sono incinta, sono grassa; e smettila di darmi pacche sulla spalla, ho l’eritema.
– Orcogiuda che figura, madonna e gesù vi prego sotterratemi nella sabbia rovente, e tu scusa, ora devo andare ho la lezione di snorkeling, andiamo a pesca di tracine e meduse.

E la sera! Tutti in pizzeria, tutti assieme in coda per ammirare la meraviglia della riviera: la margherita da 29 euro, l’insalatina di polpo e patate a 46, prodigio dell’economia politica estiva. E poi tutti in disco, wow, che bellezza, c’è tutta Milano! Certo non scherzano nemmeno qui, guarda laggiù, il cubalibre da 85 euro. Mitico! E se lo chiedi con poco ghiaccio non te lo danno!

E poi a nanna! E quindi un’altra giornata di sole, creme, costumi stretti e caldo africano. E quindi via, partenza, tutti in macchina, tutti assieme allegramente incolonnati al casello, milioni di veicoli, l’aria condizionata degli umili (i finestrini abbassati) e io che mi imbuco nell’unica corsia vuota, quella all’estrema destra (quanto sono intelligente!) e la mia vicina mi chiede:
– Non lo sapevo che avevi il telepass.
– Ma cosa dici, figurati se ho il telepass, non so nemmeno cosa sia.
– Ah ecco perché la sbarra non si sta alzando.