Sul mare della Liguria orientale, a poche miglia dai moli di Genova, città ove son nato, si affaccia il paesucolo ove invece trascorsi l’infanzia. Dopo un breve soggiorno altrove, nei primi anni di vita mi ero trasferito ivi, a seguito della corte familiare che già allora mi manteneva.
Si trattava di un piccolo borgo di mare inerpicato sulle scogliere e completamente ostile al turismo sia per l’indole poco cordiale dei suoi abitanti (me incluso) sia soprattutto per la pressoché totale assenza di parcheggi. Un paese assiso in posizione scomoda su una collina pur di poter guardare il limpido del mare.
La spiaggia non ha neppure la sabbia ma pietre di varia dimensione e foggia, e questo contribuisce a scoraggiare i villeggianti estivi più cocciuti e i pochi turisti scampati alla riottosità dei nativi.
Per anni, insieme agli indigeni coetanei, ho frequentato con profitto l’asilo comunale. Era questo una casa gestita da suore (a quel tempo come oggi le suore avevano un ruolo centrale nell’oligopolio dell’istruzione italiana) e munita di giardino e refettorio per la mensa. Ne conservo bei ricordi. Mi ci recavo a piedi, poiché i venti minuti di percorso da casa a lì, secondo i famigliari, non presentavano particolari rischi (automobilisti, malintenzionati, briganti, dirupi) tali da pregiudicare la passeggiata di un fanciullo.
A dispetto di quanto si possa pensare, la vita in un paesello lontano, nell’isolamento delle campagne, può risultare assai piacevole, specie se si è bambini. E questo non solo nei mesi caldi, quando l’estate rimane lì ad aspettarti da ogni finestra, ma anche nel lunghi inverni della pioggia e del silenzio. Ancora oggi, molto tempo dopo esser emigrato nella tetra metropoli lombarda, vado là alla ricerca di quiete, nella stessa casa, nei medesimi luoghi, a domandarmi che sarebbe stata la vita se fossi rimasto.