E’ una vergogna. Da quando gira l’infamante diceria sull’influenza aviaria, all’ipercoop di viale Sarca la corsia che dà sul banco del pollame è diventato un deserto. Nessuno vi si avvicina. I commessi hanno dovuto appendere dei cartelli per rassicurare l’audience, con messaggi via via più espliciti:
– “Questi animali sono italiani”
– “Signora stia tranquilla, siam polli italiani”
– “Polli europei sanissimi, giurin giurella”
– “I qui presenti polli prima di morire stavano da dio, gli abbiamo pure misurato la febbre col termometro sotto le ali o nel sedere e avevano solo trentasei e mezzo!”
– “E comprateli ‘sti polli italiani, dai, che c’abbiamo i magazzini pieni.”
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Ieri sera, a casa, ero già a letto, ma preso dal dubbio non ho potuto fare a meno di alzarmi, andare in cucina, aprire il frigorifero e interrogare le uova:
– Scusate per l’ora, ragazzi, ma ho bisogno di un informazione.
– E-eh?
– Debbo sapere di chi siete figli.
– Cosa?
– Insomma: chi è vostra mamma? E soprattutto: era in salute, prima del parto?
– Senti, amico…
– Ditemi, ditemi, non abbiate paura.
– .. la vuoi smettere di rompere i coglioni a quest’ora di notte? Ma non vedi che stiamo dormendo?
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Su consiglio di Santa Stricnina Martire, provvidenzialmente apparsami in sogno, ho tentato un nuovo esperimento, e al solo fine di sensibilizzare il popolo.
Vestito da mandarino con tunica colorata, baffetti, occhi strizzati per simulare il taglio a mandorla e cappello a punta in bambù da cui spuntava un codino e , passeggiavo per le vie del centro tenendo al guinzaglio una gallina col raffreddore. Avevo lasciato il pennuto per tutta la notte all’aperto, ed esso, come è naturale, si era ammalato. Adesso starnutiva addosso ai passanti.
Dopo poco, son arrivati i carabinieri. L’apparenza li aveva ingannati. Volevano vedere il permesso di soggiorno di entrambi. “Che volete? Siamo cittadini italiani”, gli ho risposto, “sia io che lei.”