Dialogo pasquale

Giuda: Ehilà, Cristo! Tanti auguri di buona pasqua!
Gesù: Ma cosa dici, Giuda, oggi è mercoledì.
Gi: Embè? Sono auguri in anticipo: domenica non potrò farteli, vado a pranzo dai miei.
Ge: Ah, allora grazie.
Gi: Baciamoci, amico mio.
Ge: Ehi, calma, che è tutto questo affetto all’improvviso? E chi sono questi che ti accompagnano? Perché brandiscono spade e bastoni?
Gi: Stai tranquillo, sono amici. Vogliono solo conoscerti.
Ge: Mmm. Sei strano, stasera…

Ritrovato taccuino inedito di un grande scrittore emergente

Ieri sera, su una panchina del parco, ho rinvenuto un quaderno, un taccuino nero di taglia media. Il taccuino non reca indirizzo leggibile sul frontespizio, ma dal contenuto pare essere il diario di uno scrittore, comunque qualcuno che di mestiere scrive romanzi e ci mangia.

Segue il testo scritto a penna sul taccuino: se qualcuno vi si riconoscesse, è pregato di contattarmi via email in modo che possa restituirlo (previa trattativa sulla ricompensa).


Lunedì

Si parte. Alzato presto per lavorare al mio nuovo romanzo. Un po’ emozionato, come sempre. Doccia, colazione poi subito al tavolino con il computer: comincia la grande sfida. Che felicità. Prendo un respiro e poggio le mani impazienti sulla tastiera.
Ma. Di fronte al bianco immacolato di Word mi accorgo che non ho ancora un’idea per la storia da raccontare.

In effetti, averla, questa idea, sarebbe utile, per poter cominciare.
Non l’avevo previsto.
Sfoglio il blocchetto degli appunti e cerco tra le annotazioni prese nei giorni precedenti e – orrore – anche il blocchetto degli appunti è bianco come la neve.

Calma, calma. Non facciamoci prendere dall’ansia: prima o poi mi verrà in mente qualcosa.


Martedì

Sì, sto scrivendo il mio prossimo romanzo. Modestamente. Che poi, a pensarci bene, è anche il mio primo romanzo. Al tavolo di lavoro, mi spremo su un titolo folgorante, che però non mi viene in mente, visto che non so nemmeno di cosa parlerà il libro.

Dopo ore di dolorose elucubrazioni senza esito, decido che il titolo lo sceglierò alla fine, quando avrò terminato l’opera. Mi pare sensato.


Mercoledì

Finalmente ho rotto il ghiaccio e digitato le prime parole del mio nuovo romanzo. Il foglio non è più vergine. Che sollievo, che vittoria.
Le prime parole splendono sul monitor. E sono queste:

“Capitolo 1.”

Non è molto, ma sempre meglio di niente. L’importante è cominciare.

Avrei voluto dare dei titoli ai diversi capitoli, ma mi son reso conto di non aver idee passabili. Quindi, evviva la semplicità.


Giovedì

Preso da foga creativa, ho buttato giù anche l’indice dell’opera: non è stato difficile, un elenco puntato con le voci “Capitolo 1”, “Capitolo 2”, eccetera.
Sono arrivato a “Capitolo 33”.
Poi con lampo di genio ho aggiunto una ”Introduzione” prima del Capitolo 1.
Per oggi, non c’è male, ho fatto un bel lavoro. Direi che posso dirmi soddisfatto.


Venerdì

Oggi avrei voluto dedicarmi all’incipit. Ma non posso farlo, perché ancora non so di cosa parlerà il resto del libro. L’ispirazione non arriva: mi manca l’argomento, la storia da raccontare.
E pensare che sono un grande artista. Boh.

Andato alla Feltrinelli, acquistato un costosissimo “Manuale di Scrittura Creativa” che sto leggendo sul divano. Per ora non è servito a granché: dice di non esagerare con aggettivi e avverbi, di scrivere frasi brevi ma anche no, di prestare attenzione ai personaggi e alla trama (e grazie al…), insomma le solite cose. Mi assopisco durante la lettura del manuale.


Sabato

Ho capito: debbo prima organizzarmi, e solo dopo scrivere.
Oggi mi dedicherò alla pianificazione temporale del lavoro. Stabilisco che il mio romanzo avrà un preciso numero di pagine. Almeno 200. Se riesco a dedicare una giornata a ogni pagina e poi due mesi a correzioni riletture e revisioni, in meno di un anno dovrei farcela. Il che significa che per un anno intero non potrò far altro che occuparmi del mio romanzo. Per un attimo, mi chiedo di cosa camperò e come farò a mantenermi.

Anche a questo, non ci avevo pensato. Brutti pensieri. Pazienza, è solo un attimo, poi passa.


Domenica

Chiamerò il mio editore per avvertirlo che col romanzo sono più indietro del previsto. Mi pare corretto. So che in fondo apprezza la mia sincerità. Oddio, dovrei dirgli che sono del tutto fermo e privo di idee. Tuttavia credo di poterlo tranquilizzare con una balla tipo ho avuto l’influenza, il pc rotto e così via. Sfoglio la rubrica del cellulare ma mi accorgo che il numero di telefono dell’editore non c’è.

Maledizione, dove l’avrò messo.

Niente, non lo si trova. Eppure guardo ovunque, agende, post it, email: dell’editore, nessuna traccia.
Poi mi sovviene che io, per adesso, un editore non ce l’ho ancora.
Ecco perché non trovavo il suo indirizzo.

Una volta finito di scrivere il romanzo, dovrò pure cercarmi un editore che me lo pubblichi. Vabbè, dai, niente panico, affrontiamo un problema alla volta: cominciamo dalla scrittura del testo. Ci preoccuperemo della stampa e della distribuzione a momento debito.


Lunedì

Alzato all’alba per lavorare al romanzo. Aperto il file romanzo.doc: sempre a zero battute, accidenti. La struttura dell’indice e la definizione delle tempistiche non aiutano. Ma non mi spavento. Anzi, affronto la nuova settimana con rinnovato spirito creativo: esco a prendere una boccata d’aria.
Vado al parco.
Porto con me una biro e questo quaderno, sento che passeggiando verrò colto da un’idea illuminante, e poi il resto verrà da sé, inarrestabile.
Lo sento, lo sento…

Milano

Roba da matti, tocca persino difenderla. E allora, ecco il consiglio non richiesto per i turisti: venite a Milano. No, dai, aspettate un momento: statemi a sentire, vi spiego meglio, la conosco.

Sfatiamo la leggenda della città corrotta le cui uniche attrattive sono i prezzi stellari, gli aperitivi e gli immobiliaristi disonesti. Luoghi comuni, falsità, calunnie. A Milano troverete ben altro.

Milano è tutta da scoprire. Dietro il cliché della metropoli si nasconde una città sorprendente: l’aria pulita e tersa, il mare.

E poi i paesaggi: i prati, le foreste. I tramonti sulla laguna. Gli elefanti.

E Milano, si sappia, è la più sottovalutata delle città d’arte italiane. Come non citare la monumentalità dei suoi templi antichi, perfettamente conservati, i numerosi anfiteatri romani, le mure medievali, le piazze rinascimentali? I viali dove scorre ancora l’acqua? Le case colorate sul lungomare? L’andirivieni delle barche a vela? I delfini? Le balene?

E che dire dei milanesi? Ma quale tristezza, quale cattiveria, quale cinismo: qui la gente gira allegra per strada. Sorride a chiunque e gli domanda persino come sta: è il proverbiale senso dell’ospitalità dei milanesi. Non è un caso che Giotto, Raffaello e Van Gogh vi abbiano vissuto per tanti anni (e che vi abbiano vissuto assieme: i tre, da giovani, condividevano un monolocale).

Dice: “Sì, vabbè, però non c’è convenienza: costa troppo”. Ma andiamo, questa è una panzana bella e buona. A Milano ci sono i prezzi più bassi non dico d’Italia ma del mondo intero! Entri in un negozio, chiedi quanto costa quella cosa che hai visto in vetrina e il commerciante ti risponde: “Ma va là, non costa niente! La prenda pure, gliela regalo. E per favore rimetta in tasca il portafogli che mi fa impressione”.

Questa sì che è cortesia. A Milano, i bar, i negozi, gli alberghi sono gratuiti. Lo stesso i ristoranti, dove, quando non chiedi il bis, i camerieri si offendono.

Turisti, convincetevi: venite a Milano. Venite, per favore. Non crederete ai vostri occhi.

Turisti, convincetevi, e venite a Milano. Venite, per favore.
Non crederete ai vostri occhi.

Trattato sui loghi e le agenzie creative

Cari giovani aspiranti marketer, futuri creativi e altri entusiasti sognatori che immaginano un mondo fatto di brainstorming illuminanti e campagne pubblicitarie che cambiano il corso della storia, è mio dovere morale avvisarvi: il mondo del marketing è un terreno insidioso. Non aspettatevi sorrisi accoglienti o tappeti rossi; piuttosto, preparatevi a sotterfugi, tradimenti, molti anglicismi. E improvvisazione spacciata per genialità.

Per facilitarvi la transizione dall’aula al caos lavorativo, vi svelerò i meccanismi di uno degli episodi più classici e illuminanti di questo ambiente: la creazione del logo. Seguitemi in questa piccola guida pratica.


L’illusione della semplicità

Quando un’azienda decide di lanciare un prodotto sul mercato, il primo pensiero in assoluto sarà: “Serve un logo”. Qualcosa di semplice, pensate voi, come la firma in fondo a una lettera. Ma ricordate, giovani amici: la semplicità è l’ultimo stadio della complessità. L’azienda vi dirà di volere “un simbolo che rappresenti l’essenza del brand”, ma in realtà non sa cosa stia cercando. Non ne ha la più pallida idea. E voi, che vi immaginavate un cliente con le idee chiare, scoprirete presto che, nonostante le apparenze, la confusione regna sovrana nella testa del direttore marketing.


La scelta del grafico: il giovane promettente vs il veterano costosissimo

Nel mondo ideale, un’azienda dovrebbe scegliere il talento più brillante e motivato. Nel mondo reale, però, ci sono solo due opzioni:

  • Il grafico giovane: Ha talento, passione, fame (quella vera, perché nessuno lo paga abbastanza); lavora per poco e vi consegna un lavoro eccellente. L’azienda, però, non lo sceglierà mai.
  • Il designer costosissimo: Da anni arruolato in un’agenzia con uffici in tutto il mondo, scrivanie dorate e prezzi altissimi. Perché, vi chiederete pure voi? Non si sa, ma l’azienda cliente pensa sempre: “Se chiede così tanti soldi, dev’essere bravissimo!”. Spoiler: non sempre è così.

Siate consapevoli che il talento non sempre trionfa. A volte, l’immagine conta più del contenuto, e il marketing è il regno di queste baggianate come questa.


Il magico momento del “brief”

Il giorno della riunione sul logo arriva, e i dirigenti dell’azienda sono pronti a fornire al designer costosissimo il brief. Che non è altro che un documento con le istruzioni per creare il logo. Ma non aspettatevi qualcosa di chiaro. La richiesta sarà un enigma avvolto in parole incomprensibili. Vi diranno:

  • “Lo vogliamo giovane ma antico.”
  • “Semplice ma ricco di dettagli.”
  • “Colorato ma in bianco e nero.”

Alla fine, dopo sei ore di brainstorming tra i dirigenti, il designer dell’agenzia si mostrerà rassicurante: annuirà con aria profonda e prometterà di consegnare un capolavoro entro la deadline. Voi, invece, imparerete che il marketing è l’arte di far finta di aver capito tutto, quando non si è capito nulla.


La deadline: un concetto elastico

Nel marketing, la parola deadline è un’entità filosofica. Quando il giorno della consegna arriva, il designer non ha mai prodotto alcunché. In compenso, è maestro nell’arte della scusa: “Ho così tanti progetti importanti in corso!”. L’azienda gli concederà una proroga di 24 ore, non tanto perché fiduciosa, ma perché non ha alternative. Anche voi, un giorno, imparerete che ignorare le deadline è l’arma segreta del marketing.


Il grande giorno della presentazione

Alla fine, il designer si presenterà con tre proposte di logo, tutte orribili. È un fatto scientifico: i loghi peggiori nascono sempre in tre. Nessuno oserà dirlo, però. Qualcuno troverà persino il coraggio di dire: “Mi piace il secondo”. Oramai è tardi, non c’è più tempo per il rework. Perché? Perché il marketing creativo, nell’era del capitalismo postmoderno, dovreste averlo intuito, è un giuoco di prestigio.


Il trucco del plagio

Un segreto che vi svelo: molti loghi sono plagi. Idee rubate da chissà dove. Questo pianeta è pieno di loghi, magari quello che vi stanno vendendo è identico al logo di una fabbrica di scarpe in Perù o di un ristorante in Arkansas. Esistono manuali pieni di loghi altrui da scopiazzare. Ma tranquilli, nessuno lo scoprirà mai. Nel marketing, quello che conta non è l’originalità, ma la percezione di originalità.


La lezione finale

Tre mesi dopo, l’azienda sarà ancora in alto mare: il logo è costato un miliardo ma non ha risolto i problemi. Per cui ora servono un sito, un catalogo, un flyer e altre svariate cose da acquistare. Il grafico giovane bravo ma troppo economico, ha chiuso la partita IVA e ora fa l’idraulico, mentre l’agenzia del designer costosissimo starà già progettando il nuovo logo per un’altra azienda talmente ricca da non saper più come spendere i soldi.

E voi, cari giovani, cosa imparerete da tutto questo? Che nel marketing spesso non vince il migliore, ma il più stronzo. Che un logo non è mai un’opera d’ingegno, ma quasi sempre è un’opera di diplomazia. E che, se tutto va storto, c’è sempre spazio per un rebranding.


Sulla dichiarazione di guerra alla Repubblica di San Marino

Un consiglio ai governanti del nostro paese: amici, la situazione è confusa, la gente stanca e per rincoglionire il popolino, le televisioni non bastano più. Qui ci vuole un diversivo, qualcosa in grado di distrarre sul serio le persone. E io un’idea ce l’avrei. Un’idea antica, ma di sicuro funziona, ve la regalo gratis. Amici governanti, facciamo una guerra. Invadiamo un paese estero.

No, non vi preoccupate, niente di pericoloso. Si tratta di una guerra facile facile, il nemico è mansueto. Si tratta di annettersi con la forza la Repubblica di San Marino.
Cosa ci fa ancora lì, San Marino? Nessuno lo sa. Ma conquistarla non deve esser molto complesso. I sanmarinesi non hanno né aerei né carri armati. Basta circondare la rocca con un pugno di fanti e dal megafono gridargli: “Per voi è finita, uscite con le mani in alto, da oggi fate parte della provincia di Rimini”. 

Nessun spargimento di sangue: San Marino è abitata per lo più da venditori di souvenir e persone disarmate, le nostre truppe avrebbero vita sin troppo facile. Non ci sarebbe neanche bisogno di sparare: se qualche ristoratore o qualche commerciante tenta di ribellarsi, gli si dà una bella sberla, e basta.

È ragionevole pensare che l’occupazione del territorio nemico (pochi ettari) venga completata in un paio d’ore. Se tutto va bene, poi ci si prova anche con la Città del Vaticano e il Canton Ticino.