Il bricco del latte e le bucce di mandarino

Quando ti ritrovi il bricco del latte sulla mensola del bagno e delle bucce di mandarino fra le lenzuola, forse vuol dire che ti sta succedendo qualcosa di strano. Guardi dalla finestra e nel parcheggio il portinaio e sua moglie giocano a moscacieca. Allora scendi, cerchi la loro automobile e con la punta dell’ombrello sul cofano incidi in braille la poesia che hai imparato a memoria tanti anni fa, alle elementari. Il portinaio è sorpreso, sua moglie anche. Poi si avvicinano alla tua, di automobile.

Al bar-tabacchi di via XXX stai comprando le vigorsol e la signora ha un’aria stanca quando ti chiede sei hai 50 euro. Ma tu non li hai, i 50 euro, anzi non hai proprio niente, e il portafogli contiene solo biglietti dell’autobus usati e scontrini sbiaditi, e allora le chiedi se puoi pagare con la carta di credito. E lei ti guarda in silenzio, mentre i marziani in piedi sul tavolo da biliardo stanno cantando la messa in latino.

Sì, ora dovresti riposare, è stata una notte insolita, tutta la notte in salotto ad ascoltare la radio e costruire questa grande riproduzione tridimensionale della Piramide di Micerino con alghe, sabbia e fogli bagnati. Fogli con i buchi, a quadretti piccoli. Meno male che la donna verniciata di marrone e l’omino di sughero ti hanno aiutato, però dopo questa fatica l’omino di sughero ha chiesto un fiammifero e dato fuoco a tutto. Un tipo bizzaro, questo omino: indossa scarpe a punta e porta campanelli alle orecchie. Rideva, mentre lo prendevi a calci per le scale.

Un giorno potresti portarmi con te sul treno intercontinentale: ce ne staremmo chiusi nello scompartimento con le tendine abbassate per non lasciar entrare nessuno. Oppure a casa tua per realizzare allegre statuine zoomorfe con il bianco del salame, tenerle in frigo di notte e la mattina dopo andare a venderle su una bancarella al mercatino, in una domenica di sole.

Proposito per l'anno nuovo

Dopo un attento esame di tutti gli elementi di cui siamo in possesso, a fronte della problematica analizzata si ritiene di poter procedere ad un piano articolato come segue:

1) Organizzare una grande festa, con musica, canti, balli, droga, stelle filanti, coriandoli e quantaltro. Cercasi location gratuita, asternersi perditempo. Alla termine della serata salutare tutti con calore, come se fosse l’ultima volta.

2) Il giorno seguente alzarsi, fare colazione in vestaglia leggendo il giornale e ascoltando le Variazioni Goldberg (il disco preferito del killer cannibale del Silenzio degli Innocenti). Vestirsi. Indi telefonare al padrone di casa e avvertirlo che:
– in questo preciso momento sta perdendo un cliente.
– gli affitti arretrati se li sogna
– l’appartamento è libero in quanto tutti gli arredi sono già stati venduti in blocco e ad un costo peraltro irrisorio alla ditta “G. Filippetti & Figli Compravendita Mobili Usati S.n.c.”
– appendere senza salutarlo.

3) Inviare lettera via fax alla cortese attenzione dell’Amministratore Delegato nonché mio attuale datore di lavoro. Testo:

Milano, oggi, 2004

Gentilissimo Ing. XXX,

Mi dimetto.

Addio.

(Firma)

PS Vaffanculo, pirla.

3) Recarsi a L’Emporio del Giocatolo di Via XXX, ove acquistare: una pistola di plastica somigliante a modello oggi in voga presso la malavita organizzata (budget previsto: max 30 €) + maschera da Pulcinella rimasta invenduta dal febbraio 2003

4) Indossata la maschera, mettersi alla guida e proseguire per destinazione filiale Banca Unicredit di Viale XXX.

5) Entrarvi e avvisare i presenti che “State calmi questa è una rapina, non muovetevi e non vi verrà fatto alcun male. Forse.”. Rivolto alla cassiera terrorizzata , puntarle l’arma in mezzo alla fronte e sussurrarle con estrema dolcezza: “Signorina, sia gentile, mi dia 10 miliardi in contanti per cortesia”

6) La guardia giurata (il suo comportamento è già stato studiato in precedenza – trattasi di persona visibilmente distratta e innocua in quanto da anni passa intere giornate a fumare, mettersi le dita nel naso e far complimenti non richiesti alle passanti) la guardia giurata giace a terra narcotizzata da un kleenex al cloroformio offertole prima di entrare.

7) Uscire.

8) Fuggire su l’auto parcheggiata in doppia fila di fronte alla banca medesima. Gettare la maschera di Pulcinella dal finestrino.

9) Recarsi all’aeroporto guidando sulla corsia riservata ai taxi a gran velocità (con tutti i guai con la giustizia che avrò da adesso, cazzo me ne frega dell’autovelox?)

10) Imbarcarsi su volo per amena e soleggiata località dell’Oceania ove la legge non preveda estradizione.

11) Arrivo, sistemazione, pernottamento vita natural durante.

Bene, c’è qualche dettaglio da correggere ma in se’ il piano sembra quasi realizzabile. Vado.

Resoconto di cosa accade il venerdì pomeriggio negli uffici delle imprese italiane

Venerdì pomeriggio: negli uffici delle aziende di una produttiva penisola dell’Europa meridionale, tutti sono più rilassati.

Già alle 15 i dirigenti indossano i cappotti e passeggiano sorridenti tra gli open space. Con aria paterna augurano ai sottoposti la “Buona domenica” – e mentre lo fanno, alzano una mano: più che un saluto pare una benedizione.

Nell’attesa, all’Ufficio Stampa le ragazze leggono il giornale e chiacchierano indolenti di cinema e letteratura. Nei cessi, le impiegate fumano, si scambiano notizie sui figli e litigano sulle previsioni meterologiche per il weekend (Paola sostiene che farà bello ma Liliana urla che pioverà, lo ha letto su un sito).

La Collega Dirimpettaia del marketing fin dalla mattina è fresca di parrucchiere, infiochettata e vestita con un’eleganza fuori luogo, ma lo è solo perché appena uscita la aspetta una girandola di aperitivi, cene, cenette e dopocena molto trendy con amici e conoscenti. Passa il pomeriggio davanti allo specchio del cesso, tentando truccarsi tra un messaggio di appuntamento confermato e l’altro.

Il direttore amministrativo guarda con terrore l’orologio: a casa lo aspetta una moglie che lo odia e lo sgrida perché lui a tavola mangia troppo, di notte russa e in bagno non tira su l’asse del water: due giorni di paura. Pur di evitarla, sta pensando a delle scuse per venire in ufficio anche sabato, forse persino domenica, e se riesce vorrebbe fare una capatina anche durante le feste di Natale.

Alle 18 tutti sono già scappati verso paradisi di shopping, festicciole, fine settimana in montagna, cinema o forse e più semplicemente verso il caldo focolare domestico. Solo il collega scapolo del secondo piano, immerso nel buio silenzioso, approfitta dell’assenza dei vicini per fingere di lavorare, in realtà sta scaricando indisturbato un database di foto di donne nude.
Il poverino se ne andrà solo a mezzanotte, dopo essersi scambiato gli auguri con la signora rumena delle pulizie. Fuori fa tanto freddo, ed è già venerdì sera.

I 10 versi di Battiato più facili da ricordare

Classifiche di cui non si sentiva il bisogno. I 10 versi tratti da canzoni di Battiato (sì, lo so, Battiato era meglio quando i testi se li scriveva da solo e non frequentava Sgalambro) TI STAVO DICENDO, i 10 versi tratti da canzoni di Battiato più facili da ricordare, secondo me:

1. “C’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero”
(Bandiera Bianca)

2. “Il mio stile è vecchio come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore”
(Scalo a Grado)

3. “E lo sapeva bene Paganini che il diavolo è mancino e subdolo e suona il violino.
(Lode all’Inviolato)

4. “Concerto numero quattro in do minore per archi di Baldassarre Galuppi, pensiero causale, imperativo categorico, ferma distinzione dell’uomo dall’animale, teorema adiabatico, i madrigali di Gesualdo, principe di Venosa…”
(Gesualdo da Venosa)

5. “Mi dia un pacchetto di Camel senza filtro e una minerva, e una cronaca alla radio dice che una punta attacca verticalizzando l’area di rigore, Ave Mariaaaa…”
(Venezia-Istanbul)

6. “I Mantra e gli Hare Hare a mille lire, l’esoterismo di René Guénon, una signora vende corpi astrali, i Buddha vanno sopra i comodini, deduco da una frase del Vangelo che è meglio un imbianchino di Le Corbusier.”
(Magic Shop)

7. “E sommersi soprattutto da immondizie musicali”
(Bandiera Bianca)

8. “Studenti di Damasco vestiti tutti uguali, l’ombra della mia identità, mentre sedevo al cinema oppure in un bar…”
(L’era del cinghiale bianco)

9. “A Beethoven e Sinatra preferisco l’ insalata, a Vivaldi l’ uva passa che mi da’ più calorie.”
(Bandiera Bianca)

10. “L’Impero della musica è giunto fino a noi carico di menzogne, mandiamoli in pensione i direttori artistici e gli addetti alla cultura.”
(Up Patriots to Arms)

(continua nei commenti)

"Ma tu cosa fai a Capodanno?" e altre Faq

Piccola indagine socioculturale. Le domande più frequenti dei prossimi giorni (e per ognuna, tre possibili profili della persona che pone la domanda)

“Hai comprato i regali?”
La persona che ti pone questa domanda spesso è:
a) qualcuno che oramai passa le giornate a tormentarsi pensando alla regalistica natalizia, specie a pensare cosa prendere per la zia Rina, la vecchia zia che non legge, non ascolta la musica, non usa profumi ne’ cosmetici, odia le sciarpe, odia le borse, odia ogni forma d’abbigliamento che non sia la sua tuta da ginnastica, odia il natale, odia le riunioni familiari, odia tutto, però il regalo bisogna farglielo altrimenti s’incazza;
b) qualcuno che ha appena comprato i regali e non vede l’ora di elencarteli (“Io invece sì, a mia mamma ho preso una pashmina bellissssssimaaa! Quasi quasi me la tengooo…”);
c) qualcuno che non sa cosa che dirti e quindi sfodera l’argomento di conversazione del momento: i regali, appunto.

“Ma tu cosa fai a capodanno?”
Interrogazione posta da:
a) qualcuno che ha già un magnifico programma per la sera di capodanno (fuochi d’artificio, cubiste in lingerie rossa, torrenti di champagne, musica live, droga, balli fino all’alba in una isolata baita d’alta montagna priva di elettricità e raggiungibile solo con gli sci o le racchette da neve e le torce in mano pensachefigata!) e non vede l’ora di raccontartelo dopo che tu gli avrai risposto col solito “Boh, non lo so ancora”;
b) qualcuno alla disperata ricerca di qualcosa da fare la sera di capodanno e spera in un invito;
c) qualcuno che non sa cosa cazzo dirti e quindi sfodera l’argomento di conversazione del momento, il capodanno, appunto.

“Hai fatto l’albero? E il presepe?”
Domanda disinteressata formulata da
a) qualcuno che fin da ottobre ha in salotto sia l’albero (un abete di tre metri decorato con luminarie e palle comprate dal gioielliere) sia il presepe (un presepe vivente con personaggi interpretati da attori teatrali e animali veri: pecore, bue, asino ragliante, ecc.);
b) qualcuno che si sente in colpa perche’ in casa ha solo un mini-alberello sintetico che più che a un albero assomiglia ad una scopa verde montata al contrario;
c) qualcuno che non sa cosa che dire e quindi sfodera l’argomento di conversazione del momento: l’albero, appunto.

“Ciao, e se non ci vediamo prima delle feste, auguri di buon natale e buon anno.”
Tipica formula di saluto di
a) una persona che sa benissimo che NON vi vedrete altre volte prima delle feste, ma non osa ammetterlo in quanto ritiene che dirlo apertamente sarebbe antipatico (e poi non si sa mai, i casi della vita: magari ci incontriamo per caso dal panettiere la mattina del 25 e ci facciamo gli auguri lì, di nuovo);
b) qualcuno che sta tentando il record mondiale di auguri di natale, scritti e orali: alla vigilia, esauriti parenti amici e conoscenti, comincerà a telefonare a numeri a caso e ad abbracciare i passanti per strada;
c) una persona che al momento di salutarti non sa che altro dire, e quindi aggiunge la solita coda di riverenze natalizie.

Buon Natale dal Papa

Ciao a tuti, cari amici, sono ancora io, Karol, il Papa. Ecomi qui, mi sono collegato e il caro blogèr confuso mi da ospitalita sul suo sito cosi poso postare e farvi gli auguri di Natale, e racontarvi un po di cose segrete che sui giornali non ve le dicono.

Alora, amici, volevo dirvi che ho comprato i regali di Natale. A Ruini li ho regalato un cilicio nuovo, questo e di cuoio con i laceti beli streti, cosi Ruini impara. Al mio portavoce spaniolo Navaro, quela specie di carceriere di papi, li ho preso una cravata orenda, che lui e laico e le cravate se le puo metere, ma io l’ho scelta aposta bruta cosi quando apre il pacheto dovra soridermi e far finta che li piace e invece io lo so che non li piace, ah ah che belo scherso. Invece ho fato un bel regalo al mio amico e colega Dalai Lama, un paio di infradito colorate carinisime, liele o spedito col DHL a casa sua sul’Hymalaia.

Il programma del mio natale non e’ tanto belo, amici. La sera dela vigilia dovro stare alzato fino a tardi che cè la mesa di mezanote; dopo torniamo neli apartamenti e io e Ruini ci faciamo li auguri, mangiamo asieme una fetina di pandoro e lui si beve un bichierino di rosolio ma a me non lo da, dice che mi fa male.
Il 25 abiamo il pranzo: a me servono solo una minestrina in brodo, Ruini e Navaro invece si fano preparare dai miei cuochi le lasagne al ragu e la faraona farcita, e mentre mangia Navaro lo fa aposta a dire che “Mmm, la faraona e buonisima, pecato, Karol, che tu non la puoi asagiare”, perche lui lo sa che io ci resto male, ma io prima o poi lo licenzio quello li, lo mando a fare l’uficio stampa del cardinale di Vladivostok, cosi vediamo se dopo ride ancora.
Invece, questo anno subito dopo il pranzo del 25 Navaro parte, va alle Canarie per le ferie, a me mi toca restare qui a roma a sanpietro. L’unico vantagio e che qui poso andare a vedermi la Sistina nel’orario di chiusura, e senza fare code. Perche la sistina e’ il saloto di casa mia. Ma per tuto il resto quelo di papa e un lavoro faticoso.

Ragazi, io vi auguro un buon natale a tuti, vi volio tanto bene, amici, buone feste a tuti, ve lo dico sinceramente.

Il Vostro,

Papa.

Ode a Ruben Gonzalez, pianista

Oggi non ti starò ad infastidire con il capitolo successivo della convivenza con la mia collega dirimpettaia: fino a martedì sarà dai suoi, a Palermo, lontana migliaia di chilometri, all’annuncio dentro di me ho gioito come Tardelli dopo il gol alla Germania ai Mondiali del ’82. Due giorni senza di lei, due giorni di cuccagna e lieto vivere.
A lei invece ho mostrato una falsissima punta di rammarico: “Ma torni, vero? E se cade l’aereo?”

Oggi invece ti devo raccontare del grande Ruben Gonzalez. “E chi è?”, “Che c’entra?” Niente. Non c’entra niente. Ma te lo devo raccontare lo stesso. Ruben Gonzalez è cubano. Ha quasi cento anni. Quasi nessuno lo sa, ma Ruben Gonzales è il più grande pianista vivente.

Negli anni 30’ e ’40 studiava musica classica e suonava nelle grandi orchestre per turisti americani negli hotel dell’Avana. Divenne una celebrità tra i nativi, ma non fra i turisti, per loro Ruben era solo un ragazzo nero che rallegrava la loro serata al ristorante di lusso ai Caraibi.
Poi venne la rivoluzione, l’embargo, i miliardari di Miami non facevano più le vacanze a Cuba e le gloriose orchestre passarono di moda, finirono in rovina come le case sul Malecòn, il lungomare della capitale. Ruben tornò povero e sconosciuto. Si vide costretto vendere il suo pianoforte per potersi mantenere, e così smise di esercitarsi. Il destino segnato era quello di invecchiare e morire con dignità ma in silenzio, in un tugurio, dimenticato da tutti.

Ho conosciuto Ruben Gonzales pochi anni fa, al cinema. Io ero in platea. Lui invece se ne stava sullo schermo. Questo omino decrepito improvvisava jazz con una classe immensa. Senza la minima fatica le sue mani scalavano assoli vertiginosi, un tasto dietro l’altro. “Madonna, è questo da dove diavolo esce?” Il film era Buena Vista Social Club di Wim Wenders. Gli altri musicisti non erano male, ma Ruben era di un altro pianeta, una creatura ultraterrena.
Nel film c’è una scena secondo me molto toccante: il vecchissimo Ruben, ridotto ad accompagnare le lezioni di una scuola di balletto, suona il pianoforte come un dio per una scolaresca di bambine cubane in tutù.
Il successo del film di Wenders gli ha donato la notorietà perduta, moltiplicata per mille: a quasi cento anni Ruben Gonzalez ha inciso il suo album d’esordio, distribuito in tutto il mondo.

7 cose di Milano che l'Unesco dovrebbe proteggere

“Bella Milano… se se putesse vede’!”
(Renzo Arbore nel film Ff. Ss.)

Tu che a Milano non ci vivi, per oggi mi scuserai, ma se fossi l’Unesco, o il sindaco di questa città, certe cose che mi piacciono le salverei. Poche. Le mie 7 meraviglie.
Vado? Vado:

1. La coppia di entertainer del parco di Porta Venezia: coppia di anziani che ogni giorno – ogni giorno – tiene uno spettacolo canoro sui vialetti. Lui, un signore baffuto, con aria molto seria intona al microfono dei motivi del Trio Lescano o Guardo gli asini che volano nel ciel: bella voce. Lei, seduta, muove il burattino di una scimmia danzante fuori tempo dentro un teatrino di cartapesta.

2. La passeggiata lisergica lungo il naviglio della Martesana nel tratto che passa sotto gli ultimi binari della Stazione Centrale, in una giornata di sole. Ci sono case affacciate sul canale, squali disegnati sui muri, un sacco di piante, cortili, prati, le chiuse sull’acqua…

3. Il menù del giorno della Grand’Italia, pizzeria-ristorante, aperto 365 dì all’anno Natale e Ferragosto compresi, dalla mattina a notte fonda. Un angolo del tutto fuori dal tempo, sincero e anacronistico nell’arredo come nei prezzi. E poi – diciamocelo – prendono i ticket. Sempre. In via Palermo.

4. La cortesia affettata del benzinaio Shell di piazza Durante e la sua iperbolica recitazione nei convenevoli quando ti rende le chiavi (“La ringrazio molto e le auguro una gradevolissima giornata” – si vede benissimo che non gliene frega niente della tua giornata, ma è questo il bello).

5. Gli affreschi raffiguranti Jimi Hendrix e la mucca dei Pink Floyd nella piazzetta dietro Cittàstudi, in largo Murani.

6. Le commesse della libreria Feltrinelli di Corso Buenos Aires. Con quella loro aria struccata e dimessa da vestali post-grunge, un po’ scorbutiche (forse anche qualcosa di piu’ di scorbutiche) ma devote alla Letteratura. E pure quella là, alla cassa del pianterreno, che non sorride mai, però..

7. Il sottopassaggio dove è stato girata la scena della rapina del vecchissimo film L’Audace Colpo dei Soliti Ignoti. La scena: rocambolesco assalto ad un furgone valori – più che un assalto un incidente stradale, con Gassman che deve fingere di parlare milanese ma da’ una craniata sul parabrezza e gli scappa un “Mannaggia” seguito da altre male parole romanesche. Se fossi sindaco di Milano ci farei mettere una targa commemorativa.

Aggiornamento: Ciumbia, una pioggia di nuove meraviglie nei commenti

Del perché non vi saranno altre puntate di Striscia la Notizia

Ore 1.30 di notte. Ho fatto tardi. Sto per infilare la chiave nella serratura e mi accorgo che da dentro proviene un frastuono di pessima musica, voci, risate. Vuoi vedere che i ladri sono entrati e stanno facendo una droga party? E perché mai?

Apro, spalanco la porta e scopro che in salotto c’è lo staff di Striscia la Notizia. Al completo, in carne e ossa. Occazzo.

Ezio Greggio e Jacchetti, vestiti da donne, stanno ballando sul tavolo da pranzo. In cucina le veline struccate provano il passo della tigre zoppa. C’è pure il tizio adetto alla consegna dei tapiri, e vorrebbe consegnare proprio a me il tapiro. Eh no, adesso basta. Per tutta risposta gli strappo il microfono dalle mani e glielo rompo sul naso (peraltro già fratturato da qualcun altro il mese scorso) e mentre lui butta sangue come una fontana, nella sala rimbombano delle odiose risatine preregistrate, il che mi convince a inferire sulla vittima. Il Gabibbo fa lo scemo e pretende di parlarmi in genovese ma io, che genovese lo sono più di lui, per tutta risposta, a colpi di scure sventro il pupazzo e ne finisco l’involucro.

Ore due di notte. Credevo di aver finito e invece scopro che in bagno si è nascosto  Antonio Ricci, l’opinionista, il re della satira televisiva, ma anche il regista della trasmissione. Implora pietà, mentre imbraccio il lanciafiamme al napalm e senza fiatare glielo scarico addosso.

Ore tre. Tutto finito: ho lavato il sangue dai pavimenti, le salme di Greggio e Jacchetti le ho già portate nel vano della raccolta differenziata dopo una breve indecisione su quale bidone scegliere (umido? secco?).
Ora eccomi qui, sul divano, a scrivere queste poche righe. Da un piattino mangio il cuore delle veline tagliato julienne e condito con tonno e fagioli, e ripenso sorridendo allo sguardo disperato del sosia di Valentino agonizzante mentre lo strangolavo col suo stesso foulard.
Ah, che pace. Che silenzio.

La Donna Pianta

Finalmente potrò conoscere la divinità che da qualche giorno ho iniziato a venerare, la Donna Pianta. Mi ha concesso di mostrarsi, e io la aspetto qui, in un viale alberato d’inverno.

Eccola. La Donna Pianta appare nel cielo. Vola. Compie un paio di acrobazie aeree, piroetta ridendo, poi atterra leggera, allarga le braccia e brilla in tutto il suo fulgore. Accecato dalla luce verde da lei emanata balbetto qualche parola di occasione, lei mi ordina di tacere e mi trascina a forza dentro una pizzeria.

La Donna Pianta si ciba di pizza alla scamorza e tra un boccone e l’altro emette suoni flautati, come le sirene.

Usciamo fuori, il sole splende sulle fontane, i giardiani e i teatri della Città della Donna Pianta.

La Donna Pianta mi mostra il palazzo in cui vive. Mi fa sedere in uno dei cinquecento salotti, mi offre del caffè d’orzo e mentre io lo bevo lei canta al karaoke Sos degli Abba utilizzando una base Midi con le parole in sovraimpressione sui muri. Al posto del microfono impugna una bacchetta sfilata dalle tende.

La Donna Pianta alleva un ramarro in gabbia e lo nutre con piccoli grilli vivi, custoditi in una scatola per uova.

Nel Salone Verde della casa della Donna Pianta c’è profumo di fegato alla veneziana, e sul divano giace un cadavere parlante. La Donna Pianta è molto soddisfatta di questo.

La Donna Pianta conosce alla perfezione il libro della Storia di Tutte le Cose Dalla Nascita dell’Universo a Ieri Sera. Me la racconta con finta modestia, io cerco di imparare – imparare non la storia, imparare a parlare come lei. All’improvviso, tace e con l’indice mi mostra una pecora che passeggia sul soffitto.

Sono fuggito cieco e spaventato, dalla casa della Donna Pianta. Al suo cospetto provavo un misto di imbarazzo, stupore, ammirazione, e di paura della sua infinita e al tempo stesso semplice grandezza. Le ho baciato le guance e l’ho lasciata lì, nel suo mondo colorato e sospeso.