Del perché leggere è meno faticoso di scrivere

Dove eravamo rimasti?, come disse Enzo Tortora quando uscì di prigione e tornò a presentare la trasmissione televisiva Portobello? Ah sì, parlavamo di un argomento di estremo interesse: me stesso. Io, il più grande blogger, ma che dico, la più grande blogstar mai esistita in questo Paese.

Sono certo che milioni di italiani si interroghino sul motivo per cui, negli ultimi mesi, anzi negli ultimi anni, io, il titolare di questo glorioso e antico blog, abbia via via ridotto la frequenza di scrittura. So bene che giustamente voialtri del popolino adorante vi struggete dal desiderio di saperlo. Il motivo è proprio questo: avevo ben altro da fare.

Per di più, ho compiuto una scoperta sorprendente: che scrivere è più faticoso di leggere (intuizione acutissima, ne convengo) e perciò, ogni tanto, è capitato che dovendo scegliere fra queste diverse attività, fra lo scrivere e il leggere, in certi momenti di indolenza, ho pensato fosse preferibile la seconda opzione.
Ora, è senza dubbio vero che leggere rappresenta un’attività faticosa per il cervello e il corpo. In molti casi, per leggere, bisogna sforzare la vista. Talvolta persino inforcare gli occhiali. Il gesto stesso di sfogliare le pagine comporta comunque uno esercizio fisico per il braccio e il polso, per il pollice e l’indice.

Ma scrivere – posso dirvelo con cognizione di causa, o plebei, essendo io un artista oltre che un genio – è ancora peggio. Difatti, il lettore può compiere la sua azione, ossia leggere, in diverse posture confortevoli: sdraiato sul divano, in poltrona, a letto o – mi si perdoni se evoco un’immagine letteraria un po’ forte – assiso alla toilette.

Invece lo scrittore, poveraccio, quando agisce è sempre costretto a una posizione scomoda: ritto di fronte al tavolo su cui è posata alla carta con la penna o, in tempi moderni, alla tastiera. Gli è consentito restare seduto, certo, ma comunque senza abbandonarsi sulla schiena come può fare il suo antagonista, lettore.

La fisicità non rappresenta il solo sacrificio di chi scrive, si badi. C’è anche la fatica cerebrale. Una pesante responsabilità per la ristretta cerchia di esseri intellettualmente superiori cui mi onoro di appartenere. Ebbene, mentre quel lavativo del lettore non ha alcun obbligo di farsi venire in mente cose interessanti da esporre e se ne sta lì, beato, ad aspettare il pensiero altrui, lo scrittore, viceversa, deve di continuo trovare argomenti brillanti da esporre per intrattenere il suo pubblico, ossia il lettore medesimo.

Vedete ad esempio come in questo momento tutti voi, folle adoranti, siate rapiti dal mio fulgido eloquio e stiate pensando “ma che sta dicendo questo, si è proprio rimbecillito”, quando io, viceversa, desto il vostro interesse con la mia sapienza.

E dunque è finita così: per parecchio tempo, nel momento della giornata nel quale avrei potuto scrivere laonde deliziare le masse con il mio ingegno, per molto tempo ho pensato: ma se invece di dar sfoggio di fronte all’universo della mia sovrumana propulsione creativa me ne andassi sotto le coperte a leggermi un libro o ancor meglio a dormire?

La nuova social media strategy di questo sito

– Oh bene, ben trovati, cari signori, eccoci qua a trattare di un argomento molto importante, fondamentale direi.

– Sì sì, giusto, svelaci la verità.

– Mi riferisco naturalmente alla nostra futura strategia sui social media.

– Evviva, evviva.

– Per rilanciare questo blog da tempo in disarmo, il titolare mi ha assunto affidandomi la responsabilità della comunicazione sui social media, fonte di certi ritorni forsanche economici.

– Giusto, parole sante, che gli dei ti benedicano, te e quel pirla del titolare!

– Vi confesso che io non so neanche bene cosa siano, ‘ste benedette social media strategy, però non lo sapete neppure voi, e comunque ogni giorno uso facebook dal mio iphone per scambiarmi messaggi con mia moglie, e quando vado in vacanza pubblico lì le foto delle mie vacanze.

– Non essere modesto, le tue competenze sono smisurate: mostrarci la via verso il Futuro.

– Anche stamane ho messo sul profilo (è così che si dice, vero?) una foto del mio cane, ricevendo un discreto numero di like. D’accordo, erano solo 6 like di cui uno da mio cognato, quattro di miei ex compagni di scuola che per inciso mi stanno pure sui coglioni, e uno, il primo like, era mio. E tuttavia credo di poter ritener sia stato un discreto successo social.

–  Bravo, bravo, te ne metto uno anche io, di like.

–  Grazie, ricambierò. Ma veniamo a noi: l’ordine del giorno di questo meeting prevede di discutere della nuova social media strategy di questo sito. Confesso e ribadisco a scanso di equivoci di non aver affatto chiaro cosa sia, una social media strategy, e tuttavia di tale argomento ne parlo lo stesso, tanto nessuno di voialtri oserà contraddirmi.

– Bravissimo, evviva.

– Ordunque, cosa facciamo con ‘sti social media? Dobbiamo averli anche noi, perché oramai se non hai i tuoi account su Twitter e Facebook sei considerato un cretino, almeno in questo ambiente della comunicazione multimediale nel terziario digitale. Persino il panettiere sotto casa mia ha intrapreso una sua social media strategy per promuovere il negozio, peraltro con ben poco successo (al momento ha soltanto 6 follower: sua cognata, quattro suoi ex compagni delle elementari e un finto account creato da lui stesso con un nome falso).

– Geniale, bravo, bravo.

– Ci sarebbero altre strategie, come quella di comperare follower e fan finti in Brasile, o in Indonesia, o in Bangladesh, a prezzi modici, circa 0,02 euro a cadaun fan, per poi vantarsene con i clienti ignari della truffa, come io sto facendo con voi decerebrati che mi applaudite senza capire assolutamente nulla di quanto sto affermando.

– Bravo, bravo!

– E tuttavia sarà chiaro anche a voi che un blog in italiano ha come scopo la lettura da parte di gente che possa comprendere ciò che vi è scritto, ossia testi in italiano, appunto; e se se i tuoi fan, o follower, parlano benissimo l’indonesiano o il malgascio ma non capiscono una beata ceppa di italiano, non ha molto senso avere costoro come lettori …

– Ma quante ne sa, quante ne sa!

– E naturalmente useremmo anche degli hashtag.

– Gli hashtag, che figata, gli hashtag.

– Grazie, amici, grazie. Proprio tutto vi bevete. Meglio per me, non certo per voi. Ma andiamo avanti. C’è poi la nuova strategy di pubblicare fotografie, perché come dice il famoso guru del social networking americano, quel tizio famosissimo di cui non ricordo il nome ma in fondo chi se ne frega del nome, più importante è ciò che insegna e pensa, dicevo: c’è poi la nuova strategy di inondare i social media di foto, brutte o belle che siano, senza nessun motivo apparente ma solo al fine di dimostrare a terzi di essere attivi, di aver un sacco di belle foto, di aver poco anzi nulla da dire ma molto anzi tantissimo da fotografare. Penso ad esempio – prendo fiato per creare la necessaria trepidazione – a Instagram.

– Sei il nostro idolo, quanta saggezza nelle tue parole, o vate.

– Per concludere, amici…

– Come concludere? Non ci hai ancora detto nulla di concreto, soltanto scemenze.

– E lo so ma la riunione sta finendo, e io ho un altro impegno.

– Sì ma quindi ‘sta social media strategy?

– Ma niente, aprite una pagina Facebook, apritevi un Twitter, magari anche un Instagram, e via, aumentate il numero di come si dice, follower, e mortà lì.

– Ehi ma tutto qui, ci stai pigliando in giro?

– Suvvia, i soldi non crescono sugli alberi ma i like invece crescono da soli, metto sul piatto anche del buzz, del viral, un video su youtube, un assaggio di native advertising, mezzo etto di gamification, qualche altro hashtag…

–  E…

–  E basta.

–  Tutto qui?

–  Sì.

–  Bravo, bravo, evviva. (euforici, lo portano in trionfo)