Contro il gioco d’azzardo nei bar e nelle tabaccherie

Qualcuno avvisi la signora anziana che stamattina era con me dal tabaccaio – e che ha perso un quarto d’ora e diversi quattrini per giocare con i gratta e vinci, le slot machine e altre simili diavolerie – di quale truffa le stanno propinando.
E se non ci sono volontari, ci penso io.

Signora, mi stia a sentire: basta. Basta. Questo non è un gioco, è un’illusione, signora! Chi le lascia fare questo gioco è un ladro, la sta derubando.

Ha presente quei marioli che sull’autobus le mettono le mani nella borsa per fotterle – mi perdoni, volevo dire: per prenderle – il portafogli? Ecco: è uguale. Questo che le hanno praticato stamane in tabaccheria è uno scippo, solo un po’ più sofisticato degli altri.

La probabilità che lei vinca i milioni e si arricchisca con questi modi, cara signora, sono talmente basse da essere nulle. È più probabile che dal cielo le piova sul terrazzino una borsa con dentro sei chili di in banconote, o che un petroliere straricco e ubriaco per errore le versi sul conto corrente l’intero patrimonio.

Qui la stanno imbrogliando, signora.  Sì, certo, “è solo un euro o due, cosa che vuole che sia”.
Ma “cosa vuole che sia” un fico secco, signora!

Scusi, ho alzato la voce, scusi. Un euro o due al giorno, va bene. Ma all’anno diventano almeno trecento o seicento, ci pensi. E sappia che c’è della gente che a furia di intascare i suoi due euro al giorno si fa una bella vita sul serio. Chi si arricchisce (alle sue spalle, signora, e di chissà quanti altri) sono torme di imprenditori e dirigenti di aziende che prosperano grazie alle sue scommesse, cara lei. Loro sì che vivono nel lusso.

E quindi, entri in sciopero, signora. Si tenga i due euro. E se questi farabutti del gioco d’azzardo da tabaccheria intendono continuare a fregarle i risparmi, signora mia, che almeno lo facciano senza vergogna. Che almeno vengano a rapinarla direttamente in casa, di notte. Con la calza di nylon in faccia e il piede di porco, come fanno i loro colleghi delinquenti.

Come risolvere il problema delle pensioni

Ho una grande notizia da dare all’Italia intera: io, sì proprio io, ho scoperto come risolvere il problema delle pensioni.

Cos’è il problema delle pensioni? Spiego subito, e in parole molto semplici e chiare. Nel nostro paese ci sono un casino di pensionati. I pensionati sono quelle persone anziane che, in quanto tali, non possono più lavorare e perciò ricevono dei soldi, chiamati appunto “pensioni”. Il fatto è che questi pensionati sono davvero molti, costano molto e lo Stato non è più in grado di pagarli, e soprattutto non sarà in grado di pagare quelli che diventeranno pensionati dopo di loro (nota per il lettore: è estremamente probabile che io e te rientriamo in questa seconda categoria, quando saremo nella bella età della pensione, essa, la pensione, non esisterà più).

Allora, come si fa? Sembra non esserci via d’uscita. E invece.

E invece la soluzione è talmente ovvia che nessuno ci aveva ancora pensato: suicidio di massa. Tutti i maggiori di anni 65 si ammazzino all’istante (ora, subito). Poi, sempre, al compimento del 65° anno. E il gioco è fatto: niente più pensioni, a nessuno. In questo modo lo Stato accumulerà una quantità immensa di quattrini, che finalmente potrà spendere nelle altre maniere che lui conosce, o spartirla tra i cittadini sopravvissuti.

Sento già l’obiezione: “Ma porcocane, io ho compiuto 65 anni proprio ieri e sono ancora bello vispo, sto bene, non c’ho mica voglia di uccidermi.”
In effetti, lo capisco: ammazzarsi controvoglia è una seccatura. Ma se ci rifletti per bene, capirai che alla tua età hai già vissuto abbastanza, e ne hai viste di cose. È ora che ti sacrifichi per il prossimo e per la comunità. La quale, ti assicuro, te ne sarà molto ma molto grata. E comunque anche quelli che verranno dopo di te si ammazzeranno il giorno del sessantacinquesimo compleanno, nei secoli dei secoli. Così il problema delle pensioni non si porrà mai più.

L’Italia potrà risparmiare non solo sulle pensioni ma anche sugli ospedali (ne serviranno meno), sulla produzione dei farmaci (molti diverranno inutili) e sugli ospizi (aboliti del tutto, in mancanza di clienti), sull’importazione di badanti dalle Filippine e dalla Moldavia. Rimarrà in vigore la Festa del Nonno, anche se il festeggiato spesso sarà assente.

Insomma, l’anziano come martire dell’economia. E se qualcuno si rifiuta? Pazienza, ci toccherà costringerlo. Per legge, con le buone o con le cattive. Il progresso non può arrestarsi di fronte alla riottosità del singolo. Alla lunga la gente si abituerà. Ci sembrerà una cosa normale e giusta, e tutti si ammazzeranno volentieri. Se poi qualcuno vorrà farlo già qualche anno prima, ancora meglio. Magari lo si incentiva pure, come si fa oggi con il prepensionamento.

Tra l’altro questo metodo potrebbe applicarsi con successo anche ad altri campi: ad esempio, per azzerare il tasso di disoccupazione. Niente disoccupati, quindi niente disoccupazione.
L’uovo di Colombo. È o non è un’idea grandiosa?

Elogio del precariato

Vorrei dire una cosa sul problema del lavoro precario e effimero, di cui tanto si parla con toni gravi. Se ne parla male, sempre, e non è giusto. Non se ne può più di questo disprezzo per il precariato. Basta. 

Benedetti ragazzi, sempre a lamentarvi, siete. Volete solo il posto fisso, la pappa pronta. Suvvia, così non c’è gusto, amici miei. Viviamo nell’era della velocità, del rischio, del cambiamento. E voi invece cosa cercate? La sicurezza. Ma andiamo. Cos’è tutto questo parlar male della condizione di precari? Il precariato è bellissimo perché è emozionante. Un thriller. Vuoi mettere il brivido dell’imprevisto, l’ebbrezza di ritrovarti in mezzo a una strada dalla mattina alla sera, la suspense di non sapere se la settimana prossima potrai pagar l’affitto o mangiare? Non è, quella del precario, una vita eccitante?

Certo, c’è sempre quella piccola e fastidiosa incertezza: “Sopravviverò? Dovrò andare a dormire sotto un ponte? Chiedere un prestito alla banca? E quali organi interni potrei vendere?”) – ma è il suo bello, il fascino dell’ignoto, della sorpresa. Ah, quanto sarebbe noiosa l’esistenza se non ci fosse l’elettrizzante incognita di arrivare a fine mese.

E quindi: un po’ di entusiasmo, dai. Evviva il precariato moderno, che è meglio di un videogame, un videogame tridimensionale, molto realistico, che non si svolge nella playstation ma, per una volta, nel mondo vero. Un po’ come quei giochi di guerra: solo che stavolta i nemici anziché spararti si limitano a dirti che non gli servi più: sarà poco educato, ma comunque meno doloroso dell’ucciderti.