Una giornata lavorativa di Henri Matisse

Di solito gli artisti son gente tormentata dall’inquietudine del talento.
Il grande Henri Matisse, invece, fu uomo di calma olimpica. Visse nei grand hotel di tutto il mondo. Poteva permetterselo: grazie ai suoi quadri era ricco sfondato. Tangeri, i Caraibi, la Polinesia, Manhattan. Ma preferiva spartire i mesi fra la villa in Costa Azzurra e la sua immensa casa di Parigi, a Montparnasse.

Era mattiniero: si alzava presto e dedicava un paio d’ore alla toletta. Aveva una barba curatissima e amava leggere a lungo, sdraiato nell’acqua calda della vasca da bagno.

Alle otto faceva colazione a letto, servito dai domestici. Con i suoi gatti divideva biscotti e fette di pane  fresco imburrato. Intorno alle nove, le nove e mezza, ordinava al maggiordomo di vestirlo.

Verso le dieci, andava a dare il buongiorno alle colombe e alle tortore delle voliere in giardino.

Alle undici, finalmente, si metteva all’opera. In genere dipingeva in casa, con la luce del sole dalle finestre aperte. Appendeva grandi fogli di carta alle pareti e poi li colorava, secondo un’ispirazione che arriva sempre puntuale.

Aveva a sua disposizione una cuoca che lo seguiva ovunque. A pranzo Matisse mangiava come un re, o come un leone. Ma si asteneva dagli alcolici. Al massimo, un bicchiere di vino corretto con l’acqua, o una birra.

Al termine del pasto, fumava un sigaro sul divano e si preparava per il sonno.

La sua assistente lo svegliava nel pomeriggio inoltrato, con una tazza di tè. A questo punto, Matisse tornava a dedicarsi lavoro.

Di solito fantasticava sul divano ritagliando gouaches a forma di pesce o di fiore, oppure ritraeva a matita una danzatrice, la modella del momento.

Tuttavia, molto spesso queste attività venivano interrotte dagli amici ospiti: artisti, poeti, galleristi, romanzieri e altri fannulloni. Per loro il Maestro suonava qualche nota al violino, strumento a cui si dilettava sin dall’infanzia con bravura.

Quindi, da splendido anfitrione qual era, passava alle conversazioni. I visitatori si trattenevano fino al tramonto, talvolta oltre la cena.

Alle dieci, dopo aver congedato gli amici, Matisse si preparava a tornare a letto, per un riposarsi in vista di un’altra lunga, massacrante giornata.

Dialogo con le pompe funebri, sulle alternative alla sepoltura

– Buongiorno! Benvenuto! E condoglianze, soprattutto.

– Buongiorno, vorrei prenotare le mie esequie.

Ohibò, alla sua età? Si sente male?

– Affatto. Però non si sa mai, meglio esser previdenti. Le spiego: nel malaugurato caso di una disgrazia, preferirei non essere sepolto. La tumulazione mi ripugna.

– Ottimo, allora le propongo di farsi cremare. Immagini: lei, oramai inerte, proverà l’entusiasmante esperienza di venir arso in un forno a trecento gradi. Naturalmente non proverà alcun dolore. Il suo corpo si muterà in pulviscolo. Le ceneri di ciò che lei fu potranno essere custodite in una comoda scatola, di dimensioni assai ridotte.

– No, macché cremare, suvvia. Per il mio corpo, l’involucro che, poverino, da tanto tempo mi contiene, gradirei  una soluzione di minor irreversibilità. Avrei altri progetti. Ad esempio: esser surgelato.

– Temo non sia possibile. Dovremmo tenere un frigorifero acceso per l’eternità. Una bolletta infinita, e molto costosa. La paga lei?

– Va bene. Allora – prenda nota, per favore – desidero essere impagliato. Come gli animali nei musei di scienza naturale. Ecco, magari si potrebbe anche creare un diorama paesaggistico, il contesto all’esposizione di ciò che fui. La stanza di una casa, un ambiente cittadino, una strada. E io lì in mezzo, immobilizzato in una posizione estatica, in piedi. I miei discendenti verranno a guardami da una vetrina. In qualche modo, per loro sarebbe così una visita più allegra, più interessante.

– Anche tale ipotesi, mi perdoni, risulta irrealizzabile. Specie per evidenti motivi legali: in Italia è proibito esibire esseri umani imbalsamati, eccezion fatta per le mummie degli antichi egizi o di altri popoli antichi.

– Capisco. Dunque, mi sia testimone: dispongo ufficialmente e solennemente che le mie spoglie siano conservate non sottoterra bensì: sottolio. O sottaceto. Un grande barattolo trasparente con tanto di coperchio, e me chiuso dentro. Che gliene pare?

– Mi creda, olive e cipolline, seppur immerse nel liquido di conserva, hanno durata breve, e dopo qualche mese o anno si decompongono. Perdono i pezzi, si liquefanno. Lei stesso raggiungerebbe quei risultati, all’interno del barattolo. Pensi che orrore.

– L’inumazione in fondo al mare, come i marinai del Ventimila leghe di Verne, quanto costa?

– Eh?

– Oppure potrei riposare in pace immerso in una vasca di etanolo, o nella formaldeide.

– Senta, adesso basta, però. Siamo alle pompe funebri, mica abbiamo tempo da perdere.

Lettera ai conversatori vanitosi, compiaciuti ed egocentrici

Cari vanagloriosi,
Gentilissimi egoriferiti,
sì, dico a voi.

Ma sì, voi che nella conversazione continuate a compiacervi di aver fatto quello, e di aver conosciuto quell’altro. D’essere stati là ma pure qua. Di aver ricevuto le lodi di Tizio e gli apprezzamenti di Caio. E sciorinate vanterie senza che nessuno vi abbia domandato nulla. Senza che nessuno possa confutarvi (a proposito: saranno mica tutte balle, le vostre? Perché il sospetto è forte, ahimè).

Ebbene, è giusto che qualcuno vi informi. Ascoltate.

Quando parlate di voi stessi, in quelle contingenze, a quel modo, non osiamo interrompervi, è vero. L’educazione, la poca confidenza, o forse la timidezza, ce lo vietano.

Ma ecco la brutta notizia: chi assiste al vostro pavoneggiarvi, quasi sempre in cuor suo vi considera degli scemi. Dei cretini. Ve lo giuro, è così. Vi ritiene stupidi. E dopo poco finge di darvi retta ma in realtà pensa ad altro. Aspetta che smettiate e si passi a un argomento di discussione che non siate voi, o che ve ne andiate via.

Cari presuntuosi, cari vanesi: pentitevi. Convertitevi alla modestia.

Come? È facile. Tacendo, per esempio.
O almeno praticando l’antica regola di prendervi – in pubblico, platealmente, con sincerità – per il sedere da soli. Questo è un sano esercizio. Fa bene. Dopo, si vive meglio. Non molto, forse. Ma sempre meglio di come vivete voi con la vostra ansia di esporvi. E alla fine, chissà, a noialtri potreste riuscirci perfino simpatici. Magari vi staremo ad ascoltare. Con grande attenzione. Non è quello che desiderate più di qualsiasi altra cosa al mondo?

Digressione su Gauguin, il pittore

Di tutte le vicende biografiche di artisti, quella di Paul Gauguin è senz’altro la più insolita per date, incontri, geografie e destini, perché Gauguin ebbe molte vite in una: fu padre di prole numerosa e oscuro impiegato parigino con stipendio fisso vittima della recessione, ma fu anche un girovago dell’Europa, un bambino in Perù, un operaio, un contestatore avanti lettera, un pittore rifiutato da tutte le gallerie del globo, un tenace alcolista, un isolano del Pacifico, un mangiapreti, uno scrittore di saggi, un marito degenere, un attacchino di manifesti, e ovviamente il socio di Van Gogh, spiantato quanto lui.

Gauguin restava profondamente convinto di essere un genio dei suoi tempi (possiamo dirlo, oggi: non aveva torto) ma non riusciva a capire per quale diavolo di motivo nessuno o quasi, fra i suoi contemporanei, volesse tenere in casa i suoi quadri.

Per l’arte, Gauguin si giocò tutto: la moglie, la famiglia, il denaro, la serenità. E tutto perse. Allora, fuggì dalla civiltà. Partì per gli antipodi. Due o tre mesi in nave. In pessima salute, povero in canna, ma libero.

Credeva di approdare in un paradiso primitivo: si ritrovò in un porto della Polinesia pieno zeppo di coloni francesi e missionari cattolici. Preferì frequentare i nativi, e diventò loro amico. Chiuso in una capanna, creò i capolavori dai colori mai visti. Tornò a Parigi, per esporli e venderli. Li mise all’asta: si aspettava un trionfo, fu un catastrofe. Nessuno li voleva. Ancora non riusciva a capacitarsene. Si infuriò, poi pianse. Poi andò a sbronzarsi.

Alla mattina, scappò, di nuovo, e per sempre, verso l’altro capo del mondo, a consolare il dolore dell’incompreso. Prima Tahiti, poi le remotissime isole Marchesi, ancora oggi il luogo più irraggiungibile che si possa immaginare.

Trovò la morte in una capanna della foresta, solo, lontano da tutto. Un prete lo scoprì cadavere, e distrusse gli ultimi dipinti, inestimabili. Persino la tomba, persa fra il fogliame, venne dimenticata.

Ma la vita di Gauguin non terminò con la morte. Tempo al tempo – e il tempo, si sa, è galantuomo. Il talento del defunto fu riscoperto: un’estate, a Parigi, dopo una mostra a lui dedicata, Gauguin diventò finalmente una celebrità.

Oggi alcuni capolavori di Gauguin non possono nemmeno essere venduti: valgono talmente tanto da non avere prezzo. Per le sue mostre e i suoi musei, le persone fanno ore e ore di fila. La gente lo venera. Chissà se lui dove sta ora, ne è in qualche modo consapevole.