Vorrei denunziare in questa sede un fatto gravissimo: ancora una volta sono stato vittima del Cameriere Scortese.
Ero entrato di nuovo nel suo ristorante, uno dei tanti in giro per il mondo in cui lui lavora. Un ristorante vuoto, come sempre. E tuttavia costui anziché venirmi incontro o accogliermi non dico con un sorriso ma quantomeno con i consueti “Buonasera” o “Prego, si accomodi” che ci si aspetterebbe dal personale di un simile esercizio pubblico, costui, dicevo, mi ignorava. Guardava altrove. Si fissava la punta delle scarpe, o il soffitto, o le sue unghie. E fischiettava.
Allorché ho dunque preso io l’iniziativa e mi sono diretto verso di lui, sino a pochi centimetri dal suo viso, attirando la sua attenzione per domandargli se, per caso, per gentilezza e per favore, sapesse dove potevo sedermi.
Egli, senza neppure parlare, si è voltato dall’altra parte e ha cominciato ad aggirarsi pensoso per la sala completamente deserta, come se cercasse qualcosa. E quel qualcosa, me ne son reso conto quasi subito, era il tavolo peggiore.
Quando finalmente ha individuato il tavolo peggiore, me lo ha indicato. Con il palmo della mano floscia, mi ha invitato a prendervi posto. Di fronte alle mie energiche e tenaci rimostranze (“Ma scusi, proprio quello di fronte ai cessi?”), il Cameriere Scortese dapprima si è esibito in risposte vaghe o annoiate, e perfino in qualche sbadiglio senza manco mettersi la mano davanti alla bocca.
Poi infine, ha acconsentito, seppur malvolentieri, a lasciarmi scegliere un altro tavolo, perché comunque, come lui stesso ebbe ad ammettere, i tavoli erano “tutti liberi, in quanto per quella sera non risultavano prenotazioni” (circostanza che avrebbe dovuto insospettirmi sulla qualità dei cibi serviti, oltre che sulla poca creanza degli addetti al servizio e al ricevimento dei clienti).
Altre ingiustizie ho dovuto patire dal Cameriere Scortese. Quando mi ha portato il menu, quasi me lo ha lanciato addosso, con sdegno. E il menu non ho neppure avuto la rapidità sufficiente ad aprirlo e consultarlo, che lui, il Cameriere Scortese, già era tornato al tavolo armato di penna e di blocco per appunti per spianarmi in faccia la biro, come fosse un’arma da fuoco e chiedermi cosa volevo. Alle mie esitazioni ha sbuffato. Si lamentava che io ancora non sapessi cosa ordinare.
Per vendicarsi, è scomparso nelle cucine, ed è spuntato solo dopo tre quarti d’ora di irreperibilità.
In sua assenza ho avuto il tempo di leggere il menu per intiero sei volte. E di mangiarmi tutti i grissini, di visitare le toilette, di protestare del ritardo ad alta voce – senza peraltro essere udito da lui né da alcuno, visto che in apparenza, nel ristorante, c’ero solo io, forse lui, forse un cuoco sordo.
Il Cameriere Scortese si è premurato quindi di interrogarmi sugli intendimenti di comanda. Mentre li elencavo, egli annotava le risposte con aria severa nell’aspetto e al contempo gioiosa nell’animo. Come se da un lato, quello esteriore, giudicasse importuna la mia presenza e volesse come al solito scoraggiarmi dal ritornare. Ma dall’altro, nel suo intimo, si rallegrasse di quanto udiva, anzi fosse talora addirittura indotto, di nascosto, a ridere, seppur in modo sommesso, poiché le pietanze da me selezionate erano le peggiori fra quelle a disposizione, a mia insaputa ma non alla sua, oppure erano di lunghissima cottura e di conseguente lunghissima attesa, e malgrado ciò lui si guardava bene dall’avvisarmene, anzi, la previsione di questa rivalsa, tutto sommato, lo divertiva per… (continua?)