In banca

– Buongiorno.

– Lei chi è, cosa diavolo vuole e chi l’ha autorizzata entrare.

– Mi perdoni, sono un vostro cliente. Desidero prelevare del danaro. Denaro mio, peraltro. Era un po’ che non venivo in banca, frequentavo solo l’home banking e il bancomat, ma adesso sono pentito: vorrei recuperare l’antica sensazione del rapporto diretto con l’operatore umano. Mi piacciono molto la banca, la porta girevole di vetro col semaforo, la coda, il cartello minacciosi contro i clienti poveri, le brochure dei mutui da sfogliare nell’attesa – insomma, è tutto, a suo modo, molto poetico.

– Bugiardo, si vede benissimo che è qui solo per romperci le scatole su qualche disservizio che non può risolvere da remoto.

– Ah ah, ma no. Io alle macchine preferisco le persone.

– Bene, cioè, male. Non sa cosa l’aspetta. La avviso che il mio compito invece sarà quello di scoraggiarla. Compili questo modulo.

– Ce l’ha una penna?

– Sì ma è mia e non gliela do. Esegua il prelievo sotto la girata descritta contro regolamento, in firma leggibile.

– Non ho capito, può ripetere?

– Ehi ehi, sono io a porre le domande! Provo a riformulare il quesito in maniera diversa e più comprensibile a un ignorante come lei, ma stia attento. Pronto?

– Sì.

– Dunque: per cassa o in addebito su piazza?

– Quale è la differenza?

– Non posso rivelarlo, è un segreto. Risponda.

– Ma…

– Ecco, non sa rispondere. Non sa cosa vuole. Ora, per punizione, mi reciti il suo codice Iban al contrario.

– A essere sinceri l’iban, così, all’improvviso, non mi viene.

– Peccato, il codice Iban è obbligatorio, e in caso di indicazione errata di uno solo dei simboli alfanumerici che lo compongono, le sarà disattivata la carta di credito e applicata la relativa penale.

– Senta, ci ho ripensato. Forse è meglio se torno un’altra volta.

– Un’altra volta un corno! (si alza in piedi, urla, rosso in volto) No, perdìo, no! Adesso continuiamo, oramai ho aperto la transazione! Allora, vuole rispondermi? Lei versa valuta da ordinante o su disponente?

– E che ne so? Io vorrei i miei soldi. Me li dà?

– Mai. Forza, codice fiscale dei minori a carico. Tutto d’un fiato e senza nominare il numero della città.

– Anche i codici fiscali?

– Codice fiscale a memoria. Velocemente. E le vieto consultare telefoni, documenti o foglietti, perché non vale. Forza, forza.

– Aiuto, qualcuno mi aiuti, ho paura.

– Stia zitto o seduta stante le faccio sparare dalla guardia giurata (fa un cenno a un uomo armato e vestito da militare russo alle mie spalle). Posso farlo, qui davanti a tutti. Eppure voglio darle una seconda possibilità. Mi stia sentire.

– Sì.

– Legga il labiale e si concentri. Valuta scad.?

– Cosa?

– Glielo chiedo per l’ultima volta: valuta scad.?

– Scad chi?

– Risposta sbagliata. Comunque, il dettaglio dei valori riporta direttamente alla ricevuta con movimenti di bonifici da numero verso causali, nota di livello e NDC del presentatore. Ha già interrogato le gestioni?

– Scusi, ho un’idea: potrei lasciarla in pace, e provare a mettermi d’accordo con la sua collega qui a fianco. Io vi do i miei dati, voi i miei soldi e siamo tutti contenti, e nessuno si fa male.

– Troppo facile. E poi la mia collega si occupa soltanto di rendiconti sulla multicanalità integrata delle informative finanziarie per aziende. Lei ha una pallida idea di cosa significhi  multicanalità integrata delle informative finanziarie per aziende?

– No.

– Nemmeno io.

– Bene.

– Si arrende?

– Certo, m’arrendo.

– Bene. Arrivederci.

(il cliente si volta ed esce sconsolato, alle sue spalle il banchiere sorride e poggia i piedi sulla scrivania, la guardia giurata spinge con il mitra un nuovo cliente verso la sedia).

La content strategy dell’Invisibile

Cari lettori, benvenuti alla consueta rubrica di esoterismo. La puntata di oggi è da non perdere: abbiamo ricevuto, in assoluta esclusiva mondiale, alcuni messaggi dall’Invisibile. E veniamo a riportateveli.

L’Invisibile, chiunque egli sia, tiene a farvi sapere quanto segue: “La morte si evolve con la soppressione del giudizio.” Che significa? Forse un’ovvietà, forse nulla, forse è solo un artificio per confondere le idee. Ma andiamo avanti, augurandoci maggior chiarezza. È sempre l’Invisibile a parlare, Egli continua: “Un tempo gli uomini erano immortali, poi dimenticarono di esserlo, all’Invisibile spetta il compito di ricordarlo”. Anche questa sentenza pare priva di senso, e in effetti lo è.

Ma l’Invisibile tenta di spiegarsi meglio. Per illustrarci il motivo dell’oblio (?) egli si serve di argomentazioni scientifiche quali il segreto di Enuh, le ultime rivelazioni dell’Arcangelo Uriel, l’equilibrio quadriemozionale nella danza di Jetana, la Storia Eterna, il mito dell’Uomo di Luce.

Eppure non ci siamo, non ci siamo. Non si capisce. L’Invisibile è dunque uscito di senno? Oppure è colpa nostra, siamo noi troppo stupidi per apprendere?

Calma, ci vuole calma.

Forse per intendere i misteri dell’Invisibile bisogna leggere fra le righe. Intuire, decifrare. Concentrarsi.

Egli dunque ci chiede di disporci in tondo (?) e aprire il nostro spirito alla percezione del sublime (ecco, già meno oscuro, ma dopo?) e di venire a Lui nella quarta dimensione astrale superiore, luogo di armonia ove le energie rigeneranti del cosmo descrivono l’Infinita Circonferenza.

Boh. Ancora fatichiamo a comprendere cosa questo Invisibile stia tentando di dirci.

Ma l’Invisibile non s’arrende, ci prova ancora. Adesso, però, si esprime nella lingua degli antichi egizi. Poi in sanscrito, poi nei dialetti di civiltà aliene oramai scomparse. Infine usa un idioma di sua invenzione.

Rassegniamoci. Amici lettori, non rimane che congedarci. L’Invisibile esiste, e desidera dialogare con l’Universo: questo è certo, e in questo sta il suo fascino.

Il problema è che non si capisce mai cosa cavolo ci stia comunicando.

Intervista a una coppia celebre: il prosciutto e melone

Amici lettori, benvenuti al consueto appuntamento con le interviste. Oggi siamo onorati di aver qui con noi la coppia fissa più famosa dell’estate, due personaggi inseparabili e conosciuti da tutti. Il pubblico li ama e non sopporta di vederli divisi. Avete già capito: un bel applauso per loro, il prosciutto e melone!

(applausi fragorosi della claque, entrano in scena i due intervistati, sorridenti)

Sedetevi pure, caro prosciutto, carissimo melone.
Prosciutto, cominciamo da lei. Ci parli del vostro rapporto a due: col melone non litigate mai? Vi frequentate solo sul lavoro, cioè a tavola, o siete amici anche nella vita privata?

Siamo come fratelli. Ci vediamo spesso, ci telefoniamo. Persino durante l’inverno, quando lui, il melone, è in ferie a riposo e io invece continuo a lavorare con altri partner di ceto inferiore come il pane o i grissini.

Melone, passiamo a lei: tutti si chiedono il motivo di questa seccatura dei semi piccoli. Separarli dal resto, per noi umani, è davvero scomodo. Lei non potrebbe dotarsi di un seme unico e grosso come già fanno suoi colleghi come l’avocado o la pesca?

Mi scuso per questa cosa dei semi, non sono stato io a decidere di averli dentro, sono nato così. Ma forse un giorno i laboratori biogenetici delle multinazionali della frutta risolveranno il problema, chi lo sa.

Un’altra domanda per lei, melone: suggerisca ai nostri lettori il modo per sceglierla. A tutti sono capitati meloni polposi e coloriti che poi, però, alla prova del gusto, non sapevano di nulla. Qual è il criterio per la miglior selezione al momento dell’acquisto al banco della frutta o nei cesti dell’ipermercato?

Le consiglio di palparmi e di odorarmi il sedere. Sì, sì, qua dietro. Guardi, così. Ecco, ci metta bene il naso, non abbia paura. Se  avverte un profumo intenso, può stare tranquillo.

(L’intervistatore annusa timidamente il melone) Ma è vero! Amici lettori, sentite che aroma esce da questo sedere! Evviva!

(applausi)
Per concludere, cari prosciutto e melone, spiegateci il motivo di questo abbinamento, riuscito ma unico nel suo genere. Voglio dire, perché prosciutto e melone e non, che so, mortadella e anguria? O bresaola e prugne? Lonza e banane?

Non temiamo la concorrenza di altre coppie. Ci hanno tentato quei poveretti del formaggio e della pera, ma senza successo. Ci spiace per loro due ma, a parte i proverbi, non v’è gara. Basta consultare un menù di ristorante per accorgersene: noi stiamo sempre all’inizio della lista degli antipasti, o al massimo al secondo posto dopo la caprese, ma non v’è ombra di altri duetti tra frutta e insaccati.

Bene, per festeggiare questa simpatica intervista adesso io, la troupe e la claque vi mangeremo: grazie di aver partecipato, ora spostatevi pure su quel piatto, gentilmente. Per voi è finita. Arriveder..

Calma! Sono 48 euro a porzione, prego.

Ah ah, ma che simpatici, anche prima della morte. Non scherziamo dai. Qualcuno ha delle forchette?

48 euro, mai stati così seri. È il prezzo di mercato. Anzi, in alcune località di villeggiatura arriviamo a 60.

È tardi per trattare. Non se ne parla nemmeno. Addio per sempre, e prima di defungere, salutate i nostri cari lettori che ci seguono da casa. Arrivederci! Sigla!
Sigla!

Messaggi confidenziali da lasciare ai ladri prima di partire per le vacanze estive

Benvenuti alla consueta rubrica di consigli pratici per l’estate. All’approssimarsi delle vacanze, una della maggiori preoccupazioni degli umani è rappresentata dai furti: mentre sono via, i ladri mi svaligeranno la casa? Mi ruberanno l’auto rimasta parcheggiata in strada nella città deserta? E durante il viaggio, mi sottrarranno le borse, lo zaino, il portafogli, se non sto attento?

Ebbene, ecco un buon metodo per sfuggire all’angoscia. Non occorre ostacolare il ladro: meglio scoraggiarlo. E consigliarlo.

Mi spiego. Basta lasciare al ladro un messaggio. Per esempio, in casa: un’etichetta, un cartello sulla porta, con sopra scritto:

“Gentili ladri, prima di scassinare questo appartamento sappiate che non possiedo nulla. Piuttosto, andate dal vicino di casa: rientra a metà settembre, è ricco di famiglia, tiene i gioielli nel comò e mi pare abbia una cassaforte a muro in camera da letto dietro il quadro dei fiori”.

Sulle valigie:

“Caro borsaiolo, rientro o, queste sono le mie valigie, ma le consiglio di lasciarle in pace: dentro troverebbe solo mutande usate, vestiti sporchi, il mio spazzolino da denti. Soldi o oggetti di valore non ce ne sono, manco l’ombra. Si rivolga a qualcun altro più facoltoso. Buon lavoro e buona giornata.”

Sull’automobile abbandonata in istrada:

“Gentile malvivente, la presente vettura si rompe spesso, beve come un tombino, perde olio e non viene revisionata da dieci anni. Suggerisco invece di rubare la jeep nuova parcheggiata incautamente qui davanti.”

E così via con il resto. Un avvertenza in bella vista funziona meglio. Il bandito eviterà una fatica inutile, vi sarà persino riconoscente.

Antropologia della fila alle biglietterie delle stazioni ferroviarie

Vorrei appuntare qui una banale disamina dei stereotipi manifestantesi nelle file agli sportelli delle biglietterie ferroviarie. Comincerei dall’osservazione scientifica di un comunissimo esemplare, ossia

1) Il tizio che domanda di passar davanti a tutti perché sta perdendo il treno

Arriva di corsa e si rivolge alla prima persona della fila, che a sua volta domanda l’opinione agli altri in coda. Breve conciliabolo: così d’impulso verrebbe da rispondergli “Arrangiati, la prossima volta arrivi più presto”. Ma siccome siam gente civile e senza fretta, si decide di lasciarlo andare. Alla fine il poverino convince tutti, tranne quello che…

2) Quello che non lo vuole fare passare

L’unico contrario: sostiene che è “una questione di principio!”. Si cerca di persuaderlo, ma lui niente. Alla fine crolla e confessa: pure lui sta perdendo il treno, però, come uno scemo, s’è messo in coda.

3) Turista nordeuropeo

Si esprime solo in finlandese e a gesti; la cassiera (a fatica) riesce a vendergli il “ticket”, per una destinazione sbagliata, ma nessuno dei due lo sa (lui lo scoprirà sei ore dopo sul treno, lei mai). E tuttavia, da tre quarti d’ora la venditora di biglietti Trenitalia sta tentando disperatamente di spiegargli che deve usare l’obliteratrice – parola intraducibile che il turista proprio non riesce a capire, anche perché nel suo paese le obliteratrici non esistono più dal 1971.

4) Chieditore di informazioni

È lì solo per chiedere informazioni: non deve partire per nessuna parte. Arriva il suo turno, e lui sta allo sportello un’ora. Comincia a interrogare il bigliettaio sulle combinazioni più complesse: “Ma se io compro un biglietto per andare da Salerno a Castellazzo di Biandrate non oggi ma il 25 novembre, in cuccetta, transitando da Imperia, e volessi pagare con l’abbonamento feriale dei pensionati, non è che posso portare con me un cane e cambiare a Firenze Rifredi anziché Santa Maria Novella?” E così, avanti per due ore circa. Il bigliettaio non riesce a trovare le risposte giuste, consulta il sito, telefona… I signori in coda fremono. Qualcuno dal fondo lancia delle parolacce a voce molto alta. Il chieditore persevera, imperturbabile. Poi ringrazia, saluta tutti e se ne va, senza comprare niente.

5) Compratore dilettante di biglietti al distributore automatico

Mezz’età, scarsa dimestichezza con le tecnologie, specie con quelle malfuzionanti, ma lui pur di evitare l’attesa, ci prova. Allora, selezionare la lingua: be’, sin qui è facile, basta toccare la bandiera italiana. Digitare la stazione di partenza: ahia, cominciano le difficoltà, la stazione non si trova, i tasti si inceppano, aiuto, come funziona ‘sto coso? Alla domanda “Accettare le condizioni di trasporto del vettore e l’informativa sulla protezione dati personali? Premere Conferma o Back“, l’acquistatore si arrende e chiede soccorso: ma l’unico modo per avere assistenza è mettersi all’ultimo posto della coda allo sportello del bigliettaio umano.


Come comportarsi a una riunione

Benvenute & benvenuti al nuovo incontro del consueto corso di formazione per entrare nel mondo degli affari e arricchirsi facilmente facendo carriera e fregando i colleghi arrivisti. Oggi tratteremo del modo in cui comportarsi ad una serissima riunione di lavoro e vincere la partita in sette facili mosse.

1. Il giorno prima: programmare le suonerie del cellulare in modo che durante la riunione trilli a intervalli di 15 minuti. Poi, quando ciò accade, fingere di parlare con qualcuno. Simulare una voce lievemente seccata e chiedere all’inesistente interlocutore di non disturbare ma rassicurandolo che comunque, da persona precisa quale sei, lo chiamerai tu appena finito. In questo modo, i presenti penseranno a voi come persone assai indaffarate, preziose, ricche di relazioni.

2. Preparare una lista con almeno un paio di argomenti genere “del più e del meno”, per l’introduzione, e una battuta ad effetto d’emergenza: l’informalità sorridente e le discussioni sul meteo o su altre scemenze del genere, all’inizio della cerimonia, sono sintomo di buona creanza e di savoir-faire. E questo accorgimento serve a prendere tempo con gli astanti e impedirgli di cominciare subito a fare rischiose pretese concrete.

3. Presentarsi con un computer portatile e usarlo durante tutta la riunione: vi darà un’aria impegnata e di superiorità, perché probabilmente sarete gli unici ad avere pensato di prendere appunti direttamente dal pc. Gli astanti, privi di computer portatile, vi guarderanno con invidia (“Ma perché non ci ho pensato anche io?”). Durante la conversazione, i più impavidi fra voi possono proteggere il monitor dagli sguardi dei vicini e utilizzare il computer per giocare al solitario, spedire email o occuparsi di lavoro vero.
Attenzione: accertarsi che il computer NON contenga dati che potrebbero essere richiesti dai presenti durante la riunione.

4. Se vi fanno domande, evitare risposte precise. In particolare, fuggire come il colera le risposte negative. Invece di dire “no”, rispondere:
– “Questo aspetto dovremo verificarlo.”
– “Di questo ne riparleremo, ma non oggi.”
– e l’insuperabile “Vedremo”.

5. Non state capendo nulla di quello che vi stanno dicendo? Nessuna paura, anzi: reagite di contropiede. Spiazzate l’avversario con la sua stessa tattica e replicate con frasi, conoscenze e linguaggio a lui ugualmente incomprensibili (o inventate, che è lo stesso).

6. Non (ripeto: non) non menzionare mai date di scadenza: potresti essere costretti a rispettarle. Rimandare ogni approfondimento, ma sempre a un imprecisato tempo successivo (domani, la settimana prossima, la prossima volta, a settembre, dopo Natale ecc.).

7. Evitare in qualsiasi modo che uno degli astanti scriva un verbale per poi spedirlo a tutti dopo la riunione. Resta comunque difficile che ciò avvenga: nessuno saprebbe cosa scrivere (e quasi nessuno, nelle aziende italiane, è in grado di scrivere verbali, anche se sarebbe utilissimo).
Così si renderà necessaria una seconda riunione, ove si tenterà di ricostruire le decisioni prese nella riunione precedente. E poi una terza, per cercar di ricordare il contenuto della seconda, e una quarta per ripetere le stesse identiche cose dette nelle terza, e una quinta, e così via.

Una gita a Sori

Cari telespettatori, care telespettatrici, benvenute e benvenuti al consueto appuntamento con la rubrica di viaggi. La puntata di oggi è dedicata al famoso paese di Sori.

Va bene, molti fra voi non lo avranno mai sentito nominare. È un paesucolo della riviera ligure di Levante, appunto sconosciuto ai più.

Si trova sul mare, a pochi chilometri da Genova ma a circa sette ore di treno da Milano e Torino (il che lo rende ancora più irraggiungibile).

Il paese di Sori è forse l’unica località balneare che – fieramente – rifiuta di essere una località balneare.

Qui infatti non troverete
né alberghi né campeggi nè ostelli
né negozi di souvenir
né discoteche
né festival di concerti
né cinema all’aperto
né musei.

Praticamente non vi sono neppure i parcheggi per le auto.

Non vi sono jet ski né paddleboard (qualsiasi cosa essi siano), non vi sono battelli che invitano i turisti a fare immersioni subacquee o snorkeling o gite lungo la costa.
Non vi sono noleggiatori di gommoni e motoscafi
né parchi acquatici
né campi da golf
né concerti di alcun tipo
né cinema all’aperto.

Non ci sono catene di fast food, e neppure campeggi, né luna park, pub, giocatori di beach volley, pedalò, pub, ipermercati, uscite dell’autostrada.

Non ci sono spettacoli in piazza – né gratuiti né a pagamento.

Insomma, a parte il mare e i soresi, non c’è niente!

Direte voi: ma allora che razza di consiglio è questo?

Proprio da questa sua riluttanza a diventare luogo di villeggiatura, il paese di Sori trae il suo vantaggio: si distingue dal resto delle mete di vacanziere massive.

Un caro saluto dal vostro affezionatissimo scrivente, profondo conoscitore di questo posto dove, molti ma molti anni fa, prima di emigrare, ha vissuto la sua infanzia.