Del perché il mio animale preferito è di certo la gallina

Sono sul divano con una confezione di Wuoi crudi in grembo, ho sonno e vorrei essere altrove, accendo la tivvù e sul secondo canale una signora dai capelli verniciati di arancione parla dei giorni della merla, di Tremonti, dei rischi incombenti sul mercato del pollame tailandese.
Tempo fa mi voleva rifilare imperdibili notizie sulla Sars, il cui unico effetto è stato il crollo nelle vendite degli involtini primavera, ora bercia sull’influenza dei polli che proprio non riesco a capire cosa sia. Mi immagino polli con il raffredore, in gabbia con la tosse, i fazzoletti di carta e la ciotola dei suffumigi, o magari sotto le coperte e il termometro nel becco. E mi chiedo ma cosa me ne frega a me se dei polli hanno l’influenza.

O forse mi sbaglio, non sono i polli a pigliarsi l’influenza ma chi se ne ciba. Sono polli avvelenati: li mangi e ti viene la febbre, così puoi stare a casa dal lavoro. L’altro giorno mi sentivo il naso chiuso e il mal di gola, e non riuscivo a capire perchè stessi così male. Insomma quando esco mi copro sempre, sciarpa e cappello, non ho mica preso freddo. Poi ci ho pensato. Porcogiuda, ma certo, le spinacine dell’altro giorno.
Fisso i Wuoi con sguardo interrogativo come se loro potessero reagire, poi corro in cucina, apro il freezer e leggo l’etichetta su ciò che rimane della confezione di spinacine (dentro ce n’è ancora una, infreddolita).

No, sono made in Italy. Sollievo. Di fronte a me scorrono filmati: cappanoni zeppi di galline prigioniere: un tizio le inonda con un getto d’acqua o dio sa cosa.

Anni fa ho fatto un viaggio con una gallina. Un’amica di mia madre aveva tanto insistito per farle un regalo, e il regalo era una gallina. L’amica viveva a Pisa e io per caso mi trovavo da quelle parti. Così sono passato da casa della signora per ritirare il dono da portare a Milano. Soltanto che il dono era vivo. Pisa-Milano in automobile, io al volante, sul sedile del passeggero una gabbia contenente un pollo vivo, che nel frattempo avevo battezzato Paola. Mia madre non ne voleva sapere di allevare Paola sul balcone, preferiva accordarsi con il macellaio per trasformarla nel pranzo di natale. E allora siamo partiti, ancora una volta io e Paola, in macchina, per un viaggio, questa volta più breve. Destinazione: la bottega del signor Giovanni. Mi sentivo triste come la suora di Dead Man Walking quando accompagna Sean Penn lungo il corridoio che conduce alla sedia elettrica. Paola, invece, non capiva e mi osservava serena. Quanta inconsapevolezza. Mi veniva quasi da piangere.

Ieri mi ha telefonato la mia cugina più piccola, ha quattro anni ma quando i genitori indaffarati non se ne accorgono lei alza la cornetta, compone i numeri in memoria a caso e inizia a chiacchierare. Voleva domandarmi quale fosse il mio animale preferito. Ci ho pensato qualche secondo, non sapevo che dire (cane? gatto? salamandra? licaone?). Ma sì.
“Il pollo, è ovvio”. Le ho promesso che un giorno la porterò in campagna per giocare a inseguire le galline nei prati.

Dialogo con operatrice ultraprecaria in servizio presso un call center in outbound

– Pronto buonasera sono Stefania della XXX, potrei parlare con il signor Confuso?
– Eeee, no, guardi, non c’è.
(molto insistente) – Allora posso provare a richiamarlo tra dieci minuti?
– Mmm… non credo, è in bagno, sta malissimo.
– Allora tra venti minuti?
– Vabbe’, lo ammetto, sono io.
– Bene, signor Confuso, la chiamo per proporle il nostro nuovo serviz…
– In che mondo siamo finiti, Stefania?
– Non ho capito scusi.
– In che mondo siamo finiti?
– Non saprei, ma..
– Te lo dico io. In un mondo che ti costringe a pedinare sconosciuti per tentare di vendergli servizi di cui non hanno bisogno. Perchè se ne avessimo bisogno saremmo noi a telefonare a te. E invece no, ti obbligano a fare questo.
– Ma veramente…
– A te non piace questo lavoro, vero Stefania?
– E…
– Ti fa schifo, lo so. Hai finito gli studi, hai studiato tanto, hai mandato quattrocentomila curricula ma non ti ha risposto un cane di nessuno. Allora ci sei rimasta male, te ne stavi in casa ad aspettare avvilita ma nessuno ti cercava, tranne la XXX vattepalesca…
– Ehm, vuole che la richiami in un altro momento?
– Sognavi un bel lavoro, un futuro sfolgorante, ma senza prima occupazione non si va da nessuna parte e allora hai dovuto accettare questo, ed eccoti qui, in un call center al centro direzionale di Agrate Brianza, in batteria come i polli, a bombardare il mondo per proporgli di comprare prodotti di cui nessuno ha davvero necessità…
(sconcertata) – Senta però io… Guardi che questa telefonata è registrata, se non ha tempo io posso rich…
– E tutti i “no”, tutti i vaffanculo che ti prendi ogni giorno, e tutti i maleducati che ti appendono il telefono sul naso. I silenzi, le bugie, i vigliacchi senza il coraggio di dirti che non gliene frega un tubo dei servizi XXX e allora rimandano, si negano, dicono di non aver tempo. Ma tu li richiami, li devi richiamare perchè qualche stronzo in carriera alle tue spalle ti controlla, anzi, come direbbe lui, ti monitorizza, e pretende che almeno declami il bel discorsetto imparato a memoria, altrimenti ti manderanno a casa e ti sostituiranno con qualcuno più motivato di te.. Ma il mondo vive di commercio, Stefania, l’intera economia del pianeta è finalizzata solo a questo momento, proprio a questo preciso momento, e quindi devi vendere, vendere, vendere. E per cosa? Per guadagnare tre lire e camparci pure male?
– Ma…
– Che cosa abbiamo fatto di male Stefania per meritare tutto questo?
– Ma-a tu chi sei scusa?
– Io sono il tuo potenziale cliente, Stefania. Ora dovresti tentare di vendermi la cosa che non mi serve.
– Vero, è tutto vero, io non ce la faccio pi…
Nemmeno io. In che mondo siamo finiti Stefania? Io e te, due sconosciuti, siamo qui al telefono, e tu come un automa devi per forza tentare di propormi qualcosa e recitare il copione per la centesima volta in poche ore. A questo ci hanno ridotto… Dove sono andati i nostri sogni, Stefania? Cosa ci facciamo io e te, qui, al telefono, stasera?
(filo di voce disperato) – …E adesso?
– E adesso scappa, Stefania, scappa via. Fosse l’ultima cosa che fai: scappa.

Donne, è arrivato l'arrotino

Ed ecco, te ne stai lì, al caldo nelle coltri del tuo lettuccio sprofondato nel letargo quando, piano piano, in lontananza, senti arrivare una voce.
E cresce. Diventa quasi un grido e si avvicina ancora di più. Una cantilena, ripetuta ancora una volta, sempre uguale.
Il volume aumenta, aumenta, aumenta. Esce da un megafono, pare.
Ora rimbomba nella strada.

“Donne, è arrivato!”

Donne? Che succede? Chi è arrivato?

“Donne, è arrivato l’arrotino!”

Zzzz… Sequenza di pensieri nel tuo cervello intorpidito sulla sottile linea di confine tra dormiveglia e la narcosi:
1) sto sognando, ed è un sogno bizzarro.
2) no, non sto sognando, il cretino che urla là fuori esiste davvero.
3) se il cretino urla in questo modo e non è ancora stato linciato dai condòmini inviperiti significa che il sole splende alto nel cielo da parecchie ore, e che oggi è un giorno feriale.
4) sì, è un giorno feriale, certo.
5) quindi io dovrei alzarmi e andare in ufficio.
6) che palle.
7) probabile che io sia pure in ritardo, non avrò sentito la sveglia, meno male che il signor arrotino mi ha svegliato.
8) grazie, signor arrotino.
9) non ho voglia di andare a lavorare. e ieri sera son tornato a casa pure tardi, ho sonno.
!) devo smetterla di dormire così poco.
?) aspettaspettaspetta… ma no… ma ieri era venerdì, sono sicuro! E quindi oggi è sabato!

Oggi è sabato mattina, è festa. Occazzo. Cosa avrà da strillare questo arrotino? Come mai non lo hanno ancora arrestato?

Al buio, a tentoni, con una mano raggiungi la sveglia sul comò, premi il bottoncino che ne illumina il display, apri solo uno dei due occhi e guardi i caratteri a cristalli liquidi.
7:33.
Sono solo le sette e trentatré.
Di un sabato mattina.

“Donne, venite è arrivato l’arrotino! L’arrotino e l’ombrellaio!”

Allora tu inizi ad odiarlo, quest’uomo che ti sta rubando preziose ore di sonno. E maledici lui e la sua famiglia, bestemmi il santo patrono degli arrotini. Cafone di un arrotino, che tu sia dannato in eterno, ma non potevi comprarti un negozio e svolgere lì la tua molesta attività artigianale invece di girare per le strade all’alba del sabato mattina e disturbare la povera gente che ha pure il mal di testa?

“Avanti, donne, c’è l’arrotino!”

“Sì, donne, venite, scendete in strada in massa e tutte insieme uccidete a coltellate l’arrotino”, mormori tra te cercando di riprendere sonno. “Che poi è pure maschilista, perché si rivolge solo a voi donne?”

“L’arrotino! Affila mezzalune, trinciapolli, temperini, forbici…”

Te le ficco nei polmoni, le forbici, se non la smetti di gridare.

“L’arrotino! L’arrotino e l’ombrellaio!”

E c’è pure l’ombrellaio, accidenti a lui. In due, sono venuti fin qui a romper l’anima con gli altoparlanti.
Ah no: l’arrotino e l’ombrellaio sono la stessa persona. E magari impaglia pure le sedie e pulisce i tubi del camino, ‘sto mascalzone. Che rabbia. Cerchi di alzarti, ma non ce la fai. Vorresti spalancare la finestra, puntare, mirare e prendere a fucilate l’arrotino, l’ombrellaio e pure i pneumatici del loro veicolo così se i due sopravvivono non possono nemmeno scappare, lì raggiungerai sul marciapiedi e li finirai lì.

Passa il tempo, lui strepita come un muezzin impazzito. Tu ti giri e ti rigiri nel letto, imprecando sottovoce.

Poi il suono sfuma.

Si allontana.
Finalmente.
Ancora un’ultima eco: sempre più tenue nella distanza, una frase su certe lame spuntate. Infine, che sollievo, di nuovo il silenzio.

I 4 videogiochi inclusi gratuitamente nel sistema operativo Windows all'inizio del XXI secolo

Prato Fiorito – Già conosciuto negli anni ’90 come Campo Minato. Trama: saltelli felice tra numeretti e caselline e poi all’improvviso ti esplode una bomba sotto i piedi. Qualcuno alla Microsoft deve essersi accorto che il finale era un po’ macabro, e cosi’ adesso il campo è diventato un praticello, e quando muori sboccia un bel fiore.
Mai capito cosa volessero dire quei numeretti: cliccavo a caso sperando di arrivare fortunosamente incolume alla vittoria, e invece – bum! – perdevo ogni volta. Mai vista la tabellina dei record, il record non lo ha realizzato nessuno. Poi mi hanno spiegato che i numeri indicavano il numero di bombe nelle caselle vicine.
Protagonista assoluto del gioco: il faccino giallo da ecstasy al centro. Sorride sempre ma al clic schiude la boccuccia a culo di gallina per simulare suspence. E se tu crepi i suoi occhi diventano croci.

Solitario – Fin dal nome incute tristezza. La parte più divertente del gioco è forse l’opzione che permette di cambiare il dorso del mazzo di carte, la più gratificante è godersi il trionfo dell’ultima mossa, posare l’ultima donna sul re, e quindi guardare la carte precipitare velocissime. Son soddisfazioni. Subito dopo il signor Solitario, indispettito chiede la rivincita, ma io non te la do la rivincita, così impari.

Freecell – Del tutto incomprensibile. Qualsiasi mossa tu compia, il computer ti sgrida, suona beep! e te la annulla. Forse il gioco consiste proprio in questo.

Hearts – Gioco di carte a quattro. I tre avversari virtuali da me si chiamano sempre Mario, Gianni e Giuseppe. All’inizio i tre nomi erano diversi, non li ricordo, ma a quei tre gli ho cambiato battesimo cento volte. Ho giocato contro Totò, Peppino e la Malafemmina. Contro Dio, Allah e Zoroastro. Contro John, Paul e Ringo. Contro le mie vecchie insegnanti di latino, geometria e storia. Contro quasi tutti i trii rock, compresi Kurt, Dave e Chris (e Kurt poveraccio chissà perche’ arrivava sempre ultimo, carico di punti già dopo due giri di mazzo – e io cercavo pure di aiutarlo).
Ora ci sono Mario, Gianni e Giuseppe. Giuseppe, quello che gioca seduto alla mia sinistra, è fortissimo. Secondo me bara o è d’accordo con il computer, o con gli altri due. Mi molla sempre la donna di picche all’ultima mano, il maledetto. E ride, pure.

Galassia Gutenberg

E va bene, si va. Forse lo sai già. Si va a Napoli, una città magnifica, una città che non vedo da tempo, una città dove non conosco un tubo di nessuno. Sì, sabato sera 14 febbraio c’è una festa a Napoli. Proprio a Napoli. Ci vieni? Sì, lo so che non conosci nessuno. Nemmeno io, se è per questo.

E pensa che io prima della festa devo andare a Galassia Gutenberg. A parlare di blog. Dovresti venire lì, sederti e fingere che io stia dicendo delle cose interessantissime facendo di sì con la testa.

Insomma, si va a Napoli.

Ah. Ehi, tu! Sì, dico a te, tu che sei già lì. Non è che potresti venire a prendermi alla stazione?

Da grande voglio fare il giro del mondo

Il viaggiatore, lui sì che si diverte. Ha fatto il giro del mondo in bicicletta, ha attraversato l’Africa in tram, la Siberia con gli sci di fondo, l’Asia in bicicletta, l’Oceano Pacifico in canotto.

Vive con lo zaino sulla schiena, e nello zaino la tenda a igloo smontata. Non si cura molto di se stesso, infatti ha un’aria trasandata, e puzza pure un pochino (ma poco), visto che in genere si fa la doccia solo nei laghi, nei fiumi, se va bene nei bagni dei campeggi o in quelli delle stazioni ferroviarie.

Lo conosci per caso nello scompartimento di un Intercity: tu scendi alla Bovisa, lui – beato – prosegue fino ad Amsterdam. Tu sfogli il solito quotidiano, lui una logora guida Lonely Planet in inglese che Dio sa quante ne ha passate. Ma fate amicizia lo stesso. Ti racconta che sta girando da sei mesi, anni, anni di avventure, strani incontri e perquisizioni con cani lupi che lo annusano alla frontiera. E ne ha viste, di cose. Oh sì. Ha cantato con i suonatori di strada a Dublino. Si è fatto le canne sul sedile dell’Inca a Macchu Picchu. In Patagonia ha fotografato l’alba. Ha dormito nel saccoapelo all’aperto in cima all’Annapurna. Si è lavato le ascelle nei Laghi Masuri. Ha vomitato, dopo atroci dolori, la frittura di pesce acquistata da una bancarella abusiva in Cambogia. Sa dire “ciao” in turkmeno, svedese e birmano.

Il viaggiatore ha amici pronti a ospitarlo a qualsiasi ora del giorno e della notte in ogni capoluogo di provincia del pianeta. Adesso sta andando a trovare una bella ragazza olandese, si sono conosciuti l’estate scorsa in Vietnam, in mezzo alla foresta, ora lei vive sola nel quartiere studentesco, lui la va a trovare e poi chi lo sa cosa succede. Però poi il viaggiatore tornerà a casa: intende pubblicare il suo diario in forma di libro (anche se non conosce alcun editore disposto a farlo) oppure allestire una mostra fotografica sul suo giro del mondo. E poi progettare nuovi viaggi. Ma prima di rientrare a Milano, però, ha un mezzo appuntamento con certi amici che lo aspettano in Islanda per sei settimane di trekking sui vulcani.

Ci salutiamo, devo scendere. Lo invidio, lui lo sa. Solo più tardi mi rendo conto di non avergli chiesto la cosa più importante: ma chi te li paga tutti ‘sti viaggi?

Interviste a perfetti sconosciuti

I ragazzi di Ciccsoft hanno intervistato alcuni blogger. Ci sono pure io, modestamente. Dove? Qui. Qui sotto una sintesi della (stupidissima) intervista.

Perché il tuo blog si chiama così?
In realtà il sito non doveva chiamarsi “Personalità Confusa” ma “Wittgenstein“,
come il mio filosofo preferito. Poi ho visto che ci aveva pensato qualcun
altro. Allora ho pensato che dovevo trovare un titolo più originale, ad
esempio “Giuseppe Granieri”, un nome di mia invenzione. Ma anche in quel
caso ero stato preceduto da un altro tizio. Infine, per togliermi
dall’impiccio ho scelto due parole a caso, due parole senza senso come
“Personalità Confusa”.  A questo non aveva pensato ancora nessuno, per
fortuna.

Il direttore marketing, la stagista, Enrico Ghezzi, fino al più
recente Papa, tengono vivo il blog facendolo sembrare scritto a più mani.
Forse non ci siamo capiti: io Ghezzi lo conosco veramente. I testi li
scrive davvero lui. E lo stesso vale per il Papa.

Dilbert, l’eroe di quanti come te lavorano  sottostando agli umori di un capo mai spiritoso: ti ci riconosci anche
tu?
Dilbert non mi piace, i miei personaggi dei fumetti preferiti sono il
druido pazzo di Asterix e il duello dei capi, la Pimpa e i gemelli
Dupont e Dupond di Tintin.

La tua vita oggi: scommetto che passi la giornata in ufficio a leggere
i commenti e guardare se qualcuno ti linka o parla di te? O ti perdi in
chiacchere con la collega sexy della scrivania a fianco?
Mi perdo in chiacchiere con la collega della scrivania accanto, che
non è per nulla sexy, però è fonte inesauribile di cretinate che poi posso
riciclare sul blog.

Prendendo ispirazione dal grande Vinicio Capossela, anche a te “piace
raccontare di personaggi ambigui e dalla personalità confusa, che hanno un
modo tutto personale di distinguere il bene dal male, il brutto dal
bello…”. La tua vita è popolata come tutti da mille personaggi
caratteristici e curiosi. Cerchi sempre di descriverli caricandone i
particolari più grotteschi o scegli accuratamente personaggi che sono
macchiette di per sè?

Vi ringrazio di questa fantastica domanda, a cui peraltro non so proprio
che rispondere. Quindi, rispondo facendo io una domanda a voi: ma lo
sapevate che Capossela prende quasi ogni mattina il caffè al bar di via Venini,
vicino alla Stazione Centrale? Dico sul serio. E che talora cena nella
pizzeria Rosy e Gabriele, in una traversa di corso Buenos Aires? Un buon
posto, sempre aperto, però a volte di sera rifiutano i ticket.

Trentadue anni, milanese, blogger e dipendente di una ditta di consulting
per imprese. Poco ci mancava che Muccino ti scritturava per un seguito de
L’ultimo bacio. Cosa significa essere un trentenne oggi?

Vi do un’anteprima: sarò il protagonista de “L’Ultimo Bacio 2”. La trama:
Martina Stella dimentica Stefano Accorsi, mi incontra a un battesimo, ci
innamoriamo e andiamo a vivere assieme in un centro sociale dove però lei
conosce il fratello di Muccino, e una sera io li sorprendo mentre si fanno
le canne in salotto. Al fine di vendicarmi, la lascio per Giovanna
Mezzoggiorno, rimorchiata durante una corsa campestre. Intanto, Enrico
Silvestrin e il rasta litigano sulle stisce pedonali e
vengono falciati da una taxista pirata della strada interpretata da
Stefania Sandrelli (che nel frattempo sta divorziando da Bentivoglio
perchè lui la tradisce con Carmen Consoli, a sua volta lesbica latente
invaghita di Margherita Buy, sposata con un Silvio Orlando, insegnante
depresso collega di Luigi Lo Cascio ecc. ecc.)

Cosa ne pensi di Dio? Vai mai in chiesa?
Credo nel Dio di Spinoza ma non mi risulta ci siano chiese del genere, in
Italia. Almeno, a Lambrate non ne ho viste.

Domanda scontata. Dov’eri l’11 settembre 2001? Per farmi perdonare ti
chiederò anche dov’eri nel 1982 quando l’Italia vinse i Mondiali. 

L’11 settembre ero in aereo, avevo appena saputo ciò che era successo e di
fianco a me c’era un signore con la barba lunga, la kefiah al collo, un
turbante in testa e uno zaino da cui proveniva una specie di ticchettio. Ero un po’ preoccupato ma è andato tutto bene, dopo l’atterraggio abbiamo persino applaudito il comandante. Nell’82 durante la partita ero allo stadio di Madrid, seduto dietro Juan Carlos.

Credi che la risposta soffi ancora nel vento come diceva Dylan?
Non sapevo fosse di Dylan. Credevo fosse una canzone di chiesa, di quelle cantante
in coro durante la messa, con le chitarre.

I giovani d’oggi “si infarinano, si alcolizzano e poi
si impastano su un albero”? Generazione perduta o qualcosa tra
manifestazioni e riscoperti valori pacifisti si salva?

Eh, non ci sono più i pusher di una volta. Posso dire una cosa ai
vostri lettori? Sì? Ragazzi guidate piano, per l’amor di dio! Oh, l’ho detto,
che soddosfazione, ora mi sento come i vip della pubblicità progresso contro gli incidenti, o come un display sull’autostrada.

Un saluto come vuoi tu, magari detto dal Papa in persona.  
Che Dio ci perdoni per questa atroce intervista.

Da grande voglio fare il pensatore

Aria di rivoluzioni interiori, è ora di cambiar vita, cambiar lavoro. Cambiarsi del tutto. Per esempio, potresti diventare un pensatore.

Il pensatore ha un bel mestiere. Cosa faccia, lo si capisce dal nome della professione: pensa. Pensa molto.
Lavora da casa: le sue mansioni glielo consentono. Si alza. Si lava. Fa colazione. Un’occhiata al giornale, poi si veste e infine si mette alla scrivania.
Eccolo lì. Assume un espressione seria e molto raccolta: poggia la mano sulla fronte e inizia a lavorare. Cioè pensa.
Non gli serve nulla, nemmeno il pc. Mica è telelavoro, quello del pensatore.

Il suo studio è nella penombra, poiché la luce distrae. Ogni tanto il pensatore socchiude gli occhi, per pensare meglio.

A volte, la colf entra nello studio del pensatore con l’aspirapolvere accesso, ma lui con un cenno la ammonisce severo:
– “Maria, ti prego, non vedi che sto lavorando? Questa professione richiede silenzio e concentrazione”.

Nelle pause di lavoro, il pensatore cammina in circolo nella sala, le braccia dietro la schiena. I suoi passi, lentissimi, risuonano sul parquet. Prende un libro dagli scaffali e lo sfoglia disattento: lo porta all’orecchio e ne ascolta il frusciare delle pagine, come se volesse carpirne significati oscuri. Lo ripone e torna a sedere. Con la destra si nasconde lo sguardo e sostiene la testa: un gesto che lo porta a riflessioni ancora più profonde.

A fine giornata, il pensatore leva la mano dalla fronte e lascia la postazione di lavoro. Esce dallo studio e lo chiude a chiave. Si siede alla tavola apparecchiata, e sospira: “Ho pensato tutto il giorno, sono stanco morto.”

Sulla carta di identità del pensatore sta scritto:

Professione: pensatore

Quando la mostra alla dogana, i poliziotti lo guardano incuriositi ma non osano chiedergli nulla.

 

Una confidenza dal Papa

Amici, ciao a tuti sono ancora io, il vostro amico Papa. Proprio io, Karol, si. Oramai lo so che mi volete bene e che i miei post su questo blog piaciono a tuti e vi ringrazio. Ancora una volta uso lo spazio gentilmente offertomi dal titolare di questo sito per racontarvi i fati miei in maniera un po meno formale di come vorebe il mio uficio stampa o quel palone gonfiato di Ruini.

Infati devo racontarvi un retroscena politico davero inedito.

Veniamo al dunque. Ne avevo piene le scatole di questi ministri italiani che un giorno si e laltro pure dichiaravano ai giornali che forse presto un aereo di linea si sarebbe schiantato sulla cupola di sampietro: “Adeso basta! Io ci abito, a sampietro! E poi se sanno le cose in anticipo, almeno spieghino per bene: ci dicano quando, cosi quel giorno io vado a castelgandolfo!”
Mi ero proprio stufato di questa storia. Alora o chiamato al telefono il presidente del consiglio del vostro paese: o preso le Pagine Gialle M-Z, o cercato la P e o fato il numero di palazo chigi. Libero. Tu-tu-tu. Risponde una voce femminile:

– “PalazzoChigi buongiorno sono Katia in che cosa poso esserle utile?”
– ”Mi pasi il sinior berlusconi per cortesia sono…”
La centralinista aveva un tono seccato:
– “Impossibile, è in un riunione, e poi lei chi sarebbe, chi le ha dato questo numero?”
– “Siniorina, mi pasi il capo del vostro governo su-bi-to. Li dica che cè il dotor Wojtila al telefono e vedra che la riunione si interrompe,”

E alora lei me lo a pasato.

Quindi mi pasano questo tizio dal’acento milanese. Faceva tuto il rufiano: Santita di qua, Santita di la, “ma che bela sorpresa, a cosa devo questo onore, a proposito buon natale in ritardo ah ah”, rideva credendo di essere spiritoso. Io li o ordinato di smetterla coi convenevoli e li o urlato che se lui e i suoi provano ancora a dire in televisione questa cosa dell’aereo sulla cupola mi arabio veramente e al prossimo Angelus dal balcone ordino ali italiani di votare compati per Rosy Bindi, e poi vediamo chi le vince le prosime elezioni!

Il vostro presidente si e scusato, a giurato su la Madona che non acadra piu: “Adeso quel pirola di Pisanu mi sente, Santita, è colpa sua, io di questo rischio del’aereo l’ho saputo dai giornali.”
“Lasci stare la Madona – li ho replicato, gelido – e torni ale sue riunioni. Se avete notizie serie avvertitemi, ma se parlate di pericoli solo per spaventare la povera gente piantatela, non si scherza con questi argomenti.” Dopo la sfuriata il vostro capo era mogio mogio e non rideva piu, continuava a ripetere “Sensaltro, Santita, sensaltro, mi scusi ancora, siamo stati fraintesi.” 
Li o apeso il telefono in facia, che io sono papa e poso permettermelo.

Bene amici, spero di avervi chiarito la cuestione, come sapete del’aereo che entra nella cupola ora non parla piu nesuno. Ora vi abracio forte e vi saluto,

Il Vostro caro amico,

Papa.

Sfoghi privatissimi, consigli amorosi e diete on line

Se a qualcuno interessa, su La Repubblica di oggi, a pag.33, c’è un lungo articolo sui blog e soprattutto sulle blogger femminili (con una foto terribile che dovrebbe rappresentarle: giovane donna in cucina sbatte le uova ma sorride con un occhio al pc, poggiato tra cucchiai di legno e frullatori…). Lo stesso articolo è solo parzialmente riportato anche qui.