Ho le zanzare in casa. Temo sia un problema comune, in città, d’estate. La sera a volte, senza pensarci, apro uno spiraglio dalla finestra per dare tregua al caldo: esse subito ne approfittano. Come se non aspettassero altro, entrano a sciami. Quando chiudo, è troppo tardi. Poco dopo, nel letto, le sento ronzarmi nelle orecchie, quasi volessero anche tenermi sveglio durante il salasso. Mi cospargo il corpo di citronella, circondo il letto di zampironi accesi. Metto così a rischio la mia stessa salute. Ma non la loro: questi rimedi non sembrano disturbarle. Anzi, le inebriano. Le rendono euforiche.
Mese: Giugno 2010
Sul pianista Thelonious Monk
In una notte del 1951 a New York, Thelonious Sphere Monk, il grande jazzista afroamericano, venne arrestato: lo avevano beccato in macchina con il bagagliaio pieno di marijuana. Lui spiegò che la macchina non era sua, ma dell’amico al volante, il collega Bud Powell (un’altra futura leggenda del jazz, all’epoca uno spiantato).
Non bastò: anche a Monk, come Powell, levarono il permesso di suonare. Allora negli Stati Uniti i musicisti dovevano avere una tessera, per poter esibirsi dal vivo.
Monk non parve preoccuparsene: per sette anni si ritirò dalle scene. Si chiuse in casa, accudito da una moglie affettuosa come una mamma. Aspettò. Poi, scaduta la condanna, fu costretto dagli impresari a tornare sul palcoscenico: un trionfo.
Si dice spesso che Monk fosse matto: in realtà era solo un tipo strambo. Per esempio, era capace di tacere per giorni e giorni, ignorando le domande e la presenza altrui.
Indossava strani berretti – sempre, anche a letto – e spesso portava una foglia di lattuga all’occhiello della giacca.
A volte nelle occasioni meno adatte interrompeva qualsiasi cosa stesse facendo – una cena con i familiari, un appuntamento importante – per alzarsi dal tavolo e accennare passi da danza.
Fu uno dei più straordinari compositori del Novecento, questo sì, tanto che il Time dedicò a lui, nero come il carbone, la sua copertina abituata a ritrarre faccioni di bianchi. Tuttavia, al nostro eroe questa fama non interessava granché. Né lo attirava il denaro: l’agiatezza e la gloria non vinsero l’impassibilità. Thelonious, anche da ricco, continuò a vivere nel piccolo appartamento della sua povertà.
Era un originalissimo pianista. Otteneva quel suono inconfondibile e vertiginoso con un vizio: quando suonava teneva le dita piatte, tese, senza piegarle. Chiunque abbia preso anche una sola lezione di piano sa che le mani devono stare arcuate sui tasti, da sempre lo insegnano le regole. Ma Thelonious non frequentava le regole.
Amato da un pubblico di appassionati in tutto il mondo, Thelonious non amò nessuno tranne se stesso e sua moglie Nellie.
Monk non parlava mai della sua musica: “Spiegare di musica non ha senso”, diceva lui stesso in una delle sue rare prolusioni. La musica andrebbe soltanto ballata o ascoltata. Al massimo suonata. O ricordata.
Giunto al momento di invecchiare, Thelonious decise di scomparire dal mondo.
Il suo crepuscolo durò dieci anni. Si segregò nel palazzo di una baronessa europea che ospitava solo grandi artisti morenti.
Là dentro, in esilio dietro le verande, Thelonious attese il destino nel salone dove troneggiava un pianoforte. Per tutto quel periodo, non lo toccò mai.
Apologia di un pesce
Cari umani, approfitto dell’amicizia con il tenutario di questo sito per lanciare un appello. Mi presento, anche se non ho nome: sono un pesce. Sono un’orata, peso due etti e vivo in un allevamento industriale vicino al porto. Se va bene, settimana prossima sarò sul banco pescheria di un supermarket, o, peggio, surgelata in una scatola.
Vengo al dunque: noi pesci siamo i vertebrati più sottovalutati nella storia di questo pianeta: è ora che lo si dica chiaro e tondo. Scusate ma quando ci vuole ci vuole. Milioni, miliardi di noi vengono uccisi da voi umani ogni giorno. È un’ingiustizia, una vergogna. In uno dei vostri ristoranti, mio cugino settimana scorsa è finito in padella con olio e rosmarino. Non si lascia morire così una persona.
Noi pesci non ci consideriamo affatto inferiori a voi. Anzi. Siamo solo diversi: voi avete il vostro stile di vita (parlate, usate mani e piedi, respirate fuori dall’acqua, andate in ufficio), noi abbiamo il nostro.
Quella di non parlare è stata una scelta. Ancora oggi la voce ci sembra una capacità inutile. Siamo muti e ci va bene lo stesso. Almeno evitiamo di sparare scemenze tutto il tempo, come voialtri fate.
Per quel che riguarda mani e i piedi, non avete niente da insegnarci: nel paleozoico, fu un pesce coraggioso a uscire dal mare e, per primo, camminare sulla terraferma. Sì, cari miei, siamo stati noi i precursori di questa moda dell’andare a passeggio. D’accordo, abbiamo impiegato un bel po’ prima di imparare a respirare all’aperto e trasformare le pinne in piedi, ma alla fine ci siamo riusciti. Prima di noi, sulla terra non c’era mai stato nessun altro, a parte qualche zanzara e le erbacce.
Poi, i migliori fra noi hanno preferito tornare in mare e ridarsi al nuoto, certo. Ma siamo pur sempre i vostri antenati.
Noi vi abbiamo creato.
Discendete da noi. Non potete trattarci così.