Dell’avversione di Camus ai viaggi in automobile

Si dice che lo scrittore Albert Camus disprezzasse le automobili: evitava di guidarle (e per questo non prese mai la patente) ma soprattutto le riteneva sleali. Non c’era da fidarsi di arnesi come quelli. Lo pensò sempre, di sicuro lo pensò anche la mattina del 4 gennaio 1960, mentre si trovava seduto nel posto anteriore del passeggero su una vettura che andava, dritta dritta e in gran velocità, a sfasciarsi contro un platano, in una stradina di campagna nei pressi di Villeblavin.

Cosa ci faceva in quella situazione incresciosa e ahilui fatale il celeberrimo scrittore tanto restio a salire su autovetture in movimento? Mah, nulla. Aveva soltanto preso una decisione affrettata. Doveva trasferirsi dalla riviera, ove risiedeva in villeggiatura, a Parigi. L’editore Gallimard si ostinò a proporgli se stesso come autista e la sua berlina fiammante quale mezzo di trasporto. I due poi avevano passato la sera precedente a bere e mangiare in trattoria con la moglie e la figlia diciottenne di Gallimard. Insomma, una cena spensierata.  E così Camus, complice i molti bicchieri di Borgogna e l’insistenza degli amici che lo prendevano in giro, aveva infine rinunciato a quella sua assurda fissazione di sottrarsi ai viaggi in macchina. Alzando il quinto o sesto calice di rosso, promise: sì, avrebbe affrontato il pericolo, anzi si sarebbe perfino seduto davanti, a fianco della guida. Il proclama suscitò gli applausi dei Gallimard e di parecchi altri avventori della locanda, divertiti dalla scena del premio Nobel che brinda per sfidare l’assurdità delle sue paure.

Quando il mattino dopo lo estrassero dalle lamiere, Camus, mezzo morto, si rivolse ai soccorritori per farfugliare qualcosa di incomprensibile. Ma non si seppe mai cosa: un pensiero, le famose ultime parole, un verso? O forse una maledizione? Non si capiva. Forse voleva dire qualcosa (di poco gentile) a Gallimard, peraltro in fin di vita pure lui, o alle due signore, illese per aver scelto il sedile posteriore. Oppure al destino, o a se stesso. Comunque sia, il Vate spirò pochi minuti dopo. In tasca gli trovarono il biglietto ferroviario, acquistato prima della partenza, mai utilizzato.

Pranzo a casa del presidente della Repubblica

A tavola eravamo in otto, compresi il presidente delle Repubblica e sua moglie. Otto convitati è il massimo per una cena non ufficiale, e la serata si svolse dunque molto piacevolmente, la conversazione toccò vari argomenti, con una vivacità e una disinvoltura che davano fastidio all’enorme e unico maggiordomo in polpe che ci serviva. Il presidente sembrava un nonno felice di rivedere nipoti lontani. Ma eccoci alla frutta. Il maggiordomo recò un enorme vassoio del tipo che i manieristi olandesi e poi napoletani dipingevano due secoli fa: c’era di tutto, eccetto il melone spaccato. E tra quei frutti, delle pere molto grandi. Il presidente guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò: “Io” disse “prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?”. Tutti avemmo un attimo di sgomento e guardammo istintivamente il maggiordomo: era diventato rosso fiamma e forse stava per avere un colpo apoplettico. Durante la sua lunga carriera mai aveva sentito una proposta simile, a una cena servita da lui, in quelle sale. Tuttavia, lo battei di volata: “Io, presidente” dissi alzando una mano per farmi vedere, come a scuola. Il presidente tagliò la pera, il maggiordomo ne mise la metà su un piatto, e me lo posò davanti come se contenesse la metà della testa di Giovanni il Battista. Un tumulto di disprezzo doveva agitare il suo animo non troppo grande, in quel corpo immenso. “Stai a vedere” pensai “che adesso me la sbuccia, come ai bambini”.

(Ennio Flaiano, Corriere della Sera, 18 agosto 1970)

Orazione funebre al signor Augusto detto Pagliaccio

Signore e signori, vola per le osterie una triste notizia: il signor Augusto, detto Pagliaccio, s’è dipartito, involato deceduto: è morto. I suoi pochi amici e i suoi molti creditori piangono l’immatura scomparsa avvenuta a soli duecento anni d’età. Non si poteva dire bello, non si poteva dire intelligente, non si poteva dire niente su di lui perché ad ogni più piccola osservazione replicava lanciando zampilli di saliva sulla faccia. In questa triste occasione dovrei fare un discorsetto sulla natura del trapassato in modo da far restare un buon ricordo di lui: amici carissimi, l’impresa è disperata. Come faccio a parlarne bene? È difficile trovare un solo episodio in tutta la sua sgangherata esistenza che ci potrebbe far dire “ma in fondo era un bravo figlio”. È sempre stato un buono a nulla, un pigro, un ubriacone, attaccabrighe, scansafatiche, disonesto nel giocare, infido nelle amicizie, tormento del padrone di casa e dell’esattore della luce. Piangiamo tutti la tragica notizia che egli sia morto solo adesso anziché nel momento in cui l’ostetrica ha detto “è un maschio”. Nella sua lunga e deplorevole esistenza si è dedicato ai secchi d’acqua in faccia, uova rotte sul cranio, pennellate di sapone nella bocca. Suonava il trombone coi piedi e ballava il tango con le orecchie. Faceva ridere i bambini e piangere i propri figli. Io, nella mia qualità di Clown Bianco e suo fraterno nemico, ho cercato in ogni modo di impartirgli una civile educazione a base di legnate sulla testa, pestate sui piedi, cazzotti sulla nuca. Ma l’Augusto Pagliaccio, ribelle ad ogni consiglio, ha continuato la sua turpe carriera di grottesco ubriacone imperterrito fino a crepare (…). Egli non è più. Ma per fortuna rimango io. Piangete, fratelli, se volete; per mio conto ho già pianto fin troppo, quando lo dovevo sopportare al mio fianco, sulla pista del circo.”

(monologo del Clown Bianco da I Clowns, regia di F. Fellini, 1970)