Il vicino di casa e il mistero della motocicletta scomparsa

Ho già parlato, su queste pagine, del mio vicino di casa. Non sta passando un bel periodo: gli hanno rubato la moto nuova. Poveraccio: mi è antipatico però mi spiace. Era una moto bellissima.

Lui la parcheggiava sempre in strada, di traverso, sul passo carraio del condominio. Sempre. Non è dato sapere se tale abitudine gli avesse provocato certe inimicizie. Pare di no. In fondo noi abitanti del caseggiato siamo persone indulgenti. Tuttavia, si dice che più di una volta il vicino abbia trovato sul sedile dei bigliettini anonimi con messaggi brevi. In genere una parola sola: “bastardo”, “cornuto”, “deficiente”, peraltro sempre scritta in maiuscolo e con diversi punti esclamativi.

Un’altra volta, qualcuno gli ha pisciato sul manubrio. Scherzi di ragazzi, certo. Ma, va detto, era una moto magnifica, e quindi lui, giustamente, ne era fiero, la ostentava. Perciò perseverava nell’arte del parcheggio fantasioso, incurante di quelle che sembravano essere proteste. Fino alla scomparsa del veicolo.

Noi condomini siamo convinti si tratti di balordi del quartiere. Da queste parti girano certe facce.
Ieri, il mistero del furto è stato reso ancora più enigmatico dal rinvenimento: hanno trovato il cadavere della  moto in un praticello a pochi chilometri da casa. Qualcuno l’aveva portato là per incendiarla. Mai visto tanto sadismo: ne hanno sparso le ceneri e i rottami a tracciare per terra la scritta “cretino”. La calligrafia sembrava la stessa dei biglietti che gli lasciavano sulla sella per protestare. Chissà chi sarà stato. Che gente.

La consueta rubrica di salute

Cari lettori, benvenuti alla consueta rubrica dedicata alla salute. Come sempre questo sito ospita personaggi eccezionali che non troverete mai in un nessuna trasmissione televisiva né sui giornali né su alcun altro sito d’informazione. Trattando di medicina, abbiamo pensato di invitare un sintomo. Anzi, il Sintomo, con la esse maiuscola. Forse il più famoso al mondo. Signore e signori, un bell’applauso per il vomito! (clap clap)

Caro confuso, che piacere essere qui, lasci che l’abbracci.
Per carità stia lontano. Caro signor vomito, non posso dire sia davvero un piacere averla fra noi: da quando lei è entrato qui nello studio, l’aria è divenuta irrespirabile.
Mi spiace: allora me ne vado.
Ma no, caro vomito, resti. Facciamo questa intervista. Rapidamente, però. Ora si sieda.
Preferisco restare sdraiato qui per terra.
Contento lei. Senta, signor vomito, lei, in natura, si presenta in differenti circostanze. Ad esempio, quando si sta seduti dietro in macchina su una strada con molte curve. Oppure quando si è mangiato del cibo indigesto o si è bevuto troppo.
Aspetti: so anche manifestarmi in modalità meno ripugnanti di quelli da lei elencate. Pensi ai conati di un bambino appena nato, o alle nausee della donna in gravidanza. In quei casi, incuto quasi tenerezza, giammai disgusto.
Tuttavia quando lei, amico vomito, sotto forma di disturbo colpisce una persona in un ambiente chiuso, dopo occorre passare lo straccio e lavare i pavimenti o – peggio – i tappeti. Sovente il disturbato produce lei, o vomito, dove capita, perché pur correndo non si riesce a raggiungere in tempo un lavandino o la tazza nel bagno.
Bè, ci sono anche le finestre, no?
In effetti… Mamma mia, che fetore ragazzi, io con questo non so se ce la faccio.
Non capisco, può ripetere?
Nulla, pensavo ad alta voce. Senta, una curiosità: lei prima di diventare così come la osserviamo adesso, che cos’era? Una pastasciutta, un dolce o un secondo col contorno? Perché non riesco mica a distinguere ciò che la compone.
Tutte e tre le cose assieme, credo, ma se vuole mi avvicino così da lasciarmi esaminare.
Non ci provi, signor vomito, non ci provi.
Guardi qui ad esempio: questa sostanza giallastra striata poche ore fa era un…
Ma se ne vada via, schifoso! Magari fra il pubblico a casa c’è gente che sta mangiando. Basta così, cari lettori, scusate, voi non potete sentirlo ma vi assicuriamo che qui l’odore e la vista dell’intervistato risultano insopportabili: dobbiamo interrompere la puntata. La prossima volta interpelleremo il nostro ospite al telefono anziché di persona. Arrivederci, a presto.

Contro i benzinai self service

Cari lettori, benvenuti alla consueta rubrica di antropologia contemporanea: nella puntata di oggi affronteremo il problema della progressiva indolenza dei benzinai. Essa mette a rischio la sopravvivenza della specie umana.

Mi spiego meglio. Oggigiorno, è sempre più difficile trovare un benzinaio in carne e ossa disposto a fare il suo lavoro. Siamo pieni zeppi di benzinai nullafacenti. Ci lasciano in balia di uno sportello elettronico, peraltro restio a lasciarsi comporre e ad assisterci come si deve.

In particolare sulle autostrade, si diffonde poi la piaga del benzinaio ibrido: tale fenotipo prevede in loco la presenza di un signore umano in divisa, il quale si presume essere un benzinaio (altrimenti non si capisce cosa ci faccia lì, nei giorni diversi dal carnevale, vestito tutto colorato e col capello a visiera presso un distributore)  – ma, si badi, egli si astiene dal lavoro manuale. Sta al caldo nel negozio a contare i soldi. Magari ti chiama col microfono (“Poi venga a pagare qui da me”) o resta a guardarti. E non ti aiuta, si limita a riscuotere. Eppure costui è un benzinaio, e in quanto tale retribuito se non addirittura titolare dell’impianto. Perché ozia?

Va bene, d’accordo: bisogna risparmiare: il macchinario costa meno del personale umano. Ma qui si esagera: milioni di italiani e italiane incapaci mettono a repentaglio la propria incolumità tentando di far benzina da soli senza un minimo di preparazione. Io stesso poco fa, a un self service sulla provinciale, mi sono inavvertitamente inondato la giacca di gasolio nel vano tentativo di srotolare il tubo. E poi queste pistole, come diamine funzionano? E perché mai il distributore sta sempre, dico SEMPRE, dalla porta opposta rispetto al lato della macchina dove c’è il buco del serbatoio? Come è possibile? Basta, dai.

Fateci dei corsi di formazione, almeno!

Sulle piacevoli giornate di shopping per un’esperienza unica di lusso senza rinunzie fuori dallo stress del traffico cittadino

Cari lettori, benvenuti al consueto appuntamento con la rubrica dedicata alla moda.
Tratteremo oggi di un allegro luogo simbolo del nostro tempo: il designer outlet city fashion district. Che cos’è? Il termine, lo capirete bene, risulta intraducibile. Occorre quindi rinvenire altri parametri per identificare tale luogo.

L’outlet, si sa, è quel posto ove le aziende portano le cose che non sono riuscite a vendere in città manco nel mese dei saldi. Son cose che non le vuole più nessuno, e allora anziché buttarle via, le aziende le portano lontano lontano, le infiocchettano con un po’ di sconto, et voilà, il pacco è pronto. Ma il designer outlet district town che è?

Ecco le caratteristiche principali per riconoscere l’oggetto della nostra indagine:

a) esso non si situa in città (troppo facile sennò) ma in territorio desolato che altrimenti niuno si filerebbe manco di pezza: Serravalle Scrivia, Molfetta, Trigoria Alta, Noventa di Piave, la steppa, il deserto, posti così.

b) gran copia di marchi prestigiosi di quelli da pubblicità in televisione, insomma roba fina, mica le canottiere al mercatino dei cinesi;

c) ma il tutto è ambientato in una sorta di villaggetto di cartapesta con negozi travestiti da case colorate, e poi fontane, porticati in gesso e musica diffusa per i viali. Una specie di Gardaland paesana, solo che al posto del calcinculo ti trovi lo spaccio Armani;

d) hic sunt ristoranti fast food e parchi giochi coperti, ove abbandonare bambini rompicoglioni i quali altrimenti intralcerebbero l’attività compratoria dei genitori;

c) il luogo si trovo nelle adiacenze di un casello autostradale (coincidenza? non credo), con ottime indicazioni e immensi parcheggi gratuiti,

e) quivi è la più alta densità di sportelli bancomat d’Europa, dato da cui si evince che

f) le parsimoniose famigliole italiane risultano disposte a farsi un’ora di macchina per un totale fra benzine e pedaggio di molti euro a fronte di un risparmio di 5 piotte sull’acquisto di un paio di scarpe disegnate da uno stilista. Eppure, si torna a casa contenti.

La consueta rubrica di cultura

Buonasera, cari lettori, rieccoci a voi con una nuova puntata della consueta rubrica di cultura. E’ con noi stasera un ospite mai intervistato prima da nessun altro mezzo di informazione. Un grande applauso – stavolta è proprio il caso di dirlo – per lui, proprio lui, in persona: il teatro!

Troppo buoni, troppo buoni.

Guardi che non ha applaudito nessuno. La smetta. Anzi, là in fondo se ne stanno già andando. Avanti, caro teatro, si sieda, si sieda. Mamma mia, quant’è invecchiato.

Come dice?

Niente, niente, amico teatro.
 
La nostra mente non sorge mai tant’alto verso il suo eterno desiderio che non porti sempre seco un duro e straniero ingombro che la ritorce a terra; ma se conseguiamo le prosperità del mondo, allora diam nome d’illusion, o di menzogna, a quanto val meglio d’esse.

Bello. Però che c’entra, scusi?

Era il Faust. Una citazione.

Interessante, ma priva di senso, in questo caso. Passiamo alle domande. Siamo su internet, sa, e nel ventunesimo secolo: il pubblico si stanca facilmente, ci mette un secondo a premere un tasto e cambiare sito o canale. Dunque. Un tempo lei era lo spettacolo d’arte più visto del mondo, con secoli di successi. Poi all’improvviso arriva la televisione e lei mi rimane a piedi.

Le porte dell’oriente rosse di fuoco aprendosi a Nettuno non trasformino in oro sfolgorante
col divino splendor de’ loro raggi…


Questa sarebbe la sua opinione al riguardo?

Affatto. È stato Shakespeare a rispondere per bocca mia.

Ascolti, dottor teatro, abbiamo capito, lei è una persona colta. D’accordo. Ma non può mica cavarsela così. Forza, risponda: cosa pensa dei film, delle serie tv, dei social network, dei più giovani concorrenti che a lei, caro teatro, l’hanno ridotta allo stato di rottame?

Deh, vita facile, per codesti concorrenti. Gli basta accendere uno schermo e tutto è fatto. Per un lavoro come il mio, invece, ogni sera debbo organizzare macchinisti, attrici, suggeritori, registi, tecnici di scena, claques

E per il suo futuro, caro teatro, dunque cosa prevede? Quali novità ha in serbo?

Oh scorsa etade, oh di vittoria lieti miei gloriosi giorni! Ecco, schierati mi si appresentan gli alti miei trionfi. Dal campo io riedo d’onorata polve cosperso tutto e di sudor sanguigno. Infra l’estinto orgoglio, ecco, io passeggio.

Uhm. In che senso, scusi?

È l’Alfieri. Saul, atto secondo.

Basta, dottor teatro. Basta per piacere. Se non la smette la caccio via.

Gradisce un pezzettino dai Sei personaggi in cerca d’autore?

Senta, lei è un uomo anziano e io non vorrei umiliarla davanti a tutti. Però, ancora con ‘sti personaggi in cerca d’autore, da cent’anni, tutte le sere, adesso anche qui: non se ne può più.

Allora indovini questa. Orsù, lasso!, pria resteranno ognor svelti li ardori, ohimè!

Ragazzi, finiamola qui, questo è andato. Ci credo che poi lo chiudono e lo abbattono per farci gli ipermercati. Portatemelo via. Cari lettori, abbiate pazienza, il signor teatro è stanco, abbiamo fatto tardi e ora deve andare a dormire. Arrivederci. E lei, teatro, la smetta di fare inchini, che non ci sta leggendo più nessuno, e i pochi lettori rimasti ci tirano addosso la verdura. Vada a casa, si metta a letto. Buonanotte. Sigla.

Poesia in versi liberi sul piovasco inatteso

Il dilemma

dell’uomo camminante in istrada

all’aperto sotto il cielo

a piedi verso meta lontana

molto lontana

quando all’improvviso

comincia a piovere

piovere assai forte

e intorno non vi sono

edifizi con tetti a grondaia

in grado di offrire riparo,

e piove che dio la manda

e lui

s’accorge d’esser privo d’ombrello

e neppure ha la cerata

né l’impermeabile

e nemmanco le galosce.