Il mio primo incontro con l'eroina

Una delle cerimonie provata da credo molti anzi forse tutti i preadolescenti della mia generazione fu senza dubbio la visione forzata del film Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino a scuola (titolo storpiato da giovanissimi spettatori nel più breve e facile da ricordare Cristiana Effe allo zoo di Berlino). Lo scopo della proiezione: dissuadere noialtri, alunni delle medie, dodicenni freschi reduci delle elementari, dall’oramai inevitabile e forse già avvenuto utilizzo dell’eroina. Il bello è che io e la stragrande maggioranza dei miei compagni di scuola, in prima media, manco sapevamo cosa fosse, l’eroina.

Tuttavia, lo spettacolo, tenutosi di mattina in un salone della scuola, fu all’inizio da noi gradito: qualsiasi alternativa a lezioni e interrogazioni ci andava bene. Peraltro, dopo un po’,  ci trovammo sorpresi: non capivamo come mai insegnanti e familiari ci stessero obbligando a guardare un film tanto brutto, né per quale motivo i personaggi trascorressero intere giornate a farsi iniezioni fra loro, a vomitare o a svenire per strada. A metà del primo tempo, la totalità del pubblico minorile aveva abbandonato per noia la visione in favore di altre attività quali combinare il consueto baccano infantile di scherzi, sputi, spintoni e chiacchiere in ultima fila. Solo maestre e genitori, incuranti del tramestio alle loro spalle, continuavano a seguire la trama con le lacrime agli occhi.

Ma erano altri tempi: inquietate dal pericolo a loro avviso incipiente il baratro della droga pesante, mostro che di certo aveva già preso a ingoiare i loro fanciulli, le mamme, di sera, prima di andare a dormire, approfittavano del nostro sonno per controllarci le braccia, alla ricerca di prove. Oppure rovistavano nei cassetti, alla ricerca di siringhe. Noi, ancora implumi e imberbi, eravamo ancora troppo piccoli per comprendere quelle perquisizioni notturne così come quel noiosissimo film horror sui fanatici delle punture.

Il più grande micologo di tutti i tempi

La strada in cui mi trovo in questo momento risulta intitolata a Pietro Andrea Saccardo, nato a Volpego del Montallo (Vicenza) alle sette meno un quarto di mercoldì 23 aprile 1845.

Sin da bambino, Pietro Andrea ebbe un’unica aspirazione: diventare il più grande esperto di funghi mai esistito. Cominciò quindi ad appassionarsi alla raccolta di funghi: vivendo in una campagna nota per l’elevato tasso di umidità nei mesi autunnali, Pietro Andrea aveva spesso occasione di osservare specie fungine di vario tipo nei boschi, nei prati, ai margini dei sentieri, talora persino nel giardino di casa sua.

A otto anni il piccolo Pietro Andrea era una celebrità del suo paese per via di un sorprendente primato: possedeva la maggior collezione di funghi secchi del suo paese. A dodici sapeva a memoria i nomi in latino di quasi tutti i funghi allora conosciuti nel Trevigiano. A ventritré si laureava in scienze naturali con un’interessantissima tesi sulla “Storia dei finferli dal Paleozoico a oggi”. A trenta pubblicava infine il suo trattato di micologia per i licei.

La definitiva consacrazione giunse tuttavia un ventennio dopo, quando Saccardo diede alle stampe il lavoro letterario cui aveva dedicato la vita: la famosa ‘Silloge di tutti i funghi conosciuti”, monumentale opera di venticinque volumi in cui l’insigne botanico si cimenta nell’ardita e coraggiosa impresa di elencare (o almeno di provare ad elencare) tutte ma proprio tutte le centinaia di migliaia di specie di funghi esistenti sul nostro pianeta.

Pietro Andrea Saccardo moriva a Padova la sera di venerdì 11 febbraio 1921, mentre fumava la pipa sulla sedia a dondolo in salotto dopo aver cenato con la moglie e i figli. E’ stato accertato che nell’ultimo pasto egli non consumò funghi (sul tema vi sono contrasti tra i biografi, alcuni sostengono che il Nostro rispettasse l’oggetto dei suoi studi sino ad evitare di cibarsene, altri ribattono che ne era ghiotto ma in quel mese, febbraio, non era mica stagione). Ai funerali, comunque, partecipò il maggior assembramento di micologi italiani ed europei che si sia mai visto, una folla tanto imprevedibilmente numerosa che qualcuno rimase fuori dalla chiesa. Pochi anni dopo i sindaci di diverse località italiane si videro in obbligo di dedicare almeno una strada allo scomparso.

Boh

– E quindi?
– Boh.
– Ma che vuol dire boh?
– E che vuol dire boh? Boh vuol dire boh, mica è la targa di Bologna. Che vuol dire… che è meglio dire boh.
– E’ a forza di boh che siamo arrivati a questo punto!
– Eh?
– Che conclusione è boh? E’ una conclusione ambigua!
– Ambigua ma aperta.
– Ma aperta a che?
– Aperta a…
– Che significa ‘sto boh?
– Significa boh. Una paroletta semplice, magari dialettale, che non vorrà dir niente ma che potrebbe pure essere minacciosa.
– Sì, minacciosa!
– Sì proprio, minacciosa. Perché?
– Ma che fai, mi minacci con boh, fammi capi’!

(trascrizione quasi a memoria e quindi probabilmente errata del dialogo finale dal film C’eravamo tanto amati di E. Scola, sceneggiatura di Age, Scola, Furio Scarpelli, 1974)