Vita romanzata di Pinot Gallizio

Dell’esistenza di Giuseppe ‘Pinot’ Gallizio, nato ad Alba (Cn) mercoledì 12 febbraio 1902 da Chiarlone Teresa e Gallizio Innocente, non si può dire sia stata monotona. In una sola vita egli fu archeologo, soldato, erboristerista, sommelier, scienziato, amico degli zingari, titolare di farmacie, assessore comunale, inventore della caramelle alla genziana, poeta, promotore di sport antichi come il palio degli asini e il pallone elastico, editore del primo (e unico) numero del giornale Eristica. E infine artista.

A cinquant’anni, passeggiando d’estate sulla spiaggia di Albisola, conobbe alcuni pittori. Parlò con loro, venne folgorato dal mestiere. Si cimentò subito con la nuova professione. Espose le prime opere nei locali del “Ristorante Lalla”. Il suo progetto era tuttavia destinato a una maggior complessità.

L’artista individuò nella fatica del gesto del dipingere il vero limite della creatività. Progettò quindi una  macchina capace di produrre dipinti a ciclo continuo. Per metri e metri, anzi per chilometri quadrati, ettari, tonnellate. L’obiettivo era moltiplicare l’arte all’infinito, e permettere a chiunque di fare altrettanto,  fino a inondarne il mondo.

Grazie alle macchine industriali di Gallizio, l’arte si sarebbe diffusa ovunque, fino a coprire l’intero pianeta, come l’aria o l’acqua del mare. E come l’acqua del mare e l’aria, anche l’arte avrebbe perso qualsiasi valore economico.

Arte ovunque e gratis, all’infinito, oltre ogni possibile saturazione. In questo modo la storia dell’arte moderna si sarebbe – finalmente? – conclusa.

Il sogno di Gallizio non si avverò mai. O forse in qualche modo si è realizzato sul serio ma nessuno se ne è ancora accorto. Chi lo sa.

Di certo sappiamo che Gallizio morì d’infarto, a sessantadue anni, nel suo studio,  rapito dal fervore dell’immaginazione.

Una vita insieme e poi lei all'improvviso lei ti molla in mezzo a una strada

E così te ne sei andata via, maledetta. Mi hai mollato.
Mi hai piantato lì da solo in mezzo alla strada, come un fesso.
Son le cose della vita, dicono.
Ci siamo conosciuti che eravamo giovanissimi.
Siamo stati insieme per anni. Tutti i giorni, di notte, in vacanza, sotto il sole o la pioggia.
Poi, all’improvviso, senza nemmeno il tempo di salutarsi, di darsi qualche spiegazione, la fine.

Ma che  si lascia così una persona, dopo tutto questo tempo?
Senza avvisare?
E soprattutto a quel modo, cioè morendo?

Non si può dire che tu fossi bella.
Un tipo come tante, per nulla appariscente.
Ma a me piacevi così, con quella tua aria trasandata.
Eri pure un po’ sporca, diciamocelo. L’acqua e il sapone li vedevi di rado.
Per non parlare del profumo.

Ma certo, certo: la colpa era anche mia.
Lo ammetto: ti ho pure maltrattato, per tutto questo tempo.
Eppure, mi sei rimasta fedele lo stesso.
Ogni volta mi aspettavi dove ti avevo lasciato sola. Bastava dirti “Eccomi qua, andiamo?”.
E tu subito, senza l’ombra di un’esitazione: “Ma sì, dai, andiamo”.
E via, si andava.

Non riesco a farmene un motivo, ancora non mi sembra vero.
Sì, il tuo cadavere è rimasto lì, sul marciapiede.
Sì, hai ragione, devo ricordarmi di chiamare qualcuno per portarti via.
Hai diritto anche tu a un tuo funerale, un tuo aldilà.

Ah, che tristezza, vederti morire a quindici anni.
In mezzo alla strada.

Con le ruote sgonfie, per di più.

A proposito: non è che qualche sfasciacarrozze è interessato a una Fiat Punto blu del 1995, in disarmo e definitivamente incapace di mettersi in moto? Che ne so, magari per i pezzi di ricambio?

Anche ieri sera il papa è venuto a trovarmi a casa mia

Anche ieri sera il papa è venuto a trovarmi a casa mia. M’ha fatto un’improvvisata. Non è la prima volta. Anzi.

Di solito va così: alle 22 circa squilla il citofono, chiedo chi è, risponde uno dei suoi accompagnatori e mi dice per favore apra che qui c’è il papa. Per sincerarmi non sia lo scherzo di qualche buontempone, ogni volta m’affaccio alla finestra. E là sotto, sul marciapiede di fronte al cancello, c’è davvero un codazzo di arcivescovi, chierici, alabardieri e lui, assiso sulla portantina sostenuta a spalla da una dozzina di valletti. Qualche passante si ferma e ride, pensa al carnevale, ma sbaglia. Si tratta proprio del papa.

La arrampicata della portantina con lui sopra, su per due rampe di scale a curve, dura circa venti minuti. Quando poi finalmente il corteo arriva al piano del mio (misero) appartamento, i valletti abbassano il trono per lasciar passare il papa senza che sbatta la testa contro la porta.

In salotto, il pontefice viene calato a terra dall’intera comitiva. Entra, mi benedice e mi porge il dorso della mano con l’anello da baciare. Con un’abile mossa, lo spiazzo e gli stringo il palmo.

Il papa si sistema sul divano, gli uomini del suo seguito rimangono in piedi. Li invito a prendere una sedia, ad accomodarsi. Ma loro no, rifiutano. Sono abituati, e comunque grazie.

A casa mia il papa si sente a suo agio. Io un po’ meno, in questi casi: non mi piace avere ospiti inattesi. Lo guardo e mi domando: cosa vorrà costui? Perché è qui? E quando se ne andrà?

Per togliermi dall’imbarazzo, tento di intavolare una conversazione su argomenti facili: il tempo, come va il lavoro, la salute. Ma il papa non sembra aver molta voglia di chiacchiere. Piuttosto, mi chiede qualcosa da bere. Del rosolio, o una tisana, magari. Posso offrire solo dell’acqua del rubinetto, che lui accetta ma un po’ seccato. I suoi accompagnatori naturalmente non hanno sete, non prendono nulla: “Siamo a posto”.

Il papa mi propone di guardare un po’ di televisione. Dopo un giro sui canali, per non correre rischi, mi fermo a un documentario sugli animali. Programma innocuo, niente ballerine né politica né parolacce. Un cardinale mi guarda e annuisce: approva la scelta.

E tuttavia, ben presto il papa pare annoiarsi. Sbadiglia, si distrae.
Di botto se ne esce con un’idea: dai, giochiamo a carte. E va bene. Mi tocca accontentarlo.

Ci facciamo una partita a rubamazzo. Io, il papa e due giocatori selezionati da lui (una guardia svizzera e il vescovo più anziano). Gli altri, sempre in piedi intorno al tavolo, gli danno suggerimenti, eppure il papa perde di continuo. La guardia svizzera e il vescovo cercano di farlo vincere, ma niente, non basta.

Torniamo ai divani. La conversazione langue, io guardo l’orologio. Il papa chiede dov’è il bagno. In sua assenza, uno dei cardinali mi prende da parte e a bassa voce e con tono solenne, mi comunica che il papa si è divertito ma ora ha sonno e vorrebbe andare a casa sua. Gli domando se serve un taxi; ma no, ma quale taxi, mi dice il cardinale, qui fuori in strada, ad aspettarli c’è già uno stuolo di automobili nere e di camion della polizia con le luci blu lampeggianti, vede?
Ci sporgiamo dalla finestra, e in effetti ha ragione. Alle nostre spalle, il papa si sta già infilando il soprabito.
Mi fingo dispiaciuto: “Così presto? Che peccato.” Lui mi ringrazia per la bella serata.

Se ne va via sorridente. Ma non prima di promettere di tornare a trovarmi prestissimo.

Il mistero del vicino di casa

Il mio vicino di casa è un’entità sovrannaturale: da anni abito sotto casa sua e non è mai  accaduto che la mattina di un giorno feriale lo incontrassi per le scale pronto per uscire e misurarsi con la fatica lavorativa. Mai. All’inizio pensavo avesse un mestiere notturno, come la guardia giurata, il fornaio, o comunque, un mestiere assai remunerativo: egli è spesso in vacanza. Nelle casuali conversazioni da cortile, quasi sempre mi racconta di essere stanco morto. L’ufficio?, domando io. No, sto partendo per un lungo periodo di villeggiatura, non immagini quanta fatica: trovare l’albergo giusto, lavare la macchina per il viaggio, preparare tutte quelle valigie, prenotare i traghetti.

Ho fatto un calcolo: ogni anno parte almeno quattro volte per la settimana bianca in montagna e due per i tropici d’inverno, quando là fa caldo mentre qua piove e si gela dal freddo. In più, da maggio a metà settembre si fa una bella vacanza estiva. Mi conferma che giugno, per chi può permetterselo, è il periodo migliore: “Le spiagge sono ancora poco affollate, si sta bene”.

I dubbi sulla sua occupazione sono via via aumentati osservando il suo abbigliamento. La sera quando io torno trafelato, di frequente lo vedo uscire in divisa da tennis, o in abito da sera. Salutandomi, sbadiglia. Stanco?, gli chiedo io. Ma no, spiega lui: è che si è appena svegliato.

Una sola volta mi è parso in difficoltà. Era presto, all’incirca le sette e mezzo del mattino. L’ho beccato davanti al portone. Aveva la faccia di chi dovrebbe riposare, e una cravatta annodata in fretta. Credevo fosse finalmente in gran ritardo, di corsa a perdifiato verso il luogo ove sudarsi lo stipendio. E invece. Figuriamoci, non stava uscendo: rientrava. Da una micidiale notte in discoteca con gli amici.

Insieme ad altri condomini, abbiamo indagato: non è un artista famoso che ora vive di rendita grazie alle vendita suoi capolavori. Non è un campione del mondo di tennis né un calciatore. Non ha mai vinto all’enalotto.

Quale mistero si cela dietro tale tenore di vita?