Stamattina, appena sveglio, stavo controllando il portafogli e ho notato che tutti i documenti in mio possesso riportano date di scadenza antichissime.
Mese: Ottobre 2006
Il bisogno di esprimere la propria creatività attraverso la scrittura sui muri per strada
Passeggiando per le cadenti metropoli del sud europa, mi son reso conto che i muri son coperti – completamente coperti – da quelle strane scrittine che chiamano “graffiti”, “tag”. Quelle firme piccole e storte che appaiono un po’ ovunque sugli edifici alti più di un metro.
Perciò ho deciso: mi faccio writer pure io. Ho comprato una bomboletta dal colorificio qui sotto. Poi ho pensato di andare a far la mia prima firmetta su un muro. Stavo per mettermi all’opera ma era mezzogiorno e la gente che passava mi guardava male, finché è arrivata la polizia. Che si è messa a urlare e voleva pure portarmi in questura se non la smettevo. A quel punto ho intuito ciò che ogni vero writer di lungo corso sa già: le scritte si fan di notte, quando in giro non c’è nessuno.
Così stanotte ho puntato la sveglia alle quattro e mezzo. Mi sono coperto per bene (persino il passamontagna, hai visto mai) e son sceso in strada a fare il mio bel autografo sulla casa di fronte. Ed è stato a quel preciso momento che dal portone della stessa casa è uscito il signor Peppe.
Il signor Peppe è una celebrità del quartiere: alto due metri, baffi a manubrio, pesa 200 chili, è un’incrocio fra un pugile e una ruspa. E, da quanto ho capito, detesta noi artisti, specie se usiamo come tela la facciata del suo condominio.
Ho tentato di spiegargli le mie ragioni (“Sono un creativo, devo esprimermi!”) ma lui non era affatto d’accordo ( “Ti ho beccato, stronzo!” ) e anche quando la discussione si è accesa (io: “Giù le mani, sono un artista” ) lui replicava con argomentazioni altrettanto valide (lui: “T’ammazzo di botte!”, detto mettendomi le mani addosso). Insomma, un casino, i graffiti voleva farmeli lui ma in faccia. Ho dovuto fuggire e domare il Basquiat che è in me.
Ma non finisce qui: stasera ci riprovo.
La fattura?
#1
– Sono 100 euro.
– Porc… Va bene. Mi fa la fattura?
– La che?
– La fattura, lo scontrino?
– E che cos’è?
– La f-a-t-t-u-r-a . Lo scontrino, la ricevuta. Il documento fiscale obbligatorio che viene redatto dal venditore. Cioè da lei.
– Fiscale, ricevuta… io non la capisco: lei parla anche italiano?
#2
– Fanno 100 euro tondi tondi.
– Va bene. Mi fa la fattura?
– Lo sapevo, un altro.
– Come?
– Niente, niente. Eccola qui, una bella fattura, tutta per lei.
– Ma… questo è un foglio a quadretti scritto a matita, non c’è neppure l’intestazione.
– Fa’ il bravo, che va benissimo così, dai.
– Ma quale dai, io voglio una fattura.
– Occhei, 80 euro e non se ne parla più.
#3
– Sono 100 euro.
– Mi fa la fattura per piacere?
– Ah no, guardi, di quelle cose lì io non me ne occupo.
#4
– Sono 100 euro.
– Va bene. Mi fa la fattura?
– Ah ah ah, la fattura, buona questa!
– Cosa c’è di strano?
– La fattura, oddio mi sento male, ah ah!
– Ma perché, scusi?
– Aspetti che chiamo mia moglie: Ginaaa! Ginaaa! Vieni a sentire, vieni qua, c’è da sganasciarsi dalle risate.
– (arriva la moglie, la Gina) Cosa c’è, Mario?
– (lui, lacrime agli occhi) Avanti, signor mio, glielo dica anche alla Gina, ah…
– E cosa devo dirle?
– Quello che ha detto poco fa a me.
– Intende la fattura?
– Ah ah ah ah, hai sentito, Gina? La fattura!
– Ah ah, troppo divertente.
Grandissima operazione finanziaria
Che bello, è tornata la new economy: tempi di acquisizioni, di quotazioni in borsa e di investimenti miliardari su Internet. Un mercato in continua espansione, non si parla d’altro, e di mezzo ci sono pure i blog. E quindi, mi sono adeguato: ebbene, son lieto di annunciare che ho appena concluso l’accordo per la cessione di questo sito. L’acquirente non è Google ma un’altra azienda, forse meno famosa ma altrettanto affidabile. Sto parlando della rosticceria sotto casa mia. Il proprietario da tempo desiderava farsi il suo blog (ha letto sul giornale che oramai se non vuoi esser considerato un cretino oltre a cellulari playstation e ipod devi avere anche il tuo sito personale) dicevo, desiderava farsi il suo blog ma non ne era capace, e allora volentieri gli ho offerto di comperare il mio.
La trattativa è stata piuttosto lunga: io volevo un miliardo di dollari e le stock options, lui ha controproposto due etti di bresaola e una vaschetta di olive all’ascolana. Eravamo lontani, ma dopo estenuanti discussioni ci siamo incontrati a metà strada. Cioè tre etti e mezzo, più le olive e un barattolo di sottaceti. Nasce così un vero e proprio colosso del web, almeno per quanto riguarda il web dell’isolato dove vivo (siamo gli unici due che usano internet, gli altri abitanti, sul piano tecnologico, sono fermi agli sms). E in attesa che il nuovo proprietario si impratichisca con i programmi di videoscrittura e con la sintassi italiana, per il momento questo blog conserverà il suo nome e i suoi dipendenti non retribuiti (una sola persona, io). Poi, si vedrà.
Recensione del Lidl più vicino a casa tua
Una recensione per una volta veritiera, nella speranza che possa esserti utile. Allora, sono stato a far la spesa al Lidl vicino a casa mia.
Sì, il Lidl, il surreale supermercato ultradiscount tedesco di cui forse avrai visto la reclame (fallace) in tivù. Non so se siano tutti così ma questo è un posto incredibile: andateci, non comprate nulla ma andateci a vederlo.
Prima osservazione. Non c’è musica diffusa. Zero. Questo, secondo me, è un gran vantaggio, perché in genere nei supermercati vengono tramesse canzoni fintamente allegre ma orribili, che deprimono l’acquirente, gli fanno venir voglia di scappare. Viceversa, al Lidl regna il silenzio. Gli altoparlanti non esistono. O forse sono rotti, che è uguale. L’assenza di suoni, peraltro, corrobora la concentrazione.
C’è poi una schiettezza, un’autenticità oramai sconosciuta ai supermercati normali. Siam qui a sceglier detersivi, mica a divertirci. Gli avventori fanno sul serio, è gente che di voglia di ridere ne ha poca, lo si vede. E agli angoli delle corsie stazionano pugili africani in gessato, forse per dissuadere i malandrini (da sempre la clientela meno abbiente è più portata al furto, non lo si dice ma si sa).
Non esistono le marche. In un mondo dove tutti i supermercati sono Lidl, la pubblicità non avrebbe alcun senso. I beni vengono da chissà dove, hanno nomi mai sentiti.
I prezzi – è ovvio – sono davvero bassi, a volte persino troppo.
In più, proprio le cassiere hanno un’espressione diversa: non sono addestrate dai capi alla falsa gentilezza, come invece accade altrove. Ma neppure sono indolenti. Queste sono davvero furibonde, ma sincere. Niente servizi cortesia, niente sorrisi, niente arrivederci e grazie: qui il motto è ‘prendilo, pagalo e togliti dai coglioni che c’abbiam da fare e vogliamo andar a casa pure noi’. Giusto!
Altra osservazione significativa: nei supermercati comuni, l’utente ha il tempo di riempire i sacchetti mentre la cassiera fa il conto. A volte, è la cassiera stessa ad aiutarti. Al Lidl no, questo è proibito. Bisogna esser veloci, le borse puoi riempirtele da solo ma dopo aver pagato, lontano dalla cassa, su un piccolo ripiano vicino all’uscita. Non c’è un minuto da perdere, sbrigati, arrangiati.
Per farla breve, al Lidl il cosiddetto shopping, si rivela per quello che in realtà è: pura transazione economica, semplice approvvigionamento, far provviste per sfamarsi. Una schifezza, un’ingiustizia, insomma.
Intervista del giornalista al blogger
– Ciao a tutti cari spettatori, oggi siamo qui con un blogger, un blogger vero, in carne e ossa, insomma uno che scrive su un blog, la moda passeggera del momento! Benvenuto!
– Grazie.
– Ci dica, signor Blogger, perché mai lei ha aperto un blog?
– Mah, non ricord…
– Stooop! Stop, ferma, fermate la registrazione. Scusa, forse non ci siamo capiti: tu devi dare le risposte che noi e il pubblico ci aspettiamo.
– Ah. E sarebbero?
Devi far la parte del blogger.
– Cioè?
– Cioè la parte dell’animale da circo, del povero alienato, del fannullone incapace di socializzare col prossimo e che per questo si nasconde dietro il paravento di internet! La parte del mostro, dello psicopatico narcisista, di quello che grazie a dio può lasciar sprofondare le sue fobie su una tastiera altrimenti la sera andrebbe in giro ad ammazzare le persone.
– Ma no, da…
– Ma sì, invece! Avanti, ricominciamo. Ci dica, signor drogato di internet, perché lei racconta i fatti suoi a tutti anziché tenerseli per sé? Crede davvero che al resto dell’umanità possa fregare qualcosa?
– No, non lo cred…
– E allora perché mai si ostina a farlo? Perché ogni tanto non esce di casa? Perché non va a prendersi una bella boccata d’aria fresca? O è vero che voialtri mentecatti della rete siete talmente rincitrulliti che oramai non riuscite più a staccarvi dal computer manco col carrattrezzi?
– Ma no, si sbaglia, ad esempio io ier…
– Tutto il giorno seduti, ma come si fa? Non ce l’avete un lavoro? E se sì, perché nei vostri uffici, da dietro il monitor, non vi dedicate ai siti di tv, sport, gossip, canzonette come fanno tutte le persone normali?
– Cosa c’entr…
– E poi, quella mania autoreferenziale di chiamarvi tra voi con quei ridicoli soprannomi, diosanto: schizofrenici, siete! Per quale motivo non scrivete nome cognome indirizzo numero di telefono cap città provincia carta d’identità patente e libretto?
– Ma perché dovrei, scus…
– Già, dimenticavo, signor fenomeno da baraccone, lei è un introverso, un mezzo matto, forse i suoi genitori la picchiavano, quando era bambino?
– No, no, i mie…
– Ma ci dica, come mai passate le notti sulle chat mentre ascoltate l’iphone e con una mano cliccate sui blog pornosatanici e con l’altra vi infilate il mouse nelle mutande?
– Ehi, adesso basta! E poi io non ce l’ho mica, l’iphone.
– Bugiardo, ma simpatico, il nostro cerebroleso. Ultima domanda: si dice che siate una manica di frustrati che non riescono a diventare giornalisti di professione come me e quindi si riducono a metter in piedi questa deprimente e autoreferenziale combriccola di maniaci ombelicali capaci solo di parlarsi addosso: è così? Non dica di no.
– E va bene, confesso: è così.
– Ottima risposta. Bene, il tempo a nostra disposizione termina qui, la ringraziamo di esser stato con noi, adesso può tornar a navigare e perder tempo sui blog, parassita che non è altro.
-Arrivederci! E adesso la pubblicità!
– Ottimo, buona la prima, puoi toglierti il microfono. Bravo, bravo!
– Ma quale bravo, rifacciamola, non mi è piaciuta per nulla, specialmente le domande.
– No, no, è perfetta! Oddio, a dire il vero eri partito male ma ti sei ripreso sul finale, quando hai cominciato a balbettare.
– Boh, a me però sembra che abbiate esagerato.
– Ma via, sarai mica permaloso? Piuttosto: questa roba va fortissimo. Settimana prossima dobbiamo farne un’altra: non è che ci presenti un tuo amico?
Dialogo con l’insetto notturno volante che non vuole uscire dalla finestra
Sarà capitato anche a te di esser sul punto di andare a domire, di aver indossato il pigiama, di esserti lavato i denti, di aver spento la luce e di esser pronto a cascare nel sonno: è a quel punto che si manifesta l’importuno insetto notturno.
L’insetto notturno è una bestiola con la seguenti caratteristiche: 1) vola, 2) emette flebili suoni, 3) ama volarti in faccia, 4) non vuole farti dormire.
Di solito è una mosca, una falena, d’estate una zanzara o una vespa. Non vuole saperne di andarsene.
– Avanti, esci.
– Ma non ci riesco, diocaro.
– Ma non da lì! Da qui!
– A me anche questa finestra pare aperta, eppure, appena tento di uscire, qualcosa mi ferma, come se dentro ci fosse una barriera invisibile.
– E ci credo. Quello è un vetro.
– Vetro? Sarebbe a dire?
– Vetro, maledizione: un minerale, un solido, insomma non so di cosa diavolo sia fatto, ma anche se ci vedi attraverso, non ci puoi passare.
– Ohibò, che prodigio è questo?
– Ma quale prodigio e prodigio. Tecnologia: lo abbiamo inventato noi umani, così possiamo guardare cosa succede fuori senza dover tenere aperte le finestre.
– E allora come faccio io a uscire?
– Non devi uscire da lì, ma da quest’altra finestra, questa spalancata! La vedi?
– Ohè sarò scemo ma io non riesco a cogliere la differenza tra le due.
– Te lo rispiego di nuovo, allora. Vedi quella finestra? È chiusa. Sì, lo so, sembra aperta, per via della storia del vetro, di cui ti ho già spiegato, ma non lo è. E smettila di darci delle zuccate contro, non ce la farai mai.
– Uhm.
– Tu devi uscire dall’altra finestra, quella aperta.
– A me paiono uguali.
– No che non sono uguali, testa di rapa.
– Senti, è troppo complicato. Perché non le apri tutte e due? Così non mi sbaglio.
– Hai ragione. Ecco, ora vattene.
– Mmm, no. Ho cambiato idea. Fuori fa freddo. Io me ne resto qui, a volare sul soffitto. Che fastidio ti do? Poi, domattina, esco.
– Per l’amor del cielo, tutta la notte con te che mi ronzi intorno e mi voli sulla testa?
– D’accordo: mi metto qui, sul soffitto. Me ne sto muto e fermo.
– No. Tu te ne devi andare.
– Sì, marameo!
– E va bene, lo hai voluto tu: adesso t’ammazzo.
– Bravo, prova a pigliarmi e poi ne riparliamo.
Due ore di inseguimenti e lanci di pantofole, cuscini per aria, fucilate, pezzi di intonaco che cadono a terra. Tutto inutile. Egli è imbattibile, forse immortale:
– Oh oh, che risate. Non mi prendi, non mi prendi, ah ah.
– Mi arrendo. Ed è tardissimo: basta, sono sfinito. Fai quello che ti pare. Io spengo.
– Buonanotte, allora.
– Crepa.
– Senti, posso appoggiarmi qui sul cuscino accanto a te?
La fine di internet, nel 2005
Buongiorno, edizione straordinaria di Personalitaconfusa Business Finanza & Gossip, l’inserto di informazione economica di questo sito: alcuni minuti fa il regio Consiglio d’Amministrazione della TIM SpA ha dichiarato l’azienda “chiusa per bancarotta fraudolenta”.
Peraltro, sulla celebre ditta pesavano altre accuse gravi quali truffa, furto con destrezza, associazione a delinquere, rapina a mano armata, circonvenzione di incapaci.
In parole povere: la TIM non è più. Amen. E quindi in Italia non esistono più nemmeno Internet né alcuna linea telefonica mobile o fissa che sia, giacché, in mancanza di quattrini, tutti i macchinari e i ripetitori risultano spenti. In pochi secondi sono fallite per sempre anche tutte le altre società di telecomunicazioni concorrenti e operanti in Italia.
”Son innocente, non c’entro un cazzo” ha detto sorridendo il proprietario dell’azienda, inseguito dai cronisti (e dalla guardia di finanza) mentre saliva la scaletta del jet privato in partenza verso un paese dei Caraibi dove l’unico reato è l’estradizione. Chi è rimasto a terra sono invece i trilioni di lavoratori dipendenti, co.pro (sic) e interinali, che stamattina hanno trovato gli uffici chiusi a chiave.
Dunque, telefonia e Internet, in Italia, da oggi non esistono più. Il segnale è definitivamente scomparso da tutti gli apparecchi della nazione. Si torna al 1800. Niente più cellulari, niente più bollette. Niente più suonerie che squillano all’improvviso nelle tasche dei calzoni. Niente più minorenni che si fanno le pugnine sui siti zozzi. Peccato. Questo stesso blog va in onda appunto in edizione straordinaria, solo per dare la triste notizia del collasso.
Notizia che, tuttavia, a ben pensarci, nessuno potrà mai leggere.
Come rinunziai all’egemonia culturale degli Stati Uniti d’America
Accade spesso che mi chiedano in pubblico se ho letto il tale scrittore contemporaneo di grido o ascoltato l’ultimo album della band alla moda. Con gran imbarazzo, debba rispondere no, perché non so manco di cosa si stia parlando. Facendo così la figura del poverino. Come mai? Presto detto.
Anni fa, dopo aver appurato che per motivi di tempo era impossibile conoscere l’intera produzione culturale planetaria, stabilì di privarmene di un pezzo, cioè di quella di un solo paese, che mi sarei obbligato a trascurare, a ogni costo. Un po’ come si faceva al liceo, il giorno prima dell’interrogazione, quando si saltava un capitolo nella speranza che quello non te lo avrebbero domandato. Ma quale paese?
Per sceglierlo, non c’era che un modo: il sorteggio. Così, presi un mappamondo, lo feci roteare e quindi, bendato, puntai il dito sulla nazione che avrei escluso per sempre dalla sfera dei miei interessi – per così dire – educativi.
Ebbene, alla prima estrazione è uscito il Lussemburgo.
Stavo preparandomi ad ignorare il Lussemburgo per il resto dei miei giorni, quando ho pensato che in fondo il suo esonero non sarebbe bastato: vi sono imperdibili scrittori, in Lussemburgo? Esistono gruppi rock lussemburghesi di fama? Ci sono registi, da quelle parti?
Forse sì, ma pochi, e di sicuro ancora meno arrivano con le loro opere qui da noi.
Perciò, annullai il sorteggio e sempre bendato girai ancora il planisfero. Vediamo vediamo chi è lo (s)fortunato vincitore…Tac. Lo Zambia. Ohibò, con tutto il rispetto per gli abitanti di quel posto, il problema si poneva in egual maniera che con il Lussemburgo: evitare una conoscenza profonda e accurata della attuale letteratura nello Zambia, o delle sue musiche, del suo cinema, non mi avrebbe lasciato risparmiare granché, in termini di fatica.
Revocai di nuovo il sorteggio, che venne ripetuto per la terza, definitiva e (lo giurai) ultima volta. Ed ecco che l’indice finì al centro degli Stati Uniti d’America.
Così, da anni mi disinteresso (colpevolmente) di tutto quanto riguardi gli Stati Uniti d’America.
Mi perdo buona parte dei romanzi stranieri pubblicati e venduti nelle librerie italiane, un gran numero di dischi di successo, i due terzi della cinematografia diffusa nelle sale, la quasi totalità di quella trasmessa in televisione.
Insomma, ora il mio tempo libero è ancora più libero. Forse un po’ troppo.