Sulla lotta a coloro che all’uscita delle pizzerie restano a parlare fino alle tre di notte dei giorni feriali tenendo svegli i condomini degli altri piani

Cari amici, vorrei oggi convertirvi ad una giusta e meritevole causa: la lotta senza quartiere a quelli che all’uscita delle pizzerie restano a parlare per ore fino alle tre di notte dei giorni feriali tenendo svegli i condomini degli altri piani. Per carità, nessun moralismo. In fondo può capitare. E tuttavia, ho avuto modo di verificarlo: il semplice e gentile invito ad allontanarsi talvolta non risulta sufficiente:

– E allora le ho detto ma guarda che non è così, io non c’entro, cioè
(dalla finestra) – Scusi?
– Sì?
– Potrebbe abbassare la voce? Sono le tre di notte, domani è mercoledì e io, se non vi dà troppo fastidio, vorrei dormire.
– Ah sì, ce ne andiamo subito. Urca, già le tre? Comunque, ti stavo dicendo: le ho detto che non era così, la colpa era di quell’altra che…
(dalla finestra) – Sentaaaa…
– Sì, ho capito, ma non m’interrompa sempre, sennò perdo il filo.

Per evitare questo genere di scocciatori, conviene a volte usare un approccio fermo, deciso, ma conservando comunque i modi civili dell’interazione urbana:

– E allora le ho detto ma guarda che non è così, io non c’entro, siamo
(dalla finestra) – Signori, posso?
– Certo, dica.
– Molto gentilmente, se non avete nulla in contrario: volevo chiedervi una cortesia.
– Prego, chieda pure.
– Siccome è tardissimo e dovendo io svegliarmi fra quattro ore, e il vostro cicaleccio qua sotto casa mi impedisce di prendere sonno, ho pensato di venir qua fuori al balcone a chiacchierare pure io con voi.
– Volentieri.
– Ho ascoltato tutti i vostri discorsi e li trovo molto interessanti. Solo una cosa non ho capito, e a tal proposito, avrei da porvi una domanda.
– Quale domanda?
– Una semplice curiosità.
– Quale curiosità?
– Ma voi, per caso, non è che vi levereste dai coglioni?
– Prego?

Ecco la mala parola, l’offesa. Non va bene, troppo diretta. Si rischia di innervosire l’interlocutore da basso e ottenere la reazione inversa (per ripicca, resta lì a ciarlare sino all’alba). Esistono altre maniere più persuasive. Ad esempio, l’avvertimento garbato, la cordiale intimidazione:

–  E allora le ho detto ma guarda che non è così, io non c’entro, cioè, tu
(dalla finestra) – Salve.
– Buonasera, la stiamo disturbando?
– No no, per carità, anzi.
– Ah, bene.
– Forse però potete essermi utili: sapete mica che tipo di ustioni provoca un liquido tipo un litro di acqua calda a 60 gradi?
– Strana richiesta. Boh, perché?
– Ma niente, è che la sto facendo bollire nelle pentole per poi tirarvela in testa da quassù. Però non so se sia meglio che prima telefoni alla Croce Rossa per il vostro imminente ricovero o se viceversa ve la cavate con un po’ di dolore, qualche urlo e basta.

La cara, vecchia secchiata d’acqua, fresca, tiepida o fumante. Efficace, certo, ma pericolosa: magari poi questi ti denunciano. Oppure non li centri, si scostano e sei daccapo. Vale la pena, peraltro di provare altre modalità, come la minaccia di chiamare di carabinieri, di mandar giù il fratello grosso, di sparare, eccetera.

–  E allora le ho detto ma guarda che non è così, io non c’entro, cioè, la
(dalla finestra) – Ohè, balordi, non ce l’avete una casa? Chiamo i carabinieri?
– Lei ha ragione, ci perdoni. Che maleducati. Ci perdoni davvero.
– Ecco, bravi. Buonanotte.
– Buonanotte, buonanotte a lei. Madonnamia che palle questo. Dicevo? Ah sì, allora le dico: ma guarda che non è mica così, io non c’entro, cioè, siamo soltanto perché credevamo che invece te eri dalle
 – Allora!?
– Di nuovo lei? Un attimo. Sto finendo di raccontargli una storia.

Sull’accoppiamento delle calze dopo l’asciugatura

Buonasera, cari lettori, e benvenuti alla consueta rubrica dedicata al mistero e all’esoterismo, alle domande senza risposta. Oggi parleremo del grande dilemma irrisolto nella coscienza collettiva moderna: l’accoppiamento delle calze maschili dopo il lavaggio e l’asciugatura.

Spiego meglio. Si avvicinano i mesi freddi, la gente comincia a vestire anche i piedi, e come avete notato, in questo secolo la maggior parte degli uomini  indossano calze per lo più di colore neutro, somiglianti fra loro.


Inciso: la calzetta bianca, fuori dai campi di tennis, risulta oramai estinta, fuori mercato. Resta qualche esibizionista che gira con pedalini sgargianti, gialli, arancio, verdi a pois marroni – magari in tinta con la scarpa o peggio la cravatta. Oppure la calza a strisce orizzontali colorata, robe da golfisti (o da pagliacci). Ma eccetto queste bizzarre anomalie, va per la maggiore l’omologazione: le tonalità più ovvie: blu, nere, così, con differenze non sempre percettibili nelle fogge e sfumature.


Ora, se non siete fra quelli cui piace puzzare, anche voi cambiate le calze almeno una volta al dì, e poi le mettete da lavare. Quindi, nel bucato finiscono tante singole calze, ogni calza separata dalla sua simile. Giunge perciò nel corso delle attività domestiche, il momento del recupero dallo stendino. delle calze asciugate. Cui segue (qui veniamo al dunque) l’operazione di abbinamento delle calze prima di riporle nei cassetti. Occorre cioè, come accade in certi giochi di memoria con le carte o nell’enigmistica, riconoscere e riunire le coppie di calze divise, identificandole in una montagna di calze scompagnate.

Ebbene, questo è un lavoro complesso, faticoso, lungo, non molto divertente. Qualche solitaria resta sul campo. Spesso ci si arrende e si accomunano calze discordi. Nel rischio, tuttavia, di indossarne, un giorno, una grigia e una indaco, assieme, e di esporsi così al dileggio da parte di terzi.

Immensi quesiti angustiano uomini e donne del terzo millennio: esistono metodi certi, esatti – ma e soprattutto rapidi – per un rimedio al flagello dell’accoppiamento sbagliato dei calzini nelle madie? Come è possibile che dalle lavatrici le calze escano spesso in numero dispari? Che accade agli scomparsi? Cosa  fare per  la povera calza rimasta con coniuge sbagliato o addirittura sola? Ed è vero o non è vero che calze single sono in grado di materializzarsi dal nulla nel cesto della biancheria?

La scienza tace. Domande in attesa di risposte che, se esistono, l’umanità non conoscerà mai.

Qui tutto bene, a parte…

Qui tutto bene; nessun problema, a parte il crollo delle economie basate sui mutui a tasso variabile, la scomparsa dei ceti medi, il rincaro degli zucchini al banco del fresco, l’irreversibile degrado delle parti comuni negli stabili di periferia, lo scongelamento dei poli e, per quanto mi riguarda, il solito, fastidiosissimo robot cannibale alto due metri e largo tre con mitragliatrici rotanti al posto degli arti superiori e teschio della divisione Nibulengen stampato sul torace: di notte, insieme ai suoi sgherri, cinge d’assedio casa mia e, come un ossesso, urla di volermi ammazzare.

Dal carrozziere

Al volante del mio veicolo accidentato (accidentato per colpa mia: “Lei ha la Kasko?” “La casco? E cos’è?” “Ahia…”), entro nel cortile dell’officina di sfiducia. Lui, il carrozziere osserva la fiancata ed subito esulta con le braccia verso il cielo come se avesse segnato il gol decisivo durante la finale dei mondiali di calcio. Si strappa la canottiera sporca di lubrificanti e la lancia in aria urlando evviva, poi fa due capriole. Infine si calma, si ricompone. Mi chiede di portargli l’auto domani: oggi ha troppo da fare, deve prenotare una crociera di lusso a Tahiti per le prossime vacanze. Prima di congedarmi, con aria molto discreta, stappa una bottiglia di champagne e se la spruzza in testa.

Il giorno dopo. Ancora dal carrozziere, questa volta per il preventivo. Lui, temo, in vista del guadagno ha già cominciato con certe spese. Mi riceve in smoking di seta, beve cognac a canna dalla bottiglia e fuma rarissimi sigari avaiani. Da un’altra occhiata alle fiancate della mia auto e scoppia a piangere di gioia. Mi consegna un preventivo con al posto del totale un numero così alto che per scriverlo ha dovuto andare a capo tre volte.

Il giorno dopo. Verso il golgota, cioè dal carrozziere. Appare in cielo il santo patrono dei carrozzieri e mi benedice. Ci ho pensato e, dopo aver preso della morfina, ho deciso di accettare il preventivo. Ora devo lasciargli il veicolo per la riparazione.
Il carrozziere mi accoglie allegro e interamente coperto di gioielli, rubini, diamanti. Ha persino una corona d’oro in testa. Ammira di nuovo il danno alla fiancata e per la felicità improvvisa un tip-tap. Poi si rende conto di avere esagerato e chiede scusa, ma in lacrime non riesce a trattenersi dal mostrarmi le foto della immensa villa al mare che acquisterà quando avrò pagato il conto.

È il giorno del ritiro. Noto che, in mia assenza, il carrozziere ha lastricato in argento puro i pavimenti  del garage. Lui, sorridente, mi aspetta nel suo ufficio. Che è molto cambiato: ora alle pareti non ci sono più i poster dell’omino Michelin ma dei Van Gogh originali.
Provo la trattativa, imploro pietà. Chiudiamo il discorso con uno sconto dello 0,001periodico%, più un calendario da tavolo, due adesivi ma niente fattura. “Bene, affare fatto, gongola, ci sentiamo tra dieci mesi, quando sarà pronta, chiamo io”. E da dietro l’orecchio si sfila una nuova stilografica Cartier per segnarsi il mio numero di telefono.