Il ruolo degli influencer nella strategy di rilancio di questo blog (stenografia della riunione interna sul tema)

– Maledizione, questo sito ha bisogno di incrementare i numeri di traffico, evidentemente la strategia di investimenti massicci su Twitter, Instagram, Pinterest, Tumblr, Googleplus, Peulior e…

– Peulior?

– Certo, il social network suggerito dalla nostra agenzia di consulenti.

– Ed esiste davvero?

– Che ne so? Spero di sì, se penso a quanto ci abbiamo speso. Ma stavo dicendo: questa social strategy non ci sta portando da nessuna parte, personalitaconfusa.net non se lo fila nessuno. Ti rendi conto che rispetto al 2003 il reached target è diminuito del diciottomila per cento?

– Lo credo bene: non ci scriviamo mai.

– Cosa c’entra questo?! Non abbiamo tempo per scrivere, siamo troppo impegnati a elaborare strategie. E poi basta interrompermi, sennò perdo il filo, diosanto.

– Scusa. Continua pure.

– Dunque… Ah sì, le criticità. Anche la strategy di puntare tutto sullo storytelling non ha dato i risultati sperati. First of all, perché lo storytelling manco abbiamo capito cosa cazzo sia, e perfino i nostri strapagati consulenti temo abbiano idee parecchio vaghe. In più, la narrazione del vissuto esperienziale pare non interessi granché alle grande masse: l’audience è troppo occupata a raccontare i fatti propri per poter anche leggere quelli degli altri.

– Quindi?

– Quindi non ci resta che giocare la carta finale, la più importante, quella decisiva: chiamiamo gli influencer.

– C-chi?

– Gli influencer. I grandi influenzatori, gli opinion leader della Rete. I Signori in grado di mutare a loro piacimento il sentiment di intere popolazioni. Personaggi very autorevoli, capaci di dettare i modi della comunicazione global & social con un semplice colpo di tosse. Coloro che decidono in totale autonomia quali sono le tendenze, che cosa è out (noi) e che cosa è in (loro). E tutto ciò lo spiegano alle plebi utilizzando la potenza di fuoco dei new personal media.

– Non riesco a capire di chi parli. Intendi gente come Obama, il papa?

– Non esageriamo. Oddìo, in effetti anche quei due lì sono su Twitter, ma temo che il loro engagement nella nostra operation di marketting sia fuori budget. Io mi riferivo agli influencer italiani. Ad esempio: Pistolina93 è una fashion food blogger con un un account twitter molto seguito e soprattutto molto aggiornato – pubblica un tweet ogni 4 secondi, una vera campionessa di resistenza. L’ho già chiamata per chiederle se ci fa un po’ di advertising gratuito. Pare che per un condividere un hashtag voglia un mucchio di quattrini ma secondo me ci prova, credo possa accontentarsi del pranzo pagato alla tavola calda qui sotto e degli spicci per il biglietto del tram.

– Ah.

– Poi ci sarebbe questo Oreste, vera divinità del social media star system nostrano: è un disoccupato di Pinerolo, però pubblica il tumblr di donne nude più letto del Nord Italia, insomma ha più lettori (per così dire) lui del Corriere della Sera, e ormai tutte le aziende lo invitano alle feste e alle presentazioni dei loro prodotti sperando che lui faccia almeno un tweet in cui li nomina. Dicono che una sua parola valga più di uno spot su RaiUno all’ora di cena. Certo, a un influencer del suo rango bisognerebbe pagare il biglietto aereo in business class, ma forse riusciamo a convincerlo che per venire a Lambrate dal Piemonte è più comodo un treno interregionale.

– Ottimo. Altri – ehm – influencer da coinvolgere?

– Se proprio vogliamo svoltare dobbiamo avvalerci di un big influencer del calibro di Giuseppe Rotunno.

– Rotunno, certo.

– Dai, non fare quella faccia, lo so che il nome non ti dice niente, ma tu sei vecchio, e qui ci vuole il nuovo. E Rotunno, caro mio, è il titolare di giusepperotunno.wordpress.org, il blog di giardinaggio più influente d’Europa.

– Giardinaggio? Ma…

– Sì, d’accordo ha iniziato con il giardinaggio, ma adesso si sta allargando ad altri temi: cultura, costume, cinema, musica, internet, giornalismo, cronaca nera, politica, metafisica kantiana. Tutto. E poi commenta in diretta su twitter i talent show della De Filippi e le partite di calcio della nazionale. Insomma, gode di una visibility immensa. Pensa che una settimana fa la foto del suo cane su Instagram ha ricevuto 84 like, di cui solo quindici venivano dai suoi parenti!

– Perciò tu sostieni che questi tizi, questi influencer, se parlano di noi, possono finalmente rovesciare le sorti di questo blog e riportarlo all’antico splendore.

– Certo. Li invitiamo, gli diciamo quattro pagliacciate, siamo gentili con loro, fingiamo di essere simpatici, eccetera. Magari offriamo la merenda, gli lasciamo pure un regalino, un gadget, un omaggio, un bacio sulla guancia, che ne so. Poi quando se ne sono tornati a casa, ci mettiamo a monitorare i risultati. Hai visto mai che qualcuno di loro, dopo, parli anche brevemente di noi ai suoi fan. A quel punto il gioco è fatto. Finalmente folle oceaniche torneranno sul nostro blog. E allora saremo noi a fare gli influencer…

Autobiografia di un’infanzia foriera di presagi

Il primo ricordo della mia vita è una macchia di vomito, stampata sulla moquette verde. L’autore del vomito sono io, probabilmente ho due o tre anni. Il proprietario della moquette, invece, è un signore romano che ha affittato alla mia famiglia un appartamento sul vicolo.

 

Sono nato a Genova, come tutti i miei parenti, ma ho vissuto i primi anni della mia vita a Roma, a seguito di madre e padre ivi trasferiti per i soliti motivi di lavoro.
L’abitazione della primissima gioventù, cioè dai miei zero ai quattro anni, era questa piccola casa in via degli Spagnoli, a pochi passi da piazza Navona. Si dirà: beato te, che lusso, famiglia abbiente. Ma no, ma quale lusso. Oggi quel quartiere si riserva a giornalisti, attori, deputati e altri milionari, ma ai tempi della mia infanzia – cioè nella prima metà degli anni Settanta – era un rione popolare, se posso osare pure un po’ zozzo: mi ricordo – e questo è forse il secondo ricordo della mia dolente esistenza – che avevamo i sorci in casa.
La loro presenza si manifestò a sorpresa la sera in cui la signora madre, assisa sul divano a guardare la televisione in bianco e nero, intravide un oggetto irsuto e semovente, con la coda rosa correre sulla moquette sotto le tende per nascondersi dalla luce o dal rumore.
Così l’augusta genitrice fu costretta a comperare le trappole, quelle a scatto con il pezzetto di formaggio che aziona una molla per imprigionare il topolino o eventuali amici suoi. Anzi per ammazzarli, ma ai bambini questo non lo si poteva dire.
Non ho peraltro mai saputo di ratti catturati, né delle condizioni fisiche in cui furono ritrovati. Sospetto che ne sarei rimasto turbato.

 

Il primo istituto scolastico frequentato in vita mia si trovava in via dell’Arancio, a Roma, ed era un asilo. Ho dimenticato tutto di quell’esordio nel mondo dell’istruzione. Dalla memoria riaffiorano soltanto gli abiti bianchi e gonfi delle suore all’ingresso e l’impressione di una scala, poi nulla più. Sommarie ricerche mi informano che quell’asilo oggi potrebbe aver cessato le sue attività.

 

Tra le reminiscenze spuntano anche i primi spostamenti in triciclo sui quadrucci di piazza Navona, l’acquisto di una mela caramellata per Natale, parecchie visite al giardino zoologico, la gentilezza dei vicini, cioè una famigliola di camionisti romani che all’occorrenza mi facevano da balia.
Il ricordo più chiaro nei contorni resta lo stereotipo dell’epoca: il percorso del trenino elettrico allestito in salotto dal padre, con la campanella della stazione in grado perfino di suonare al passaggio della locomotiva sui binari. Ma il montaggio delle rotaie era troppo complesso per l’ingegneria di un minore d’età, e malgrado le mie proteste temo non si potesse occupare il tinello, già angusto di suo, con una ferrovia, né costringere il padre ad assemblarla ogni sera.
Mi sembra però che nell’ultimo mio pomeriggio romano, proprio mentre intorno a me s’alzava il putiferio del trasloco per rientrare a Genova, in mezzo al viavai e alle scatole, il trenino fosse in allegramente funzione, forse per distrarmi dalla partenza.
Poche ore dopo Roma finì, e tornò solo nei viaggi o nei ricordi.