Complimenti alla città di Urbino: lei sì che se la gode, gioca con gli aquiloni, se ne sta al bar a prendere il sole e passa il tempo nei palazzi delle università a studiare o a fingere di farlo, oppure a chiacchierare sul balcone delle mura, di fronte al teatro e ai famosi torrioni del castello, o a passeggio nelle piazze disegnate dalla prospettiva o sotto i portici verso la scala eloicodale, o a perdersi fra i viali nei giardini dell’orto botanico. A Urbino si lavora poco, e questo forse lo si era capito, ma la colpa non è degli abitanti indolenti: proprio non c’è molto da fare, e allora conviene guadagnarsi la giornata come viene, in gran serenità.
Urbino è cortese con il forestiero: noialtri italiani, sempre sospettosi a tutta questa accoglienza gratuita mica siamo avvezzi, però va bene lo stesso, anzi ogni tanto fa piacere.
Urbino mangia bene, e se ne sbatte della linea, tanto per dimagrire c’è sempre la ginnastica di arrampicarsi sulla pendenza delle vie. Si mangia soprattutto la crescia sfogliata, gloria gastronomica, simile nell’apparenza alla piadina romagnola ma di essa – mi si permetta – assai più gustosa perché più condita e nutriente, specie se accompagnata da prosciutto di Carpegna e un bicchiere di rosso, magari seduti comodi ai tavolini in quel cortile dietro la casa di Raffaello, noto pittore indigeno.
Urbino è ancora là, con il vento, le viste e i suoi tetti di coppi. Noi siamo tornati a casa, e un po’ la sua quiete ci manca, ma solo perché siamo dei sentimentali.