Dal concessionario di auto

Problema 1: per la prima volta in vita mia devo comprare l’automobile. Dopo centinaia di migliaia di chilometri, la mia attuale, anziana e povera vettura è morente. Oramai riesce solo ad affrontare percorsi brevi. Appena esce fuori dai confini della provincia di Milano sviene e prosciuga la batteria.

Problema 2: di automobili non capisco nulla. Ma proprio nulla.
Le uniche due caratteristiche interessanti di un automobile, nella mia visione, sono che:
a) si muova;
b) abbia l’autoradio.

Così sabato ho tentato la prima timida esplorazione del magico mondo della compravendita di veicoli, consapevole della mia totale ignoranza in materia.

Milano, viale Fulvio Testi. Una strada orribile. Entro nell’elegante supermercato brianzolo dell’auto. Mi aggiro spaesato nel salone, quando il gemello del direttore marketing (gessato + cravatta in tinta con la pochette) mi accoglie scodinzolante.

– Buooongiorno, posso aiutarla? Cosa sta cercando?
– Una utilitaria.
– Una city car, vorrà dire?
– S-sì, credo di sì. Vorrei spendere poco.
– Cosa ne dice un common rail 1300 16 valvole a fasatura variabile?
– Non ho capito, mi scusi, può ripetere?
– Intendo un turbohybrid 75 85 cv a bassi consumi.
– Boh… insomma, io cercherei una macchina. Usata, se possibile.
– Intercooler?
– Cosa?
– Ok, ho capito tutto. Ho ciò che fa per lei. Vedrà, è bellissima, perfetta, molto versatile. Quasi nuova, immatricolata nel 2002 chilometri zero.
– Ma io…
– E’ un common rail ABS con EBD, ESP, RTS, con airbag frontali e laterali a entrata sincrona, scocca monotestata a cilindri in acciaio, superiniezione elettronica, 5 porte..
– Cinque porte? credevo fossero due o quattro. Come fanno ad essere dispari?

Lui mi guarda stranito. Siamo al punto di svolta dell’incontro: il venditore si accorge di quanto io sia una preda facile e ingenua. Sforzandosi di non ridere della mia totale impreparazione in campo automobilistico, ammicca, e risponde:

– Sono cinque, dispari, perché si apre anche il bagaglio..
– Eh eh, se è per questo, anche il cofano si apre. Quindi sono sei.
[non coglie la stupida battuta] … Dicevo, 5 porte con device antintrusione, sedili a scomparsa, cerchi in lega aftermarket, spoiler, isofix, navigation system di ultima generation, computer di bordo…
– Urca. Un pc in macchina?
– Ehm… non proprio, ma quasi, dopo le spiego… tergilunotto, portasci, portasurf,
– N-non mi servono. L’autoradio invece c’è?
– Lettore a piastre, bluetooth, caricatore in plancia, subwoofer e tweeters.
– Quindi sì. E il prezzo di tutto questo?
– Leasing o pagamenti rateali tasso zero.
– Che?
– Per tre anni dovrà versarci 220 euro ogni mese.
– Azz… ma… e la mia auto attuale? La famosa “supervalutazione dell’usato”?
– Dipende, il suo usato potremmo permutarlo. Di che si tratta?
– Eccola, là in fondo un po’ ammaccata, a dire il vero. La vede?
– Uhm… Mi faccia dare un’occhiata. Bè, questa, se vuol risparmiare sullo smaltimento, potrebbe buttarla nel fiume. Il fiume, di notte, è l’ideale.

I blog spiegati da Enrico Ghezzi a tarda notte su Rai3

In risposta a strani messaggi ricevuti in questi giorni, si rende necessario un secondo intervento attribuibile in massima parte a Enrico Ghezzi, come già accaduto (qui, qui e qui) anche stavolta occorre immaginare il Ghezzi sullo schermo, in primo piano, con voce calma in asincrono sul video, la montatura degli occhiali sulle tempie, la mano nei capelli, o in aria. A tarda notte, su Rai3.

“Torno a parlare di blog, anche se non dovrei farlo, perchè l’ho già fatto, o non lo ho mai fatto, o forse non ne parlo nemmeno oggi. Il blog… ecco sì, il blog come oggetto comunicativo – non informativo – oggetto comunicativo, casomai narrativo, oggetto che inizia ma non ha fine, o non si sa come finisca, e quindi immobile e infinito, infinito ma solo in potenza. Ingenuamente si comincia una cosa mai finita. Dico ingenuamente per indicare l’ingenuità di criticare la nostra stessa attenzione e il nostro abbandono con la beffarda impossibile immagine, si, l’immagine, del blog stesso, l’immagine impossibile a tutti noi… o a tutti loro… Il blog, nella sua immobile infinità finita, come prima e ultima forma di comunicazione, prima e ultima, anzi la primultima – la primultima.. – dicevo, la primultima a prenderne e darne la distanze, le distanze dalla vita quotidiana, che poi è il blog stesso: la distanza della vita dalla vita.”

“Non sono un fanatico di blog, non sono un fan di un blog in particolare.. dire che non sono un fan di blog in particolare sarebbe come dire che sono un fan di Pyncheon o di JohnDonne Borges e dante eddymerckx o di WBenjamin o di Vigo Lang Rosselini Johnford Olphus Welles o di elgrecoturnercezanne sangalgano carmelobene gozzano, e/o, o/e… O forse davvero lo sono, un fan, con quella serietà dannatamente, dannatamente… dannatamente frivola che solo l’ottusità colta pensa ancora essere un privilegio degli snob, mentre è tutta una società, e per prima la sua forma narrativa piu’ bassa e tecnologica allo stesso tempo, la televisione come il blog medesimo, a occuparsi di cose frivole e minuscole con la massima serietà, e di questioni serissime, planetarie, cosmiche con il massimo di frivolezza… e di leggerezza…”

“E così… leggendo e scrivendo un blog potrei ad esempio far finta di sanguinare, vedermi delle formiche nelle mani come nella famosa inquadratura di Bunuel, o parlare di un reality show di origine scandinava che punta a mobilitare energie e creatività negli anziani o nei divi televisivi, o la mia cena di ieri sera, l’amore.. la vita… Ecco, qui sta il blog come strumento che corrisponde al letterario o al cinematografico o all’artistico ma allo stesso tempo è quanto ci sia di più lontano dalla letteratura, dal cinema o dall’arte… E proprio in questa distanza.. distanza… in questa distanza da letteratura o cinema o arte sta la natura immobile del blog, il blog che non nasce mai perche’ non muore mai… noi non moriamo perche’ non nasciamo, diceva…non importa chi lo diceva, e… e comunque il protrarsi sconta tutta l’ambiguità di quel desiderio stesso di venir meno. Così il blog è una foto sempre uguale che ci invecchia davanti, e “ci” invecchia. Sì, sempre lì, il lavoro di un dolore senza tempo, senza una vera destinazione… un lavoro ininterrotto… che non vede – non prevede, o non può prevedere, o non deve, sì, è più bello, non deve prevedere la sua fine. Buona visione”…plin plin plin…” (dissolvenza, parte la scena dell’acqua dall’Atalante di Jean Vigo).

Take me now baby here as I am, pull me close, try and understand……

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Dell'andare a un matrimonio quando non conosci nessuno tranne gli sposi

L’antefatto – Come dicevo venerdì, il mio programma di sabato prevedeva il matrimonio con ignoti (unica persona presente conosciuta: la sposa). Segue un breve reportage dell’evento.

Primo approccio – All’uscita della messa, la distribuzione di riso, piantine geografiche e fiocchetti per le auto. Mi guardo intorno preoccupato, cercando di capire con che razza di gente avrò a che fare. La sensazione di smarrimento è forte. Tra una selva di fotografi, cineoperatori, vecchietti, zie e bambini vocianti non posso fare a meno di notare la

Strafica – Soggetto sempre presente ai matrimoni. Trattasi di altera femmina, in genere alta due metri, molto appariscente, superabbronzatura, microtubino inguinale nero, tacchi a spillo, occhiali da sole. Obiettivo principale di Strafica: far sembrare un cesso la sua cara amica sposa e attirare a sé gli sguardi di tutti gli invitati maschi dai 6 ai 106 anni. Non parla, non sorride e fuma in continuazione (anche in chiesa).

Al ristorante – Espongono il cartellone che assegna i posti a tavola. Momento topico. Gli invitati vi si affollano attorno per capire con chi dovranno condividere la serata. Leggono e si allontanano, qualcuno è felice, altri paiono delusi. Un tempo in questi casi i tavoli avevano dei numeri, oppure erano contrassegnati da lettere: tavolo A, tavolo B, ecc. Oggi, nel matrimonio moderno, i tavoli devono avere nomi più originali: nomi di colori, fiori, città, animali, e così via. Al matrimonio di sabato gli sposi avevano dato fondo alla creatività: ad ogni tavolo era associato un film (io ero al tavolo Jumanji, il tavolo delle bestie).

Cena – Naturalmente, al mio tavolo Jumanji siede pure Strafica. Con fidanzato, però. Ex pugile ora manager (non mi sto inventando niente), Strafico sembra cattivo ma non lo è, e per l’intera durata della cena parla solo lui. Un entertainer. Noiosissimo, ma pur senpre un entertainer. Leva la tavolata dall’imbarazzo di dover trovar argomenti di conversazione: gli argomenti li trova e li svolge tutti lui, da solo.
Si leva gli occhiali e parte col monologo comico di commento al menu, poi un dettagliato resoconto delle sue vacanze estive, quindi lezione sulle performance della sua nuova Volvo AS60, e infine calcio, formula 1 e aneddoti vari su stesso. Al tavolo c’è anche la sua spalla, un tizio pagato per ridere a tutte le battute e dargli manforte quando il tono dello show cala, più una claque di trentenni celibi e nubili. Assisto muto allo spettacolo. L’unica a non ridere è Strafica, che però si fuma un intero pacchetto di Merit in due ore.

Il Pianista – Equipaggiato di sintetizzatore, tesse il sottofondo musicale durante il pasto. Un bel repertorio, molto originale, da Elton John a Eros Ramazzotti passando per Raf. 120 minuti di insopportabile concerto. Durante l’esecuzione urlata della Tiamotiamotiamo di Umberto Tozzi persino il padre della sposa, straziato, si alza e gli chiede se non sia il caso di smetterla, perdìo, e lo invita ad andare a mangiarsi qualcosa così possiamo parlare.

La fuga – Alle due, lo sposo raggiante annuncia: “E adesso tutti in discoteca!”. Certo, bravo, come no.
E’ il momento di scappare. Vado a salutare la sposa, che tenta di convincermi a restare, ma io ho preparato delle scuse false inattaccabili e documentabili, il fatto che lei sia ubriaca fradicia di prosecco non l’aiuta a controbattere. La bacio augurandole una vita felicissima con il suo orribile neo-marito, che intanto mi consegna la bomboniera (un portacellulare con le loro iniziali). Saluto anche Strafico e Strafica: seduti su un divano, lei dorme fumando la trecentesima Merit della giornata, lui sta intrattenendo il piccolo uditorio con una conferenza sul tema “Automobili di grossa cilindrata e marche di pneumatici”.

E via. Sono libero. Corro verso il parcheggio, ridendo.

Invito al matrimonio con sconosciuti

Hai presente quei matrimoni dove l’unico altro invitato che conosci è la sposa? E no, tu non sei nemmeno lo sposo.

Ci devi andare per forza, altrimenti la sposa si offenderebbe a morte. Ma non conosci nessuno, neanche i di lei genitori. Nemmanco il marito. Passerai la cerimonia a guardarti le punte delle scarpe, a fingere interesse per il messale, a giocherellare col cartoccino del riso. Al cocktail consumerai i salatini da solo, seduto in un angolo, cercando un po’ di comprensione negli sguardi degli altri ospiti e delle zie dello sposo che si interrogheranno a bassa voce “E quello lì chi è?” “Mah… è un amico di lei, arriva da Milano, si conoscevano da piccoli… poveretto chissà come si sta rompendo i coglioni…”.

Poi capiterai in un tavolo, uno qualsiasi, dovrai sforzarti nel ruolo del Gradevole Conversatore: sorridere ancora e sentirti a tuo agio con dieci tizi che non hai mai visto in vita tua. Speriamo almeno ci sia una ragazza carina o dei vicini simpatici. Ma in questi casi, chissà perché, le carine e i simpatici di solito finiscono concentrati nel tavolo a fianco, e ridono come matti. Al tuo tavolo, invece, un silenzio imbarazzato interrotto da furtivi “Come hai detto che ti chiami?”, “Eeee… che lavoro fai?”, “Ah, anche tu abiti a Milano?”, “Eravate assieme alle elementari, vero?”, “Che stavo dicendo… ma abiti a Milano-Milano?”, “Mi passi l’acqua gasata per piacere?”.
E tu, inchiodato alla poltrona e senza via di scampo, dovrai trascorrere con costoro almeno 5 ore. Cinque ore di antipasti, primi, secondi di carne, sorbetti, secondi di pesce, dolce, amaro, caffé.

Quindi, sfinito dalla mangiata, dovrai aspettare il taglio della torta per poter poi fuggire, non prima di una vigorosa stretta di mano al marito e del bacio alla sposa. E baciando la sposa, le sussurrerai che è stata una festa fantastica, e che no, non ti sei affatto annoiato, ma figurati, anzi. Ma sei costretto a scappare perché hai lasciato lo stufato sul fuoco, devi bagnare le piante, devi andare in ospedale a trovare tuo nonno (è morto nel ’83 ma forse lei non lo ricorda), hai i muratori in casa, la consegna della spesa online. O qualsiasi altra giustificazione risibile. Che verme.

(continua)

Il cielo sopra Lambrate

Ma tu guarda se ad un poveraccio al termine di pasto serale a base di surgelati al microonde devono rifilare un filmaccio sugli angeli come questo City of Angels di ieri sera. Il soggetto è copiato paro paro dal Cielo Sopra Berlino di sua maestà Wim Wenders: gli angeli esistono, sono privi di ali, indossano il cappotto, sono personcine tanto sensibili e nei momenti difficili abbracciano e carezzano noi poveri mortali sofferenti (peccato che nessuno se ne accorga, quindi non si capisce cosa ci abbraccino a fare). Il problema è che senza dubbio questo City of Angels è il film più brutto che io abbia mai visto in vita mia.

Insomma dopo pochi inguardabili minuti, Wenders in persona è apparso nel mezzo del salotto e mi ha ordinato di spegnere il televisore. Senza fiatare, ho obbedito.

Però mentre sparecchiavo mi sono chiesto: ma allora forse ce lo abbiamo tutti un angelo invisibile che ci vuole bene e ci protegge? Abbiamo tutti il nostro angelo custode? Anche io ho un angelo custode? E se è così, cosa cazzo sta facendo da trent’anni?

Ecco, in quel preciso momento, l’ho visto chiaramente. Un tizio col cappotto (con questo caldo?), capelli unti, la sigaretta in bocca, aria svagata, seduto sul divano. Si stava leggendo il mio giornale. Allora l’ho preso per il bavero del loden, scuotendolo ben bene:

– Maaaa pezzo di mascalzone, e tu saresti il mio angelo custode? E allora lavora, santodìo, aiutami, invece di startene lì a far flanella!

E lui, sorpreso, con voce flautata:
– Eeeeh… ‘orcaeva, ma come fai a vedermi? Io pensavo che

– Pensavi male, Wenders mi ha aperto gli occhi! Ci credo che non me ne va dritta una: tu invece di aiutarmi dormi, fumi come un turco e leggi il giornale! Siamo mica in vacanza! Forza, lavora. Produci. Raus!

– E… che devo fare?

– Che ne so, sei tu l’essere soprannaturale, mica io.

– Se vuoi posso darti una carezza. Oppure abbracciarti.

– Ma che abbracciare, fai qualcosa di serio, perdìo.

– Non nominarlo, davanti a me.

– E allora almeno sparecchia e lava i piatti! O passa l’aspirapolvere!

– Non posso, non ne sono capace.

– Ma porcogiuda, a me doveva capitare l’unico angelo custode che non ha voglia di fare una mazza? Devi salvarmi, proteggermi!

– Vuoi un bacino sulla fronte?

38 gradi e mezzo

Martedì mattina. Apri gli occhietti, li stropicci e ammiri il panorama: acqua, scivoli di ceramica, e un onirico miscuglio di colori. Un arcobaleno liquido. Rosso, verde, giallo.

Cosa succede? E’ molto semplice, amore, stai vomitando la cena di ieri sera.

Sei seduto sul bidet e hai la testa quasi dentro il water. No, niente alcool, solo un banalissimo mal di stomaco di primo mattino. L’insalata di riso: sì, è proprio lei, ora la riconosco, laggiù. Per oggi tutto ti sarà perdonato. Tutti i peccati saranno rimessi, assieme all’insalata di riso.

Come uno scolaretto, vai a misurarti la febbre. Punti il termometro sotto l’ascella, conti i minuti sulle lancette della sveglia, tiri fuori e leggi la temperatura con lo sguardo trepidante del giocatore di poker che spilla le carte appena ricevute.

“Pronto Anna? E no, non vengo oggi, sto malissimo.”

“Sì, ho vomitato sangue tutta la notte” (esageriamo un po’, non si sa mai)

“Sì, 38 e mezzo, non ti dico…”

“Certo, non ti preoccupare, adesso mi imbusto nel letto. A domani.”

La dolce riscoperta di avere un’attenuante per sentirsi consolare dal mondo intero, solo per un giorno.

Irruzione dell'inaspettato nel caos domestico

Ecco, giri la chiave nella serratura, lentamente abbassi la maniglia, spingi la porta, accendi la luce, e fai passare lo sguardo in panoramica: casa tua. Il tuo mondo. La tua piccola tana, calda e accogliente. Il tuo covo. E come se questo ti rassicurasse, esegui una rapida ispezione delle diverse stanze. Ed è tutto come lo hai lasciato.
I piatti sporchi nel lavabo fanno il bagno nella mucillagine, il letto ancora disfatto, le pianticelle dai vasi implorano acqua (poveracce non bevono da chissà quando, e si lamentano anche della mancanza di luce, queste impunite, perchè spesso gli lasci la saracinesca abbassata per tutto il giorno).
Lo stendibiancheria aperto spicca al centro del salotto, come una scultura moderna.
Giornali e riviste per terra.
La pila dei cd senza custodia, di fianco alla pila delle custodie senza cd.
I portaceneri colmi ma non di cenere: carte di caramelle, acini d’uva, ossi di pollo, polvere.
Una bottiglia di Lemonsoda vuota sdraiata sul divano, chissa perchè.
La sagoma di un paio di pantaloni svenuti in mezzo al corridoio.
La lampadina accesa nel ripostiglio, da stamattina.

E tu, in tutto questo orribile disordine, un disordine da vergognarsi, che se lo vedesse tua madre scoppierebbe a piangere ma solo prima di prenderti a schiaffi, ebbene, tu invece di cominciare a riportare ordine, ti siedi sul pavimento.
E in trance mediti sull’eterno conflitto tra armonia e confusione.
E piano piano, lo stato d’animo passa dal disgusto al compiacimento. Ti convinci da solo che questa non è semplice confusione, non è sciatteria, nemmeno decadenza. Questo è puro caos nietzschiano. E a bassa voce mormori a te stesso, soddisfatto: “Meno male che non lo vede nessuno”.

Ed in quel preciso momento suona il campanello.

Occazzo.

No.

“C-chi è?”

“Buonasera sono il parroco sono venuto a benedire la casa”.

E tu pensi che no, questo davvero non lo avevi previsto. Abiti solo da pochi anni, è la prima volta che ti accade. Decidi di lasciarlo entrare.
Il parroco con l’ostensorio e i due chiericchietti girano per la casa turbati ed eseguono il rito. Più che una benedizione sembra un esorcismo.

La verifica incerta: un altro post di Enrico Ghezzi

(Ispirato e pressoché attribuibile in toto ad Enrico Ghezzi, da sempre il mio eroe televisivo, soprattutto quando compare di notte su Rai3, spettinato, un po ‘sconvolto, e parla in primo piano col sonoro in asincrono sul video – ecco, immaginalo così, mentre dice queste cose)

“Buonasera, buongiorno, o pronto, pronto… no, pronto no… perché credo che non si sia mai pronti, mai pronti a comunicare… mai pronti a esser pronti. Credo che il blog sia la più grande truffa, la leurre… chiamiamola leurre, è più bello… chanson, leurre… sì, il blog leurre… Il blog è l’ora dell’inganno… in particolare parlando di blog, come mi è stato chiesto di fare un minuto fa, o qualche giorno fa… o l’anno scorso… il blog credo che non abbia nulla a che vedere con la comunicazione… non si può pensare nulla… pensare di sapere come comunica il blog è come pensare di sapere a cosa serve la vita. La vita vive o non vive… è una pura falla terminologica dire che la vita vive o non vive… ugualmente il blog comunica, come io sarei supposto comunicare, forse perfino in questo momento…”

“Il blog… il blog, con la sua capacità, anzi possibilità di accogliere tutto, sembra essere davvero un Grande Vetro… ma non un grande vetro nel senso dell’acquario, un Grande Vetro proprio nel senso duchampiano, un grande vetro già rotto… non più ricomponibile, perché è rotto. Un grande vetro che permette… no… potrebbe permettere, ad una piccola parte di noi – noi non più come soggetto, ma come soggetti diffusi, gassosi… io stesso sono gassoso… …il vetro che permette di vederci di qua e di là. Non di qua’ davanti al vetro, da una parte c’è il soggetto dall’altra c’è il sottovuoto, il sottacqua, l’acquario… No, voglio dire… acquario di qua e di là, non c’è una parte esatta del vetro… Ecco, il blog, se può comunicare qualcosa, comunica ad ogni istante questo. E’ vero che tutta la pratica del bloggare sui blog, il discorso del blog che parla di blog, è potentemente esorcizzante in questo… è un sistema di codici messo in atto per vivere nonostante il blog. Ecco, il blog è una potentissima macchina negativa, una potentissima macchina del nulla… Se uno davvero pensa al blog, pensa a una tale ignavità che si trova improvvisamente connesso ai massimi sistemi di pensiero, alle massime esperienze di pensiero e di follia… la follia…”

“…Un post… il post di un blog, non per virtù dell’eventuale soggetto scrivente… ma per virtù del fatto di pubblicarlo, comunica una tale massa di informazioni che il solo… non criticarle, o lavorarci, ma il solo censirle, il solo rifletterle, richiederebbe tempi infinitamente superiori alla durata della vita umana, di attenzione abnorme impossibile da sostenere. Impossibile da sostenere…. ma a quel punto… in modo implosivo, diventerebbe la riflessione sull’istante… che non è più un istante, che può esaurire un vivere, una durata…. che poi esaurire nel senso che non basterebbe la vita intera per chiedersi: come mai? [tossisce senza mettersi la mano davanti alla bocca] …Come mai? … Perchè? Io credo che quasi mai si perda tempo quanto si potrebbe, e dovrebbe, su questi momenti brevissimi di tempo. Brevissimi sempre se rapportati a delle durate, durate di vita media, supposta, stimata, presunta in base alla media di durata tecnica delle vite precedenti…[leva gli occhiali sulla stempiatura] E il blog ha questo, che ha una tale portata di comunicazione da eccedere largamente qualunque intento analitico, riflessivo, critico… questo non lo dico per ridurre a sua volta la portata di questo intento, anzi proprio per questa irrilevanza, per questa pateticità, questo intervento critico, riflessivo, etico può avere un senso… un senso…o un dissenso… E’ talmente irrilevante, talmente fuorviante, talmente volontaristico… [si mette le mani nei capelli] …e patetico appunto, da meritarsi un suo luogo non-luogo.”

Martedì mattina

– Signore?
– …zzz…
– Siete sveglio signore?
– Mmmgn…
– Buongiorno, signore. Avete dormito bene stanotte?
– Zzzz… mmmgnnn…
– Signore, perdonatemi ma ieri mi avete chiesto di svegliarvi presto.
– Oh, Lloyd. Che ore sono?
– Mezzoggiorno e mezzo, signore. Una magnifica giornata di sole.
– Mm…
– Faccio servire la colazione nel gazebino di fronte alla piscina, signore?
– Sì, Lloyd grazie. Cosa prevede il mio programma di oggi?
– Nulla, signore.
– Molto bene Lloyd.
– Be’, voi lo sapete, signore, qui in Polinesia è così.
– Già. Che sonno, però.
– Volete dormire ancora un poco, signore?
– Quasi quasi.
– Potrei farvi servire la colazione un po’ più tardi, signore.
– Sì, Lloyd, buona idea.
– Facciamo verso le due del pomeriggio, signore?
– Sì, direi proprio di sì, Lloyd.
– Come volete voi signorrrrDriiinnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnn…
… nnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnn!!!
– Eee… Pronto?
– Scusa ma tu cosa stracazzo ci fai ancora a casa?!?
– Orc… non ho sentito la sveglia. Che ore sono?
– Le otto e dieci, cristo! Sbrigati, abbiamo la riunione col cliente tra venti minuti!
– E come faccio? Io sono ancora a letto, due secondi fa stavo sognando che…
– Cazzi tuoi. Vola. Ah, ieri sera hai finito le slide? Dove le hai salvate?
– Eeee… ma che ne so, ora non mi ricordo, sono ancora addormentato.
– Dai! Concentrati!
– Mi pare sia nella directory G:/documents/presentazioni/ppt/cxrwxssww_87q.ppt … del disco di rete G… Forse. O è il disco S?
– Sì, vabbe’! Corri! Il capo è incazzato nero, mi ha già chiesto due volte come mai tu non sia ancora qui. Se non arrivi tra 4 minuti, morirari! E sbrigati che oggi c’è un traffico della madonna.
– Uffa. Come è il tempo fuori?
– Fa cagare. Piove.