Mi ricordo di quando ero bambino e la domenica i nonni mi portavano alla messa. Consideravo la messa un passatempo davvero noioso, non capivo perchè bisognasse trascorrere tante ore seduti e zitti ad ascoltare quel tipo vestito tutto colorato. Però sembrava obbligatorio andarci, come se lo avesse deciso qualcuno molto ma molto più importante dei nonni e anche del tizio colorato, e quindi mi adeguavo senza protestare.
Alla messa si arrivava sempre un po’ in ritardo, mai prima dell’inizio. Su questo anche i nonni erano indulgenti, forse anche loro pensavano che la messa fosse poco divertente e quindi cinque o dieci minuti di noia in meno potevano starci. All’ingresso c’era un bacinella di marmo con dentro l’Acqua Magica: bastava bagnarci le mani per esser più fortunati per tutta la settimana.
Ci si sedeva sopra delle panchine, e il tizio vestito strano era già lì in piedi a parlare, e tutti gli rispondevano in coro, come se sapessero a memoria cosa dire. Poi lui leggeva le lettere dei Santi, tipo la lettera di San Paolo ai Romani, e io pensavo ma come faceva San Paolo a scrivere una lettera a tutti i romani, cosa ci scriveva sulla busta? Quale indirizzo? Ai Romani – Roma, Italia? E come potevano leggerla, i romani, tutti assieme? E allora anche io volevo scrivere lettere alle nazioni, ad esempio una bella lettera ai pugliesi, ciao pugliesi come state vi saluto, e questo lo dicevi a tua nonna che a bassa voce ti rispondeva taci siamo in chiesa.
Poi quel signore con la gonna lunga e colorata leggeva le storie di Gesù, che erano la cosa più comprensibile tra tutte quelle che leggeva. Le avventure di Gesù erano scritte anche su un foglietto, una specie di giornalino a quattro pagine che riportava il testo di quasi tutta la messa, così anche tu potevi sapere cosa dire (e misurare quanto mancava alla termine della funzione).
Dopo le avventure di Gesù, il signore con la gonna faceva un suo discorso, come se volesse spiegarci qualcosa, solo che nemmeno del suo discorso si capiva niente o quasi niente, però tutti lo stavano a sentire muti, nessuno osava alzarsi per dirgli ma guardi che non abbiamo capito una mazza, non potrebbe spiegarci bene cosa dobbiamo fare a questo mondo?
Finito il discorsetto, il tizio vestito male riprendeva a recitare la parte come un attore del cinema o del teatro. Ai suoi gesti, in certi momenti bisognava alzarsi, in altri di nuovo sedersi o ripetere le sue parole.
C’era anche una vecchietta, che doveva essere l’aiutante del signore colorato: infatti costei stava tutto il giorno in chiesa, anche quando non c’era la messa, ad accendere le candele e a comandare le altre vecchine – chissà cosa pensava suo marito che lei non era mai a casa ma passava tutto il giorno in chiesa. Forse un marito non lo aveva.
Durante la messa, la vecchietta onnipresente passava severa tra le panche con un sacchetto e senza dire una parola te lo porgeva come se volesse dei soldi, e difatti tutti frugavano nel portafogli e poi davano delle monete alla signora, che però non ringraziava nemmeno.
Dopo, altre parole, alcune persino cantate, altre sembravano poesie però senza le rime. Succedevano anche cose strane. Ad esempio, a un certo punto, all’improvviso bisognava darsi la mano. Tutti dovevano stringersi le mani, anche tra sconosciuti che poi uscivano dalla chiesa e non si salutavano nemmeno però in quel momento lì si davano la mano come se fossero amici e invece non si erano mai visti in vita loro.
Ma questa cosa delle mani era anche un segnale: significava che non mancava molto alla fine, ancora cinque minuti, più o meno. A un certo punto il tizio con la gonna diceva altre poesiole su Gesù che mangia con i suoi amici, ma lo faceva con tono sempre più drammatico, e alcuni si inginocchiavano e tenevano la faccia nei palmi, tristissimi. Io non ci riuscivo, e allora mi guardavo per terra la punta dei piedi, fingendo aria colpevole a imitazione dei grandi. Ma colpevole di cosa? Boh.
La vera conclusione era quando tutti si disponevano in fila davanti al signore colorato e lui con le dita gli infilava in bocca una specie di pastiglia di mollica di pane però più sottile. La nonna diceva che non si doveva assaggiarla o masticarla ma deglutirla senza usare i denti, altrimenti era peccato. Anche in questa circostanza bisognava rimanere seri e non ridere.
Dopo il gioco della pastiglia di pane, tutti divenivano più allegri. La signora anziana, quella dei soldi, saliva sul palchetto e leggeva gli avvisi, che erano annunci del genere il rosario di mercoledì sera è spostato dalle 17 alle 19 perchè prima c’è il funerale del signor Luigino e quindi la chiesa è occupata. Intanto quello colorato stava di spalle e puliva un bicchiere da cui aveva bevuto del vino. Allora tornava al microfono e, finalmente, ci dava il permesso di uscire e tornarcene a casa.