In una virtuale o virtuosa graduatoria dei cibi da asporto, la palma noi la daremmo non alla pizza, né alle temibili pietanze dei take away asiatici e neppure alle desolate vaschette da rosticceria nostrana. La palma andrebbe senza dubbio al pollo allo spiedo. In un ipotetico regno popolato da cibi pronti, egli sarebbe il Sovrano Assoluto.
Chi – diciamolo, signori, chi? – può vantare il sapore della pelle abbrustolita, di certo salutare come una revolverata al fegato ma sicuramente di essa più gustosa? Chi, tra tutti gli alimenti arrostiti e riscaldati per via elettrica, può gareggiare con il sapore delle cosce e delle ali?
E che dire dello spago sottile che l’avviluppa, quei bei fili unti da succhiare? Vuoi mettere il piacere di piluccare i visceri con mani lorde, e di leccarsi poi le dita senza peraltro destar la riprovazione dei commensali? Forse che il sushi, l’involtino primavera o una quattro stagioni senza origano offrono tutti codesti vantaggi? Forse essi possono competere con Lui, il sacro Pollo?
No. No, signori della giuria, il pollo allo spiedo resta in cima alle nostre preferenze, e con merito: sia lode a Lui, e anche alle patatine che son use accompagnarlo. Questa sera ci presenteremo al suo cospetto per la cerimonia. Noi in adorazione e, in segno di rispetto, privi di forchette (tanto, a che ci servono?) mentre lui, altero, starà nel piatto.
