Fra i tanti artisti incontrati nel corso dell’annuale sagra della creatività, tenutasi recentemente nella grande metropoli dell’Europa meridionale, quello che più mi ha colpito è stato il signore olandese che si offriva di lavare i piedi al pubblico per poi raccogliere l’acqua residua del lavaggio e quindi lasciarla evaporare ricavandone una sostanza che non potrei definire in altro modo se non come la “sporcizia dei piedi”, materia esigua, scura e granulosa con cui egli realizzava piccole sculture. Un’idea senza dubbio originale. Con professionalità e orgoglio, l’artista mi spiegava che nella sua vita ha dovuto lavare i piedi a migliaia di persone pur di ottenere depositi sufficienti a plasmare le opere. Un’esistenza non facile, ammetteva, guardandomi le scarpe.
Mese: Aprile 2015
Dell'impartire lezioni di grammatica ai passanti in attesa del tram
– Signore?
– Dice e a me?
– Sì. Posso? Ha un minuto di tempo a disposizione? In questa attesa del mezzo pubblico vorrei intrattenerla con qualche consiglio che di certo potrà esserle utile nel resto della sua esistenza.
– Guardi, non compro nulla, mi spiace.
– E io nulla intendo venderle, signore, ci mancherebbe altro: desidero soltanto parlarle della d eufonica.
– Della che?
– La d eufonica, naturalmente. Mi ascolti, giacché debbo raccomandarle di stare attento alla d eufonica: ed, ad, od – ha presente? – e alla corretta applicazione. Questi ed, ad e od, infatti, vanno impiegati con estrema parsimonia, ossia soltanto quando la parola che segue comincia con la medesima vocale. Altrimenti, la d non serve. Anzi, non deve manco farsi vedere. Ha capito? Insomma si scrive, e si dice, “e altro”. Non “ed altro”.
– S-sì, sì, certo adesso, però, mi scusi ma…
– Bene. Passiamo alla “È” maiuscola, la voce del verbo essere in terza persona maiuscola. Le ricordo che non si scrive con l’apostrofo – E’ – ma È, con l’accento sopra la testa della lettera. Accento grave, beninteso. I giorni della settimana e i mesi son sempre minuscoli, così come i punti cardinali (“andiamo verso sud”) a meno che non indichino una regione precisa (“l’Irlanda del Nord, l’Oriente”). Lo stesso vale per i popoli: gli italiani, gli americani: sempre minuscoli. Solo quelli antichi (“i Romani, i Maya”) vogliono la maiuscola. Tutto chiaro, giovanotto?
(si guarda intorno cercando soccorso) – Sì, la ringraz….
– Mi duole ricordarle che i puntini di sospensione sono sempre tre. Mai due, mai quattro, comunque mai più di tre. E un’altra cosa: prima di “eccetera”, o di “ecc.”, non si mette la virgola, poiché, lei mi insegna, eccetera viene dal latino “et cetera”, che significa “e altre cose”. Perciò la congiunzione c’è già: quella virgola non serve. L’uso di “etc.”, poi, è severamente proibito, creda a me.
– Sì, dai. Va bene. Ora ha finito?
– Quasi, mi lasci impartire una lezione di vita sui trattini, sia gentile. I trattini sono di due tipi. Il trattino breve, senza spazi prima e dopo, usato per congiungere parole (“L’impero austro-ungarico”) è cosa assai diversa dal trattino lungo, con spazi prima e dopo, utilizzato per gli incisi, al posto delle parentesi e delle virgole (“Quello lì – povero analfabeta – non sa nemmeno quale differenza corra fra i trattini brevi e quelli lunghi”) o prima di un discorso diretto.
– …
– E i termini inglesi plurali, signor mio, quando sono adoperati in un discorso in lingua italiana, non prendono mai, e sottolineo mai, la s del plurale. Pure i termini francesi vengono considerati invariabili se finiscono per consonante – “i feuilleton” – ma non se finiscono con una vocale, nel qual caso prendono la s finale: le élites.
Ma vedo che giunge il nostro tram, potremo continuare la nostra conversazione comodamente seduti.