Momenti di epica contemporanea: la colazione nei giorni feriali

Modestamente, trascorro un’esistenza avventurosa, sin dalle prime ore del mattino.

Ad esempio, per colazione mi preparo non il caffè ma il tè. E per scaldare la bevanda utilizzo un forno a microonde. Inserisco nel forno a microonde la tazza riempita da acqua del rubinetto e da una bustina di tè. Se questo quadretto non fosse di per sé abbastanza malinconico, aggiungo un ulteriore dettaglio di mestizia: per motivi che io stesso ignoro, il  tè lo compro pure deteinato. Non solo: si tratta comunque di un prodotto senza marca, di quelli con il simbolo del supermercato stampato sulla scatola, come se il supermercato si occupasse anche di produzione di tè. La confezione imita, seppur con vaghezza, la grafica di un assai illustre produttore di tè inglese. Ma non divaghiamo: so con certezza che per riscaldare la tazza alla giusta temperatura occorrono due minuti spaccati, a seicento watt. Me lo ha insegnato il microonde stesso con il suo orologio che trilla a cottura completata.

La cerimonia del tè ha luogo in cucina. Accompagno il rito con la fruizione di biscotti. Per tradizione o per indolenza (che poi è lo stesso) da anni custodisco i biscotti in un’apposita scatola di metallo rotonda. Ogni tanto ricarico la scatola di metallo con nuovi biscotti. Per molto tempo, di mattina, come molti miei conterranei, ho acquistato biscotti di una celebre casa pastaria italiana che ha per simbolo un macinatoio: ora no, ho smesso. Quei famosi biscotti li ho abbandonati in favore d’altri biscotti, integrali, non altrettanto economici ma a mio avviso maggiormente saporiti rispetto a prima e mi auguro anche più sani. Il fatto che questi biscotti siano integrali dovrebbe indurre tuttavia a una riflessione sulla tristezza degli accadimenti sinora narrati o su come il tempo renda caute o paranoiche certe persone. Ma a questo punto, voglio aggiungere la nota finale e inquietante sulla scena. Lo dico?

Lo dico. Quando mi accingo a consumare la colazione in genere sono assonnato, un po’ rincoglionito ma sempre di già vestito. E’ un’abitudine orribile, ne sono consapevole. Quindi al momento della colazione sono già stato sotto la doccia (la doccia, signori, la doccia!) dicevo al momento della colazione ho già fatto la doccia, ho scelto l’abbigliamento e l’ho indossato, talora porto le scarpe ai piedi allacciate. E come se non bastasse, in questo frangente, per consuetudine, mentre inzuppo i biscotti nel tè, ascolto le notizie trasmesse dalla radio. Distrattamente, ma le ascolto.
Trascorro un’esistenza avventurosa, sin dalle prime ore del mattino.

Notizie sull'abolizione della realtà

Da raffinato flaneur con le pezze al sedere ma comunque nostalgico della decadenza mitteleuropea o di qualsiasi altra cosa che non conosca bene, mi vanto di leggere per la prima volta in vita mia un libro bellissimo quanto famoso, L’uomo senza qualità di Robert Musil. Inesauribile romanzone in due volumi per un totale di oltre milleduecento pagine nelle quali tuttavia non succede praticamente nulla. Insomma la trama risulta pressoché inesistente, e già questo, data la lunghezza dell’opera, sembra un miracolo. Ma non basta: molto spesso, di quello che il Musil (mi) sta dicendo o spiegando, non si capisce un tubo. E tuttavia lui, l’autore, inconsapevole o meno che sia, va avanti imperterrito, peraltro con una prosa magnifica,  sgargiante, perfetta. Quasi volesse impartirci un raffinato esercizio di ipnosi, eseguito dal maestro saltando agevolmente di palo in frasca, come un acrobata di epoche lontane. L’assistere a questo spettacolo pare un ideale passatempo, in questi giorni piovosi e bui.

Etnoantropologia olistica dei trasporti pubblici all’ora di punta

Ogni mattina, quando prendo l’autobus, tutti i posti a sedere sono occupati. Tutti i passeggeri (tranne me) indossano cuffie auricolari e occhiali da sole, e per tutta la durata del viaggio, si ignorano fra loro e consultano avidamente ciascuno il suo telefono cellulare di ultima generazione (uno di quelli capaci di navigare su internet, munito di schermo toccabile). Per questo motivo, sull’autobus vige un silenzio spaventoso.

Una volta – ma accadde una volta sola, poi basta – è salito sull’autobus un bigliettaio. Di solito i passeggeri, negli autobus normali, temono i bigliettai (li temono soprattutto i passeggeri sprovvisti di biglietto) o almeno prestano loro attenzione, ma questo non vale per i passeggeri del mio autobus: loro non si sono neppure accorti del bigliettaio, erano troppo impegnati con i loro telefoni cellulari (quegli apparecchi recenti, non so se hai presente), o forse non lo avevano visto (colpa degli occhiali da sole?) e comunque non avrebbero potuto sentire cosa il bigliettaio avesse loro da dire, poiché indossavano, come sempre, i piccoli auricolari. Peraltro lo stesso bigliettaio portava gli auricolari, gli occhiali da sole, e pure lui invece di svolgere il suo mestiere di bigliettaio, sembrava rapito dalla contemplazione del suo telefono cellulare (anch’esso moderno, luminoso, toccabile).

Nel corso del tragitto non so mai cosa fare: non posso conversare con nessuno, tutti sono occupati a intrattenersi con i cellulari, gli auricolari o gli occhiali da sole – tre oggetti che però non distraggono me, in quanto io a bordo sono l’unico ad esserne sprovvisto. Ma sin qui non vi sarebbe poi nulla di strano. Quel che di più mi stupisce, lo confesso, è che perfino l’autista, quando guida, ha le cuffie alle orecchie. E anche lui indossa gli stessi occhiali da sole. E come se non bastasse, durante il viaggio, anziché tenere le mani sul volante e guardare la strada, osserva lo schermo del telefono cellulare, e come un forsennato digita sui tasti. Certo, si tratta di un telefono moderno, insomma uno di quelli colorati, con il vetro sensibile al tocco delle dita, eccetera, eppure (continua)