Le dirimpettaie

Sono settimane che Milano non vede il sole. Il diluvio universale è iniziato qui, i fiumi hanno invaso le strade: da qualche giorno la via da cui devo passare ogni mattina esclusi festivi è ora un immissario del Lambro. Giove Pluvio la odia, Milano. E ha ragione.

In ufficio, la mia collega dirimpettaia ha trascorso gli ultimi sette giorni a mandare sms ai suoi pretendenti (poveretti, riceveranno 20 messaggi al giorno solo da lei) e a ragguagliarmi sull’andamento della sua vita sentimentale con la puntualità di un radiocronista di Tutto il Calcio Minuto per Minuto. Non riesce a capire che l’argomento è irrilevante per chiunque non sia lei, specie se replicato otto ore al dì.

Ma la mia dirimpettaia è una ruffiana adorata dai capi, e non solo non verrà mai licenziata ma non le verranno nemmeno inflitte le crudeli pene corporali che meriterebbe.

Las Meninas di Velazquez

Siori e siore venghino, che adesso, su questi schermi, trasmettiamo un documentario su Las Meninas di Velazquez. W la qualità, abbasso la quantità. Dunque:

Le protagoniste dovrebbero appunto essere “las Meninas”, cioè le damigelle d’onore della figlia del re di Spagna, Margarita, la bambina peraltro al centro della scena. In realtà questa opera è un autoritratto: Velazquez è lì, a sinistra, di fronte alla tela, della quale vediamo solo il retro.

Oppure è un ritratto dei due re di Spagna. E dove sono? Pensaci bene, cosa sta dipingendo il baffuto Velazquez? Sta ritraendo i reali di Spagna, che appunto sono riflessi nello specchio in fondo alla sala. I due sono incorniciati (infatti è un ritratto). In più, i due monarchi sono il vero soggetto: ciò che vedi è ciò che stanno vedendo loro. Però allora nello specchio si dovrebbe vedere l’autore del quadro, giusto? Eh sì perché lo specchio sta proprio di fronte all’osservatore, ossia a chi ha dipinto il quadro, ossia Velazquez. O che il quadro sia dipinto dai due re? O nello specchio dovresti esserci tu? Non sei tu l’osservatore?

Ancora: è il ritratto dei due nani, sulla destra, che sono i personaggi che, a un primo approccio, attirano l’attenzione molto più della bambina, che eppure sta al centro. Uno dei due (vile) prende a calci un cane.

O è il ritratto di Margarita, l’infanta di Ispagna, immobile al centro dell’opera. La bimba, avendo sete, ha chiesto alla menina di andare a prendergli qualcosa da bere per poter restare in posa. Ma in posa davanti a chi, se il pittore è alle sue spalle?

Oppure: è un quadro che rappresenta altri quadri: in alto sono appesi due quadri. Uno dei due è un Rubens, l’altro un meno conosciuto Jòrdeans.

Le linee prospettiche conducono poi ad un terzo Velazquez. Sì, perché i Velazquez presenti sono almeno tre: quello che si vede mentre ritrae i reali, quello che non si vede perché sta dipingendo la scena che vediamo e poi… il signore che sta sulla porta, e che prima di uscire dal quadro ci rivolge un ultimo sguardo. Si è scoperto che questo signore si chiama anche lui Velazquez, era un funzionario della corte. Chi sta guardando? Noi? I re? O il suo omonimo?

In tutto questo mistero di specchi, copie di copie e di personaggi che hanno un loro doppio, non poteva mancare un duplicato del quadro medesimo: secoli dopo l’opera si specchia in quella di Picasso, completamente trasfigurata.

Attesa solitaria in automobile nel traffico

Ho notato che nelle giornate di chi vive in città ci sono momenti in cui il tempo è irrimediabilmente perduto, se non si reagisce in qualche modo.

Il primo momento è: l’attesa solitaria in automobile nel traffico. In questo caso bisogna avere la radio accesa, possibilmente a un buon volume.

Per un certo periodo la mia autoradio si era guastata. Allora ho dovuto farmi prestare una piccola radiolina portatile, una di quelle che in genere si tengono nel bagno o in cucina.

Poi. Occorre guardare il fantasmagorico campionario delle facce dei poveri cristi al volante sulla corsia di fianco o opposta. Tutta gente che, come te, se ne sta buona in fila. Ognuno è isolato nella sua scatoletta, perché in città, quasi tutti gli automobilisti guidano senza altri passeggeri che se stessi. Li osservo: qualcuno canta (ha la radio accesa, evidentemente), la maggior parte ha gli occhi persi nella pioggia dei pensieri, altri restituiscono lo sguardo come a voler dire “Ma che vuoi?”.

Andreotti

Stanotte vagavo per quella strana zona tra la veglia e il sonno leggero, tra pensieri e inizi di sogni. E quindi ho sognato Andreotti. Giulio Andreotti.

È tutto il giorno che quotidiani, radio e tv parlano di lui, poverino: lo hanno condannato alla galera. Ed è lui che mi appare nel dormiveglia, con la sua vocina gracchiante, le sue battutine, le sue risatine, la faccina grinzosa che sembra una maschera di carnevale.

Nel buio riemergono memorie del libro di Corrado Stajano sull’omicidio Ambrosoli, dove tra le delirante minacce telefoniche anonime mafiose, intercettate e registrate, a un certo punto salta fuori anche il nome di Andreotti come mandante. Quelle voci, al buio, me le sento sussurrare nelle orecchie.

Mi giro e rigiro nel letto, sudo, finché ad un certo punto non ce la faccio più: come dopo un incubo accendo la luce e mi alzo. È quasi l’una. Vado in salotto e per distrarmi accendo la televisione. E cosa appare al centro dello schermo? Come in un film horror, appare Andreotti.

Nella tv c’è un primissimo piano in sedici noni di Andreotti, il demonio. Che parla, parla, parla. È al programma dell’eterno Bruno Vespa, che con la solita riverenza, senza porre il minimo contraddittorio, lo intervista. Lo presenta come grande uomo di stato, vittima di complotti. L’unico condannato d’Italia che la sera dopo la sentenza può difendersi in televisione, per ore. Sorride sprofondando nella poltrona.

Non riuscirò più a riaddormentarmi.

Borges e il nemico

Alla mostra di Renoir

“Non ho ne’ regole, ne’ metodi, sono un piccolo tappo di sughero gettato in acqua e trascinato dalla corrente.”

A una mostra dell’immenso Pieraugusto Renoir. Uno spettacolo. Non ci sono i capolavori più celebri, naturalmente, ma tantissimi quadri di una commovente bellezza..

Sogno della Terza Guerra Mondiale

Ho sognato la Terza Guerra Mondiale. Era un pomeriggio d’autunno, alla veranda sul mare a Genova. Stavo davanti alla tv con tutta la famiglia, cugini, zii, zie. Guardavamo uno di quei programmi sportivi insulsi, chiacchierando. Passa un annuncio in basso, “È iniziata la Terza Guerra Mondial…”. Stupore fra i presenti. Brusio. Poi un silenzio pensieroso.

Dalla finestra si vedono già flotte di corazzate nemiche di fronte alla Liguria, in avvicinamento.

Il Presidente

Il capo di questa aziendina (40 dipendenti) è il Presidente. Ha un nome e un cognome, ma tutti lo chiamano il Presidente, come se fosse un capo di stato. “Buongiorno Presidente!” E lui risponde, gongolando: “Buongiorno!”. I subalterni lo chiamano così anche quando è assente. “Il Presidente ha detto che..” oppure “Il Presidente pensa che…”

Il Presidente dà del lei a tutti, ma spesso chiama le persone col nome di battesimo. Specialmente le donne. “Senta, Chiara…” e Chiara: “Mi dica, Presidente!”

Il Presidente non è il proprietario dell’azienda. Ma ne è il Presidente.

Il Presidente ha più di una cinquantina d’anni. Il Presidente ha il sorriso perennemente stampato in viso. Il Presidente veste sempre in doppiopetto, e alle maniche porta grossi gemelli che paiono d’oro. Anzi: sono d’oro. Il Presidente è alto un metro e sessanta, forse meno.

Il Presidente inizia ogni discorso raccontando che la sera prima era a cena con il tale amministratore delegato, o un certo assessore, o il tale parlamentare. Non lo fa per vantarsi, no. Per carità. Lo fa per introdurre il discorso. Discorso che però, a un attento esame, non sembra avere alcun nesso logico con l’aneddoto iniziale.

Spesso il Presidente racconta che prima era a capo di un’azienda molto più grande di questa, dove guadagnava molto di più. Non si capisce perché non si sia rimasto.

Il Presidente dice delle menzogne, pur di non ammettere i propri errori. Ma Lui può farlo: è il Presidente.

Ricordo chiaramente che tempo fa, nel corso di un occasione ufficiale, il Presidente fece delle promesse ai suoi subalterni. Non le ha mai mantenute, il Presidente.

Il Presidente guida una automobile molto grande e costosa. Il Presidente, anni fa, ha smesso di fumare, perché ha avuto “un infartino, ma nulla di grave”.

Il Presidente ha voluto assumere suo nipote.

Il Presidente vuole tagliare i costi, ma ha fatto rivestire le pareti del suo ufficio con lussuose tavole in radica.

Il Presidente dice che se l’azienda non raggiungerà determinati risultati si dovrà ricorrere a tagli del personale.

El Jabida, Italia

Ricevo da amici un email con una recensione di Vivimilano (l’inserto locale del Corriere della Sera) e un perentorio invito ad una cena presso l’ignoto locale ivi recensito, “El Jabida” o qualcosa del genere. Milano, zona Ripamonti. Non lo conosco. Ma mi rivelano che “si mangia couscous e kebab”.
Bizzarrie di questi tempi: nel 20o2, a Milano, città notoriamente razzista nei confronti degli immigrati musulmani, è di moda tutto ciò che arriva dai paesi musulmani: i mobili marocchini, la danza del ventre, la cucina turca, quella nordafricana, i tessuti del Pakistan.

Distrattamente, accetto l’invito senza pensarci troppo.

Freddo. Parabrezza appannato. L’insegna si vede da lontano, c’è persino un minareto finto che si staglia illuminato. Milano, novembre 2002.

All’entrata, due statue di donne dalle enormi poppe stringono il passaggio. C’è qualcosa che non mi torna. Sulla porta a vetri campeggia un cartello: “Consumazione minima obbligatoria 10 euro”. 10 euro per mezzo chilo di ghiaccio e qualche goccia di bevanda alcolica. Anche i cocktail, come le statue di donne nude e pettorute, non hanno molto a che fare coi costumi arabi, ma la faccenda è un altra: pochi passi nel locale ed è già tutto chiaro. Ci hanno fregato. Ci stanno rapinando. Con la complicità di Vivimilano. E non possiamo scappare. El Jabida è una ricostruzione italiana di un Oriente di cartapesta, a metà tra il ristorante del villaggio turistico sul Mar Rosso e la casa di Alladin a Disneyland. Gigantografie di tramonti dune e cammelli, frotte di milanesi che tossiscono fumando il narghilè, musica americana (?), centinaia di candele, incenso. Il personale è tutto italiano, compresa la danzatrice del ventre. I prezzi sul menù fanno accapponare la pelle. Una signorina biondissima ci serve del vino rosso annunciandoci sorridente che da martedì El Jabida sarà anche “sexy bar”. Il quadro è completo. Questo è l’Oriente che piace agli occidentali. Vorrebbero che fosse tutto come al Jabida.

Ceniamo con porzioni scarse di kebab (un paio di spiedini magrissimi) e couscous. In compenso ci scoliamo due bottiglie di vino toscano. Arriva il caffè e il conto della cena. Altissimo. Gelo. Smarrimento. Orrore. Me ne torno a casa pensando a quante tonnellate di roba buona avrei mangiato nella mia trattoria preferita, alla Rondine, spendendo la metà. Di quella, Vivimilano non ha mai parlato.