La chiavetta del caffé

La chiavetta o chiavina della macchina distributrice di bevande calde al gusto di caffè, tè o loro surrogati, elegantemente servite in bicchierino di plastica con una listarella anch’essa in plastica atta alla funzione di cucchiaino per mescolare l’eventuale zucchero nel liquido.

Caratteristica principale della chiavetta è la seguente: essa va ricaricata con vil danaro. Una volta effettuata l’operazione di carica, la chiavetta assume in sé il valore economico delle monete infilate, e tale valore non è convertibile in nulla ma può essere speso soltanto in caffè e altre porcherie erogate dalla macchina stessa.

Inserire nell’apposita fessura le monete, attenzione la macchina non dà resto, attenzione la macchina non accetta banconote false, consunte o stirate male, attenzione la macchina può permettersi di rifiutare monete quando cazzo le pare e senza doverne spiegar il motivo.

La chiavetta è usata esclusivamente sui luoghi di lavoro, dove la gente deve ingozzarsi di caffè per aver migliori performance, nel resto del mondo il suo essere non ha alcun senso. La chiavetta ha un suo portachiavi (anzi portachiavetta, direi) che ognuno dei lavoranti ha il diritto e il dovere di personalizzare con l’addizione pendagli, nastri, collari, cinghie, collane, cuori di gomma, pupazzetti, marionette e così via. I più prudenti scrivono il loro nome sopra la chiavina a reclamarne la proprietà: un destino tipico della chiavetta anonima o poco personalizzata è infatti quello di dissolversi nel nulla, specie se lasciata incustodita ma carica di soldi. Talora essa riappare dopo alcuni giorni, ma scarica di valore economico.

Così la mattina, – ogni mattina – in fila indiana tutti insieme i lavoranti si ritrovano nell’antro delegato all’erogazione meccanica di caffeina per tenerli belli svegli, operosi e produttivi. Ognuno ha la sua bella chiavetta da girellare tra le dita.

Comunicazioni dal Trascendente

Pronto?
Pronto, è il signor Confuso, residente in Milano Lambrate nel XXI secolo dopo Cristo?
Sì, sono io, chi parla?
Signor Confuso buongiorno qui parla il Customer Service dell’Universo.
Che sorpresa. Mi dica.
Dobbiamo porgerle le nostre scuse, signor Confuso.
Cioè?
Ci siamo accorti solo adesso che lei – o meglio, la sua anima – non era destinata a questa bensì ad un’altra vita.
Ohibò, non capisco.
Vede, qui nell’Infinito esiste un apposito ufficio addetto all’assegnazione delle anime alle vite terrene, ai corpi. Ora, a causa dell’improvvida distrazione di un nostro impiegato celeste che ha fatto casino con le pratiche, ebbene la sua anima è stata assegnata ad una vita terrena diversa da quella cui era destinata.
Cioè sarei nato qui e così per errore?
Sì.
Sarei dovuto nascere in un altro corpo in un altro tempo?
Esatto.
E come mai, questo errore?
Uno spiacevole disguido nella procedura di assegnazione delle vite, signor Confuso.
E chi avrei dovuto essere, se tutto fosse andato liscio?
Un cittadino indiano del VI secolo.
Quindi un morto di fame. Bene, l’ho scampata bella.
Vedo che non se la prende. Meglio così.
Per curiosità: che mestiere faceva, il nostro indiano?
Nessun mestiere, signore.
Disoccupato, quindi.
Era un principe, quindi ricco sfondato: non aveva bisogno di lavorare.
Ah be’. Chissà che noia.
Sì, diciamo che per ammazzare il tempo passava le giornate a mangiare pietanze costosissime, leggere, ascoltare musica e soprattutto accoppiarsi con le sue dodici fidanzate, le principesse.
Donnacce ripugnanti e zoppe, ci scommetto.
No, dolci e bellissime, tutte laureate in kamasutra.
Ma a parte questo trascurabile dettaglio, egli sarà stato un uomo infelice, un solitario.
Infelice non so, ma dubito fosse solitario. Quando non era preso dalle attività di cui le parlavo prima, il nostro invitava gli amici a palazzo e con loro trascorrevai pomeriggi a chiacchierare, ridere e fumare ottima canapa nepalese fino al tramonto.
Però non poteva mai uscire dai palazzi, ‘sto disgraziato. Non vide mai il mondo fuori di là. Lo compiango.
Tutt’altro. Fu anche grandissimo viaggiatore. Poteva permetterselo.
Immagino sia almeno morto giovane e dopo atroci sofferenze!
Visse in ottima salute, sino ai cent’anni.
Insomma: rischiavo di nascere nel corpo di un perfetto sfigato.
Siamo davvero spiacenti di questa disattenzione, e ci auguriamo che le scuse vengano accettate. Non è arrabbiato, vero?
No, no, per carità. E quando mai.
Bene, la ringraziamo ancora e arrivederc…
Un momento: non si può far qualcosa per rimediare?
Cioè?
Che so, un giretto nel corpo e nel tempo di quell’indiano, ecco. Una settimana, poi torno qui. Mi spetta, no?
Impossibile, ahinoi: le leggi metafisiche vigenti non prevedono rimborsi. Solo scuse formali.
E già.
Me ne rammarico a nome dell’Eterna Azienda, signore.
Vabbe’.
Io la saluto, mi scuso ancora per la svista. Le assicuro, è la prima volta che capita, e in futuro non accadrà mai più. Non ad altri, almeno.
Consolante. Arrivederla.
Buon proseguimento.

Discorso inedito del Papa

Buongiorno a tuti, riecomi, sono sempre io, Wojtyla, il Papa. Propio il Papa senza acento, che l’italiano lo parlo ma scriverlo e un casino perche il polaco tuti sti acenti non li a e io le elementari da bambino le o fate in polonia. Bei tempi, fralaltro.

Come vi ò gia deto altre volte, il titolare di questo sito internet mi a lasiato la password in modo che io posa intervenire cuì oni tanto e racontarvi la mia vita cuotidiana, che dela mia vita cuotidiana sui giornali e in tivu non ne parlano mai, mi chiamano solo per l’angelus e le feste comandate.

Duncue, devo dire questo. Ieri sera, dopo cena, ero sul divano a guardare la televisione insieme alla suora che mi fa da badante e mi accompania in banio quando devo andarci. E insoma in televisione cerano tute queste guere, tuti questi morti e alora o pensato che il mondo di questi tempi fa proprio schifo e io devo far cualcosa per miliorarlo, perche io sono il papa mica il primo che pasa, ho una responsabilita. Alora o fato un cenno ala suora e lei mi a deto ancora santita guardi che ci siamo stati solo dieci minuti fa. “Cosa ai capito, impunita” – le o risposto io – “devi farmi un altro favore: devi dire a Navaro, il mio consiliere, di venire subito cui che li devo parlare.”

Ora dovete sapere che Navaro la domenica sera sta nel suo apartamento che lui a la parabola di Sky e si guarda il posticipo con li amici e i cardinali piu giovani: fano la spaghetata e si scolano il vino de li casteli. La suora li a busato e lui a deto chi e che rompe a cuestora. La suora li a risposto sinior Navaro sua santita le deve parlare, cora. Lui non voleva venire perche cera la partita, la suora a dovuto insistere.
Ala fine la suora mi a portato Navaro tuto scamiciato.

– Oooh, Joaquim finalmente! li o deto io mi ai fato pure aspetare!
– Karol vediamo di sbrigarci che di la ce la partida.
– Joaquim, stami a sentire che ci son cose asai piu importanti dela partita: il mondo e bruto, li uomini si amazano, il sangue score, le guere si moltiplicano.
– Embè?
– Come sarebe a dire embe?!? Io devo far qualcosa. Dami un sugerimento, non poso restare a guardare. Sono il Papa!
– Scusa Karol ma ne parliamo domani, mi bolle la pasta, ce la Juve e o li amici a cena, quin..
– Ma insoma, di qualcosa! 
– Non so.. ah, ecco, ho un idea: potresti fare un apelo.
– Un apelo? Ma a chi? A qualcuno in particolare? 
– Per carita. Un bel apelo generico, urbi et orbi, a favore della pace e dela amicizia e dela fraterna convivenza tra i popoli.
– Ma ne o gia fati cinquemila, di cuesti apeli, Joaquim, non servono a nula, lo sai.
– Karol, domatina ti scrivo un bel discorsino, un discorso di ferma condana contro odio distruzione e morte: tu lo declami (si fa per dire) dal balcone, vai sul telegiornale uno e siamo tuti piu contenti.
– Contenti un par de ciufoli, Joaquì!
– Senti, ne parliamo domani: scusa ma è tardi, anzi, tu dovresti esere gia a leto. Sorela, accompagni sua santita in camera, ogi lo vedo stanco. Mi racomando li rimbochi bene le coperte e non lo lasci legere, che deve dormire.

E se ne e andato. Anzi prima di andarsene lo sentito che bisibiliava alla suora qualcosa tipo “Sorela me pare un po agitato stasera li dia le goccine.”

Adeso la suora mi a meso a leto: mi a deto buonanote, a spento la luce e mi a chiuso a chiave nela stanza. Ma cuando e uscita io mi son alzato e in pigiama sono venuto cui al computer.
Eco, io vi saluto, e se qualcuno à dei consili su come dovrei comportarmi scriva pure nei comenti, cosi ci metiamo dacordo e faciamo cualcosa per cambiare cuesto mondo orendo.

Un caro saluto dal vostro

Papa.

Come si fa una tesi di laurea

1. Meglio che tu lo sappia subito: è estremamente probabile che nessuno, a parte te, leggerà mai la tua tesi per intero. Mi spiace, è triste ma è così. Nei capitoli centrali potresti scriverci l’elenco telefonico, la lista della spesa o la gerusalemme liberata e nessuno se ne accorgerà. Gli archivi elettronici delle università sono pieni zeppi di tesi di laurea mai lette da occhio umano che non fosse quello del povero compilatore.

2. Durante la stesura della tesi sarai preoccupato di scrivere bene, di riportare le fonti correttamente. Ci passerai mesi e mesi. La stamperai cento volte e ogni volta scoprirai un errore, un refuso, e quindi la vorrai stampare di nuovo. Ti studierai anche il manualetto su “Come scrivere la tesi di laurea perfetta”, ce ne è uno anche di Umberto Eco. La tesi esiste anche per arricchire i produttori di cartucce a inchiostro e gli editori di manuali come quello (inciso: il libro di Eco è stato scritto nel 1977, quindi è oramai in gran parte obsoleto. Naturalmente è scritto molto bene, a tratti è pure divertente, ma contiene un sacco di consigli che per gli studenti di oggi sono oramai privi di senso se non incomprensibili).

3. Oltre alla tesi, dovrai stilare la bibliografia. Anche questa non verrà mai controllata da nessuno. Prova pure a inventarti titoli, fonti, anni di pubblicazione. Cita autori inventati, editori tedeschi, traduzioni dal tale giornale americano, norvegese o slovacco: nessuno si prenderà la briga di andare a controllare. Mai. A questo punto, conviene sbizzarrirsi.

4. Nel tuo percorso verso la discussione della tesi di laurea sarai accompagnato da un professore, il Relatore. Il suo mestiere è proprio quello di aiutarti, assisterti e consigliarti. Un alleato. E’ pagato per questo (peraltro con le tue tasse, cioè con i tuoi soldi). Tuttavia pure al Relatore, nella stragrande maggioranza dei casi, della tua tesi non importa  granché. Forse non la leggerà nemmeno tutta. Quando lo incontrerai nel suo ufficio, nell’orario di ricevimento cui lui sarà arrivato in ritardo e tu puntualissimo, egli fingerà interesse per l’argomento. In realtà è assai probabile che ti consideri uno scocciatore. (Ci sono poi fortunate eccezioni e relatori bravissimi, ma sono incredibilmente rari.)

5. Al momento di stampare le copie forse vorrai scegliere i colori della copertina. Chissà, preso di manie autocelebrative la vorrai in pelle o in cuoio, anche se costa un po’ di più. Soldi buttati nel cesso, amore mio. Scegli la più economica, quella di cartone.

6. Farai stampare parecchie copie della tua tesi: tre o quattro per te, una per la nonna, una per la zia che ci tiene, una per il relatore stesso… Naturalmente, dopo la discussione, nessuno di queste copie verrà mai aperta da essere umano. Dopo alcuni mesi, il relatore userà la sua copia per accendere il camino della casa in montagna.

7. Il giorno della discussione della tesi, sarai molto preoccupato. Una volta entrato nell’aula col tuo vestitino elegante e tanta emozione, ti daranno pure un microfono e tu vorrai solo che tutto finisca il più presto possibile. Ebbene: non temere. Anche il collegio giudicante ha lo stesso tuo pensiero: anche loro vorrebbero andarsene a casa al più presto possibile.

8. Subito dopo, andrai a bere lo spumante e festeggiare con amici e parenti nel bar vicino all’università, che di solito si chiama “Bar Ateneo” o appunto, “Bar Università”. Champagne per tutti, urlerà euforico il nonno: il cameriere si strofinerà le mani. Perchè i bar vicino all’università sono i maggiori beneficiari dell’esistenza dell’istituto della tesi di laurea. Insieme alle copisterie. E, in alcuni casi, agli studenti.

 

Sulla prima gravidanza della coppia di cari amici

Inverno. La Coppia di Amici Sposati ci ha riunito tutti in un locale: offrono loro, chissà come mai. Chiedono un attimo di silenzio, suspense, poi danno la notizia: lei ha un ritardo. E allora? Incredulità, poi applausi. La gravida è raggiante, lui in disparte sorride virile come dire, eh modestamente ci ho messo del mio, che vi credevate.

Accorriamo ad abbracciare la sposa e a baciarla sulle gote. Il fiero fecondatore si deve accontentare di poche strette di mano, qualche risolino e le solite battute su uomini goffi alle prese con pannolini pieni di roba gialla e molle, a notte fonda.

Seconda puntata. La Coppia Gravida ha invitato tutti gli amici in pizzeria: ci sono i quarti di finale per la scelta del nome. Nel girone femminile le favorite paiono essere Polianna, Giulia, Venere, Dolores, Laracroft, Anastacia e Wendy. Poverina, ‘sta creatura. In quello maschile invece si sono qualificati Roberto, Federico, tutti gli evangelisti tranne Giovanni più i ripescati Andrea e Leopoldo, che non piace a nessuno però il nonno paterno si chiama così e ci terrebbe tanto, almeno come secondo o terzo nome di battesimo, “così magari quando muore ci lascia il trilocale sulla circonvallazione”.

Passano pochi giorni. Serata comunitaria, la fiera Coppia racconta della gravidanza: oramai non si parla d’altro. Ci informano che stanno facendo ascoltare ore di Bach e Mozart alla pancia: lo hanno letto su un libro. Noi ci domandiamo cosa mai possa capire di Bach un feto di due etti e quasi privo di orecchie, chiuso là dentro, dove peraltro l’acustica non deve essere granché. Ma nessuno osa dirlo.

Un mese dopo, la Coppia invita tutti gli amici a cena per una sorpresa. Arriviamo e lei radiosa ci annuncia quale sia, codesta sorpresa: c’è il filmino dell’ecografia tridimensionale. Tutti applaudono. Comincia la pubblica proiezione: due ore di filmino. Per qualche secondo si intravede il profilo del nascituro, il resto sono 120 minuti di macchie marroni e nere con voce fuori campo di un medico con l’erre moscia. Nelle ultime file scappa uno sbadiglio. In effetti alla lunga non è molto divertente, però la mamma sembra tanto emozionata e va bene così. Il sesso ancora in dubbio, qualcuno ricorda che la pancia a punta significa maschio anzi no femmina, altri aggiunge che sua zia pronosticava con questo metodo infallibile e non ci ha azzeccato manco una volta – insomma si decide che bisogna aspettare.

Quinto mese. La Coppia ci raduna in birreria, i due devono dirci cose importanti, urge convegno degli amici. La sposa proclama che partorirà secondo una dottrina neozen-yoga ossia nuotando a rana in una piscina di acqua calda e latte di capra, nell’aria incenso e musiche indiane diffuse, e lo farà senza l’aiuto di alcuno perché è più naturale e dopo il bambino sarà più sano e più intelligente degli altri. Ostetriche e marito assisteranno in tenuta da sommozzatori, pronti a intervenire soltanto in caso di emergenza. Qualcuno fa notare che forse un bel parto in ospedale, all’italiana e su un materasso, sarebbe meglio, ma lei non ne vuole sapere. Il marito annuisce preoccupato.

E oggi. Ecco. E’ appena arrivato il messaggio: la bimba – sì, una femmina – è nata. In un letto. No, niente piscine, è nata nella maniera usuale, anzi col cesareo perché non voleva uscire e ancora prima di vedere il mondo si stava già impiccando col cordone ombelicale. Sta bene, ora dorme.

Auguri, piccolina, benvenuta.

Il Direttore Marketing tenta di portarmi in televisione al fine di rendermi celebre (ma non ce la fa)

Il Direttore Marketing del Mio Blog, che ad interim è anche il Direttore Marketing della mia vita (in)dolente e del mio totale fallimento nella carriera, nelle relazioni umane e nella comprensione della realtà che mi/ti/ci circonda nonché dell’esistenza di Dio dei marziani dell’aldilà di atlantide e del mistero dei vichinghi che sbarcano in america quattro secoli prima prima di Colombo solo che loro arrivano in canada e non trovano una ceppa di nessuno a parte degli orsi polari incazzati neri e quindi se ne tornano a casa – stavo dicendo, il Direttore Marketing è stato licenziato per la 354a volta.

Doveva convincere i produttori del Grande Fratello 66 che alla mia eliminazione, quando viene mostrato il montaggio di momenti tratti dalle puntate precedenti e la gente in studio si commuove, e l’eliminato nello split in primo piano ride e poi piange e la mamma poveretta piange e basta, ebbene la colonna sonora della clip doveva essere Stray Cat Blues dei Rolling Stones. Versione in studio. Tutta, dall’inizio alla fine, volume massimo. Non ce l’ha fatta: la produzione si era irrigidita su Elton John, lui, istruito da me, ha rilanciato con Stray Cat Blues però nella versione dei Soundgarden. Loro gli hanno chiesto e chi sono ‘sti Sangardi. Lui ha risposto che non lo sapeva manco lui però sulla lista che gli avevo passato c’era scritto di rispondere così. Allora la conduttrice della trasmissione si è arrabbiata e ha ordinato alla security di buttarle fuori questo cretino per piacere che ci abbiamo il programma tra 10 giorni mica possiamo perder tempo in questa maniera diobono. Insomma, è finita male.

Dopo la sconfitta, io e il Direttore discutiamo ancora. L’ho incaricato di trovarmi posto in un’altra trasmissione televisiva. Adesso siamo in trattativa per Superquark: il figlio di Piero Angelo miniautirizzato farà un viaggio nel mio corpo umano e da là dentro spiegherà agli spettatori il funzionamento dell’esofago e dell’aorta. Son cose.

L'email marketing all'inizio del XXI secolo

Erano mesi che la vecchia casella di posta elettronica di questo blog, registrata gratis et amore su Katamail, dava segni di insofferenza. La poveretta aveva cominciato a ricevere lettere dagli Stati Uniti, firmate da sconosciuti quanto molesti venditori di Valium e Xanax (evidentemente qualcuno pensava, non senza ragione, che io avessi bisogno di questi farmaci). Per ovviare al fastidio, la signora casella si era munita di un filtro speciale, ossia un’opzione automatica prevista dal programma: tutti i messaggi contenenti le parole “valium” e “xanax” venivano cestinati senza esser letti. La signora casella era soddisfatta di questa soluzione e si sentiva molto furba. Ma loro, i mittenti, per aggirare l’ostacolo hanno preso a scrivere le parole valium e xanax in modi diversi (va_lium, vaIium, va l ium, v.a.l.i.u.m., e così via).

Poi le missive anglofone si sono moltiplicate: commercianti di software pirata in saldo, chirurghi plastici, usurai specializzati in mutui trentennali, venditori di protesi porno… Tutti molto cortesi, tutti molto insistenti.

Ho scritto al dottor Katamail e gli ho chiesto se per puro caso avesse ceduto il database degli utenti a qualche malintenzionato: “Ma cosa va a pensare, signor mio,” – ha risposto lui – “anzi, già che ci siamo, le interessa un’enciclopedia? Un mutuo? Un vibratore usato? Un chilo di pomodori?”.

Quindi sono comparse le prime email delle ragazzine: “Ciao mi chiama Adalgisa, abito a Boston, ho 20 anni, mi piace la musica, il cinema e farmi le foto nuda seduta sul water, se vuoi chattare con me clicca qui”.  Una volta ci ho cliccato, lì. In un secondo sullo schermo si sono aperte quaranta finestre animate. Ma molto animate, forse persino troppo. Non avevo ancora finito di chiuderle, ‘ste benedette finestre, che mi telefona il direttore della mia banca: “Senta, Confuso, ma questo bonifico online da centomila euro a favore di una certa Adalgisa Inc., lei lo vuol autorizzare sul serio?”

Gli speditori di virus sono arrivati dopo. Sempre persone diverse, un esercito di mittenti che pareva l’elenco telefonico di Los Angeles. Jimmy, Claire, John, Pasquale, Sarah, Jason… “Hi!”, dicevano. E alla mail allegavano un file chiamato virus.exe, deleteyourcomputer.exe, andnowyoudie.exe e cose così. Hi lo dici a tuo padre, gli rispondeva io. Insomma, qui per leggere tre messaggi provenienti da esseri umani amici bisognava cancellarne 8.000 spediti da robot instacabili e pirla perseveranti.

Infine, il botto: in questi giorni, un supervirus gentilmente inviatomi da tale yblvdnbj@ahah.it ha raso al suolo casella e programma di posta elettronica. Orbene, mi tocca passare a nuovo indirizzo, e siccome qui siamo al passo coi tempi, ci siam fatti il Gmail, la casella email di Google. L’indirizzo, se interessa, è personalitaconfusa@gmail.com.

Il matrimonio della Collega Dirimpettaia

Sorpresa. La Collega Dirimpettaia si sposa. Per annunciarlo in ufficio ha preferito essere discreta: è arrivata con un secchio di colla e dei manifesti, e ha cominciato ad attaccarli per i corridoi. I poster raffigurano lei e il futuro consorte giocondi con data del fausto giorno: non il luogo, perché la cerimonia si terrà in una piccolissssssima chieseeettina di campagna con posti appena sufficienti per i pochi invitati. La lista è segreta, pare che gli unici colleghi previsti saranno i soliti due (il Collega Scemo Ma Figo e l’Amica del Cuore Gnocca Ma Stronza). Però la chiesetta è tanto ma taaaaaaaaaaanto carina e quando i due sposini hanno dovuto svelare al prete di non confessarsi dal 1975 lui non si è neanche arrabbiato. Il marito però dovrà fare la comunione e la cresima il mese prossimo, e nello stesso giorno (comunione di mattina e cresima di pomeriggio, forse con breve ricevimento e rinfresco).

Poiché la cartellonistica sembra non bastare, per diffondere meglio la notizia viene attivato anche un lancio spamming via email e sms.

Inizia così il corteo dei colleghi accorsi a porgere finte felicitazioni. Le Colleghe Già Sposate dispensano consigli su come comportarsi durante la messa (“Vedrai, sarai coooompletamente in trance, non ti accorgerai di nulla”). In genere la Collega Già Sposata coglie l’occasione per rievocare l’intera giornata del suo matrimonio, argomento interessantissimo e spiegato con abbondanza di dettagli (il colore dei fiori, il menù, la scelta dei testimoni, la vecchia zia piangente, i petali al posto del riso…). La Dirimpettaia la interrompe per parlare del suo colore dei fiori, del suo menù, dei suoi testimoni, dei suoi petali al posto del riso e così via. Si va per le lunghe. Ogni colloquio tra la Collega Dirimpettaia e ciascuna delle Colleghe Già Sposate dura una buona mezz’ora: bacini sulle guance, “son contenta per te” e poi avanti un’altra.

Dopo la Processione dei Congratulanti, la Collega Dirimpettaia chiede di poter esser lasciata in pace. E’ stanca, e oggi deve far ancora un saaaaacco di cose: scegliere il negozio per la lista nozze e visitare siti di villaggi vacanze alle Maldive. “Non sono mai stata ai Caraibi!”, dichiara raggiante, prima di tuffarsi nella rete per una giornata di duro lavoro.

Parcheggiare con l'Autoctono

Esterno notte fonda. Buia megalopoli dell’europa meridionale sprofondata nel silenzio. In macchina insieme all’Autoctono, alla ricerca del parcheggio perduto.
Il parcheggio perduto è un posto che deve avere le seguenti caratteristiche: a) essere disegnato con strisce di colore bianco anziché giallo e b) essere libero e vuoto.
Esso è un non-luogo. Non esiste. Non qui.
Al dodicesimo giro dell’isolato cominciamo a vedere i miraggi.
Al venticinquesimo giro propongo di chiamare il soccorso stradale e di chiedergli di venirci a prendere per favore.
L’Autoctono sfodera la determinazione di chi è del luogo e quindi se ne intende. Prende in mano la situazione.

– Parcheggia pure lì, dai.
– Sei sicuro, o Autoctono?
– Ma certo, io qui ci vivo. Lo saprò, no?.
– C’è scritto “RIMOZIONE FORZATA 0-24 PERICOLO DI MORTE”.
– No, no, stai tranquillo, te l’ho detto.
– Ma è un parcheggio “riservato ai residenti”. Sei s-i-c-u-r-o?
– Sì, ti ho detto di sì. Ci parcheggiano tutti, non è mai successo nulla.
– Davvero?
– Alla peggio, i residenti ti tagliano le gomme e strappano i tergicristalli.
– Come?
– Scherzavo. Rilàssati. Danno la multa solo di giorno: di notte i vigili stanno a casa. O in ufficio a dormire davanti a un televisore.
– Ne sei certo?
– Sì, sì e sì. Ti ho detto di sì.
– Ho paura, o Indigeno.
– Senti, io abito qui, e là ci ho fatto parcheggiare migliaia di persone. Non è mai successo niente. Ti ripeto: vai sereno.

Lo assecondo.
Andiamo sereni.
Dopo due ore, torniamo. Lui serenissimo, io un po’ meno.

In lontananza vediamo un foglietto bianco sul parabrezza garrire al vento, come se volesse salutarci, come un cagnolino scondinzolante al ritorno del papà.
Guardo l’autoctono cercando conforto. Lui non si scompone:

– Stai calmo, è solo un volantino.

Ci avviciniamo circospetti. Non è un volantino.

(continua?)