Notizia di importanza epocale per l’universo intero. Chiunque tu sia, prendi una sedia. Dunque. Ero lì bel bello, fermo al terzo semaforo sulla provinciale per Vignate Brianza a bordo della mia scattante vettura immatricolata dieci anni fa. Ascoltando musica classica barocca e guardando serafico l’orizzonte, riflettevo sulla letteratura nonché sui misteri del cosmo allorquando – all’improvviso, e senza neppure bussare – dentro il mio bagagliaio è entrato il signor Ripoli Gianluigi nato a Foggia il 03/02/1936 e residente in Pioltello Limito (Mi). Ma la cosa più spiacevole è che con lui vi aveva fatto ingresso la parte anteriore della sua automobile. Ossia una vettura la cui targa, assieme a tutti i dati anagrafici sopra elencati, ora risulta scritta in stampatello sulla constatazione non amichevole che io e il tamponante abbiamo compilato durante la sosta in una piazzola antistante il luogo dell’impatto, mentre egli si scusava tanto e io osservavo perplesso la carrozzeria posteriore deformata a causa di lui, e la confrontavo con il suo paraurti illeso.
Mese: Settembre 2013
L'intrepida allegria del cinema contemporaneo
Iersera sono stato al cinema a vedere L’intrepido, il nuovo film di Gianni Amelio, bravissimo regista seppur non esattamente specializzato nel dispensare allegria a mazzi. In questa nuova opera dell’Amelio il protagonista è un cinquantenne disoccupato cui le cose in famiglia non girano proprio benissimo: la moglie lo ha lasciato per l’amante; il figlio ventenne, depresso e isterico, lo maltratta.
Il suddetto cinquantenne disoccupato & cornuto si rivela comunque persona colta, ma al fine di tirar su qualche lira per mangiare si vede costretto a praticar mestieri molto ma molto occasionali, talora nemmeno retribuiti, quali: pulitore di bare, facchino al mercato notturno del pesce, badante, venditore di rose nelle pizzerie, spazzatore di immondizia negli stadi dopo le partite di pallone. Egli ogni sera torna nel suo misero appartamento ove vive solo e per cena si prepara il caffellatte con i biscotti. Un bel dì costui conosce una donna: lei è brutta, lui se ne innamora lo stesso, ottiene persino di incontrarla ma il lieto fine è come al solito dietro l’angolo e lei già dopo il terzo appuntamento va a casa e s’ammazza. Il Nostro si reca all’obitorio ma non lo fanno entrare, per ripicca prende abbandona l’Italia ed emigra in Albania (è tutto vero, non sto inventando nulla) a lavorare in miniera. Insomma, io e gli altri spettatori siamo usciti dal cinema talmente felici che per festeggiare tutti assieme volevamo buttarci in un fiume con dei mattoni in tasca.
Ciclista gregario in fuga da se stesso
Per la prima volta in vita mia ho utilizzato la bicicletta quale mezzo di trasporto nel viaggio da casa verso l’Azienda. Circa 8 km. Pensavo che sarei stato investito da un autotreno già al primo chilometro, o quantomeno che sarei scoppiato per infarto al secondo. E invece ce l’ho fatta: quasi incredulo, sono arrivato vivo.
Anzi, già durante la traversata ho persino cominciato a maturare i convincimenti ideologici tipici del ciclista militante: lotta dura contro l’imperialismo delle camionali, dell’industria automobilistica e soprattutto dei guidatori distratti che aprono la portiera senza guardare. Devo ancora migliorare l’attrezzatura e capire come diavolo funziona il cambio, ma nella mia qualità di esordiente mi ritengo abbastanza soddisfatto. Per il resto, si replica oggi pomeriggio, al ritorno. Oremus.
Guasto all'obliteratrice di biglietti per viaggi indietro nel tempo
Prima (e spero ultima) esperienza da viaggiatore quotidiano con le gloriose, efficientissime ferrovie lombarde. Arrivo alla gigantesca stazione milanese di piazzale del centro città. L’evidenza che un simile luogo sia deserto proprio all’ora di punta invece di brulicare di pendolari indaffarati, dovrebbe insospettirmi. E infatti. Mi reco ad acquistare il biglietto ma nell’atrio non vi sono commercianti né tabaccai o edicolanti. Non c’è nessuno. E’ un grandioso atrio completamente vuoto, ove rimbomba una canzonetta del Trio Lescano. Le macchine distributrici di biglietti sono rotte: lo dice un pezzo di cartone scritto a penna con una calligrafia frettolosa, appoggiato sopra lo schermo. Insomma, pare che l’acquisto dei biglietti non sia previsto.
Vedo in lontananza, sul fondo opposto di un corridoio, un essere vivente. Sembra un miraggio ma no, è vero, c’è vita qua dentro. Chiedo dunque a questo dipendente dell’azienda ferroviaria come possa fare per procurarmi il biglietto. Costui prima mi sgrida perché non sono stato abbastanza lungimirante da comprarlo altrove (“E dove?” chiedo io; lui tace), poi mi risponde che ci pensa lui. Ma anziché estrarre un biglietto stampato da vendermi, egli compila, sempre a penna, un fogliettino strappato da un bloc notes. Ci scrive a mano il prezzo, la destinazione, la data di partenza, e lo firma. Me lo consegna annunciando fieramente che quello sarà il mio documento di viaggio. Resto sbalordito. Ora sono al binario, da solo. Il treno risulta in ritardo di 35 minuti. Forse si tratta di un viaggio non verso luoghi ma verso altre epoche, per l’esattezza verso l’Italia del 1947.
Ostentazione del benessere e condotta dei vicini di casa nelle società economiche sudeuropee del XXI secolo
Il mio vicino di casa, giovane miliardario abbronzato è tuttavia vittima della sindrome di Tourette, almeno nelle sere d’inverno e durante le partite di calcio dell’Inter. Di giorno risulta impeccabile nel vestire quanto cafone nell’atteggiamento, allegro conversatore, elegantemente screanzato come sanno essere gli italiani del Nord. Un normale cretino, ma benestante e capace di risultar gradito ad alcuni, e ad alcune, diciamo. Di notte però si trasforma. Urla dalla finestra frasi incomprensibili, frammiste alle bestemmie, parolacce, grida di aiuto, guaiti da cane, insulti in dialetto (diretti a chi? A sé, a noi, ad altri? Ai fantasmi? Boh).
A prescindere dalla sindrome di Tourette (su cui peraltro bisognerà ritornare, è chiaro) ci si domanderà per quale motivo un miliardario viva nel medesimo stabile di periferia ove abito io. Ecco: non lo si sa. Si tratta di un fenomeno inspiegabile. Alcuni ritengono che costui finga di essere abbiente nei costumi e nell’apparenza ma non lo sia nella cruda, segreta realtà dei conti in banca. Altri adducono la sua scelta di ricco ereditiere nel volersi accompagnare con noi quasi pezzenti di periferia a una mera necessità di suscitare la nostra invidia verso i lussi che egli ostenta.
Ignora egli che noialtri suoi vicini di casa lo detestiamo. Ma non per via degli agi o dei pavoneggiamenti, figuriamoci. Lo detestiamo perché grida bestemmie e implorazioni d’aiuto proprio di notte, quando sarebbe ora di dormire.
Evviva, ho ricevuto una cartolina postale, e siamo nel 2013
Rientrato allo cittadino ostello, sono corso a vedere la cassetta della posta. No no, ma quale email, per favore. Intendo proprio la posta, la fessura fisica al pianterreno, ove si infilano le lettere. Ogni condomino ne possiede una, e io, modestamente, ho la mia.
Ora, non so dire se sia stata nostalgia o demenza, più probabilmente la seconda, comunque mi aspettavo, chissà perché, che la cassetta contenesse cartoline. Cartoline per me. E dunque ho aperto lo sportello con la chiave, ho frugato nel buio dell’incavo. All’incomincio ho percepito soltanto il vuoto, e la delusione. Nessuno mi aveva scritto.
Poi sì, in effetti la mano ha toccato qualcosa. E sembrava essere proprio una cartolina.
Non una busta o una bolletta, davvero una cartolina, con la patinatura della foto.
Allora con commozione l’ho estratta da là dentro. Era una bella cartolina spedita da un luogo incantevole ed esotico, mi pare. E le parole del mittente erano tese, affettuose, gonfie di sollecitudine nei confronti di me destinatario. La stringevo al petto, mirandola e sorridendo lagrimante per il desiderio esaudito.
Eppure la firma non la riconoscevo, la grafia lo stesso. Come mai? Chi sei tu o ignoto latore di amicizia da continenti lontani?
Ho guardato l’indirizzo, ed ecco. Era errato. Non era per me. Il postino aveva sbagliato a imbucare.