Enfiteusi della tastiera americana

Al contrario di quanto accada in italiano, francese e spagnolo, nelle lingue germaniche come inglese e tedesco la scrittura non prevede vocali accentate. Da qui il problema di una tastiera americana come quella che per cause di cui non vale la pena dire io di etnia latina mi trovo a utilizzare ora: neppure essa, pensata per individui anglofoni, contempla l’esistenza dell’accento grafico. Potrei supplire alla mancanza impiegando l’apostrofo, ma non lo trovo corretto, e ignoro altri eventuali surrogati (misteriose e segrete combinazioni di tasti?) che forse mi permetterebbero di aggirare l’ostacolo. Viceversa, sui pulsanti della tastiera risiedono in bella vista, facilmente accessibili, simboli importanti e d’uso comune quali le parentesi graffe, quelle quadre, il trattino in versione lunga o corta, e altri segni di indubbia efficacia come ^, | e l’irrinunziabile ~. Ma giammai le vocali accentate, impossibili da riprodurre. Per quali motivi un umano di stirpe culturale britannica debba adoperare nel suo periodare un ~ o un ^, ebbene questo sfugge a molti, ma nella qui presente nota sono obbligato tuttavia a esprimermi senza accenti, e a dover trovare sempre sinonimi o locuzioni in grado di evitare quei caratteri, difatti con poca fatica: siamo a centonovanta parole e ancora non mi pare sia occorso il bisogno di ricorrervi.

 

Il Decathlon come luogo di ricreazione gratuita

Quando non sapete cosa fare, e non avete una lira in tasca, come spesso accade a chi vi scrive, andate a divertirvi al Decathlon. Non è un parco giochi ma il famoso supermercato per sportivi. Una gita al Decathlon può essere spassosa ed economica, anche se non si possiede danaro da spendere. Fidatevi.

Bisogna solo scegliere il momento giusto: ad esempio la mattina presto del mercoledì, o l’orario di cena, in una giornata feriale d’agosto, quando le corsie sono deserte e a vigilare sull’indisciplina dei clienti rimangono un paio di commessi svogliati o complici, in attesa della chiusura. Allora, il Decathlon è vostro, con i camerini e tutto il resto.

Potrete indossare abiti da equitazione, completi di ghette ed elmi, e ammirarvi allo specchio. Mascherarvi da pescatori, con le galoscie al ginocchio e i cappelli impermeabili, e in posa provare i diversi modelli di canne con la lenza o di nasse. O ancora, collaudare i bersagli del tiro con l’arco e tutti i diversi tipi di pallone: da pallacanestro, pallavolo, pallanuoto, palla prigioniera, rugby, calcio, calcio gaelico. Entrare nelle tende da campeggio a sdraiarvi, oppure esaminare con cura i diversi modelli di scarpe da catamarano, o magari scattarvi a vicenda fotografie in divisa da giocatore di hockey su ghiacchio, da alpinista, da pugile, da pilota di bob. Inseguirvi per i corridoi, in monopattino o in bicicletta da corsa, abbigliati come sommozzatori o da cinture nere di arti marziali. E infine abbandonare questi giochi senza comprare nulla. Nemmeno il pile Quechua, che costa solo 4 euro e, a dispetto del nome andino, viene fabbricato in Vietnam.

I banchi dei pollivendoli nell'immaginario contemporaneo

Sono un uomo all’antica: il sabato mattina per la spesa non vado al centro commerciale come tutti, ma al mercato. Quello all’aperto, con le bancarelle sotto le tende, gli ortolani urlanti, i pollivendoli che cantano, le mamme in fila con le borse di tela a ruote, le recite dagli imbonitori di formaggi. Mi trovo assai meglio in mezzo al baccano del via vai. Un atteggiamento terribilmente snob, ne convengo. Ma la popolazione dei mercati all'aperto il sabato mattina mi pare uno spettacolo teatrale collettivo. La gente sembra più umana, viene quasi voglia di sentirsene parte. Strano, di solito la disprezzo.

Naturalmente il mercato presenta parecchi svantaggi rispetto alle grandi strutture delle catene al coperto. Non v'è il parcheggio riservato ai clienti. Non vi sono le moderne tecnologie quali carrelli in prestito, i bigliettini con numeri prestampati per le code, le tessere magnetiche per misurare la fedeltà. Cassiere e commessi non indossano divise, anzi, risultano abbastanza trasandati nel vestire. Non vi sono certezze sui prezzi, scritti a penna sulle cassette o a volte neppure quello perché i costi vengono gridati, variano da un'ora all'altra e si può persino contrattare con i (molti) bottegai asiatici o africani. I marchi delle aziende non esistono, a parte qualche capo d'abbigliamento dalla firma falsa, palese imitazione.

Vi è poi una spaventosa confusione: né corsie né insegne con indicazioni merceologiche, il banco del pesce sta di fianco a quello della frutta e così via a caso, senza logica. Ci si può perdere nella folla e nessun altoparlante potrà mai darci appuntamento al punto informazioni.

Si ha quasi l'impressione che tutta quella baraonda di persone così diverse sia lì non solo per vendere e comprare, ma per stare assieme e far un po' di casino, come ai bei tempi, chissà quali. Però forse mi sbaglio, troppo entusiasmo per la normalità. Sono un uomo all'antica, l'ho già detto.

10 pensieri non funzionali

Qui nel poco tempo libero si sta leggendo un libercolo di tal Cesare Pietrojusti dal titolo Pensieri non funzionali. L’opera (consultabile anche qui) è un elenco di possibili attività atte a sviluppare la consapevolezza del pensiero non funzionale, ossia un pensiero che apparentemente non serve a nulla e quindi viene rimosso (in realtà ho dei dubbi sul fatto che non serva proprio a nulla). Per dare un’idea, annoto alcune voci dell’elenco qui sotto, ad uso e consumo di me stesso e degli eventuali interessati.

1. Sottrai da una cartoleria i fogli su cui i clienti provano penne, matite e pennarelli.

2. Osserva attentamente alcune persone mentre si rifanno il letto.

3. Fai in modo di portare persone qualsiasi, non interessate all’acquisto, a visitare alcune case in vendita insieme ad un agente immobiliare.

4. Osserva e cataloga i diversi modi in cui diverse persone usano, in cucina, la carta d’alluminio.

5. Osserva i volti delle persone che incontri in autobus e pensa per ciascuno a chi somigli tra tutti quelli che conosci o hai conosciuto.

6. Pratica in un muro un’apertura grande come una finestra che consenta di guardare dall’altra parte.

7. In abiti eleganti, con un atteggiamento normale e senza mostrar alcun intento particolare, passa un’ora stando seduto su una comoda sedia posta al centro di un marciapiede. Nei giorni successivi fallo di nuovo, ma sempre con vestiti diversi, oppure con diverso atteggiamento. Osserva la reazione dei passanti.

8. Prova a vivere un giorno dal punto di vista di un oggetto. Per esempio un bicchiere.

9. In un libro o un giornale, osserva gli spazi vuoti fra una lettera e l’altra, fra una parola e l’altra, fra una riga e l’altra.

10. Realizza delle targhe commemorative in bronzo ed inserisci nel testo alcuni errori di grammatica.

Oloturia

Ciao, sono un’oloturia e passo le giornate immobile, sdraiata in fondo al mare. Non so nuotare.

Il mio corpo ha forma oblunga, ricorda quello del cetriolo: per questo da alcuni fra voialtri umani sono detta appunto “cetriolo di mare”, e fin qui mi va anche bene, perché alcuni preferiscono chiamarmi con nomi ben peggiori, che non oso ripetere.

Sono un animale tranquillo e mansueto. Passo la vita a starmene distesa. Tutto il santo giorno a dormire sulla sabbia sott’acqua.

Non ho occhi, non vedo nulla. Mangio col sedere, o defeco con la bocca, e viceversa. Dimmi un po’ te che sorte mi è toccata, ho un unico foro e assolve entrambe le funzioni.

Ma non devi disprezzarmi, e ti spiego il perché: io sono un essere antico. La madre della madre della madre della madre della madre della madre della madre della madre della madre della madre (e così ancora indietro, molte volte) della madre di tua madre probabilmente era una creatura semplice e sottomarina come me.

Se tu potessi ripercorrere la linea diretta della tua ascendenza indietro nel tempo per milioni e milioni di anni, scopriresti che la tuo bis-bis-bisavola all’ennesima potenza non poteva che essere una bestiola primitiva e poco evoluta come una medusa o come me.

Immagina una riunione di tutti, ma proprio tutti, i tuoi antenati. Una festa offerta da Dio dopo la fine del mondo, una infinita tavolata di famiglia, con tua nonna, sua nonna e così via giù fino ai predecessori, gli avi romani e greci, poi le scimmie, i lemuri… E ci sarei anche io. Tutti assieme, là seduti, radunati. Certo, io non sarei capace di stare seduta. Ma potrei presenziare in una ciotolina, a bagnomaria.

Sogno con product placement

Sono apparsi come in un sogno.
Erano tre, erano in parata.
Erano vestiti di bianco, dal cappello alla giacca fino ai pantaloni.
Sorridevano beati, come se non potessero fare altro, ma di un sorriso misterioso, indecifrabile.

Venivano da lontano: il primo di loro, nei tratti del viso, pareva europeo; il secondo asiatico, anzi, cinese, con tanto di codino sulle spalle, e per questo lo si ricorda meglio dei suoi compagni.
Il terzo doveva essere africano, o forse indiano, comunque di carnagione bruna.

Come i Re Magi portavano doni. Ma niente incenso, né mirra, nemmeno oro: particolare curioso, con grande fierezza ognuno di loro alzava verso il cielo un piatto caldo di risotto. A mo’ di trofeo, di bandiera.

Come può accadere soltanto nei sogni, i tre sembravano creature bidimensionali, e questo li rendeva ancora più inquietanti, senza tempo.

Erano i tre omini dello zafferano “3 Cuochi”.

Da grande voglio fare il giro del mondo

Il viaggiatore, lui sì che si diverte. Ha fatto il giro del mondo in bicicletta, ha attraversato l’Africa in tram, la Siberia con gli sci di fondo, l’Asia in bicicletta, l’Oceano Pacifico in canotto.

Vive con lo zaino sulla schiena, e nello zaino la tenda a igloo smontata. Non si cura molto di se stesso, infatti ha un’aria trasandata, e puzza pure un pochino (ma poco), visto che in genere si fa la doccia solo nei laghi, nei fiumi, se va bene nei bagni dei campeggi o in quelli delle stazioni ferroviarie.

Lo conosci per caso nello scompartimento di un Intercity: tu scendi alla Bovisa, lui – beato – prosegue fino ad Amsterdam. Tu sfogli il solito quotidiano, lui una logora guida Lonely Planet in inglese che Dio sa quante ne ha passate. Ma fate amicizia lo stesso. Ti racconta che sta girando da sei mesi, anni, anni di avventure, strani incontri e perquisizioni con cani lupi che lo annusano alla frontiera. E ne ha viste, di cose. Oh sì. Ha cantato con i suonatori di strada a Dublino. Si è fatto le canne sul sedile dell’Inca a Macchu Picchu. In Patagonia ha fotografato l’alba. Ha dormito nel saccoapelo all’aperto in cima all’Annapurna. Si è lavato le ascelle nei Laghi Masuri. Ha vomitato, dopo atroci dolori, la frittura di pesce acquistata da una bancarella abusiva in Cambogia. Sa dire “ciao” in turkmeno, svedese e birmano.

Il viaggiatore ha amici pronti a ospitarlo a qualsiasi ora del giorno e della notte in ogni capoluogo di provincia del pianeta. Adesso sta andando a trovare una bella ragazza olandese, si sono conosciuti l’estate scorsa in Vietnam, in mezzo alla foresta, ora lei vive sola nel quartiere studentesco, lui la va a trovare e poi chi lo sa cosa succede. Però poi il viaggiatore tornerà a casa: intende pubblicare il suo diario in forma di libro (anche se non conosce alcun editore disposto a farlo) oppure allestire una mostra fotografica sul suo giro del mondo. E poi progettare nuovi viaggi. Ma prima di rientrare a Milano, però, ha un mezzo appuntamento con certi amici che lo aspettano in Islanda per sei settimane di trekking sui vulcani.

Ci salutiamo, devo scendere. Lo invidio, lui lo sa. Solo più tardi mi rendo conto di non avergli chiesto la cosa più importante: ma chi te li paga tutti ‘sti viaggi?

I troll di Internet spiegati a mia nonna

Se ho capito bene, il troll, su internet, è quel utente che in un forum, in una chat o in un blog cerca la polemica, la provocazione, la rissa.

E’ molto semplice fare il troll in rete. Non lo sarebbe nella realtà fisica. Se uscissi per strada e fermassi un viandante per dirgli “Ehi ma guarda come sei conciato, coglione!” quasi sicuramente mi beccherei una fiumana di schiaffi. Se andassi allo stadio, nella curva degli irriducibili del Verona e cominciassi a cantare “Forza Palermo” a squarciagola è probabile che i celerini dovrebbero portarmi via prima che il pubblico mi linci e getti pezzi delle mie budella in campo insieme ai seggiolini divelti.

Ma in rete, al contrario di quanto accade nel mondo reale, c’è la protezione digitale. Ci si sente più sicuri di sè, con la propria bella armatura digitale addosso. Un po’ quello che succede in automobile. Facci caso: il guidatore arrogante, protetto dalla corazza dell’abitacolo, manda al diavolo pedoni e conducenti con estrema facilità. Se fosse a piedi, esposto, disarmato, non lo farebbe.

Sui blog, in genere il troll si manifesta nei commenti.
Il troll dei blog è più garbato dei bercianti troll da newsgroup: in genere evita il turpiloquio, almeno all’inizio. Il troll del blog è un po’ come quel tale che entra in casa tua e col sorriso sulle labbra ti fa notare che la tappezzeria non è di suo gusto. E che la tavola è apparecchiata male. E la pastasciutta è insipida. E che gli altri ospiti gli stanno antipatici. Finchè lo pensa, nulla di male. Se poi te lo fa notare in privato, magari sottovoce, ancora meglio. Ma questo pretende pure di dirlo a chiare lettere davanti a tutti. E di scriverlo con lo spray sulle pareti del tuo salotto.

Nei commenti a questo post, i più famosi troll d’Italia si esibiranno in spettacoli di lotta grecoromana, gare di sputi ai passanti e crassa forumizzazione. Ingresso libero.

Abbasso Radio Maria

Volevo dire solo una cosa, non molto rilevante, peraltro su Radio Maria.
Radio Maria è l’unica radio che si senta ovunque: nel mezzo del traforo del Monte Bianco, a Pantelleria, in un bunker antinucleare sul Gran Sasso. Sempre. Se la condizione di ascolto non è perfetta, le radio umane spariscono in un bzzz… crack… bzz… ma Radio Maria, imperterrita, conserva il suo suono limpido e preciso anche nelle gallerie e nelle miniere.

Radio Maria è l’unica emittente che in ogni città ha 7 o 8 frequenze diverse. A cosa le servano, è un mistero celeste. Ma perché?