Gentilissimo

Ho deciso, faccio un voto, o una promessa. Per una settimana sarò gentilissimo con il resto del mondo. Anche se lui non se lo merita.

Si tratta dunque di un esperimento: mi obbligherò a rispettare tutte le norme comportamentali della buona educazione. Ogni mattina saluterò sorridendo tutte le persone che conosco, anche quelle accigliate o dall’apparenza ostile. Se otterrò un qualche genere di risposta che non sia un grugnito, gli domanderò persino come stanno.

Ma resterò sempre attento a non sembrare invadente – o scemo, giacché basta un momento di disattenzione per sorpassare il sottile confine che distingue il premuroso dal ficcanaso, dal cretino o dal saccente, o dal cialtrone.

Sarò galante con le signore, cortese con gli anziani: a costoro cederò il passo per strada e aprirò porte e portiere di automobili, magari accompagnando la posa a un piccolo inchino di rispetto.

Eviterò di parlare ad alta voce nelle pubbliche vie, negli scompartimenti dei treni, negli uffici aperti, sul tram ma soprattutto ovunque vi sia presenza di persone a cui ciò potrebbe, giustamente, recar disturbo.

Sarò impeccabile con gli ospiti, e mai – giuro: mai – interromperò chi sta conversando con me per rispondere al telefono. Si dirà: ah ma quindi prima facevi queste cose? No, ma continuerò a non farle.

A tavola, terrò il tovagliolo sulle gambe, e non mi servirò dal cestino del pane prima dell’arrivo delle pietanze. Mi asterrò dall’augurare “buon appetito” (contrariamente a quanto si crede, è un segno di cafoneria rara) ma attenderò che le donne commensali siedano e scelgano il loro posto, prima di farlo io, e verserò loro l’acqua nel bicchiere.

Mi mostrerò sempre pulito, puntuale, disponibile, ma sempre con discrezione.

Rinunzierò ad essere aggressivo – cosa di cui peraltro non son mai stato capace, e perciò questo sacrificio sarà ancor meno faticoso.

Se sopravvivrò, verrò a raccontarlo su queste pagine. Altrimenti, sarò il primo martire della maleducazione, e va bene lo stesso.

Memoriale dell'assedio a un castello gonfiabile

Per motivi difficili da spiegare sono mio malgrado costretto a passare un pomeriggio in una ludoteca per bambini di età inferiore agli anni 5, qui riuniti per celebrare il compleanno di uno di loro.

Il luogo in cui ci troviamo è una sala di circa cento metri quadrati, presa a nolo dai familiari del festeggiato, e consiste in un recinto dotato di attrazioni quali un castello gonfiabile, alto tre metri, con scivolo incorporato, e una grande struttura a gabbia, una specie di voliera suddivisa a sua volta in una piscina di sfere in plastica variopinta e altri ambienti collegati tra loro da cunicoli e chiusi da pareti morbide, in modo che i giovani frequentatori possano esercitarsi nelle più pericolose acrobazie, o nella lotta, senza dover ricorrere né all’intervento di parenti né al pronto soccorso.

Più in là scorgo un buffet imbandito di pizza al trancio e dolciumi dall’aspetto malsano.

Inoltre, a lato delle amenità qui sopra elencate, ecco un erogatore di tatuaggi adesivi a pagamento (un’esca per bambini), uno di dinosauri giocattolo a pagamento (per bambini) e uno di caffè, pure lui a pagamento (questo invece riservato agli adulti mentre attendono che la festa, se così vogliamo chiamarla, abbia termine). Gli altoparlanti diffondono a ciclo continuo brani di un noto rapper sudcoreano.
Mancano solo gli psichiatri e poi siamo a posto.

Di fronte alle strutture ludiche sono posizionate le panchine per i genitori, che quindi sono costretti a fare amicizia tra loro mentre sorvegliano i piccini urlanti.

Naturalmente lo scrivente è più che mai deciso a respingere gli assalti di qualsivoglia contatto sociale con altri padri. Al contrario di costoro, infatti, io indosso occhiali da sole (per proteggermi dai neon, oltre che dalle persone) e auricolari che, come al solito in queste occasioni, sparano a pioggia le Variazioni Goldberg di Bach nella seconda interpretazione di Glenn Gould, e se questo ancora non bastasse a dissuadere incauti conversatori, ho portato con me i Guermantes, nel senso del terzo volume di Alla Ricerca del Tempo Perduto di Marcel Proust, lettura nella quale ostento di essere sprofondato e da cui ogni tanto stacco lo sguardo di uno solo dei due occhi, per qualche secondo, unicamente allo scopo di verificare che il minorenne, di cui sono mero accompagnatore e autista, sia ancora vivo, o che la festa non sia giunta al suo decorso.

Insomma, è praticamente impossibile che qualcuno voglia avvicinarsi a me senza aver paura.
Ma sarà davvero paura quel sentimento che costoro provano nei miei confronti?

La triste vicenda di un innocente deportato dal destino

Persevero dunque nell’ordire la trama autobiografica. Mi spiace, sono cose che capitano.
Dunque ero a Genova, senza sapere di esserlo: avevo solo nove anni quando i genitori, raggianti, mi annunciarono che avrei dovuto lasciare la scuola, i compagni, le amicizie, gli affetti, i colli, il mare, l’amata e solatia Liguria per traslocare, insieme a loro, a Milano.

Nell’apprendere la notizia, restai perplesso. Non sapevo cosa dire. Mi venne fuori solo una domanda istintiva: e che cosa sarebbe, questo Milano?

E’ una grande e bellissima città – mi venne risposto – con luci, grattacieli, fabbriche, panettoni e fumi colorati nell’aria, vedrai che roba, sul tetto del duomo c’è una statua tutta d’oro della Madonna che guarda tutti e tutti protegge, persino i poveri immigrati genovesi come te e come noi.

L’argomentazione religiosa non mi persuadeva appieno. Mi fu poi spiegato che, comunque, c’era poco da protestare, dacché il babbo era stato spostato lassù dai certi signori poco simpatici (in tali personaggi malvagi, a distanza di anni, riconobbi la categoria dei datori di lavoro) e peraltro senza neppure chiedergli per favore, a dire il vero, anzi la richiesta era giunta con modi poco amichevoli, e perciò o si andava a Milano o avevamo serie possibilità di finir a dormire in istrada sotto il cavalcavia come tetto. Non capivo ancora molto di economia e di disoccupazione ma davanti a tale rilievo convenni che forse, in effetti, era meglio Milano.

Un dì fui dunque portato a Milano. Arrivammo di sera, attraversandola dalle periferie: dai finestrini non vedevo tutto quel fascino di cui mi era stato detto. Milano non sembrava la New York che mi avevano prospettato. Casomai assomigliava a Tortona, ma molto più estesa.

Nell’arduo tentativo di rendermi la trasferta più allegra mi condussero dapprima in pizzeria e poi ad ammirare la leggendaria attrazione della metropoli, la grande statua d’oro, svettante in cima alla cattedrale. Solo in quel momento mi resi conto che a Milano non c’era il mare, e trovai che questa, per una città, fosse una pecca intollerabile.

Sull’atroce vicenda che mi occorse a scuola in prima elementare

Non serbo alcun ricordo del primo giorno di scuola, so solo che si svolse nel minuscolo borgo marinaro alla periferia estrema di Genova, paesello ove trascorsi la puerizia e di cui già ti dissi.

Ignoro se la dimenticanza del debutto stia ad indicare un trauma infantile: mi auguro di no, spero sia solo colpa della poca memoria. Di certo, quel giorno e nei successivi, indossavo un grembiule nero con colletto bianco, come tutti i compagni, e la gassa di un fiocco blu, che per le colleghe femmine diveniva rosa. Tale assurdo abbigliamento era inderogabile, almeno nella scuola pubblica che frequentavo, e comunque, a metà mattina, lo scioglimento del fiocco era consentito senza punizioni, anche perché nessuno, fra i giovani discenti, era in grado di rifare il nodo.

 

Modestamente, ero un allievo piuttosto brillante: la maestra talvolta organizzava gare di domande fra alunni, con in palio premi ambiti quali, ad esempio, le figurine di animali del bosco; e io, spesso, risultavo vincitore, cosa che immagino contribuisse a rendermi antipatico al resto della classe e di cui però non mi rendevo conto, almeno sino a quel momento. Ma la boria del saputello andava pagata, e presto si vedrà a quale salato prezzo, con quale perfidia del destino. Di lì a poco il disonore mi avrebbe teso il tremendo agguato.

 

Prima di spiegare meglio il dramma, una precisazione che potrebbe sembrare poco pertinente ma non lo è: mia madre, all’epoca, era tormentata dall’idea di andar di corpo con regolarità. Non gliene faccio una colpa, molte donne hanno quei pensieri. Dapprima, peraltro, riservava tale preoccupazione solo a se stessa. Poi, piano piano, la allargò ai parenti più stretti.

Perciò ogni mattina, quando un familiare usciva dal bagno, lei, con aria militaresca, lo fermava e lo interrogava. Chi dopo l’obbligatoria seduta non avesse prodotto qualcosa, e in dimensioni considerevoli, era trattato alla stregua di un malato grave. Già al secondo giorno di (diciamo così) astensione, il poverino rischiava, secondo lei, di finire tradotto in ceppi da un dottore o persino all’ospedale.

Così, per colazione, sul tavolo insieme a speciali biscotti, ci venivano offerti crusca, bevande molto calde e altri alimenti in grado di agevolare la purificazione dei visceri.

Il giorno infausto stavo appunto sgattaiolando silenzioso dalla toilette illibata quando venni bloccato dall’indagatrice con l’indice spianato sul viso. Dovetti confessare: stavo mancando ai miei doveri già da due giorni di fila. Per evitare di giungere al terzo, fui subito sottoposto a un trattamento intensivo: caffellatte doppio, bicchiere d’acqua tiepida e due cucchiai di crusca. Poi, per finirmi, anche un cucchiaio d’olio d’oliva, che in Liguria è un lassativo naturale molto usato.

In queste condizioni, cioè con quella mistura ancora gorgogliante nella pancia, mi recai incautamente a scuola.
La catastrofe si verificò verso le dieci, mentre l’insegnante spiegava l’alfabeto.
Fui travolto dall’impellenza, lì in classe, davanti a tutti. Non riuscì neppure ad alzarmi dal banco.
Poi, con disinvoltura e sottovoce, chiesi aiuto alla maestra.

Scattò l’emergenza. Una bidella terrorizzata mi condusse in infermeria mentre la preside chiamava i soccorsi: i genitori vennero a prendermi con vestiti di ricambio. Per consolazione, mi riportarono a casa.

Si dirà: a questo punto, per l’imbarazzo, avrai dovuto cambiare scuola e città. Forse anche la nazione.

E invece no. I compagni avevano assistito alla scena, prima in aula e poi dalle vetrate sul corridoio. Ma per fortuna non ridevano. Anzi, credo che nemmanco capissero cosa stesse accadendo, o se ne scordarono in fretta.. Casomai alcuni, i più intelligenti, se n’erano rattristati in segno di solidarietà tra infanti.

O almeno così mi piace ricordare.

La superflua descrizione di un'infanzia apparentemente lieta

Sul mare della Liguria orientale, a poche miglia dai moli di Genova, città ove son nato, si affaccia il paesucolo ove invece trascorsi l’infanzia. Dopo un breve soggiorno altrove, nei primi anni di vita mi ero trasferito ivi, a seguito della corte familiare che già allora mi manteneva.

Si trattava di un piccolo borgo di mare inerpicato sulle scogliere e completamente ostile al turismo sia per l’indole poco cordiale dei suoi abitanti (me incluso) sia soprattutto per la pressoché totale assenza di parcheggi. Un paese assiso in posizione scomoda su una collina pur di poter guardare il limpido del mare.
La spiaggia non ha neppure la sabbia ma pietre di varia dimensione e foggia, e questo contribuisce a scoraggiare i villeggianti estivi più cocciuti e i pochi turisti scampati alla riottosità dei nativi.

Per anni, insieme agli indigeni coetanei, ho frequentato con profitto l’asilo comunale. Era questo una casa gestita da suore (a quel tempo come oggi le suore avevano un ruolo centrale nell’oligopolio dell’istruzione italiana) e munita di giardino e refettorio per la mensa. Ne conservo bei ricordi. Mi ci recavo a piedi, poiché i venti minuti di percorso da casa a lì, secondo i famigliari, non presentavano particolari rischi (automobilisti, malintenzionati, briganti, dirupi) tali da pregiudicare la passeggiata di un fanciullo.

A dispetto di quanto si possa pensare, la vita in un paesello lontano, nell’isolamento delle campagne, può risultare assai piacevole, specie se si è bambini. E questo non solo nei mesi caldi, quando l’estate rimane lì ad aspettarti da ogni finestra, ma anche nel lunghi inverni della pioggia e del silenzio. Ancora oggi, molto tempo dopo esser emigrato nella tetra metropoli lombarda, vado là alla ricerca di quiete, nella stessa casa, nei medesimi luoghi, a domandarmi che sarebbe stata la vita se fossi rimasto.

Autobiografia di un’infanzia foriera di presagi

Il primo ricordo della mia vita è una macchia di vomito, stampata sulla moquette verde. L’autore del vomito sono io, probabilmente ho due o tre anni. Il proprietario della moquette, invece, è un signore romano che ha affittato alla mia famiglia un appartamento sul vicolo.

 

Sono nato a Genova, come tutti i miei parenti, ma ho vissuto i primi anni della mia vita a Roma, a seguito di madre e padre ivi trasferiti per i soliti motivi di lavoro.
L’abitazione della primissima gioventù, cioè dai miei zero ai quattro anni, era questa piccola casa in via degli Spagnoli, a pochi passi da piazza Navona. Si dirà: beato te, che lusso, famiglia abbiente. Ma no, ma quale lusso. Oggi quel quartiere si riserva a giornalisti, attori, deputati e altri milionari, ma ai tempi della mia infanzia – cioè nella prima metà degli anni Settanta – era un rione popolare, se posso osare pure un po’ zozzo: mi ricordo – e questo è forse il secondo ricordo della mia dolente esistenza – che avevamo i sorci in casa.
La loro presenza si manifestò a sorpresa la sera in cui la signora madre, assisa sul divano a guardare la televisione in bianco e nero, intravide un oggetto irsuto e semovente, con la coda rosa correre sulla moquette sotto le tende per nascondersi dalla luce o dal rumore.
Così l’augusta genitrice fu costretta a comperare le trappole, quelle a scatto con il pezzetto di formaggio che aziona una molla per imprigionare il topolino o eventuali amici suoi. Anzi per ammazzarli, ma ai bambini questo non lo si poteva dire.
Non ho peraltro mai saputo di ratti catturati, né delle condizioni fisiche in cui furono ritrovati. Sospetto che ne sarei rimasto turbato.

 

Il primo istituto scolastico frequentato in vita mia si trovava in via dell’Arancio, a Roma, ed era un asilo. Ho dimenticato tutto di quell’esordio nel mondo dell’istruzione. Dalla memoria riaffiorano soltanto gli abiti bianchi e gonfi delle suore all’ingresso e l’impressione di una scala, poi nulla più. Sommarie ricerche mi informano che quell’asilo oggi potrebbe aver cessato le sue attività.

 

Tra le reminiscenze spuntano anche i primi spostamenti in triciclo sui quadrucci di piazza Navona, l’acquisto di una mela caramellata per Natale, parecchie visite al giardino zoologico, la gentilezza dei vicini, cioè una famigliola di camionisti romani che all’occorrenza mi facevano da balia.
Il ricordo più chiaro nei contorni resta lo stereotipo dell’epoca: il percorso del trenino elettrico allestito in salotto dal padre, con la campanella della stazione in grado perfino di suonare al passaggio della locomotiva sui binari. Ma il montaggio delle rotaie era troppo complesso per l’ingegneria di un minore d’età, e malgrado le mie proteste temo non si potesse occupare il tinello, già angusto di suo, con una ferrovia, né costringere il padre ad assemblarla ogni sera.
Mi sembra però che nell’ultimo mio pomeriggio romano, proprio mentre intorno a me s’alzava il putiferio del trasloco per rientrare a Genova, in mezzo al viavai e alle scatole, il trenino fosse in allegramente funzione, forse per distrarmi dalla partenza.
Poche ore dopo Roma finì, e tornò solo nei viaggi o nei ricordi.

Una vita insieme e poi lei all'improvviso lei ti molla in mezzo a una strada

E così te ne sei andata via, maledetta. Mi hai mollato.
Mi hai piantato lì da solo in mezzo alla strada, come un fesso.
Son le cose della vita, dicono.
Ci siamo conosciuti che eravamo giovanissimi.
Siamo stati insieme per anni. Tutti i giorni, di notte, in vacanza, sotto il sole o la pioggia.
Poi, all’improvviso, senza nemmeno il tempo di salutarsi, di darsi qualche spiegazione, la fine.

Ma che  si lascia così una persona, dopo tutto questo tempo?
Senza avvisare?
E soprattutto a quel modo, cioè morendo?

Non si può dire che tu fossi bella.
Un tipo come tante, per nulla appariscente.
Ma a me piacevi così, con quella tua aria trasandata.
Eri pure un po’ sporca, diciamocelo. L’acqua e il sapone li vedevi di rado.
Per non parlare del profumo.

Ma certo, certo: la colpa era anche mia.
Lo ammetto: ti ho pure maltrattato, per tutto questo tempo.
Eppure, mi sei rimasta fedele lo stesso.
Ogni volta mi aspettavi dove ti avevo lasciato sola. Bastava dirti “Eccomi qua, andiamo?”.
E tu subito, senza l’ombra di un’esitazione: “Ma sì, dai, andiamo”.
E via, si andava.

Non riesco a farmene un motivo, ancora non mi sembra vero.
Sì, il tuo cadavere è rimasto lì, sul marciapiede.
Sì, hai ragione, devo ricordarmi di chiamare qualcuno per portarti via.
Hai diritto anche tu a un tuo funerale, un tuo aldilà.

Ah, che tristezza, vederti morire a quindici anni.
In mezzo alla strada.

Con le ruote sgonfie, per di più.

A proposito: non è che qualche sfasciacarrozze è interessato a una Fiat Punto blu del 1995, in disarmo e definitivamente incapace di mettersi in moto? Che ne so, magari per i pezzi di ricambio?

Rinofaringite acuta infettiva virale

Terrore e panico in città: contro ogni previsione di scienziati ed esperti, proprio oggi, in Italia, è stato scoperto un focolaio del morbo conosciuto col nome di “raffreddore”. Il ceppo è stato isolato in un adulto maschio, il signor P. C., residente a Milano e nullatenente. Al momento il malato è tenuto sotto osservazione di una equipe composta da se stesso e basta. Viene assistito con forti dosi di borocillina, fazzoletti di carta e spremute d’aranci. La prognosi è riservata.

Nel pomeriggio, il medico della mutua del signor P. C. ha indetto una conferenza stampa cui si è presentato con due ore di ritardo e senza nemmeno scusarsi. Ai giornalisti presenti il luminare ha dichiarato che “non vi è motivo di allarme: la patologia purtroppo non è mortale, basta che l’infermo eviti gli spifferi, indossi la sciarpa di lana quando esce. E soprattutto si metta la mano davanti alla bocca prima di tossire quando si trova in compagnia di altri, specie del suo medico curante.”

A conferma di queste parole, i vicini sostengono di aver visto il paziente all’aperto già in serata (portava fuori il sacco della monnezza): “Poverino, stanotte era nell’atrio in ciabatte e sembrava un po’ rincoglionito, ma queste due cose accadono anche quando sta bene” – ci ha rivelato in esclusiva la signora del piano di sopra. E in attesa del prossimo bollettino medico, le condizioni dell’appestato paiono lentamente migliorare.

Lista della spesa

E allora hai pensato: adesso vado a far la spesa. Ma sì. E quindi, al tavolo, cominci a compilare la lista. E a scriverla per bene, in maniera scientifica. Per una volta, controlli il frigorifero, gli armadietti in cucina, la riserva dei detersivi, e tutto il resto. Poi la rileggi: una lista della spesa davvero buona, per esser una lista della spesa.

Un elenco preciso, lungo ma completo di ogni cosa, anche di quelle che di solito si dimenticano, come il sale grosso o il dentifricio.
Quasi un’ora di lavoro, ma ne è valsa la pena.
Che soddisfazione.

Si parte, il viaggio non è breve. Parcheggio, scale: ora sei dentro il supermercato. Che fortuna, la moneta da due euro, per il carrello, ce l’hai: eccola qui. Bene.
E poi cosa ti serve? Ah sì certo, la lista, la bella lista della spesa.
Devi averla messa nella tasca della giacca.
No, in questa no.
Forse nell’altra.
Aspetta, forse nella tasca dei pantaloni.
No.
Calma, calma.

Occazzo.

E’ rimasta a casa.
La lista è rimasta a casa.
Sul tavolo.

Dell'andare a un matrimonio quando non conosci nessuno tranne gli sposi

L’antefatto – Come dicevo venerdì, il mio programma di sabato prevedeva il matrimonio con ignoti (unica persona presente conosciuta: la sposa). Segue un breve reportage dell’evento.

Primo approccio – All’uscita della messa, la distribuzione di riso, piantine geografiche e fiocchetti per le auto. Mi guardo intorno preoccupato, cercando di capire con che razza di gente avrò a che fare. La sensazione di smarrimento è forte. Tra una selva di fotografi, cineoperatori, vecchietti, zie e bambini vocianti non posso fare a meno di notare la

Strafica – Soggetto sempre presente ai matrimoni. Trattasi di altera femmina, in genere alta due metri, molto appariscente, superabbronzatura, microtubino inguinale nero, tacchi a spillo, occhiali da sole. Obiettivo principale di Strafica: far sembrare un cesso la sua cara amica sposa e attirare a sé gli sguardi di tutti gli invitati maschi dai 6 ai 106 anni. Non parla, non sorride e fuma in continuazione (anche in chiesa).

Al ristorante – Espongono il cartellone che assegna i posti a tavola. Momento topico. Gli invitati vi si affollano attorno per capire con chi dovranno condividere la serata. Leggono e si allontanano, qualcuno è felice, altri paiono delusi. Un tempo in questi casi i tavoli avevano dei numeri, oppure erano contrassegnati da lettere: tavolo A, tavolo B, ecc. Oggi, nel matrimonio moderno, i tavoli devono avere nomi più originali: nomi di colori, fiori, città, animali, e così via. Al matrimonio di sabato gli sposi avevano dato fondo alla creatività: ad ogni tavolo era associato un film (io ero al tavolo Jumanji, il tavolo delle bestie).

Cena – Naturalmente, al mio tavolo Jumanji siede pure Strafica. Con fidanzato, però. Ex pugile ora manager (non mi sto inventando niente), Strafico sembra cattivo ma non lo è, e per l’intera durata della cena parla solo lui. Un entertainer. Noiosissimo, ma pur senpre un entertainer. Leva la tavolata dall’imbarazzo di dover trovar argomenti di conversazione: gli argomenti li trova e li svolge tutti lui, da solo.
Si leva gli occhiali e parte col monologo comico di commento al menu, poi un dettagliato resoconto delle sue vacanze estive, quindi lezione sulle performance della sua nuova Volvo AS60, e infine calcio, formula 1 e aneddoti vari su stesso. Al tavolo c’è anche la sua spalla, un tizio pagato per ridere a tutte le battute e dargli manforte quando il tono dello show cala, più una claque di trentenni celibi e nubili. Assisto muto allo spettacolo. L’unica a non ridere è Strafica, che però si fuma un intero pacchetto di Merit in due ore.

Il Pianista – Equipaggiato di sintetizzatore, tesse il sottofondo musicale durante il pasto. Un bel repertorio, molto originale, da Elton John a Eros Ramazzotti passando per Raf. 120 minuti di insopportabile concerto. Durante l’esecuzione urlata della Tiamotiamotiamo di Umberto Tozzi persino il padre della sposa, straziato, si alza e gli chiede se non sia il caso di smetterla, perdìo, e lo invita ad andare a mangiarsi qualcosa così possiamo parlare.

La fuga – Alle due, lo sposo raggiante annuncia: “E adesso tutti in discoteca!”. Certo, bravo, come no.
E’ il momento di scappare. Vado a salutare la sposa, che tenta di convincermi a restare, ma io ho preparato delle scuse false inattaccabili e documentabili, il fatto che lei sia ubriaca fradicia di prosecco non l’aiuta a controbattere. La bacio augurandole una vita felicissima con il suo orribile neo-marito, che intanto mi consegna la bomboniera (un portacellulare con le loro iniziali). Saluto anche Strafico e Strafica: seduti su un divano, lei dorme fumando la trecentesima Merit della giornata, lui sta intrattenendo il piccolo uditorio con una conferenza sul tema “Automobili di grossa cilindrata e marche di pneumatici”.

E via. Sono libero. Corro verso il parcheggio, ridendo.