Dell'impartire lezioni di grammatica ai passanti in attesa del tram

– Signore?

– Dice e a me?

– Sì. Posso? Ha un minuto di tempo a disposizione? In questa attesa del mezzo pubblico vorrei intrattenerla con qualche consiglio che di certo potrà esserle utile nel resto della sua esistenza.

– Guardi, non compro nulla, mi spiace.

– E io nulla intendo venderle, signore, ci mancherebbe altro: desidero soltanto parlarle della d eufonica.

– Della che?

– La d eufonica, naturalmente. Mi ascolti, giacché debbo raccomandarle di stare attento alla d eufonica: ed, ad, od – ha presente? – e alla corretta applicazione. Questi ed, ad e od, infatti, vanno impiegati con estrema parsimonia, ossia soltanto quando la parola che segue comincia con la medesima vocale. Altrimenti, la d non serve. Anzi, non deve manco farsi vedere. Ha capito? Insomma si scrive, e si dice, “e altro”. Non “ed altro”.

– S-sì, sì, certo adesso, però, mi scusi ma…

– Bene. Passiamo alla “È” maiuscola, la voce del verbo essere in terza persona maiuscola. Le ricordo che non si scrive con l’apostrofo – E’ – ma È, con l’accento sopra la testa della lettera. Accento grave, beninteso. I giorni della settimana e i mesi son sempre minuscoli, così come i punti cardinali (“andiamo verso sud”) a meno che non indichino una regione precisa (“l’Irlanda del Nord, l’Oriente”). Lo stesso vale per i popoli: gli italiani, gli americani: sempre minuscoli. Solo quelli antichi (“i Romani, i Maya”) vogliono la maiuscola. Tutto chiaro, giovanotto?

(si guarda intorno cercando soccorso) – Sì, la ringraz….

– Mi duole ricordarle che i puntini di sospensione sono sempre tre. Mai due, mai quattro, comunque mai più di tre. E un’altra cosa: prima di “eccetera”, o di “ecc.”, non si mette la virgola, poiché, lei mi insegna, eccetera viene dal latino “et cetera”, che significa “e altre cose”. Perciò la congiunzione c’è già: quella virgola non serve. L’uso di “etc.”, poi, è severamente proibito, creda a me.

– Sì, dai. Va bene. Ora ha finito?

– Quasi, mi lasci impartire una lezione di vita sui trattini, sia gentile. I trattini sono di due tipi. Il trattino breve, senza spazi prima e dopo, usato per congiungere parole (“L’impero austro-ungarico”) è cosa assai diversa dal trattino lungo, con spazi prima e dopo, utilizzato per gli incisi, al posto delle parentesi e delle virgole (“Quello lì – povero analfabeta – non sa nemmeno quale differenza corra fra i trattini brevi e quelli lunghi”) o prima di un discorso diretto.

– …

– E i termini inglesi plurali, signor mio, quando sono adoperati in un discorso in lingua italiana, non prendono mai, e sottolineo mai, la s del plurale. Pure i termini francesi vengono considerati invariabili se finiscono per consonante – “i feuilleton” – ma non se finiscono con una vocale, nel qual caso prendono la s finale: le élites.
Ma vedo che giunge il nostro tram, potremo continuare la nostra conversazione comodamente seduti.

La nuova linea editoriale di questo sito (verbale della riunione)

– E dunque siamo qui per discutere il rilancio in grande, grandissimo stile di questo leggendario sito, epica dell’internet autopubblicantesi, un tempo qui era tutta campagn…

– Finalmente!

– Evviva, evviva!

– Bravi!

– Diamo la parola ora al nuovo direttore editoriale, che ci illustrerà la strategia di contenuti prevista per il nuovo corso.

– Bravo!

– Evviva, evviva!

– Cretino!

– Cretino? Chi ha osato insultare il nuovo direttore editoriale? Per cortesia uccidete a revolverate questo sabotatore davanti a tutti e poi date il suo cadavere in pasto ai cani, suvvia.

– No, no, aspettat… aaaaah.

– Ecco, è morto. Bene. Dicevamo: la parola al nuovo direttore editoriale. Ci dica, o vate, quali fulgide idee ha in serbo per il nostro amato pubblico?

– Amici, innanzitutto vi ringrazio per aver pensato a me, siete tutti così…

– Sì vabbe’ dai, ci dica qualcosa sul futuro di questo sito.

– Ho in mente grandi progetti per voi lettori: questo blog diventerà un…

– Un?

– Un foodblog.

– Un cosa?

– Un foodblog. Vedo che siete impreparati. Un blog di cucina, di ricette. Food in inglese significa cibo. Vanno molto forte le ricette, sapete? Zilioni di signore e di signori che non sanno cosa preparare per cena ai loro familiari, prima di uscire dall’ufficio e lasciarsi dilaniare dal caos impazzito della metropoli invasa dal traffico, ebbene costoro prima vanno su Google a scrivere “fusilli all’amatriciana” e zac, come per magia, trovano in cima ai risultati le istruzioni del…

– Ma cosa dice, signor direttore editoriale, il nostro autore, il nostro blogger, qui, non è manco capace di farsi due uova al tegamino senza bruciare loro, il tegamino e se stesso – quali ricette vuole fargli scrivere, andiamo, siamo seri.

– D’accordo, d’accordo. Allora in alternativa propongo uno scintillante e fastoso – attenzione al colpo di scena – fashionblog.

– Ma allora lei è impazzito.

– Moda, fashion, una puntina di lifestyle, qualche incursione nel design, i gadget. L’iphone, instagram, cose così.

– Mi scusi signor direttore editoriale appena assunto eppure già in procinto di inabissarsi nuovamente nell’infinito da cui viene: ma questo qua, il nostro blogger, non c’ha manco i soldi per farsi rattoppare i pantaloni dalla sarta  del piano di sotto, stiamo pur sempre parlando di un poveretto che indossa i golf con i pallini o le calze prese ai saldi dell’ipermercato. Quale fashion e fashion, siamo seri.

– Ho capito, però guardi che i fashion blogger di questi tempi vanno per la maggiore, ci sono aziende disposte a sponsorizzare, a investire in piccola pubblicità, e lo stesso vale per…

– Si faccia venire qualche altra idea, forza.

– Allora un bel family blogger: istruzioni, consigli, dritte e altre vaccate per mamme e papà disperati che non sanno più cosa fare per intrattenere i bambini feroci senza esser assoggettati dagli stessi o ricoverati in una clinica psichiatrica. Questo credetemi è un tema che va alla grande, marketing, advertising, sold..

– Signor direttore editoriale, ha finito di dirci castronerie o dobbiamo buttarla fuori dalla sala riunioni a calci?

– Ma io veramente pensavo anche a un bookblog, un litblog…

– Basta scherzare. Allora?

– D’accordo, poiché tutte le mie idee sono state scartate, propongo che la linea editoriale, in tutta semplicità, non vi sia.

– Oh, finalmente una trovata orginale.

– Insomma, questo viene qua e scrive il cazzo gli pare.

– Uhm.

– Devo ammetterlo. Geniale, proprio geniale.

– I fatti suoi, tanto per capirci.

– Davvero un gesto anticonformista, però.

–  Pura avanguardia.

– Evviva, evviva!

– Bravi!

–  Non sarà un po’ troppo anche per il pubblico più smaliziato?

– Pubblico? Ma quale pubblico, scusi? Volete pure il pubblico? Non vi basta che questo scriva?

Una questione di estrema importanza

Lo sapevo: busso al mio vicino di casa e lui, maleducato quale è , anziché venire ad aprirmi la porta, se ne resta sul divano, probabilmente impegnato nella sua attività preferita, la lettura minuziosa di Tuttosport guardando contemporaneamente con l’altro occhio la replica di una partita della Juventus a volume spento su un canale satellitare. Ma io so che lui è in casa, dal pianerottolo si ode il suono – impercettibile per tutti ma non per me – della sua metafisicamente silenziosa presenza.

Insisto, suono il campanello ancora. Premo il tasto e per un minuto netto non levo neppure la mano. Peeeeeeee. Una volta, due, tre. Gli intimo di aprire. “Adesso basta con questo scherzo, lo so che è là dentro, farabutto”. Ma lui nulla. Come se fossi munito di raggi x, immagino distintamente il vicino abbrutito, vile, in ciabatte e tuta dell’upim, la barba lunga, la sigaretta all’orecchio: senza dire una parola mi ignora. Guarda dallo spioncino, mi vede però non apre. Anzi, si volta e torna indietro, solo per farmi un dispetto.

E allora io prendo a calci la porta. Gridando, forte, sempre più forte. E dopo qualche minuto di urla (mie) e di pedate (sempre mie) anche piuttosto violente alla porta (sua), ottengo una reazione. Dall’interno, infine, giungono i primi rumori, un sommesso tramestio. Era ora.

Avverto il suo avvicinarsi alla porta. Lo sento mentre tira su col naso, gira la chiave nella serratura, fatica a muoversi. L’uscio si schiude piano.

Che cosa vuole a quest’ora, grugnisce il vicino, mezzo dormiente, gli occhi quasi del tutto abbassati dal sonno. Lui compare sulla soglia in pigiama e vestaglia. Un tizio normale, magrolino. Timido, gentile. Affatto rassomigliante al vicino brutale che mi diverto a immaginare per poter perseguitarlo senza troppi sensi di colpa.

– Mi scusi, – gli dico io – ma dovevo avvisarla di una questione di estrema importanza, e cioè questa: sono le sei meno venti della mattina della domenica.

– Ah.

– Ho puntato la sveglia apposta per venire a darle di persona questa triste notizia.

– Ma io non le ho mai domandato di venire a svegliarmi alle sei meno venti della mattina di domenica.

– Lo so. Infatti lo faccio proprio per questo motivo. Mi dispiace, arrivederci.

L'invenzione di Dio

(Scena: preistoria, 200.000 a. C.: notte, due subumani discutono davanti a un falò di rametti secchi osservando dubbiosi l’immane cielo stellato sovra le loro teste.)

– Questo mondo mi incute paura. Perché siamo qui? E cosa ci succederà quando saremo morti?

– Beh, nulla, immagino: semplicemente non esisteremo più.

– Occazzo, ma è orrendo!

– Hai ragione. E tuttavia, purtroppo, ritengo sia anche inesorabile. Come vedi, gli animali di cui ci cibiamo dopo averli presi a mazzate e quindi arrostiti sulla brace, smettono di vivere, e si tramutano in pietanze immote. Perfino i nostri antenati sono deceduti, lo sappiamo per certo: un giorno hanno smesso di respirare e stop, in poco tempo si sono decomposti. Ciò lascia supporre che a noi accadrà lo stesso.

– Una simile prospettiva mi spaventa. Il pensiero della caducità nell’esistenza mi risulta insopportabile. Dobbiamo assolutamente trovare una soluzione più consolatoria. Vediamo. Aspetta, aspetta, ecco qua. Ho avuto un’idea: dovremmo persuaderci a vicenda che dopo morti abbandoneremo i nostri corpi ma in qualche modo saremo ancora vivi, in eterno, altrove, oltre le stelle.

– Oh bella. E come fai a dimostrarlo?

– Ovvio: mica lo dimostro. Nessuno può ne potrà mai dimostrarlo, se non morendo: con il trapasso appunto ci troveremo in un altro luogo – un luogo bellissimo e senza tempo – e tuttavia saremo privati di qualsivoglia opportunità fisica di comunicarne la presenza o meno ai viventi di questo mondo. Sono un genio, ammettilo.

– Ah ah, ma va’ a dormire, va’.

– Taci, primo fra tutti gli uomini ho appena intuito l’Aldilà. Questa mia invenzione vale molto più del pollice opponibile e del fuoco: salverà miliardi di persone dall’angoscia, dalla depressione.

– Ma scusa: se noi crepiamo, e le nostre membra vanno in putrefazione, come diavolo possiamo trasferirci in questi posti magnifici di cui parli? Camminando? Una volta immobili non saremo certo in grado migrare verso le regioni d’incanto infinito da te appena ideate.

– Mmm… Buona obiezione. Ah, ci sono: il corpo si consuma, d’accordo, ma esso custodisce una parte immateriale, evanescente, la piu profonda essenza di ciascun individuo. Chiamerò questa cosa anima: essa gode il privilegio dell’immortalità, ed e in grado di volare senza esser veduta. Sì, volare fuori dal corpo inanimato e recarsi in quei paradisi, come per una magia.

– Suvvia, che sciocchezza.

– Anzi, non una magia. Ancora meglio: una religione.

– Reliche? Un’altra tua scoperta di oggi?

– Senti qua: lassù, oltre il cielo, esseri invisibili – cui darò il nome di divinita, o di dei, per far prima – garantiscono il perpetuarsi delle vicende terrene. Tali creature sono benigne e dotate di immensi poteri. Ci osservano dall’alto. Comandano la natura, stabiliscono i destini e ci aspettano all’Altro Mondo, ove finalmente a noi si manifesteranno.

– E’ proprio forte questa tua dottrina in cui i testimoni sono invisibili o muti, e nulla può essere verificato se non tirando le cuoia.

– Esatto, e me ne compiaccio con me stesso. Dicevo: in questo modo nulla merita di essere temuto, nella vita. Possiamo tranquillamente lasciarci sbranare dagli orsi, ucciderci fra noi o patire le peggiori disgrazie: mal che vada, gli dei ci aspettano a braccia aperte. E in questo modo ti ho risolto altresì il motivo del nostro esistere: noi stiamo in questo posto infame a penare poiché lo vogliono quei sovrannaturali signori dell’Universo, ma da defunti riceveremo conforto e beatitudine, per sempre.

– Bravo, e così stasera hai inventato pure la fantascienza!

– Ma quale fantascienza. Ti ripeto, le ho imposto il nome di religione. Bella parola, religione, debbo ricordarmene, sento che questi concetti e il loro insegnamento godranno di un certo successo, in futuro. Potrei persino trarne un mestiere.

– Sono idee talmente insensate che nessuno ci crederà mai.

Fantasy

– Buongiorno, siamo arrivati.

– Oh cari signori, benvenuti. Chi siete, di grazia?

– Siamo l’Impero del Male. Scusate l’intromissione ma dobbiamo darvi un annuncio importante: è nostro fermo intendimento invadere il vostro mondo, dar fuoco alle vostre abitazioni e poi sterminarvi tutti.

– Ma no dai, perché?

– Ci dispiace, non possiamo agire altrimenti: è nella nostra natura.

– D’accordo. Tuttavia noialtri proveremo a resistervi. Riuniremo una piccola armata di saggi e coraggiosi e vi daremo battaglia. Benché poveri e decaduti, discendiamo da una nobile stirpe di maghi elfici vegetariani che in un epoca lontana e felice regnavano su queste terre.

– Perfetto, noi siamo milioni di soldati immortali, crudeli e furibondi, voi quattro pacifisti del cazzo: sulla carta, i pronostici ci danno per favoriti.

– E invece vinceremo noi, in quanto il Bene non ha mai paura, e sempre trionfa.

– Sì, mio nonno. Il vostro illusorio vanto di audacia non ci pare granché come controffensiva. Inoltre abbiate pazienza ma questa trama comincia a sembrar noi il solito plagio del Signore degli Anelli.

– In effetti da decenni gli scrittori delle nostre storie copiano quel librone. Però con notevoli varianti: essi cambiano nomi ai personaggi utilizzando anagrammi di sostantivi danesi, indulgono nell’abuso di aggettivazione arcaica, plagiano inedite mitologie norrene. E la loro prosa risulta assai meno articolata, meno complessa e forsanco meno soporifera – benché più carente sul piano della sintassi – rispetto a quella dell’autore che firmò tale opera. Ma oggidì la narrativa di largo consumo paga ancora decentemente.

– Orbene?

– E allora sia, combattiamo.

– Ottimo (si volta verso il suo immenso esercito) Presto, uccidiamo ‘sti poveracci e impadroniamoci dell’universo onde tramutarlo in luogo di tirannia e dolore eterno!

– Un momento, siamo solo al comincio della narrazione in una lunga saga avventurosa ambientata in un Medioevo posticcio intriso di riferimenti al misticismo celtico. Non avrete per caso l’idea di debellarci subito, massacrandoci già al primo capitolo con alabarde e spade?

– Veramente avremmo con noi anche balestre, onagri, mannaie. E siamo pure cannibali e satanisti, e al termine dei conflitti in genere torturiamo i prigionieri per ore, prima di squartarli. Ma orsù, avanti, mica staremo qua ancora a perder tempo, il lettore già si annoia!

– E infatti ecco che noi giochiamo la carta della sorpresa: un trucco magico ci donerà la vittoria insperata. Per ottenere tale incantesimo ci vediamo peraltro costretti ad evitare la battaglia (scusateci tanto, non vogliatecene) e intraprendere un lungo viaggio attraverso lande sconosciute rigogliose di una natura ostile. Saremo guidati da una principessa amazzone, o da un negromante cieco, o da un drago, o da tutti e tre costoro, adesso ci pensiamo e decidiamo.

– Codardi. E noi vi inseguiremo, vi daremo la caccia sino alla morte. A ciascheduno di voi ancora vivo mangeremo i visceri, e poi regneremo su questo pianeta grazie al potere dell’odio. Avanti, alle armi.

– Eh no, peccato, il libro è finito.

– Come finito? E le stragi? Le guerre? I massacri di innocenti? L’impalamento di vergini minorenni?

– Suvvia, siamo solo il primo volume di una saga, un ciclo composto da diversi romanzi: potrete impegnarvi in questi nobili obiettivi nel prossimo episodio.

– Ma quale prossimo episodio. Siamo qua da duemila pagine è ancora non successo niente!

– Appunto. Secondo voi come potremmo tirare avanti per altre ventimila?

Dall'ontologo

Siccome non mi sentivo tanto bene, sono andato dall’ontologo, il medico dell’essere.

Entro nel suo studio: il luminare medita.
Indossa il camice bianco. Al collo ha lo stetoscopio per auscultare l’anima. Siede severo dietro una scrivania sgombra di fogli. È impegnato non a compilare certificati, bensì a pensare, assorto, dimentico di ciò che lo circonda. Ha gli occhi chiusi.
Poi si risveglia e con un gesto sacro mi invita ad accomodarmi:

– Dottore, non mi sento tanto bene.

– Buonuomo, la prego, formalizzi i momenti di antitesi e le relazioni che tra essi intercorrono cogliendone il sistema logico.

– Non ho capito.

– Esprima pure le proposizioni triadiche e rappresenti il sé attraverso i contesti determinati nella realtà strutturale.

– Eh?

– Insomma, si spieghi meglio, perdiana!

– Sì, mi perdoni. Dicevo: ho il male di essere. Mi fanno male l’intelletto e soprattutto lo spirito.

– Bene. Ora però mi specifichi il processo acritico con le imputazioni di un dominio concettuale e riduca il divergere del fenomeno oggettivo al suo sostituente concreto.

– Non ho capito.

– Stia più attento quando le parlo! Ribadisco: levi la maglia e si sdrai sul lettino.

– Ah, certo, certo.

– Prenda un bel respiro e dica “L’insormontabilità dell’identità atemporale sul legame tra condizioni fluttuanti al servizio di proprietà delle istanze analitiche…”

– Coff… coff… L’insormontabilità del temporale… coff… analitico…

– Non ci siamo. Per favore, estragga il transeunte dal dualismo assoluto dello sviluppo dialettico, e lasci emergere l’ethos dall’esercizio empirico dell’apriorità in termini modali.

– Cosa?

– Mi ascolti, glielo ripeto: mi mostri la lingua.

– Aaaaaaaah…

– Bravo. Ex falso quodlibet, caro mio: ho individuato la trascendenza nella dinamica contingente alla sperimentazione delle analogie necessarie declinate dall’essenziale fondamento conoscitivo pervaso dalla positività implicita rigenerata.

– Cioè?

– In parole povere, le prescrivo queste pastiglie. Prenda due volte al dì, a stomaco vuoto. Ecco la ricetta. Tenga.

– Ma scusi: qui sopra, a parte la sua firma, non c’è scritto niente. Manco una parola.

– E ci credo: si tratta di un farmaco metafisico.

– Sarebbe?

– Queste pastiglie non esistono, nel mondo del sensibile.

– Ah.

– Però costano care, ohimè. Un valore incommensurabile. Mi raccomando, assuma il Nulla, ovvero l’Infinito, due volte al giorno. La mattina appena si sveglia e la sera prima di coricarsi.

– Ma…

– Presto, vada in farmacia, prima che chiuda. Avanti il prossimo!

L’invenzione dei libri e dei giornali nel III millennio dopo Cristo

La scena si svolge in un universo parallelo, su un pianeta del tutto identico al nostro, in una società del tutto identica alla nostra, l’unica differenza è che lì la stampa non è stata ancora inventata (eppure gli umani vivono bene lo stesso) mentre internet esiste come da noi:

– Allora, per prima cosa dobbiamo trovare un bosco.

– Un bosco?

– Sì, un bosco bello grande. Con tanti alberi: li sradichiamo tutti e poi li tagliamo a fette.

– Mmm… e poi?

– Poi mettiamo queste fette di legno sui camion o sugli aerei – dipende da dove si trova il bosco, da quanto è lontano – e le trasportiamo qui da noi in città.

– Continua.

– Le fette devono essere molto sottili. Tipo il prosciutto cotto del mio salumiere, anzi, ancora più fini. Su ognuna di esse, grazie a enormi macchine industriali, incidiamo i testi di storie inventate o di notizie.

– D’accordo, ma poi cosa ci combiniamo con ‘sta roba?

– Poi dobbiamo cucire le fette con filo e graffette di ferro, in modo da ottenere raccolte molto lunghe di testi, consultabili a mano. Chiameremo questi oggetti con il nome di “libri” quando molte pagine, o di “giornali” quando ne hanno poche.

– “Libri”. “Giornali”. E dopo?

– A questo punto di nuovo carichiamo tonnellate di codesti materiali, così trasformati, su aerei, treni, navi e autocarri diretti in tutto il mondo e recapitiamo le parole impresse sulle fette di legno in appositi negozi, dove chi vorrà potrà acquistarle. Oppure consegnamo le nostre creazioni a casa delle persone per posta, in modo che costoro possano goderne.

– E se ne nessuno compera le fette cucite?

– Andremo a riprendercele, sempre utilizzando furgoni o altri mezzi di trasporti, e poi le porteremo in un luogo isolato dove tenteremo di riutilizzarle in qualche altro modo. E se, come è probabile, non ci riusciamo, le bruceremo.

– Mi sembra un modello economico costosissimo e totalmente folle. Perché dovremmo mettere in piedi tutto questo casino?

– Bé, per permettere alla gente di leggere ciò che noi scriviamo.

– Ho capito, ma non facciamo prima a usare Internet e questi arnesi elettronici e digitali che ci sono già adesso? Spenderemmo molto meno in benzina, segherie, spedizioni, francobolli, corrieri, e in più eviteremmo di deforestare interi continenti.

– Uhm, hai ragione, sarebbe una pazzia…


Intervista al sig. Prolisso

– Buonasera cari signori e benvenuti al consueto appuntamento con l’intervista: oggi è nostro ospite il signor Prolisso, un tipo abituato a parlar parecchio e inutilmente, con gran perdita di tempo per sé e per chi l’ascolta. Ma eccolo qua, un bel applauso!

– Grazie grazie, troppo gentili, troppo generosi, il piacere è tutto mio, e giustappunto mi sovviene di…

– Stop! Caro signor Prolisso, si tratta di un’intervista sperimentale: infatti eviterò di farle domande, in modo da non dare spazio alle sue troppo lunghe risposte. Insomma, l’intervista finisce qui. Arrivederci.

– Amico mio, capisco il suo arguto stratagemma e mi adeguo volontieri alla richiesta di silenzio, lasci però che prima di andarmene le spieghi in maniera molto ma davvero molto breve – glielo garantisco – quanto lei già sospetta: sono del tutto d’accordo con lei, pure io detesto parlar troppo, infatti me ne astengo volentieri e assai sovente, soprattutto quando dormo, e…

– Sì sì ma ora basta per cortesia.

– Ha ragione, la concisione è fondamentale, come ho pure dichiarato a pagina quattrocentoventi del mio Trattato contro la verbosità, vol. VIII: a tale proposito vorrei sottoporle un aneddoto di sostegno alla tesi sulla virtù della sintesi: ieri sera con mio cognato, cioè il fratello di mia moglie, eravamo in pizzeria, non so se ha presente quei luoghi ove s’infornano impasti piani spalmati di pomodoro e mozzarella, il famoso formaggio originario del nostro meridione – per inciso si trattava di una pizzeria notevole sia per prezzi sia per qualità della birra chiara alla spina servita in boccali, le darò l’indirizzo, perdoni la digressione ma so per certo di darle una notizia essenziale: la quattro stagioni senza origano è buonissima, e comunque per farla breve ero lì con questo mio cognato, la cui sorella per mia fortuna ho sposato molti anni fa, e io stavo illustrando con dovizia di dettagli i motivi del… Aspetti, ho perso il filo, qual era la sua domanda?

– Veramente io non le ho mai domandato nulla.

– Ah, non era mio intendimento annoiarla: come dice il proverbio (la saggezza dei motti popolari, vivaddio!), “un bel tacer mai fu mai detto”, e comunque in onore di questo motto mi azzittirò, ma solo dopo averle tuttavia ricordato in modo succinto l’episodio occorsomi proprio stamane in piazza Cristoforo Colombo, il celebre navigatore ligure giunto per caso nelle Americhe: ero lì alla fermata dell’autobus sette barrato, come sempre in ritardo – il malfunzionamento dei mezzi pubblici in questa città è una vera iattura, non trova? – e stavo intrattenendo un tale mai visto prima con il mio monologo preferito, quello dedicato alla vicenda di cui anche lei certo avrà letto di recente sulle pagine dei giornali, ma sì, quei fogli di carta su cui ogni dì vengono stampate parole ai fini della distribuizione nelle edicole sui viali, e insomma senza esserne interpellato riferivo a costui l’incresciosa questione de…

– Non le ho chiesto alcunché e lei già da un quarto d’ora straparla senza sosta.

– Esatto, ha indovinato: proprio così mi si è rivolto l’interlocutore, un uomo sulla cinquantina con baffi neri, naso né lungo nè corto, cappello in testa, abiti civili, toni sgarbati: in quel preciso istante di intuizione fulminante ho compreso il pericolo della logorrea specie quando indesiderata, e quindi, pentito, ho abbandonato quel signore con mille scuse e mi son recato presso casa mia, un appartamento ammobiliato dove con mia malcelata sorpresa era ancora presente la filippina, una brava persona, di mezza età, nativa di un arcipelago asiatico (coelum non animum mutant qui trans mare currunt, avrebbe aggiunto il poeta) ed ella di norma viene a stirare da me nei giorni feriali dispari che principiano con la lettera emme cioè il mercoledì, e perciò non ho potuto evitare di imbastire una conversazione con costei, donna peraltro di per sé abituata al silenzio essendo completamente ignara della lingua italiana, quando accade il fatto imprevisto…

– Senta, non mi interessa, la smetta!

Certo, certo, non divaghiamo, sto per terminare, porti pazienza ancora qualche secondo, vengo subito al sodo: per farla breve, una volta, tanti tanti anni fa, mio nonno…

Intervista a un cetriolo

– Benvenuti al consueto appuntamento con la rubrica di salute e benessere, oggi abbiamo con noi in esclusiva un ospite eccezionale, il personaggio più discusso e noto del mondo. Signore e signori, un bel applauso per il cetriolo.

– Grazie, grazie, troppo gentili.

– Carissimo cetriolo, la sua carriera di alimento attraversa un momento difficile, lo confessi.

– Sono innocente, lo giuro. È stato persino dimostrato. Ho fiducia nella giustizia. Piuttosto chi se la passa male sono i germogli di soia, o la lattuga, quella zozzona.

– Non faccia la gnorri, stamane ero al supermercato e ovunque c’erano ceste colme di cetrioli invenduti. Il prezzo è in discesa, fra un po’ lei verrà regalato, ammesso che qualcuno ancora la voglia.

– Si tratta di una calunnia, probabilmente un complotto della frutta cotta o dei farinacei.

– Creda, mi considero un suo convinto sostenitore, l’ho sempre gradita, in insalata e sottaceto.

– E allora per quale motivo, mentre mi parla, indossa una tuta isolante, quella mascherina sul viso e dei guanti?

– Giusto, me li levo. Abbia pazienza, circolavano certe voci su di lei…

– Il mio problema è che non sono buono da bollito, e voi sciocchi umani, con l’aria che tira, evitate noialtre verdure crude. Però ho la buccia a proteggermi, questo dovrebbe rappresentare un vantaggio.

– Temo non basti. Forse dovrebbe rassegnarsi a perdere il ruolo di commestibile e dedicarsi ad altro: ad esempio, si riteneva che una volta tagliato a dischetti e posizionato sulle palpebre chiuse, lei potesse guarire le borse sotto gli occhi.

– Ahimè, oramai gli avventori mi detestano, nemmeno per quell’uso gli vado bene.

– Oppure come carburante, o concime.

– Troppa acqua, piaccio solo a tavola.

– Suvvia, è solo un periodo sfortunato, la gente dimentica. Ha visto già cosa successe, anni fa, alle bistecche o al pollame: li si dava per spacciati, invece ora sembrano in auge più che mai.

– Comunque mi sto organizzando per lottare. Combatterò. Da qualche giorno pratico esercizi per imparare a resistere. Chissà, potrei imparar ad aggredire fisicamente la massaia qualora provi a buttarmi in pattumiera.

– Sé, buonanotte. Mai visto nulla di più inerme di lei, caro amico.

– Io sono sano, perdìo, lo dice pure il giornale! Perché nessuno mi vuole più? Avanti, dia un segnale al suo (poco) pubblico: mi morda.

– Mmm… e se poi mi sento male?

– Ma le ho appena detto che sono innocuo! E lei pareva dalla mia parte.

– Non mi fido, o cetriolo: cosa sono quei bozzi sulla pelle?

– Li ho sempre avuti, da millenni.

– Può esibire un certificato medico? Sa com’è, nel dubbio.

– Suvvia, mi condisca, con pomodori insalata e olive, magari qualche carota grattugiata.

– Ah ah, bravo, così poi finisco ricoverato all’ospedale.

– Ancora? Le proibisco di diffondere queste menzogne. Forza, mi assaggi.

– Davvero, come se avessi accettato. Bene, è ora di andare a pranzo ma non con lei, l’intervista finisce qua, io la saluto e le auguro di non estinguersi.

– Ma vaffanbagno, scusi! Tocco ferro.

– Arrivederla, e coraggio.

Intervista a un grande scrittore

– Cari lettori, bentornati al consueto appuntamento con la rubrica culturale. L’ospite di oggi è uno scrittore. Ma uno scrittore speciale. Tutte le riviste accolgono sulle loro pagine scrittori famosi, autori da milioni di copie. Noi invece amiamo distinguerci, e per questo abbiamo con noi, in esclusiva mondiale, lo Scrittore Sconosciuto. Un bel applauso!

– Grazie, grazie.

– Caro Scrittore Sconosciuto, siamo entusiasti di averla qui. È la prima volta che lei compare sugli schermi. Ci dica, come va la sua carriera?

– Benissimo, ho appena terminato il mio nuovo romanzo. Pure questo non lo vuol pubblicare nessuno, ma solo perché gli editori oramai sono dei luridi ipocriti asserviti alle regole del mercato. È una vergogna. Anni fa si distribuiva la cultura per il puro piacere di elargirla. Oggidì si contano i quattrini e basta. Ma a me importa poco: vivo per l’arte, mica per la fama. Per me la scrittura è un bisogno fisico, come mangiare, bere e defec…

– Si fermi pure, amico scrittore, abbiamo capito. E ci dica, il suo agente letterario si ritrova in queste opinioni sulla gratuità dell’arte?

– Di agenti letterari ne ho tre, e al momento sono tutti e tre in vacanza ai Caraibi, credo a mie spese. Ma le ripeto: il successo non è il mio obiettivo. Io scrivo solo per nutrire la mia creatività. Di tutto il resto me ne disinteresso.

– Sante parole, caro scrittore! Viva la letteratura! Però, ci tolga una curiosità: lei come fa a campare? Ha qualche mestiere vero che le consente di pagarsi le bollette e i pasti?

– Figuriamoci, io sono uno scrittore, è questa la mia unica professione, non ho tempo per altre attività. Sono troppo concentrato nella scrittura delle mie opere – opere che nessuno legge ma vabbè, peggio per lui, non sa cosa si perde. Quanto al mio sostentamento, cosa vuole, per fortuna sono ricco di famiglia: sto dilapidando il patrimonio dei miei genitori. Ma per una buona causa, beninteso.

– E bravo il nostro Dostoevskji incompreso, che non si perde d’animo!

– Veda, i lettori sono dei gran rompiscatole: quando comprano un libro, poi pretendono pure di rimanerne soddisfatti. Sono perfino capaci di lamentarsi, magari di criticare, recensire in maniera negativa, parlarne male agli amici. Viceversa io mi ritengo un artista, un narratore di fantasie. Uno spirito libero. Volo alto, indifferente alla banalità volgare dei gusti non miei.

– Ben detto, o Vate, ben detto. Lei non deve piacere agli altri; sono gli altri, casomai, a dover imparare ad apprezzarla, perdiana. Prima o poi l’universo dovrà accorgersi del suo genio, mi creda.

– E intanto mi consolo: in fondo, a mio modo, merito riconoscenza. Con la decisione di sottrarmi alla pubblicazione su carta ho risparmiato sofferenze a diversi alberi, e fatica a parecchi boscaioli. Sono molto sensibile al problema dell’ambiente, sa?

– Però mi ascolti, o re della prosa, ho avuto un’idea. Mi è chiaro, della popolarità non le importa un fico secco, e ciò è bello. Ma qualora lei voglia condividere quelle parole scritte con pochi ma meritevoli intenditori che non siano lei stesso o i suoi parenti, si possono sempre cercare altre vie che escludano l’odioso meccanismo commerciale.

– Fatico a seguirla. Cosa intende?

– Mi spiego: provi qua, sulla grande Rete, che tutti accoglie e non manda via nessuno, manco gli analfabeti senza talento. Siamo tutti benvenuti, sull’internet, Maestro! Metta a disposizione il suo romanzo inedito, gratis. Magari qualche raro e competente fruitore, gente al suo medesimo altissimo livello intellettuale, passa per caso, la legge, e gradisce.

– Mi perdoni: che cosa sarebbe, ‘sto internet?

– Internet, no? Questo dove siamo adesso, caro duca delle lettere.

Ah, quella roba dei computer e dei telefonini… Ma quindi non siamo in televisione o su un quotidiano nazionale? E lei non è un affermato giornalista?

– Ma no, amico scrittore. Ma no.

– Uhm, questo cambia tutto, io avevo capito…

– Cosa aveva capito, esimio letterato?

– Niente, niente, è che… Mannaggia, ma come si è fatto tardi, devo correre a casa per produrre il mio prossimo capolavoro! A proposito, c’è stato un equivoco: le domando, anzi, le ordino di cancellare questa intervista.

– Mi spiace, o Sommo: troppo tardi.

– Troppo tardi in che senso?

– L’intervista è già finita. Cioè pubblicata. Qui, su questa pagina.