Notizia di importanza capitale per l'universo tutto

Notizia di importanza epocale per l’universo intero. Chiunque tu sia, prendi una sedia. Dunque. Ero lì bel bello, fermo al terzo semaforo sulla provinciale per Vignate Brianza a bordo della mia scattante vettura immatricolata dieci anni fa. Ascoltando musica classica barocca e guardando serafico l’orizzonte, riflettevo sulla letteratura nonché sui misteri del cosmo allorquando – all’improvviso, e senza neppure bussare – dentro il mio bagagliaio è entrato il signor Ripoli Gianluigi nato a Foggia il 03/02/1936 e residente in Pioltello Limito (Mi). Ma la cosa più spiacevole è che con lui vi aveva fatto ingresso la parte anteriore della sua automobile. Ossia una vettura la cui targa, assieme a tutti i dati anagrafici sopra elencati, ora risulta scritta in stampatello sulla constatazione non amichevole che io e il tamponante abbiamo compilato durante la sosta in una piazzola antistante il luogo dell’impatto, mentre egli si scusava tanto e io osservavo perplesso la carrozzeria posteriore deformata a causa di lui, e la confrontavo con il suo paraurti illeso.

L'intrepida allegria del cinema contemporaneo

Iersera sono stato al cinema a vedere L’intrepido, il nuovo film di Gianni Amelio, bravissimo regista seppur non esattamente specializzato nel dispensare allegria a mazzi. In questa nuova opera dell’Amelio il protagonista è un cinquantenne disoccupato cui le cose in famiglia non girano proprio benissimo: la moglie lo ha lasciato per l’amante; il figlio ventenne, depresso e isterico, lo maltratta.
Il suddetto cinquantenne disoccupato & cornuto si rivela comunque persona colta, ma al fine di tirar su qualche lira per mangiare si vede costretto a praticar mestieri molto ma molto occasionali, talora nemmeno retribuiti, quali: pulitore di bare, facchino al mercato notturno del pesce, badante, venditore di rose nelle pizzerie, spazzatore di immondizia negli stadi dopo le partite di pallone. Egli ogni sera torna nel suo misero appartamento ove vive solo e per cena si prepara il caffellatte con i biscotti. Un bel dì costui conosce una donna: lei è brutta, lui se ne innamora lo stesso, ottiene persino di incontrarla ma il lieto fine è come al solito dietro l’angolo e lei già dopo il terzo appuntamento va a casa e s’ammazza. Il Nostro si reca all’obitorio ma non lo fanno entrare, per ripicca prende abbandona l’Italia ed emigra in Albania (è tutto vero, non sto inventando nulla) a lavorare in miniera. Insomma, io e gli altri spettatori siamo usciti dal cinema talmente felici che per festeggiare tutti assieme volevamo buttarci in un fiume con dei mattoni in tasca.

Ciclista gregario in fuga da se stesso

Per la prima volta in vita mia ho utilizzato la bicicletta quale mezzo di trasporto nel viaggio da casa verso l’Azienda. Circa 8 km. Pensavo che sarei stato investito da un autotreno già al primo chilometro, o quantomeno che sarei scoppiato per infarto al secondo. E invece ce l’ho fatta: quasi incredulo, sono arrivato vivo.

Anzi, già durante la traversata ho persino cominciato a maturare i convincimenti ideologici tipici del ciclista militante: lotta dura contro l’imperialismo delle camionali, dell’industria automobilistica e soprattutto dei guidatori distratti che aprono la portiera senza guardare. Devo ancora migliorare l’attrezzatura e capire come diavolo funziona il cambio, ma nella mia qualità di esordiente mi ritengo abbastanza soddisfatto. Per il resto, si replica oggi pomeriggio, al ritorno. Oremus.

Guasto all'obliteratrice di biglietti per viaggi indietro nel tempo

Prima (e spero ultima) esperienza da viaggiatore quotidiano con le gloriose, efficientissime ferrovie lombarde. Arrivo alla gigantesca stazione milanese di piazzale del centro città. L’evidenza che un simile luogo sia deserto proprio all’ora di punta invece di brulicare di pendolari indaffarati, dovrebbe insospettirmi. E infatti. Mi reco ad acquistare il biglietto ma nell’atrio non vi sono commercianti né tabaccai o edicolanti. Non c’è nessuno. E’ un grandioso atrio completamente vuoto, ove rimbomba una canzonetta del Trio Lescano. Le macchine distributrici di biglietti sono rotte: lo dice un pezzo di cartone scritto a penna con una calligrafia frettolosa, appoggiato sopra lo schermo. Insomma, pare che l’acquisto dei biglietti non sia previsto.

Vedo in lontananza, sul fondo opposto di un corridoio, un essere vivente. Sembra un miraggio ma no, è vero, c’è vita qua dentro. Chiedo dunque a questo dipendente dell’azienda ferroviaria come possa fare per procurarmi il biglietto. Costui prima mi sgrida perché non sono stato abbastanza lungimirante da comprarlo altrove (“E dove?” chiedo io; lui tace), poi mi risponde che ci pensa lui. Ma anziché estrarre un biglietto stampato da vendermi, egli compila, sempre a penna, un fogliettino strappato da un bloc notes. Ci scrive a mano il prezzo, la destinazione, la data di partenza, e lo firma. Me lo consegna annunciando fieramente che quello sarà il mio documento di viaggio. Resto sbalordito. Ora sono al binario, da solo. Il treno risulta in ritardo di 35 minuti. Forse si tratta di un viaggio non verso luoghi ma verso altre epoche, per l’esattezza verso l’Italia del 1947.

Ostentazione del benessere e condotta dei vicini di casa nelle società economiche sudeuropee del XXI secolo

Il mio vicino di casa, giovane miliardario abbronzato è tuttavia vittima della sindrome di Tourette, almeno nelle sere d’inverno e durante le partite di calcio dell’Inter. Di giorno risulta impeccabile nel vestire quanto cafone nell’atteggiamento, allegro conversatore, elegantemente screanzato come sanno essere gli italiani del Nord. Un normale cretino, ma benestante e capace di risultar gradito ad alcuni, e ad alcune, diciamo. Di notte però si trasforma. Urla dalla finestra frasi incomprensibili, frammiste alle bestemmie, parolacce, grida di aiuto, guaiti da cane, insulti in dialetto (diretti a chi? A sé, a noi, ad altri? Ai fantasmi? Boh).

A prescindere dalla sindrome di Tourette (su cui peraltro bisognerà ritornare, è chiaro) ci si domanderà per quale motivo un miliardario  viva nel medesimo stabile di periferia ove abito io. Ecco: non lo si sa. Si tratta di un fenomeno inspiegabile. Alcuni ritengono che costui finga di essere abbiente nei costumi e nell’apparenza ma non lo sia nella cruda, segreta realtà dei conti in banca. Altri adducono la sua scelta di ricco ereditiere nel volersi accompagnare con noi quasi pezzenti di periferia a una mera necessità di suscitare la nostra invidia verso i lussi che egli ostenta.

Ignora egli che noialtri suoi vicini di casa lo detestiamo. Ma non per via degli agi o dei pavoneggiamenti, figuriamoci. Lo detestiamo perché grida bestemmie e implorazioni d’aiuto proprio di notte, quando sarebbe ora di dormire.

Evviva, ho ricevuto una cartolina postale, e siamo nel 2013

Rientrato allo cittadino ostello, sono corso a vedere la cassetta della posta. No no, ma quale email, per favore. Intendo proprio la posta, la fessura fisica al pianterreno, ove si infilano le lettere. Ogni condomino ne possiede una, e io, modestamente, ho la mia.

Ora, non so dire se sia stata nostalgia o demenza, più probabilmente la seconda, comunque mi aspettavo, chissà perché, che la cassetta contenesse cartoline. Cartoline per me. E dunque ho aperto lo sportello con la chiave, ho frugato nel buio dell’incavo. All’incomincio ho percepito soltanto il vuoto, e la delusione. Nessuno mi aveva scritto.

Poi sì, in effetti la mano ha toccato qualcosa. E sembrava essere proprio una cartolina.

Non una busta o una bolletta, davvero una cartolina, con la patinatura della foto.

Allora con commozione l’ho estratta da là dentro. Era una bella cartolina spedita da un luogo incantevole ed esotico, mi pare. E le parole del mittente erano tese, affettuose, gonfie di sollecitudine nei confronti di me destinatario. La stringevo al petto, mirandola e sorridendo lagrimante per il desiderio esaudito.

Eppure la firma non la riconoscevo, la grafia lo stesso. Come mai? Chi sei tu o ignoto latore di amicizia da continenti lontani?

Ho guardato l’indirizzo, ed ecco. Era errato. Non era per me. Il postino aveva sbagliato a imbucare.

Amicizia fra un drammaturgo ungherese naturalizzato italiano e un celeberrimo etilista ceco (senza la i)

So che questa notizia non scuoterà la coscienze, ma la prefazione di Giorgio Pressburger a Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal mi ha piacevolmente stupito, più del romanzello che la segue. In essa si narra la curiosa amicizia tra i due.

Pressburger incontra il famoso romanziere ceco Hrabal per la prima volta in un ristorante a Roma. Per puro caso vede da lontano il suo idolo, e così decide di vincere la timidezza, di andare a domandargli un autografo. Benché i due non si siano mai visti in vita loro, Hrabal sorprendentemente accoglie lo sconosciuto come un fratello. Lo invita al suo tavolo, gli offre la sedia e pure il pranzo. Si confida con lui, gli domanda come stiano i suoi cari. Pur di spiegarsi in modi comprensibili, prova chiacchierare in tre diverse lingue: dapprima in francese, quindi in un italiano stentato e infine, chissà perché, in russo, di cui il suo interlocutore non capisce un tubo, seppur dissimulando con i gesti e il viso per gentilezza.

Alla fine Pressburger rimane impressionato da tante benevolenze: la cordialità si esprime nella conversazione ma anche nelle pacche sulle spalle, negli abbracci che Hrabal dispensa al suo nuovo amico.

Hrabal si dilunga per ore nel raccontare i fatti suoi. Rapito dalla concitazione dei discorsi e forse anche dal vino (tre bottiglie di rosso più una di amaro) egli non si accorge neppure dell’ora tarda, né dei camerieri che vogliono sparecchiare, pulire e cacciare via questi ultimi clienti tanto allegri.

Pur di permettere la chiusura del locale, Pressburger promette a Hrabal di andare a trovarlo a Praga molto presto, al fine di restituire la cortesia e confermare la neonata e già esuberante amicizia; Hrabal dal canto suo vuole a ogni costo poterlo ospitare a casa propria, e su un foglietto segna indirizzo e numero di telefono del appartamento praghese.

La fraterna amicizia tra Hrabal e Pressburger in realtà finisce quella sera. Due mesi dopo Pressburger va a Praga apposta, pieno di speranze, ma una volta giunto sotto casa dell’amico non riesce manco a ottenere che gli si apra il portone. Hrabal, al citofono, sostiene di non conoscerlo. Non ricorda alcun amico italiano, né il ristorante romano, e comunque non intende esser seccato. Anzi, quando l’ospite poco gradito prova con garbo a sollecitare la memoria, lui si incazza e minaccia di chiamare la polizia. Poi ordina alla servitù di scendere in strada a picchiare il molestatore, o almeno di appostarsi sul balcone per prenderlo a secchiate d’acqua in testa.

C’è poi un terzo incontro fra i due ma le cose vanno ancora peggio. La prefazione termina così, senza che i due abbiano l’opportunità di rivedersi. Poi comincia il romanzo, visionaria storia di colla, mastelli e parole, idealizzata da un grande narratore con il vizio spietato dell’etilismo. Ma la prefazione è meglio.

Orazione funebre al signor Augusto detto Pagliaccio

Signore e signori, vola per le osterie una triste notizia: il signor Augusto, detto Pagliaccio, s’è dipartito, involato deceduto: è morto. I suoi pochi amici e i suoi molti creditori piangono l’immatura scomparsa avvenuta a soli duecento anni d’età. Non si poteva dire bello, non si poteva dire intelligente, non si poteva dire niente su di lui perché ad ogni più piccola osservazione replicava lanciando zampilli di saliva sulla faccia. In questa triste occasione dovrei fare un discorsetto sulla natura del trapassato in modo da far restare un buon ricordo di lui: amici carissimi, l’impresa è disperata. Come faccio a parlarne bene? È difficile trovare un solo episodio in tutta la sua sgangherata esistenza che ci potrebbe far dire “ma in fondo era un bravo figlio”. È sempre stato un buono a nulla, un pigro, un ubriacone, attaccabrighe, scansafatiche, disonesto nel giocare, infido nelle amicizie, tormento del padrone di casa e dell’esattore della luce. Piangiamo tutti la tragica notizia che egli sia morto solo adesso anziché nel momento in cui l’ostetrica ha detto “è un maschio”. Nella sua lunga e deplorevole esistenza si è dedicato ai secchi d’acqua in faccia, uova rotte sul cranio, pennellate di sapone nella bocca. Suonava il trombone coi piedi e ballava il tango con le orecchie. Faceva ridere i bambini e piangere i propri figli. Io, nella mia qualità di Clown Bianco e suo fraterno nemico, ho cercato in ogni modo di impartirgli una civile educazione a base di legnate sulla testa, pestate sui piedi, cazzotti sulla nuca. Ma l’Augusto Pagliaccio, ribelle ad ogni consiglio, ha continuato la sua turpe carriera di grottesco ubriacone imperterrito fino a crepare (…). Egli non è più. Ma per fortuna rimango io. Piangete, fratelli, se volete; per mio conto ho già pianto fin troppo, quando lo dovevo sopportare al mio fianco, sulla pista del circo.”

(monologo del Clown Bianco da I Clowns, regia di F. Fellini, 1970)

Soluzione all’enigma del lupo, del cavolfiore e della pecora

Il testo che segue contiene la soluzione del famoso quesito di logica circa il lupo, il cavolfiore e la pecora trasportati in barca da una riva all’altra di un fiume senza che si mangino fra loro.  Se non hai capito di cosa si stia parlando, ecco un breve riassunto della questione prima di passare a risolvere l’enigma.

 

Dunque. Conosciamo meglio i personaggi. Innanzitutto, il barcarolo. Un signore agreste, uomo di campagna, rematore. Di mestiere trasporta oggetti, bestiame o umani oltre il fiume (non esistono ponti, in ‘sto paese: son tempi grami, e pochi sanno nuotare). Gli aspiranti passeggeri, oggi, sono tre: un lupo, una pecora, un cavolfiore (probabilmente non si sono presentati alla partenza da soli: è difficile che una pecora, o un lupo, o un cavolfiore, soprattutto, si rechino, in autonomia, alla biglietteria dei traghetti o alla fermata dell’autobus, insomma qualcuno, si presume, avrà incaricato il vettore cioè il barcarolo di provvedere al loro trasporto, ma non divaghiamo) – dicevamo, i tre passeggeri sono pronti, ma sorge un problema di logistica e di logica: il battello è di ridotte dimensioni. Talmente ridotte da non permettere lo spostamento in un’unica soluzione dei viaggiatori. Il barcarolo può quindi trasferire solo uno dei tre alla volta. E sin qui non ci sarebbe nulla di male, a parte la seccatura di dover far avanti e indietro. Però: occorre anche prestare attenzione a cosa combinano i due passeggeri rimasti soli mentre il barcarolo è in acqua con il terzo.

 

Mi spiego meglio. Infatti se il barcarolo si muovesse, al primo giro, in compagnia  del lupo, nel frattempo, a terra, vedrebbe la perdita quasi certa di uno dei suoi tre clienti, ossia il cavolfiore, di sicuro mangiato dalla pecora nell’attesa del turno. Se invece il barcarolo scegliesse di far salire a bordo, per primo, il cavolfiore, ebbene, nel contempo, sull’arenile, il lupo mangerebbe la pecora. L’obiettivo è quindi di ideare un modo per avere i tre sani e salvi sull’altra sponda del fiume, evitando accoppiamenti pericolosi per la pecora e il cavolfiore, entrambi commestibili. Ma come?

 

La cosa migliore sembra essere: prendere a bordo la pecora, per prima. D’accordo. Ma se al secondo turno  la si lasciasse raggiungere, alla stazione d’arrivo, dal cavolfiore o dal lupo, saremmo daccapo (qualcuno si ciberebbe del compagno di viaggio più indifeso o più gustoso profittando dell’assenza vigile del barcarolo, tornato indietro a pigliare l’ultimo avventore).

 

Ecco quindi la soluzione: dapprima il nostro eroe porta la pecora sull’altra riva, poi attraversa ancora il fiume per raccattare il cavolfiore e trasferire pure lui. E a questo punto viene il bello, il colpo di genio del villico: una volta condotto alla meta la verdura, con gran destrezza e rapidità egli imbarca ancora la pecora, e la riporta alla partenza! Qui il nostro genio lascia salire il lupo, ma non prima di aver fatto scendere la pecora. Nuovo viaggio verso il litoraneo traguardo ove scaricare il lupo che raggiunge l’amico cavolfiore (i due possono convivere ignorandosi, il lupo non si alimenterà del cavolo e questi, il cavolo, con generosità risparmierà la vita al lupo). Adesso il barcarolo  effettua l’ultimo guado, va a prendere la pecora e la porta di là. Risultato, raggiunto, i tre son vivi e felici dall’altra parte del fiume: finalmente possono pagare il biglietto e poi sbranarsi fra loro. Ma… (continua?)