Sulla partecipazione di John Cage a "Lascia o raddoppia" in qualità di esperto di funghi

Vale la pena ricordare ancora una volta che nel 1959 l’immenso John Cage, compositore di musica d’avanguardia estrema, partecipa a “Lascia o raddoppia” come concorrente esperto di funghi. Durante le trasmissioni Cage esegue anche alcuni pezzi del suo repertorio. Nella foto mostra a uno scettico Mike Bongiorno gli strumenti musicali che userà nel prossimo brano: una vasca da bagno, due radio a transistor, un frullino, un pianoforte, un gong, un bollitore elettrico.

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Lofoten

L’arcipelago delle isole Lofoten si trova in capo al mondo, sul tetto più settentrionale d’Europa, al di là del circolo polare artico, e tuttavia resta lambito dall’ultimo soffio caldo della corrente oceanica in arrivo dal golfo del Messico. Nonostante siano quasi al polo Nord, quelle isole verdi godono di un clima gentile. Nella bella stagione si arriva perfino a ventotto gradi, e la gente gira in maglietta o in costume da bagno. Molti vengono qui in vacanza, venticinquemila persone ci abitano tutto l’anno.

 

Le Lofoten sono famose anche per il manifestarsi del sole in orari notturni: a quella latitudine, il giorno, d’estate, dura per mesi interi, senza mai calare in un tramonto.
Viceversa, d’inverno, il buio copre tutto l’arco della giornata, e il sole non si degna neppure di sorgere.
L’altro fenomeno curioso, ben osservabile dalle Lofoten, è quello delle aurore boreali, che disegnano i loro arabeschi nel cielo. Insomma, le isole Lofoten sono un posto speciale.

 

In realtà lo dico senza cognizione, giacché in quel posto non ci sono mai stato. Nè credo che mai ci andrò (principalmente per motivi economici). Ho però visitato le isole Lofoten attraverso le mappe geografiche e le enciclopedie: un’assidua commentatrice di questo sito si firmava  appunto “Lofoten” e allora ho pensato di documentarmi sull’etimo di quella scelta. La signora Lofoten era una persona divertente, originale, dotata di un senso dell’umorismo che mi piaceva un sacco. Molto spesso tornavo a spremermi la testa qui, non tanto per pubblicare le mie scemenze ma per leggere quello che lei e gli altri commentatori, con arguzia di gran lunga sempre superiore alla mia, avrebbero scritto in risposta. Ancora oggi, questo gioco sembra l’unica esca per l’indolenza.

 

Per rappresentare alla signora Lofoten la mia ammirazione, le avevo anche inviato un regalo, una di quelle stupide magliette, spedita a Monreale, luogo magico ove lei abitava.
Non ci siamo mai visti: vuoi per la mia timidezza, vuoi perché Monreale, per chi come me abita a Milano Lambrate, risulta un pochino fuori mano. Per tutto il tempo ci siamo dati del lei, un segno d’affetto che riservo solo ai pochi dotati di ironia.

 
Oggi, con parecchi giorni di colpevole ritardo, apprendo che la signora Lofoten è mancata. E’ volata via, m’han detto, all’improvviso, giorni fa, verso il suo privato arcipelago celeste.
Fatico ancora a crederlo, e l’annuncio mi ha commosso, perché pur guardandola da lontano e attraverso uno strano vetro, avevo riconosciuto la signora Lofoten come una persona affine nella sensibilità.
Non so se da laggiù dove si trova adesso possa ancora consultare queste righe; ma se per incanto sì, se per caso potesse, vorrei che accettasse un emozionato ringraziamento per tutti i sorrisi che le sue parole, scritte qui, sui fogli, mi hanno regalato in questi lunghi anni. Soltanto per leggere una di quelle sue parole, cara Lofoten, è valsa la pena che io abbia perduto tanto tempo qua sopra.

Lapalisse

Basta un piccola svista, a rovinare per sempre la reputazione di una persona. Se però la svista, il refuso, viene commesso da altri, allora la cosa risulta ancor più seccante.

Di Monsieur de Lapalisse mi ero fatto un’idea del tutto sbagliata, l’avevo sempre figurato come un borioso aristocratico del Settecento, famoso a corte per l’inconsistenza dei suoi discorsi pieni zeppi di ovvietà. Un tipo con parrucca a boccoli, cipria sul naso, nei finti, aria presuntuosa del cretino che non sa di esserlo e di nascosto viene preso di mira dagli altri nobili del salotto, pronti a darsi di gomito e occhiate di intesa quando lui, “quello scemo di La Palisse”, come lo chiamavano fra loro, prendeva la parola. “Ecco, comincia lo spettacolo, chissà quante minchiate dice oggi.”

Avevo anche immaginato la sua fine, sul patibolo della rivoluzione. Prima di accomodarsi alla ghigliottina, sconvolto, avrebbe pronunciato la sua ultima, solenne fesseria in pubblico, suscitando l’ilarità della piazza.

Nulla di più inesatto. In realtà Jacques de Chabannes signore di La Palisse (o La Palice) visse due secoli prima. Non era di sangue blu, ma fu un militare di carriera, giunto al grado di maresciallo, e si guadagnò il titolo nobiliare come compenso. Appena c’era una guerra, il re di Francia lo spediva al fronte. Di solito La Palisse andava, pigliava un sacco di botte e se ne tornava a casa, malconcio. A volte però vittorioso.

Per quarant’anni e passa praticò il mestiere della battaglia. Poi, un brutto giorno, l’epilogo: nel corso di un assedio a Pavia, il valoroso Lapalisse si becca una lancia in testa e ci lascia le penne.

A questo punto, dopo la sepoltura d’onore, doveva essere inciso l’epitaffio, il verso dell’ode funebre dedicata dai soldati. Ma il marmista forse aveva poca dimestichezza con l’ortografia, oppure era un uomo distratto, o spiritoso. Così, anzichè scolpire le parole “Monsieur de La Palisse, se non fosse morto farebbe (con la effe) ancora invidia” (envie, in francese) scrisse “sarebbe ancora in vita (en vie).

Puoi anche aver vissuto come il più coraggioso combattente di tutti i tempi, ma se sulla tua tomba si legge una scemenza come “Non fosse morto, sarebbe ancora in vita”, allora il destino della tua memoria sarà uno solo, quello di essere preso per il sedere, in eterno e sempre. E così accadde.

L’ingenuità della sua lapide suscitava più risate che lacrime o saluti marziali. Un secolo dopo, il poeta e letterato Bernard de la Monnoye intitolò a Lapalisse una canzone dove lo dileggiava come campione per antonomasia della banalità e dello scontato. Il brano ebbe gran successo. Da allora in avanti, e per il resto della Storia, il defunto maresciallo verrà ricordato soltanto per l’aggettivo cui diede la vita senza volerlo.

La macchina per lavare i piedi

Nel capitolo V di Il cappotto di astrakan di P. Chiara, in poche righe accade un fatto increscioso: siamo a Parigi, nel 1946 a Parigi, e Maurice Lenormand inventa la macchina per lavare i piedi. La scoperta trattata in maniera sommaria dal Chiara merita un approfondimento.

L’intuizione fulminante aveva colto Lenormand una mattina, in bagno, proprio al momento della toilette: l’attività di detergere i piedi gli risultava affatto semplice. L’inventore osservò che i piedi si trovano troppo lontano dalle mani (come dargli torto) per cui è molto più facile lavarsi la faccia rispetto a un piede. Per pulire i piedi occorre piegare il corpo in posizione scomode, pensò, oppure sedersi in modo da poter allungare le braccia arrivino fin laggiù. Lavarsi i piedi può essere anche pericoloso.

E tuttavia, rifletteva ancora il Lenormand, i piedi hanno un’altra caratteristica: al contrario delle mani e della faccia, essi se ne stanno tutto il giorno protetti dentro le scarpe, talora perfino nelle calze. E perciò, chiusi in quel involucro, sudano, o comunque talora sviluppano un odore poco gradevole. Quindi sorge necessario lavarli spesso, in particolare al termine della giornata, la sera prima di andare a letto.

Come ovviare a queste complicazioni? Siamo nel bel mezzo del Novecento, secolo di tecnologie, il mondo è un fiorire di brevetti. Lenormand progetta quindi la macchina per lavare i piedi. È certo del successo, forse ritiene addirittura di potersene arricchire.

Si tratta di un apparecchio elettrico alimentato dal tubo dell’acqua, per certi versi simile a una lavapiatti, benché in dimensioni ridotte. Due aperture consentono di inserire i piedi nella macchina. Al momento dell’accensione, i piedi vengono irrorati, e un alloggiamento preventivamente caricato, espelle il sapone liquido. Un’elica crea il movimento detersivo, poi entra in azione un getto d’aria calda per l’asciugatura. A questo punto si possono estrarre i piedi, e vagliarne il lindore, ottenuto senza fatica.

Purtroppo la macchina per lavare i piedi non fu mai messa in commercio, né costruita: prima di realizzarne il prototipo, Lenormand abbandonò la sua attività di inventore: si diede a un mestiere più redditizio, quello dei furti in appartamenti, ma ben presto finì in prigione.

Biografie romanzate di personaggi storici mai esistiti

La mattina del 20 maggio 1211 frate Stefano da Cloyes si presentò vestito da stracci al portone del palazzo del re di Francia. Era lì per consegnare alla corte una lettera di Cristo in persona.

Le guardie ai cancelli respinsero Stefano da Cloyes minacciandolo con le lance. Eppure la lettera conteneva l’ordine, firmato da Gesù, di finanziare la spedizione di un immane esercito da inviare in Terrasanta ai comandi del “latore della presente”.

Nonostante l’accoglienza scortese degli armigeri, Stefano da Cloyes non si perse d’animo: cominciò a viaggiare per l’Europa alla ricerca di volontari da arruolare. Era un buon predicatore, e l’esibizione della (falsa?) lettera funzionò come strumento di persuasione.

Stefano da Cloyes garantiva a tutti che il Mediterraneo si sarebbe aperto per lasciar passare l’esercito a piedi. Molti gli credettero. In un anno di proselitismo, il pio uomo raccolse circa qualche migliaio di persone disposte a seguirlo. Si trattava per lo più di vagabondi, soprattutto giovani e adolescenti invasati: perciò la si ricorda ancora oggi come la crociata dei fanciulli.

Le truppe giunsero al porto di Marsiglia. Qui, dalla punta del molo, Stefano da Cloyes intimò alle acque di separarsi. Lo gridò più volte, con toni e gesti solenni.

Tuttavia, fra lo stupore di tutti i presenti, il mare si rifiutava di obbedire.

Dopo un paio d’ore di tentativi eseguiti in varie lingue (latino, greco, forse aramaico) alcuni fra i giovani soldati cominciarono a dubitare del comandante, e scelsero di tornare a casa. Altri però restarono lì, ad aspettare che accadesse qualcosa. E qualcosa in effetti accadde. Ma non fu nulla di miracoloso.

Stefano da Cloyes venne avvicinato da un gruppo di mercanti. Costoro gli proposero di trasportare lui e l’esercito di fanciulli su due navi, sino alle coste della Palestina, gratuitamente. La generosità dell’offerta non insospettì Stefano da Cloyes e i suoi, che si imbarcarono cantando, entusiasti di partire.

Non sappiamo se Stefano da Cloyes fosse pazzo: di certo era uomo molto, molto religioso e molto fiducioso nel prossimo. All’altezza della Sardegna forse per le cattive condizioni dello scafo preso a nolo, forse per l’imperizia del frate improvvisatosi capitano, la nave guidata da Stefano da Cloyes colò a picco, senza lasciar superstiti, visto che nessuno a bordo sapeva nuotare.

Si salvò soltanto l’altra imbarcazione, quella più robusta, dove, guarda caso stavano anche i mercanti. Essi fecero rotta verso la costa nordafricana, dove vendettero i giovani rimasti vivi alla fiera degli schiavi.

Piccolo ritratto del mio dentista

Da alcuni mesi passi parecchio tempo in uno studio dentistico, nel ruolo del paziente assiduo.
Ho cominciato con un semplice controllo, durante il quale il dentista ha trovò un problema su cui bisognava intervenire sul nascere, prima dell’inevitabile peggioramento. Alla fine della terapia, ne ha individuato un altro, misteriosamente comparso nel frattempo, e così via. Dopo avermi guarito da un malanno, egli ne rinviene subito un nuovo da curare, anche quando a me pare di stare benissimo. Sembra che costui abbia scoperto in me una miniera, forse inesauribile: sono un vero campionario di casi d’ortodonzia che si avvicendano puntuali. Soffro ma procuro grandi soddisfazioni alla scienza.

Sto quasi più spesso sulla poltrona del martirio o in sala d’attesa che a casa o al lavoro. Gli amici a volte, quando devono comunicare con me, telefonano al dentista, nella mia seconda dimora. E il portiere e gli inquilini del palazzo ove lo studio risiede mi vedono passare tanto spesso da considerarmi uno di loro. Hanno proposto la mia nomina a membro onorario dello stabile, e insistono perché vada anche io alle riunioni condominiali.

Nelle pause fra una trapanatura e un incisione della carne viva, io e il dentista conversiamo amabilmente. Discutiamo di temi diversi (soprattutto parla lui, io fatico a esprimermi, con la bocca ferita e sanguinante al massimo emetto gemiti) ma il nostro argomento preferito sono gli antidolorifici, prodotti di cui, da quando lo frequento, faccio gran uso, a sua insaputa perché egli sostiene che anestesie e antidolorifici siano diseducativi sul piano dell’etica: suggerisce perciò di astenersi dal sollievo e sopportare.

Adesso però scusate ma scappo, ho un appuntamento con lui: ha chiamato e vuole subito vedermi; pare intenda combinare qualcosa con un molare che a me sembra sano ma a lui non lo convince mica troppo e quindi nel dubbio è meglio estrarlo. Ci sarà da divertirsi, dice.

Stockhausen istruito su Sirio

La composizione musicale più difficile da suonare di tutti i tempi è probabilmente il Quartetto per archi ed elicotteri di Karlheinz Stockhausen. Tanto difficile che nonostante la notorietà dell’autore, essa è stata eseguita poche volte. In cosa consiste? È presto detto. I musicisti del quartetto (due violini, una viola, un violoncello) si presentano al pubblico del teatro e salutano con un inchino. Subito dopo, escono di scena. Il pubblico resta perplesso. I musicisti intanto si recano al più vicino aeroporto. Ognuno di loro sale su un elicottero, che decolla.

Solo a questo punto, i quattro possono cominciare a suonare la partitura. Tutto ciò viene trasmesso nella sala da concerto attraverso gli altoparlanti. Infatti ciascun elicottero è dotato di tre microfoni: il primo per lo strumento, il secondo collegato al rotore delle pale, il terzo alla bocca del musicista, il quale – per motivi che francamente ci sfuggono – nel corso dell’esecuzione deve anche gridare dei numeri in tedesco.

L’esecuzione è resa ancor più complessa da una particolarità: caso unico nella storia di musica di gruppo dal vivo, i quattro interpreti non possono ascoltarsi l’un l’altro mentre suonano.

Il brano dura circa trenta minuti (venti minuti di musica più dieci tra partenza del velivolo e atterraggio) e fa parte di Der Licht, colossale opera di Stockhausen della durata di ben 29 ore, scritta eppur mai rappresentata per intero a causa della lunghezza e dei costi di produzione esorbitanti.

Stockhausen fu quindi un enigmista, oltre che un direttore d’orchestra e un audace innovatore. Sostenne di aver composto il quartetto in sogno, e quando gli domandavano notizie sulle sua formazione accademica, asseriva di esser stato istruito su Sirio, dove un giorno, lo giurava, sarebbe ritornato. Forse in questo momento si trova là.

Fontana

Siamo stati a vedere i quadri del Fontana, e ci sono piaciuti parecchio. Lucio Fontana, artista della metà de secolo scorso, divenne celebre per il modo innovativo con cui affrontava la tela da pittura. Fino ad allora infatti la tela era stata soltanto dipinta: con colori ad olio, al limite tempere, vernici o smalti, ma nessuno si era spinto oltre la stesura di tinte. Cosa si poteva fare, peraltro, per essere davvero all’avanguardia? Fontana primo nella storia del mondo tutto, di fronte alla tela decise di bucarla. E quindi la prese a coltellate.

Si badi: non furono mai tagli menati a caso. Fontana squarciava la tela con eleganza, quasi che i fendenti fossero pennellate. Lui nel quadro voleva scavarci, per mostrare a noi cosa ci fosse dentro. E dentro, naturalmente, poteva esserci nulla o poteva esserci tutto, dipendeva solo dal pubblico.

Tuttavia il pubblico non sempre capiva, prigioniero come al solito del banale luogo comune da "questo lo sapevo fare anche io" (bravo pirla, e se lo sapevi fare anche tu perché non lo hai fatto, a quest'ora saresti miliardario). Un giorno, in un museo di Roma, durante un’ispezione il sovrintendente notò un segno, una piccola macchia su una delle tele del Fontana. Che strano, pensò, conosco questa opera come me stesso eppure non avevo mai prestato attenzione a quella piccola chiazza scura: possibile mi sia sfuggita? Fece esaminare l’opera per vedere se effettivamente si trattasse di un segno lasciato apposta dall’autore o piuttosto di un guasto del tempo, forse una muffa.

Si scoprì che invece era uno sputo. Lo sputo di un visitatore. Qualcuno aveva voluto manifestare la mancata comprensione con un gesto atletico, centrando il quadro da una distanza di oltre un metro dietro la transenna. Fu necessario un restauro.

Sulla flagellazione dell’Ellesponto

Dicono che gli imperatori persiani dell’era ante Cristo fossero tra i più grandi umoristi della storia. Il migliore fra loro resta Serse I, sovrano altero in apparenza, spiritoso nel fondo dell’animo.

Tanto per dirne una: un giorno gli si presenta un aristocratico suo conoscente, frequentatore della famiglia reale. Costui vuole avvalersi dell’altolocata amicizia per ottenere una raccomandazione, una dispensa dal servizio militare. Con timidezza chiede quindi il favore di “non far entrare il figlio nell’esercito”. Il gran monarca ha un lampo di creatività: acconsente, magnanimo, ma aggiunge che tuttavia “sarebbe stato l’esercito a entrare in suo figlio”.

Il nobile, in un primo momento, non capisce. Poi Serse ordina di condurre il giovane sulla piazza d’armi, e di squartarlo in due, e in mezzo alle due parti fa sfilare, in parata, le truppe persiane.
La promessa, in effetti, è mantenuta.

Anni dopo, Serse si prepara a invadere la Grecia. Lo abbiamo imparato al liceo: l’invasione della Grecia a quell’epoca è il passatempo preferito dei re persiani, il loro modo di svagarsi, un po’ come una battuta di caccia nei boschi o una partita a carte.

Serse I comanda quindi di edificare un ponte di barche sull’Ellesponto, il braccio di mare che separa l’Asia dall’Europa. Ma è una gran brutta giornata, tira vento, e in pochi minuti le onde travolgono la costruzione. Fra gli uomini del re cala il silenzio.

A questo punto Serse decide che deve prendersela con qualcuno. Ma non sa con chi. L’impalamento immediato degli ingegneri non gli basta (lo vuole comunque, nel dubbio). Dà quindi disposizioni affinché venga punito anche il mare.

Comanda ai generali, increduli, di far frustare l’acqua, e di insultarla.

I generali naturalmente obbediscono senza fiatare, forse temono di finire come gli ingegneri.

Non pago, Serse pretende un ulteriore castigo: fa marchiare il mare a fuoco, come usa con gli umani che gli stanno antipatici. Nessuno del seguito osa protestare, benché la tortura di un mare a tutti sembri una gran perdita di tempo e di energie.

Si narra di Serse, riverito come un dio, sul trono di fronte al mare, da dietro le coltri del baldacchino, assista al supplizio inferto dai suoi sottoposti. Arricciandosi i baffi, sorride in silenzio.