Sogno della Terza Guerra Mondiale

Ho sognato la Terza Guerra Mondiale. Era un pomeriggio d’autunno, alla veranda sul mare a Genova. Stavo davanti alla tv con tutta la famiglia, cugini, zii, zie. Guardavamo uno di quei programmi sportivi insulsi, chiacchierando. Passa un annuncio in basso, “È iniziata la Terza Guerra Mondial…”. Stupore fra i presenti. Brusio. Poi un silenzio pensieroso.

Dalla finestra si vedono già flotte di corazzate nemiche di fronte alla Liguria, in avvicinamento.

Il Presidente

Il capo di questa aziendina (40 dipendenti) è il Presidente. Ha un nome e un cognome, ma tutti lo chiamano il Presidente, come se fosse un capo di stato. “Buongiorno Presidente!” E lui risponde, gongolando: “Buongiorno!”. I subalterni lo chiamano così anche quando è assente. “Il Presidente ha detto che..” oppure “Il Presidente pensa che…”

Il Presidente dà del lei a tutti, ma spesso chiama le persone col nome di battesimo. Specialmente le donne. “Senta, Chiara…” e Chiara: “Mi dica, Presidente!”

Il Presidente non è il proprietario dell’azienda. Ma ne è il Presidente.

Il Presidente ha più di una cinquantina d’anni. Il Presidente ha il sorriso perennemente stampato in viso. Il Presidente veste sempre in doppiopetto, e alle maniche porta grossi gemelli che paiono d’oro. Anzi: sono d’oro. Il Presidente è alto un metro e sessanta, forse meno.

Il Presidente inizia ogni discorso raccontando che la sera prima era a cena con il tale amministratore delegato, o un certo assessore, o il tale parlamentare. Non lo fa per vantarsi, no. Per carità. Lo fa per introdurre il discorso. Discorso che però, a un attento esame, non sembra avere alcun nesso logico con l’aneddoto iniziale.

Spesso il Presidente racconta che prima era a capo di un’azienda molto più grande di questa, dove guadagnava molto di più. Non si capisce perché non si sia rimasto.

Il Presidente dice delle menzogne, pur di non ammettere i propri errori. Ma Lui può farlo: è il Presidente.

Ricordo chiaramente che tempo fa, nel corso di un occasione ufficiale, il Presidente fece delle promesse ai suoi subalterni. Non le ha mai mantenute, il Presidente.

Il Presidente guida una automobile molto grande e costosa. Il Presidente, anni fa, ha smesso di fumare, perché ha avuto “un infartino, ma nulla di grave”.

Il Presidente ha voluto assumere suo nipote.

Il Presidente vuole tagliare i costi, ma ha fatto rivestire le pareti del suo ufficio con lussuose tavole in radica.

Il Presidente dice che se l’azienda non raggiungerà determinati risultati si dovrà ricorrere a tagli del personale.

El Jabida, Italia

Ricevo da amici un email con una recensione di Vivimilano (l’inserto locale del Corriere della Sera) e un perentorio invito ad una cena presso l’ignoto locale ivi recensito, “El Jabida” o qualcosa del genere. Milano, zona Ripamonti. Non lo conosco. Ma mi rivelano che “si mangia couscous e kebab”.
Bizzarrie di questi tempi: nel 20o2, a Milano, città notoriamente razzista nei confronti degli immigrati musulmani, è di moda tutto ciò che arriva dai paesi musulmani: i mobili marocchini, la danza del ventre, la cucina turca, quella nordafricana, i tessuti del Pakistan.

Distrattamente, accetto l’invito senza pensarci troppo.

Freddo. Parabrezza appannato. L’insegna si vede da lontano, c’è persino un minareto finto che si staglia illuminato. Milano, novembre 2002.

All’entrata, due statue di donne dalle enormi poppe stringono il passaggio. C’è qualcosa che non mi torna. Sulla porta a vetri campeggia un cartello: “Consumazione minima obbligatoria 10 euro”. 10 euro per mezzo chilo di ghiaccio e qualche goccia di bevanda alcolica. Anche i cocktail, come le statue di donne nude e pettorute, non hanno molto a che fare coi costumi arabi, ma la faccenda è un altra: pochi passi nel locale ed è già tutto chiaro. Ci hanno fregato. Ci stanno rapinando. Con la complicità di Vivimilano. E non possiamo scappare. El Jabida è una ricostruzione italiana di un Oriente di cartapesta, a metà tra il ristorante del villaggio turistico sul Mar Rosso e la casa di Alladin a Disneyland. Gigantografie di tramonti dune e cammelli, frotte di milanesi che tossiscono fumando il narghilè, musica americana (?), centinaia di candele, incenso. Il personale è tutto italiano, compresa la danzatrice del ventre. I prezzi sul menù fanno accapponare la pelle. Una signorina biondissima ci serve del vino rosso annunciandoci sorridente che da martedì El Jabida sarà anche “sexy bar”. Il quadro è completo. Questo è l’Oriente che piace agli occidentali. Vorrebbero che fosse tutto come al Jabida.

Ceniamo con porzioni scarse di kebab (un paio di spiedini magrissimi) e couscous. In compenso ci scoliamo due bottiglie di vino toscano. Arriva il caffè e il conto della cena. Altissimo. Gelo. Smarrimento. Orrore. Me ne torno a casa pensando a quante tonnellate di roba buona avrei mangiato nella mia trattoria preferita, alla Rondine, spendendo la metà. Di quella, Vivimilano non ha mai parlato.

La Biblioteca di Borges

“I suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò ch’è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo fedele, l’evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte…”

(J. L. Borges, La biblioteca di Babele)

Visita alla Biblioteca di Babele, pescando volumi a caso. C’è un intera parete di libri di in cui viene usato un solo carattere (l’incipit del libro della A: “Aaaaaaaaaa…”, senza spazi). Il libro bianco: solo spazi. Il romanzo di un anonimo, inedito, bellissimo. L’opera completa di Borges in tutte le lingue, comprese tutte le lingue che non esistono.

Effetti terapeutici della lettura dei quotidiani

Una collega mi racconta di un signore che aveva un gatto triste. La bestiola mostrava i sintomi della malinconia: si sentiva solo, trascurato. Allora quel signore seguì il suggerimento di una vicina e prese a leggere il giornale al gatto, per fargli compagnia.

Pare che il gatto stesse molto attento mentre dalla poltrona il suo proprietario, serissimo, leggeva ad alta voce gli articoli di politica e di cronaca. Il gatto, assorto e immobile, ascoltava. Sembrava molto interessato.

L'oroscopo

“Ma tu di che segno sei?” è una delle domande che sento sempre più spesso dai miei coetanei. Mi cascano le braccia se debbo trattenermi con chi pone quesiti del genere. Capisco subito che l’interlocutore è poco intelligente, e lo capisco senza conoscere il suo, di segno zodiacale.

“Allora? Di che segno sei?” Se me lo chiede qualcuno che non conosce la mia data di nascita, rispondo nominando il primo segno astrologico che mi viene in mente. “Lo sapevo! Infatti i Pesci sono proprio come te, sensibili, un segno d’acqua, ma la settimana prossima sarà un bel periodo per te, perché Giove…” Ma vaffanbrodo, vorrei ribattere. Ma cosa vuoi che ne sappia Giove di ciò che mi succederà la settimana prossima.

La mia capa

Sono in ufficio. Risentimento.

La mia capa è una donna di circa 40 anni, di buona famiglia milanese. Abita in pieno centro storico. Parla con una erre rotondissima, alla francese. I soldi le hanno permesso di ringiovanire: si è fatta rifare il naso, siliconare le labbra, alzare gli zigomi, correggere il taglio degli occhi e ingrandire i seni. Lo racconta lei stessa. Non ha potuto avere la bellezza, perché la chirurgia estetica non basta, a volte. Questo però non lo dice.

È una tipa nervosa, fin dal primo mattino. Mentre beve il primo dei suoi tredici caffè giornalieri e mi fuma in faccia, racconta con un sorriso finto e un po’ forzato che la sera prima è stata nel locale chic dove ha cenato nella stessa sala dove sedevano la figlia del primo ministro di questo paese. Oppure descrive con minuzia la villa dei genitori a Malindi, in Kenya. I suoi genitori, entrambi italianissimi, vivono a a Malindi, in una enorme casa con piscina e servitù. A pranzo la mia capa torna sull’argoment e mi spiega che a Malindi spesso organizza dei picnic nella savana con Flavio Briatore. Lo dice davvero. La mia capo è amica di Flavio Briatore, e anche di Naomi Campbell. “Con Flavio ci diamo del tu”, dice lei, fierissima e ilare.

Provo un forte risentimento verso lei, Briatore e pure Naomi Campbell.

Serata

Alla televisione un tipo bercia dei motivi per cui ha cominciato a fare l’attore. Sento, ma non guardo: è come un rumore di sottofondo, peraltro piuttosto fastidioso. Il mio lentissimo collegamento internet sta scaricando della musica da un computer lontano migliaia di chilometri, in Asia o America. La tv accesa ma completamente ignorata urla scemenze come se volesse farsi notare da me. Sembra quasi che il volume si sia alzato da solo. Non è allucinazione, C’è un motivo: la pubblicità. Le reclame vengono trasmesse ad un livello sonoro più alto. Lo fanno per attirare l’attenzione. E quindi, spengo.

Inizio

Diario di una persona che in una giornata di maltempo apre il suo blog. È un esperimento, non si sa come andrà a finire. D’altronde gli esperimenti si fanno proprio per vedere come andrà a finire.

Milano, Europa sudoccidentale, novembre 2002 dopo Cristo: tempo grigio, freddo, pochi soldi e idee piuttosto confuse in testa sul futuro, e anche sul presente e sul passato.