La triste vicenda di un innocente deportato dal destino

Persevero dunque nell’ordire la trama autobiografica. Mi spiace, sono cose che capitano.
Dunque ero a Genova, senza sapere di esserlo: avevo solo nove anni quando i genitori, raggianti, mi annunciarono che avrei dovuto lasciare la scuola, i compagni, le amicizie, gli affetti, i colli, il mare, l’amata e solatia Liguria per traslocare, insieme a loro, a Milano.

Nell’apprendere la notizia, restai perplesso. Non sapevo cosa dire. Mi venne fuori solo una domanda istintiva: e che cosa sarebbe, questo Milano?

E’ una grande e bellissima città – mi venne risposto – con luci, grattacieli, fabbriche, panettoni e fumi colorati nell’aria, vedrai che roba, sul tetto del duomo c’è una statua tutta d’oro della Madonna che guarda tutti e tutti protegge, persino i poveri immigrati genovesi come te e come noi.

L’argomentazione religiosa non mi persuadeva appieno. Mi fu poi spiegato che, comunque, c’era poco da protestare, dacché il babbo era stato spostato lassù dai certi signori poco simpatici (in tali personaggi malvagi, a distanza di anni, riconobbi la categoria dei datori di lavoro) e peraltro senza neppure chiedergli per favore, a dire il vero, anzi la richiesta era giunta con modi poco amichevoli, e perciò o si andava a Milano o avevamo serie possibilità di finir a dormire in istrada sotto il cavalcavia come tetto. Non capivo ancora molto di economia e di disoccupazione ma davanti a tale rilievo convenni che forse, in effetti, era meglio Milano.

Un dì fui dunque portato a Milano. Arrivammo di sera, attraversandola dalle periferie: dai finestrini non vedevo tutto quel fascino di cui mi era stato detto. Milano non sembrava la New York che mi avevano prospettato. Casomai assomigliava a Tortona, ma molto più estesa.

Nell’arduo tentativo di rendermi la trasferta più allegra mi condussero dapprima in pizzeria e poi ad ammirare la leggendaria attrazione della metropoli, la grande statua d’oro, svettante in cima alla cattedrale. Solo in quel momento mi resi conto che a Milano non c’era il mare, e trovai che questa, per una città, fosse una pecca intollerabile.

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3 Responses to La triste vicenda di un innocente deportato dal destino

  1. Firmato Ckf dicono:

    e già… a chi poteva urlare un bambino di quanto è triste e buia una città che non è tua se non al mare?

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