TRE QUADRETTI DI VITA URBANA DEL XXI SECOLO

Alle porte di una cadente metropoli del nord di cui non possiamo dire il nome (ma soltanto che è famosa per il  pessimo clima, i panettoni e un’apparente quanto mai dimostrata operosità dei suoi abitanti) sorge il castello di un barone tedesco, un uomo calvo sulla quarantina, assai facoltoso benché per professione organizzatore di colossali spettacoli di danza moderna (la sua passione) a pagamento i cui biglietti tuttavia restavano, con sua grande sorpresa, sempre invenduti lasciando i teatri vuoti e il nostro barone in un mare di debiti e fatture insolute dai quali peraltro egli scampava per risorgere in maniera miracolosa (o forse illecita, ad esempio negandosi al telefono o dandosi per morto quando chiamavano i creditori) per continuare a vivere nel lusso e nelle lussuria grazie a certe rendite familiari. A costui si accompagnava per virile amicizia un imprenditore coetaneo – albino, straordinariamente basso di statura, voce stridula, sedicente grande amatore – arricchitosi con l’eredità di un’antica azienda familiare dedita all’importazione e lo smercio di liquori fondata dai suoi bisnonni alla fine dell’Ottocento ma da lui, ultimo rampollo, disintegrata in pochi anni di gestione un po’ troppo allegra.

Al mio rientro nella cadente metropoli del nord ho riacceso il cellulare dopo averlo tenuto per mesi spento e chiuso in un cassetto: era pieno di essemmesse, allorché ho pensato: ohibò, al mondo ci sono migliaia di amici che mi cercano mentre io li ignoro, questo apparecchio è un potenziale moltiplicatore di affetti ed io, stolto, non ho saputo farci altro che disprezzarlo privandomi così delle sue infinite possibilità di migliorare la mia vita sociale, ma ora sono rinsavito, non me ne separerò mai più.  E così ho preso a consultarlo per leggere i messaggi ricevuti cui non avevo risposto, scoprendo che tuttavia essi non provenivano da amici ma da tale sig. Tim, il quale ho poi scoperto non essere una persona ma un automa, addetto a inondarmi di pubblicità per l’azienda a lui omonima.

Ieri la polizia comunale deve aver sgomberato il campo nomadi vicino a casa mia. Ci passavo tutti i giorni per andare a prendere l’autobus e invece all’improvviso nulla, nulla più, tutto scomparso in una notte: è rimasto soltanto un gallo, nel senso di uccello, di certo dimenticato lì mentre dormiva nella confusione dello smantellamento. Il gallo, appena sveglio, passeggiava sul marciapiedi di città con aria stupita, animale campestre perdutosi in una cadente metropoli del nord. E aggirandosi per strada nelle frenesia di una mattina urbana, gorgogliava il suo verso, ma con tono – m’è parso – quasi interrogativo. Come se si domandasse, o mi domandasse: ehi, ma dove sono tutti?

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12 Responses to

  1. zauberei dicono:

    Confu niente è un bellissimo post. IIl quadretto due è un po' più debole e un po' già letto. Gli altri due sono stupendi.

  2. PICCHU dicono:

    Ci manca solo la nebbia e una sciarpa. Poi è perfetto.

  3. utente anonimo dicono:

    il sogno della regione genera mestruo

  4. utente anonimo dicono:

    ma anche lei, signor Personalità Confusa, teneva il cellulare nel cassetto per negarti ai creditori?

  5. Vanigliablog dicono:

    Ma perchè? Quali altri tipi di galli conosci tu che non siano uccelli? (A parte Verdone)

  6. utente anonimo dicono:

    Scusate l'ingnoranza, ma non ho mica capito chi sono i due figuri del quadretto 1, potete svelare il mistero?

  7. Pare non siano mai esistiti.

  8. utente anonimo dicono:

    tempo un paio di mesi e ritorneranno e il gallo ritornerà felice a cantare ogni mattina e gli abitanti del luogo ad avere i loro furti giornalieri a cui ormai si erano abituati!

  9. utente anonimo dicono:

    salve,
    volevo farvi complimenti per il blog
    veramente molto bello
    continuate cosi!

  10. utente anonimo dicono:

    Signor Confuso, questo post ci ha rotto i maroni. La prego partorisca!

  11. utente anonimo dicono:

    non puoi abbandonarmi così mi avevi detto che andavi a comprare il pane…

    tua L.

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