Marcovaldo in metropolitana

“Così fantasticando, aveva perso il conto delle fermate; a un tratto si domandò dov’era; vide il tram ormai quasi vuoto; scrutò fuori dai vetri, interpretò i chiarori che affioravano, stabilì che la sua fermata era la prossima, corse all’uscita appena in tempo, scese. Ma quel poco d’ombre e luci che i suoi occhi riuscivano a raccogliere, non si componevano in nessuna immagine conosciuta. S’era sbagliato di fermata e non sapeva dove si trovava.” (Calvino, Marcovaldo)

Ho notato che nelle giornate di chi vive in città ci sono due momenti in cui il tempo è irrimediabilmente perduto, se non si reagisce in qualche modo.

Il primo momento è: l’attesa solitaria in automobile nel traffico. Una noia mortale. In questo caso bisogna avere la radio accesa, possibilmente ad alto volume. Non è concepibile un’automobile priva di radio. Per un certo periodo la mia autoradio si era guastata. Allora ho dovuto farmi prestare una piccola radiolina portatile, una di quelle che in genere si tengono nel bagno o in cucina. Eppoi occorre guardare il fantasmagorico campionario delle facce dei poveri cristi al volante sulla corsia di fianco o opposta. Tutta gente che come te se ne sta buona in fila. Ognuno è isolato nella sua scatoletta, perchè in città sono pochissimi gli automobilisti che abbiano qualcuno a fargli compagnia. Li osservo. Qualcuno canta (ha la radio accesa, evidentemente). Altri restituiscono lo sguardo come a voler dire “ma che cazzo ciai da fissarmi?”. Ma la maggior parte ha gli occhi persi nella pioggia dei pensieri.

Il secondo momento del tempo perso: quando si è in metropolitana o in treno e non si ha nulla da fare. Se si è in treno si può guardare fuori dal finestrino e veder passare case, prati, paesi, ponti. Ma se il paesaggio stanca, o se si è in metropolitana? Io mi porto sempre il mio libro. E i vicini mi guardano invidiosi, si vede che pensano “magari avessi anch’io qualcosa da sfogliare, invece me ne devo star qui a non far nulla, ad aspettare la mia fermata.” Ieri dovevo tornare dal centrocittà in metrò, in solitudine, ma non avevo nulla da leggere: ho dovuto fermarmi alle librerie riunite di via Dante (a Milano), dove svendevano i libri di Calvino. Ho preso il Marcovaldo, che non avevo: 3 euro per una storia di anima innocente esiliata nella città industriale. Me lo porto giù nel sottosuolo.

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One Response to Marcovaldo in metropolitana

  1. utente anonimo dicono:

    Bello Marcovaldo.

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