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		<title>I brontosauri non sono mai esistiti</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 06:02:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mannaggia, non lo sapevo. Che delusione. Dopo il tirannosauro, era il dinosauro più famoso, e il mio preferito. Piaceva a tutti. Eppure avrei dovuto insospettirmi, quando pian piano, negli ultimi tempi, i documentari hanno smesso di parlarne, i fabbricanti di &#8230; <a href="http://personalitaconfusa.net/2013/05/16/i-brontosauri-non-sono-mai-esistiti/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Mannaggia, non lo sapevo. Che delusione. Dopo il tirannosauro, era il dinosauro più famoso, e il mio preferito. Piaceva a tutti. Eppure avrei dovuto insospettirmi, quando pian piano, negli ultimi tempi, i documentari hanno smesso di parlarne, i fabbricanti di giocattoli hanno cessato di riprodurlo, i bambini lo hanno dimenticato. Il brontosauro &#8211; il colossale quadrupede dall&#8217;espressione pacifica benché non troppo intelligente, il leggendario e pacifico mangiatore di fogliame &#8211; non è mai esistito. Peccato.</p>
<p>Come mai? E’ vero, nel 1877 su certe montagne di un deserto, era stato rinvenuto uno scheletro immenso. Ma in realtà non risultava completo. Mancavano la testa e la coda, porcaloca. E l’illustre scienziato, il paleontologo di turno, come il giocatore di puzzle che solo guardano il tassello vuoto finale s&#8217;accorge di aver perduto l&#8217;ultimo pezzo, come il corridore che a pochi passi dal traguardo dell&#8217;olimpiade improvvisamente viene colto da crampi, così quel paleontologo si disperò. Poi ci pensò meglio, sorrise. Decise di barare. Pur di sancire la scoperta, pur di terminare la ricostruzione, senza dir nulla a nessuno, ci aggiunse le ossa di un&#8217;altra bestia, che però non c’entrava niente. E così inventò i brontosauri. Solo cento anni dopo ci si rese conto delle truffa. Mannaggia.</p>
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		<title>Dell’avversione di Camus ai viaggi in automobile</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 06:28:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si dice che lo scrittore Albert Camus disprezzasse le automobili: evitava di guidarle (e per questo non prese mai la patente) ma soprattutto le riteneva sleali. Non c’era da fidarsi di arnesi come quelli. Lo pensò sempre, di sicuro lo &#8230; <a href="http://personalitaconfusa.net/2013/04/29/dellavversione-di-camus-ai-viaggi-in-automobile/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Si dice che lo scrittore Albert Camus disprezzasse le automobili: evitava di guidarle (e per questo non prese mai la patente) ma soprattutto le riteneva sleali. Non c’era da fidarsi di arnesi come quelli. Lo pensò sempre, di sicuro lo pensò anche la mattina del 4 gennaio 1960, mentre si trovava seduto nel posto anteriore del passeggero su una vettura che andava, dritta dritta e in gran velocità, a sfasciarsi contro un platano, in una stradina di campagna nei pressi di Villeblavin.</p>
<p>Cosa ci faceva in quella situazione incresciosa e ahilui fatale il celeberrimo scrittore tanto restio a salire su autovetture in movimento? Mah, nulla. Aveva soltanto preso una decisione affrettata. Doveva trasferirsi dalla riviera, ove risiedeva in villeggiatura, a Parigi. L’editore Gallimard si ostinò a proporgli se stesso come autista e la sua berlina fiammante quale mezzo di trasporto. I due poi avevano passato la sera precedente a bere e mangiare in trattoria con la moglie e la figlia diciottenne di Gallimard. Insomma, una cena spensierata.  E così Camus, complice i molti bicchieri di Borgogna e l’insistenza degli amici che lo prendevano in giro, aveva infine rinunciato a quella sua assurda fissazione di sottrarsi ai viaggi in macchina. Alzando il quinto o sesto calice di rosso, promise: sì, avrebbe affrontato il pericolo, anzi si sarebbe perfino seduto davanti, a fianco della guida. Il proclama suscitò gli applausi dei Gallimard e di parecchi altri avventori della locanda, divertiti dalla scena del premio Nobel che brinda per sfidare l’assurdità delle sue paure.</p>
<p>Quando il mattino dopo lo estrassero dalle lamiere, Camus, mezzo morto, si rivolse ai soccorritori per farfugliare qualcosa di incomprensibile. Ma non si seppe mai cosa: un pensiero, le famose ultime parole, un verso? O forse una maledizione? Non si capiva. Forse voleva dire qualcosa (di poco gentile) a Gallimard, peraltro in fin di vita pure lui, o alle due signore, illese per aver scelto il sedile posteriore. Oppure al destino, o a se stesso. Comunque sia, il Vate spirò pochi minuti dopo. In tasca gli trovarono il biglietto ferroviario, acquistato prima della partenza, mai utilizzato.</p>
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		<title>Pranzo a casa del presidente della Repubblica</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Apr 2013 07:58:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>confuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A tavola eravamo in otto, compresi il presidente delle Repubblica e sua moglie. Otto convitati è il massimo per una cena non ufficiale, e la serata si svolse dunque molto piacevolmente, la conversazione toccò vari argomenti, con una vivacità e &#8230; <a href="http://personalitaconfusa.net/2013/04/07/il-pranzo-a-casa-del-presidente-della-repubblica/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>A tavola eravamo in otto, compresi il presidente delle Repubblica e sua moglie. Otto convitati è il massimo per una cena non ufficiale, e la serata si svolse dunque molto piacevolmente, la conversazione toccò vari argomenti, con una vivacità e una disinvoltura che davano fastidio all&#8217;enorme e unico maggiordomo in polpe che ci serviva. Il presidente sembrava un nonno felice di rivedere nipoti lontani. Ma eccoci alla frutta. Il maggiordomo recò un enorme vassoio del tipo che i manieristi olandesi e poi napoletani dipingevano due secoli fa: c’era di tutto, eccetto il melone spaccato. E tra quei frutti, delle pere molto grandi. Il presidente guardò un po&#8217; sorpreso tanta botanica, poi sospirò: “Io” disse “prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?”. Tutti avemmo un attimo di sgomento e guardammo istintivamente il maggiordomo: era diventato rosso fiamma e forse stava per avere un colpo apoplettico. Durante la sua lunga carriera mai aveva sentito una proposta simile, a una cena servita da lui, in quelle sale. Tuttavia, lo battei di volata: “Io, presidente” dissi alzando una mano per farmi vedere, come a scuola. Il presidente tagliò la pera, il maggiordomo ne mise la metà su un piatto, e me lo posò davanti come se contenesse la metà della testa di Giovanni il Battista. Un tumulto di disprezzo doveva agitare il suo animo non troppo grande, in quel corpo immenso. “Stai a vedere” pensai &#8220;che adesso me la sbuccia, come ai bambini&#8221;.</p></blockquote>
<p>(Ennio Flaiano, Corriere della Sera, 18 agosto 1970)</p>
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		<title>Orazione funebre al signor Augusto detto Pagliaccio</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Apr 2013 07:05:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Signore e signori, vola per le osterie una triste notizia: il signor Augusto, detto Pagliaccio, s’è dipartito, involato deceduto: è morto. I suoi pochi amici e i suoi molti creditori piangono l’immatura scomparsa avvenuta a soli duecento anni d’età. Non &#8230; <a href="http://personalitaconfusa.net/2013/04/06/funerale/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Signore e signori, vola per le osterie una triste notizia: il signor Augusto, detto Pagliaccio, s’è dipartito, involato deceduto: è morto. I suoi pochi amici e i suoi molti creditori piangono l’immatura scomparsa avvenuta a soli duecento anni d’età. Non si poteva dire bello, non si poteva dire intelligente, non si poteva dire niente su di lui perché ad ogni più piccola osservazione replicava lanciando zampilli di saliva sulla faccia. In questa triste occasione dovrei fare un discorsetto sulla natura del trapassato in modo da far restare un buon ricordo di lui: amici carissimi, l’impresa è disperata. Come faccio a parlarne bene? È difficile trovare un solo episodio in tutta la sua sgangherata esistenza che ci potrebbe far dire “ma in fondo era un bravo figlio”. È sempre stato un buono a nulla, un pigro, un ubriacone, attaccabrighe, scansafatiche, disonesto nel giocare, infido nelle amicizie, tormento del padrone di casa e dell’esattore della luce. Piangiamo tutti la tragica notizia che egli sia morto solo adesso anziché nel momento in cui l’ostetrica ha detto “è un maschio”. Nella sua lunga e deplorevole esistenza si è dedicato ai secchi d’acqua in faccia, uova rotte sul cranio, pennellate di sapone nella bocca. Suonava il trombone coi piedi e ballava il tango con le orecchie. Faceva ridere i bambini e piangere i propri figli. Io, nella mia qualità di Clown Bianco e suo fraterno nemico, ho cercato in ogni modo di impartirgli una civile educazione a base di legnate sulla testa, pestate sui piedi, cazzotti sulla nuca. Ma l’Augusto Pagliaccio, ribelle ad ogni consiglio, ha continuato la sua turpe carriera di grottesco ubriacone imperterrito fino a crepare (&#8230;). Egli non è più. Ma per fortuna rimango io. Piangete, fratelli, se volete; per mio conto ho già pianto fin troppo, quando lo dovevo sopportare al mio fianco, sulla pista del circo.&#8221;</p></blockquote>
<p>(monologo del Clown Bianco da <em>I Clowns</em>, regia di F. Fellini, 1970)</p>
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		<title>Una questione di estrema importanza</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2013 05:51:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>confuso</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo sapevo: busso al mio vicino di casa e lui, maleducato quale è , anziché venire ad aprirmi la porta, se ne resta sul divano, probabilmente impegnato nella sua attività preferita, la lettura minuziosa di Tuttosport guardando contemporaneamente con l&#8217;altro &#8230; <a href="http://personalitaconfusa.net/2013/03/16/domenic/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Lo sapevo: busso al mio vicino di casa e lui, maleducato quale è , anziché venire ad aprirmi la porta, se ne resta sul divano, probabilmente impegnato nella sua attività preferita, la lettura minuziosa di Tuttosport guardando contemporaneamente con l&#8217;altro occhio la replica di una partita della Juventus a volume spento su un canale satellitare. Ma io so che lui è in casa, dal pianerottolo si ode il suono &#8211; impercettibile per tutti ma non per me &#8211; della sua metafisicamente silenziosa presenza.</p>
<p>Insisto, suono il campanello ancora. Premo il tasto e per un minuto netto non levo neppure la mano. Peeeeeeee. Una volta, due, tre. Gli intimo di aprire. &#8220;Adesso basta con questo scherzo, lo so che è là dentro, farabutto&#8221;. Ma lui nulla. Come se fossi munito di raggi x, immagino distintamente il vicino abbrutito, vile, in ciabatte e tuta dell&#8217;upim, la barba lunga, la sigaretta all&#8217;orecchio: senza dire una parola mi ignora. Guarda dallo spioncino, mi vede però non apre. Anzi, si volta e torna indietro, solo per farmi un dispetto.</p>
<p>E allora io prendo a calci la porta. Gridando, forte, sempre più forte. E dopo qualche minuto di urla (mie) e di pedate (sempre mie) anche piuttosto violente alla porta (sua), ottengo una reazione. Dall&#8217;interno, infine, giungono i primi rumori, un sommesso tramestio. Era ora.</p>
<p>Avverto il suo avvicinarsi alla porta. Lo sento mentre tira su col naso, gira la chiave nella serratura, fatica a muoversi. L&#8217;uscio si schiude piano.</p>
<p>Che cosa vuole a quest&#8217;ora, grugnisce il vicino, mezzo dormiente, gli occhi quasi del tutto abbassati dal sonno. Lui compare sulla soglia in pigiama e vestaglia. Un tizio normale, magrolino. Timido, gentile. Affatto rassomigliante al vicino brutale che mi diverto a immaginare per poter perseguitarlo senza troppi sensi di colpa.</p>
<p>- Mi scusi, &#8211; gli dico io &#8211; ma dovevo avvisarla di una questione di estrema importanza, e cioè questa: sono le sei meno venti della mattina della domenica.</p>
<p>- Ah.</p>
<p>- Ho puntato la sveglia apposta per venire a darle di persona questa triste notizia.</p>
<p>- Ma io non le ho mai domandato di venire a svegliarmi alle sei meno venti della mattina di domenica.</p>
<p>- Lo so. Infatti lo faccio proprio per questo motivo. Mi dispiace, arrivederci.</p>
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		<title>In effetti</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Mar 2013 16:44:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>confuso</dc:creator>
				<category><![CDATA[cose]]></category>

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		<description><![CDATA[Sì, in effetti, a guardar le date, era da un po&#8217; che non ti scrivevo. Sarò mica morto?]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sì, in effetti, a guardar le date, era da un po&#8217; che non ti scrivevo. Sarò mica morto?</p>
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		<title>Dispaccio da un breve viaggio invernale nella Liguria d’Occidente</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 07:50:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>confuso</dc:creator>
				<category><![CDATA[autoreferenzialità]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi siamo (ma perché mi do del noi? Vabbè, transeat, in tutta evidenza mi sto rincretinendo) oggi sono in vena di languori autoreferenziali. Sai che novità. Dunque, seguiranno quinci note sul recente quanto breve viaggio invernale nella Liguria d’Occidente, sui &#8230; <a href="http://personalitaconfusa.net/2013/02/20/viaggio-liguria-apricale-cervo/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi siamo (ma perché mi do del noi? Vabbè, <em>transeat</em>, in tutta evidenza mi sto rincretinendo) oggi sono in vena di languori autoreferenziali. Sai che novità. Dunque, seguiranno quinci note sul recente quanto breve viaggio invernale nella Liguria d’Occidente, sui colli, ultimo confine con la Francia. Per quale motivo ho voluto recarmi ivi? Non si sa. Forse la ricerca di un luogo dell’anima. Oppure, intendevo andare da un’altra parte ma poi mi son perduto. O chissà, ero lì, in quella estemporanea villeggiatura presso una qualche stazione climatica, per motivi indicibili, e che tutto sommato non fregano a nessuno, manco meno a te. Ma non divaghiamo.</p>
<p>A Dolceacqua ho potuto apprezzare la visione del famoso <a href="https://www.google.it/search?q=ponte+dolceacqua&amp;hl=en&amp;tbm=isch&amp;tbo=u&amp;source=univ&amp;sa=X&amp;ei=5vwjUYrrDIbMswb1woH4BQ&amp;ved=0CEwQsAQ&amp;biw=1366&amp;bih=667" target="_blank">ponte</a>, da cui l’ingresso in un groviglio di abitazioni pittoresco non ancora completamente rovinato dal turismo dei venditori di cartoline e dei pittori da strapazzo, anche se il pericolo incombe. Ma starsene al sole, nello spiazzo al di là del fiume, a bere un cordiale osservando il ponte rinomato, è pur sempre un momento d’ozio appagante. Specie per esteti fancazzisti snob (benché senza una lira ma con fierezza) (la volpe e l’uva) quali noi istessi siamo.</p>
<p>Più sopra, a pochi chilometri d’istrada in automobile, s’erge il paese di Apricale. Cittadina medievaleggiante in ascensione, costruita su una parete pressoché verticale di roccia. Un altro labirinto di salite e discese, che poi son la stessa cosa, dipende da dove le si guarda. Degno di nota il ristorantino anch&#8217;esso verticale affacciato nella piazzuola in vetta: encomiabile baccalà mantecato con le olive, abbinato con coraggio da un calice di Rossese. </p>
<p>Simile ai due luoghi precedenti è il piccolo comune di Cervo, sempre nella provincia di Imperia: un altro posto inaccessibile alle vetture, e ai deboli di gambe. Una geografia di scale e di case sollevate verso il cielo. Una città, come le altre, inspiegabilmente deserta, disabitata. Questa però si differenzia per la posizione: al contrario dei due di cui sovra, si alza come una cuspide di fronte al mare, e sembra quasi volergli cadere addosso lanciandosi dalla montagna. </p>
<p>Per il resto, cielo terso, tante mimose – è la stagione della fioritura – e una lunga strada da percorrere al tramonto per tornare indietro, a malincuore. Ah, lasso, quanto lirismo, quanta melanconica poesia nelle visioni. Lo dicevo, mi sto rincretinendo.</p>
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		<title>Soluzione all’enigma del lupo, del cavolfiore e della pecora</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Feb 2013 08:14:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>confuso</dc:creator>
				<category><![CDATA[cose]]></category>

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		<description><![CDATA[Il testo che segue contiene la soluzione del famoso quesito di logica circa il lupo, il cavolfiore e la pecora trasportati in barca da una riva all&#8217;altra di un fiume senza che si mangino fra loro.  Se non hai capito &#8230; <a href="http://personalitaconfusa.net/2013/02/04/lupo-pecora-cavolfiore/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il testo che segue contiene la soluzione del famoso quesito di logica circa il lupo, il cavolfiore e la pecora trasportati in barca da una riva all&#8217;altra di un fiume senza che si mangino fra loro.  Se non hai capito di cosa si stia parlando, ecco un breve riassunto della questione prima di passare a risolvere l’enigma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dunque. Conosciamo meglio i personaggi. Innanzitutto, il barcarolo. Un signore agreste, uomo di campagna, rematore. Di mestiere trasporta oggetti, bestiame o umani oltre il fiume (non esistono ponti, in ‘sto paese: son tempi grami, e pochi sanno nuotare). Gli aspiranti passeggeri, oggi, sono tre: un lupo, una pecora, un cavolfiore (probabilmente non si sono presentati alla partenza da soli: è difficile che una pecora, o un lupo, o un cavolfiore, soprattutto, si rechino, in autonomia, alla biglietteria dei traghetti o alla fermata dell’autobus, insomma qualcuno, si presume, avrà incaricato il vettore cioè il barcarolo di provvedere al loro trasporto, ma non divaghiamo) – dicevamo, i tre passeggeri sono pronti, ma sorge un problema di logistica e di logica: il battello è di ridotte dimensioni. Talmente ridotte da non permettere lo spostamento in un&#8217;unica soluzione dei viaggiatori. Il barcarolo può quindi trasferire solo uno dei tre alla volta. E sin qui non ci sarebbe nulla di male, a parte la seccatura di dover far avanti e indietro. Però: occorre anche prestare attenzione a cosa combinano i due passeggeri rimasti soli mentre il barcarolo è in acqua con il terzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi spiego meglio. Infatti se il barcarolo si muovesse, al primo giro, in compagnia  del lupo, nel frattempo, a terra, vedrebbe la perdita quasi certa di uno dei suoi tre clienti, ossia il cavolfiore, di sicuro mangiato dalla pecora nell&#8217;attesa del turno. Se invece il barcarolo scegliesse di far salire a bordo, per primo, il cavolfiore, ebbene, nel contempo, sull&#8217;arenile, il lupo mangerebbe la pecora. L’obiettivo è quindi di ideare un modo per avere i tre sani e salvi sull&#8217;altra sponda del fiume, evitando accoppiamenti pericolosi per la pecora e il cavolfiore, entrambi commestibili. Ma come?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La cosa migliore sembra essere: prendere a bordo la pecora, per prima. D&#8217;accordo. Ma se al secondo turno  la si lasciasse raggiungere, alla stazione d’arrivo, dal cavolfiore o dal lupo, saremmo daccapo (qualcuno si ciberebbe del compagno di viaggio più indifeso o più gustoso profittando dell’assenza vigile del barcarolo, tornato indietro a pigliare l&#8217;ultimo avventore).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco quindi la soluzione: dapprima il nostro eroe porta la pecora sull&#8217;altra riva, poi attraversa ancora il fiume per raccattare il cavolfiore e trasferire pure lui. E a questo punto viene il bello, il colpo di genio del villico: una volta condotto alla meta la verdura, con gran destrezza e rapidità egli imbarca ancora la pecora, e la riporta alla partenza! Qui il nostro genio lascia salire il lupo, ma non prima di aver fatto scendere la pecora. Nuovo viaggio verso il litoraneo traguardo ove scaricare il lupo che raggiunge l’amico cavolfiore (i due possono convivere ignorandosi, il lupo non si alimenterà del cavolo e questi, il cavolo, con generosità risparmierà la vita al lupo). Adesso il barcarolo  effettua l’ultimo guado, va a prendere la pecora e la porta di là. Risultato, raggiunto, i tre son vivi e felici dall&#8217;altra parte del fiume: finalmente possono pagare il biglietto e poi sbranarsi fra loro. Ma&#8230; (continua?)</p>
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		<title>Il mio primo incontro con l&#8217;eroina</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jan 2013 07:17:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>confuso</dc:creator>
				<category><![CDATA[autoreferenzialità]]></category>

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		<description><![CDATA[Una delle cerimonie provata da credo molti anzi forse tutti i preadolescenti della mia generazione fu senza dubbio la visione forzata del film Christiane F. &#8211; Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino a scuola (titolo storpiato da giovanissimi spettatori &#8230; <a href="http://personalitaconfusa.net/2013/01/24/eroina/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Una delle cerimonie provata da credo molti anzi forse tutti i preadolescenti della mia generazione fu senza dubbio la visione forzata del film <em>Christiane F. &#8211; Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino</em> a scuola (titolo storpiato da giovanissimi spettatori nel più breve e facile da ricordare <em>Cristiana Effe allo zoo di Berlino)</em>. Lo scopo della proiezione: dissuadere noialtri, alunni delle medie, dodicenni freschi reduci delle elementari, dall&#8217;oramai inevitabile e forse già avvenuto utilizzo dell&#8217;eroina. Il bello è che io e la stragrande maggioranza dei miei compagni di scuola, in prima media, manco sapevamo cosa fosse, l&#8217;eroina.</p>
<p>Tuttavia, lo spettacolo, tenutosi di mattina in un salone della scuola, fu all&#8217;inizio da noi gradito: qualsiasi alternativa a lezioni e interrogazioni ci andava bene. Peraltro, dopo un po&#8217;,  ci trovammo sorpresi: non capivamo come mai insegnanti e familiari ci stessero obbligando a guardare un film tanto brutto, né per quale motivo i personaggi trascorressero intere giornate a farsi iniezioni fra loro, a vomitare o a svenire per strada. A metà del primo tempo, la totalità del pubblico minorile aveva abbandonato per noia la visione in favore di altre attività quali combinare il consueto baccano infantile di scherzi, sputi, spintoni e chiacchiere in ultima fila. Solo maestre e genitori, incuranti del tramestio alle loro spalle, continuavano a seguire la trama con le lacrime agli occhi.</p>
<p>Ma erano altri tempi: inquietate dal pericolo a loro avviso incipiente il baratro della droga pesante, mostro che di certo aveva già preso a ingoiare i loro fanciulli, le mamme, di sera, prima di andare a dormire, approfittavano del nostro sonno per controllarci le braccia, alla ricerca di prove. Oppure rovistavano nei cassetti, alla ricerca di siringhe. Noi, ancora implumi e imberbi, eravamo ancora troppo piccoli per comprendere quelle perquisizioni notturne così come quel noiosissimo film horror sui fanatici delle punture.</p>
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		<title>Il più grande micologo di tutti i tempi</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jan 2013 07:42:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>confuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La strada in cui mi trovo in questo momento risulta intitolata a Pietro Andrea Saccardo, nato a Volpego del Montallo (Vicenza) alle sette meno un quarto di mercoldì 23 aprile 1845. Sin da bambino, Pietro Andrea ebbe un&#8217;unica aspirazione: diventare &#8230; <a href="http://personalitaconfusa.net/2013/01/14/funghi/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La strada in cui mi trovo in questo momento risulta intitolata a Pietro Andrea Saccardo, nato a Volpego del Montallo (Vicenza) alle sette meno un quarto di mercoldì 23 aprile 1845.</p>
<p>Sin da bambino, Pietro Andrea ebbe un&#8217;unica aspirazione: diventare il più grande esperto di funghi mai esistito. Cominciò quindi ad appassionarsi alla raccolta di funghi: vivendo in una campagna nota per l’elevato tasso di umidità nei mesi autunnali, Pietro Andrea aveva spesso occasione di osservare specie fungine di vario tipo nei boschi, nei prati, ai margini dei sentieri, talora persino nel giardino di casa sua.</p>
<p>A otto anni il piccolo Pietro Andrea era una celebrità del suo paese per via di un sorprendente primato: possedeva la maggior collezione di funghi secchi del suo paese. A dodici sapeva a memoria i nomi in latino di quasi tutti i funghi allora conosciuti nel Trevigiano. A ventritré si laureava in scienze naturali con un&#8217;interessantissima tesi sulla &#8220;Storia dei finferli dal Paleozoico a oggi&#8221;. A trenta pubblicava infine il suo trattato di micologia per i licei.</p>
<p>La definitiva consacrazione giunse tuttavia un ventennio dopo, quando Saccardo diede alle stampe il lavoro letterario cui aveva dedicato la vita: la famosa &#8216;Silloge di tutti i funghi conosciuti&#8221;, monumentale opera di venticinque volumi  in cui l’insigne botanico si cimenta nell&#8217;ardita e coraggiosa impresa di elencare (o almeno di provare ad elencare) tutte ma proprio tutte le centinaia di migliaia di specie di funghi esistenti sul nostro pianeta.</p>
<p>Pietro Andrea Saccardo moriva a Padova la sera di venerdì 11 febbraio 1921, mentre fumava la pipa sulla sedia a dondolo in salotto dopo aver cenato con la moglie e i figli. E&#8217; stato accertato che nell&#8217;ultimo pasto egli non consumò funghi (sul tema vi sono contrasti tra i biografi, alcuni sostengono che il Nostro rispettasse l’oggetto dei suoi studi sino ad evitare di cibarsene, altri ribattono che ne era ghiotto ma in quel mese, febbraio, non era mica stagione). Ai funerali, comunque, partecipò il maggior assembramento di micologi italiani ed europei che si sia mai visto, una folla tanto imprevedibilmente numerosa che qualcuno rimase fuori dalla chiesa. Pochi anni dopo i sindaci di diverse località italiane si videro in obbligo di dedicare almeno una strada allo scomparso.</p>
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