La Recherche di Proust per pigri

Alla ricerca del tempo perduto(la Recherche per gli amici) è un romanzo di circa 4.000 pagine fitte fitte, noto ai più quale massimo capolavoro della letteratura novecentesca mondiale seppur assai difficile da terminare per la sua lunghezza. Ad uso e consumo dei numerosi mancati lettori, eccone una sintesi della durata di un paio di minuti forse anche meno.

Beninteso, davvero e senza scherno consideriamo Proust il più grande scrittore del secolo scorso: la straordinaria confidenza con la scrittura gli permette di narrare i fatti suoi senza che il lettori vi badi, rapito com’è dall’arte della parola esibita dal nostro e dalla prosa torrenziale. Ma veniamo al condensato per voi del popolino greve e pigro, incapace di superare pagina 26 o di aprire un mutuo per l’acquisto dei sette volumi.

Incipit. Marcel Proust ricorda lungamente con nostalgia la sua infanzia, e ci rende edotti di una molti dettagli intimi, come la sua passione per l’andar a dormir presto, l’affetto della mamma, i dolci inzuppati nel tè a colazione la domenica mattina, l’attitudine genetica a poltrire. Nel (parecchio) tempo libero s’intrattiene in giardini con famiglie proprie e altrui, tra cui quella dei coniugi Swann. Chi sono costoro?

- Flashback: monsieur Swann – un nullafacente come già il piccolo Proust e quasi tutti i personaggi dell’opera – frequenta il salotto letterario di tale signora Verdurìn e ivi conosce la bella e malvagia Odette, di cui naturalmente si invaghisce per certi versi ricambiato. Lei però molto spesso gli mette le corna e in pubblico lo tratta come una pezza da piedi: i due, è ovvio, finiscono per sposarsi.

- Passano gli anni: Marcellino si innamora a sua volta della figlia dei sigg. Swann (il cornuto & l’arpia di cui sopra) e bazzica assiduo la loro villa, benvoluto dal padre becco ma non dalla giovane, la quale lo respinge con cortese fermezza; egli perciò si rassegna ripiegando su altra fanciulla più accondiscendente di nome Albertine.

- Proust si trova ora a Parigi ad ammazzarsi di lavoro come al solito: trascorre intere giornate sui divani dei salotti letterari o a teatro, in compagnia di baroni e nobildonne. In un momento di gran tenerezza, organizza un escursione sugli Champs-Élysées con la nonna cardiopatica, che anche a causa del nipote s’affatica per il troppo cammino e muore d’infarto durante la romantica passeggiata. Il protagonista affranto dall’incidente si consola riprendendo la tresca con la dolce ma insipida Albertine. Più avanti, e con un certo disappunto, scopre che la maggior parte dei frequentatori dei salotti buoni sono, in privato, sfrenati bisessuali, inclusa Albertine medesima, sua fidanzata in castità.

- Il narratore turbato decide quindi di rinchiudere Albertine in casa: ella tuttavia riesce a fuggire profittando di una momentanea distrazione del carceriere. Per convincerla a tornare, Proust le regala Rolls Royce e motoscafi, e tanta generosità, oltre all’ostinazione dell’amato, persuade a un ripensamento Albertine, che però sul più bello durante un esercizio d’equitazione cade dal cavallo, si fa male e – madonna che jella – va all’altro mondo.

- Non si può dire che l’aspirante dongiovanni Proust fosse fortunato in amore: per dimenticare egli ripara a Venezia, poi rientra in Francia e s’incapriccia di una vecchia fiamma, Gilberte, ma fra i due si frappone l’ostacolo invalicabile del matrimonio di lei sposatasi per svista con un gay miliardario. Dopo questo nuovo fiasco amoroso, Proust oramai adulto sospetta che le avventure sentimentali non gli si addicano: stabilisce dunque di limitarsi a trarne spunto per scrivere un lungo romanzo, destinato a diventare il superbestseller meno letto della storia umana. Siamo a pagina quattromila. Fine.

Cogne

O tu viandante, se un giorno ti troverai a rientrare da un soggiorno di villeggiatura (insomma le volgari ferie di ferragosto, ecco) a Cogne, Val d’Aosta, sappi che gli avventori e i semplici conoscenti al momento del rituale interrogatorio sul originalissimo tema “ma tu dove sei stato in vacanza io in Malesia con i suoceri poi le solite tre settimane in Sardegna e tu?” (tema ideale per evitar i cupi silenzi nelle conversazioni in ascensore o sull’autobus a guisa di alternativa all’immortale dibattito “fa caldo/freddo ma dicono che settimana prossima verrà il brutto/bel tempo”) ebbene al momento di discorrere e apprendere il nome del luogo (Cogne, appunto) non si preoccuperanno di domandarti notizie sul sapore della fontina o su tuoi eventuali avvistamenti di marmotte e stambecchi bensì chiederanno per prima cosa, illuminati dalla curiosità, se putacaso passeggiando nel villaggio tu abbia avuto modo di individuare l’abitazione di un noto fatto di cronaca nera reso noto da straordinarie coperture di stampa e tivvù. E alla tua risposta che no, non te ne sei occupato, avevi altro cui volgere l’attenzione, mostreranno un’espressione stupita. Ci vuol pazienza, con la gente di città.

***

La nemesi delle civiltà alpine: secondo la leggenda i valdostani godono nel mostrarsi poco cortesi e di cattivo umore con i visitatori non francofoni, e li maltrattano per via di un supposto irredentismo mai sopito. Nulla di più falso, almeno a Cogne: ho avuto modo di incontrare anche valdostani gentili, lo testimonio. A volte nei negozi ti salutano perfino, e i camerieri, talora, sorridono. E poi insomma basta con questa storia che gli indigeni debbano per forza risultare simpatici ai clienti forestieri: sulla spettacolare maleducazione di noi liguri si narrano aneddoti di cui ci vantiamo, eppure da decenni, fra le Cinque Terre e Ventimiglia, spenniamo allegramente milioni di bagnanti, e loro tornano lo stesso, anzi a volte si portano dietro pure degli amici. La Val d’Aosta non ha inventato nulla. In tutta evidenza, il galateo degli indigeni non è un parametro da considerarsi nello studio analitico dei flussi turistici.

***

Insomma, volevo solo dire quanto non sono riuscito a spiegare in ascensore e sull’autobus al conversatore di circostanza quando mi chiedeva dov’ero stato senza peraltro ascoltare giacché al costui non gliene fregava nulla dei viaggi miei, troppo impegnato com’era a dire dov’era stato lui, incurante dell’aria sovrappensiero dell’uditorio a fronte dei suoi interessantissimi resoconti. Ebbene, o pubblico silente, ti tocca subire: Cogne è un bel posto, lo consiglio. Giace su un grande prato miracolosamente incolume (malvagi speculatori italiani intendono costruirci un colossale stabilimento termale ma nel supportare la battaglia contro lo scempio contiamo sul brutto carattere di certi nativi), si trova di fronte alle cime del Gran Paradiso (nomen omen) e seppur di sguincio arriva a scorgere le cime del Monte Bianco. Il paesello, negli angoli, mantiene le suggestioni languide di un’epoca. Quivi si mangia bene, e non solo fontina e acqua fresca di fontana, al contrario di quanto si creda: la produzione enogastronomica della valle riserva parecchie sorprese. E in più cascate, camosci, sentieri, un’antica quanto sofferta storia di miniere e per i più snob come noi un discreto festival cinematografico, gratuito.

C’era pure il bel tempo, e non faceva neppure troppo caldo. Da voi, invece?

Il disoccupato benestante

Il disoccupato benestante è un personaggio curioso: non lavora, ma nemmeno prova il bisogno di trovarsi un mestiere. Questo ci indurrebbe a pensarlo in miseria e a compiangerlo. Ma a torto. Egli non si cruccia della condizione. Infatti vive negli agi, seppur con il vezzo della modestia.

Abita in una casa semplice, di grandi dimensioni, questo sì, e in un bel palazzo, pieno centro storico. Ma le stanze sono arredate alla maniera essenziale.

Per via del molto tempo libero cui suo malgrado è obbligato, il disoccupato benestante trascorre lunghi periodi di vacanza forzata, al mare o sui monti. Altrimenti, in città, lo si incontra a passeggio nei giorni feriali, in tarda mattinata o a metà pomeriggio: mostra l’aspetto sereno e sorridente di chi si è svegliato da poco. Molto disponibile alla chiacchierata e ai convenevoli, non ha alcuna fretta, anzi, s’attarda volentieri. Oppure si gode l’aria fresca, in cerca di svaghi.

Ha oramai una certa età, indefinibile fra i trenta e i quaranta. Talora il disoccupato benestante mantiene – non si sa con quali mezzi – una famiglia composta da una moglie a sua volta fieramente priva di occupazione e da un neonato o perfino da numerosa quanto giovanissima prole felice.

Come faccia costui a campare sé e altri, e come mai non sia costretto a mendicare e vivere sotto i ponti, resta un mistero insondabile.

A volte, per distrazione, egli millanta di impiegarsi piccoli lavori da espletare in proprio a casa, come professionista, in campi quali l’editoria, l’internet, consulenze creative a clientele occasionali. Attività comunque poco impegnative, poiché lo sfaccendato risulta essere quasi sempre a spasso o a divertirsi.

I maligni mormorano sottovoce sia figlio amatissimo di padre e madre industriali, proprietari di immobili e terreni le cui rendite vengono versate all’erede tramite un automatismo dei conti bancari. Insomma, è ricco di famiglia, ecco. E ciò basta. Ma lui se ne vergogna un poco, preferisce non parlarne.

E’ capace di oziare con classe, da vero aristocratico, senza vantarsene. Taluni, dopo averlo salutato ossequiosi, controllano che si sia allontanato e poi dichiarano di trovarlo irritante. Lo accusano di essere vizioso: un mercoledì sera già alle cinque meno un quarto l’avevano visto seduto su una panchina al parco vicino al fiume, leggeva il giornale e dopo pure un libro. Quanta indecenza.

Tuttavia, non si può voler davvero male al disoccupato benestante. Casomai, si preferisce invidiarlo. Però in silenzio, nel segreto dei pensieri intimi. Senza dirlo a nessuno.

Contro il Piccolo Principe

I grandi misteri della storia umana: uno dei libri più letti al mondo è, ancora oggi, il Piccolo Principe, testi e disegni di tale Antoine de Saint Exupery. Segue breve riassunto dell’opera ad uso e consumo di esegeti e smemorati. Premessa: il Piccolo Principe, di per sè, ci è sempre stato sui coglioni. Ma non divaghiamo, veniamo al capolavoro.

Il Piccolo Principe del titolo è un bambino. Si abbiglia alla maniera aristocratica, con mantello e spadino, e pur essendo biondo e di chiara razza caucasica vive nel Sahara. Ora, cosa ci faccia un bambino da solo in mezzo al deserto e come mai egli non sia purtroppo ancora defunto di sete e fame e nemmanco arso vivo dal sole, ebbene, ciò non è chiaro, ma le stramberie di questo secondo alcuni sopravvalutato romanzucolo non finiscono qui. Al contrario, siamo solo all’inizio.

Torniamo al principe: egli millanta di regnare su un pianeta lontano, anzi a dir la verità un asteroide, insomma un sasso (un po’ come se io dicessi che sono il principe di casa mia o del mio salotto) e ad ogni modo egli ama vantarsi della sua nobiltà con i rari passanti: un giorno incontra fra le dune un aviatore miracolosamente scampato a un incidente aereo, e anziché prestargli soccorso, fornirgli genere di conforto o almeno domandargli se si sia fatto male, gli ordina di disegnare una pecora.

Ora, a questo punto, chiunque nei panni del malconcio aviatore, passerebbe oltre, o scambierebbe il principe per un singolare miraggio parlante – oppure in assenza di altri generi alimentari valuterebbe la seria possibilità di macellarlo e cibarsi dei suoi visceri: viceversa lo sciagurato pilota preferisce assecondare il suo interlocutore, suo e nostro malgrado.

Il principe ha quindi trovato un poveruomo disposto a dargli retta, e siccome non aspettava altro comincia a raccontare di un fiato tutti i fatti suoi. Per diverse pagine noi e lo scalognato povero aviatore ascoltiamo i vaneggiamenti del piccolo principe. Costui prima dichiara d’essersi innamorato di un vaso di fiori, una rosa per l’esattezza, e di soffrire molto in quanto non ricambiato. Poi ci delucida sulla sua passione per le pecore: esse gli servono per liberare dai baobab l’asteroide di cui si è proclamato sovrano: secondo il giovane protagonista, gli ovini una volta dipinti sul foglio di carta dovrebbero nutrirsi dei baobab (?) e deforestare così il pianetino a rischio per via del sovraffollamento di vegetazione.

A rigor di logica, di fronte a simili ragionamenti, l’aviatore dovrebbe telefonare a uno psichiatra e prenotare con urgenza il ricovero del piccolo principe, ma trovandosi fra le dune di un deserto africano, zona per sua natura sfornita di ambulatori, gli tocca prestare attenzione allo sproloquio del giovane folle, che ora elenca i personaggi da lui conosciuti durante i viaggi sulla Terra e altri luoghi dell’universo: un uomo ricco, uno presuntuoso, un alcolizzato, un elettricista, altri stereotipi di vizi o virtù, e infine una volpe, sì proprio una volpe, nel senso di mammifero. Non si capisce per quale motivo, essa pretende dal piccolo principe di essere addomesticata.

Qui il lettore potrebbe esser preso da un nuovo colpo di sonno, e l’aviatore stesso ascolta supponiamo distrattamente l’interminabile farneticare del piccolo principe, o forse sbadiglia, magari dorme (questo però il libro non lo dice), o ha altri pensieri ben più concreti, come la ricerca di acqua o il modo per riparare l’aereo e quindi abbandonare il deserto e il fastidiosissimo principe per tornare fra la gente civile.

Improvviso, giunge nella trama il colpo di scena, forse desiderato dal pubblico in sala: il piccolo principe muore. Alè. Anzi, si suicida. Senza dar spiegazioni sensate, si lascia mordere da un serpente (cose che capitano, se frequenti i deserti) e spira fra gli applausi scroscianti de platea di lettori commossi o sfiancati dalla prosa, dipende dai gusti. Fine.

Postilla: per sfortuna, il 31 luglio 1944, poco dopo la prima pubblicazione di questo testo, il suo autore appassionato di aeronautica viene abbattuto dalla Luftwaffe. E precipita non nel Sahara bensì nel mar Tirreno. L’editoria e milioni di ammiratori lo piangono ancora.

In merito agli stipulatori di constatazioni amichevoli

Prologo: Siete a bordo di un automezzo, veleggiate sereni verso casa. All’improvviso da dietro udite un colpo, un tonfo: avete subito un tamponamento. Impiegate qualche secondo per realizzare cosa sia successo, esclamate la vostra parolaccia preferita, poi scendete per osservare il danno alla vettura. Trovate quanto tale danno sia ingente, rivolgete un breve pensiero al vostro carrozziere di fiducia e al di lui conto corrente, infine mormorate un’altra volgarità.

A questo punto dovete conoscere l’autore della tragedia, il tamponatore. Da dietro il parabrezza si fatica a distinguerlo. Ma non è colpa vostra: il responsabile sarà di certo un signore gentile e a modo, che scenderà dalla sua auto (indenne), si scuserà in ginocchio e con premura vi fornirà tutti i dati necessari per recuperare dalla polizza i costi della riparazione.

O almeno, questo ci si aspetterebbe da costui. Il quale, invece, quasi sempre rivela di avere almeno una di queste caratteristiche:

1. è un energumeno alto 2 metri con tatuaggi raffiguranti la morte e cicatrici sui tricipiti;

2. è un ex pugile per principio contrario alla risoluzione pacifica e civile di controversie di qualsiasi genere;

3. ama guidare sotto effetti di anfetamine, alcolici o droghe pesanti a caso ma ritiene che questa sia attenuante;

4. non ha la patente;

5. non rinnova l’assicurazione dal ‘97;

6. è a bordo di un auto non sua ma prestatagli da un amico di cui però ha dimenticato il nome;

7. ritiene che in caso di tamponamenti o altri incidenti stradali la colpa sia sempre dell’altro veicolo e non sua, anche quando l’altro veicolo è fermo in parcheggio;

8. è privo di documenti però “adesso vado a casa a prenderli e poi torno, stia tranquillo”;

9. non ha tempo da perdere con altri esseri umani meno grossi di lui;

10. ha non una ma tutte le 9 qualità sopra elencate contemporaneamente.

Come acquistare un biglietto ferroviario senza far code allo sportello in 31 semplici mosse

1. Per prima cosa, comodamente seduti a casa vostra, collegatevi al sito delle Ferrovie dello Stato e selezionare il giorno e l’orario del treno.
2. Quindi procedere all’acquisto.
3. La procedura d’acquisto è sicura: occorre rispondere a un lungo questionario al termine del quale il sistema vi avvisa che il posto scelto non è disponibile e quindi devi scegliere un altro treno: senza perdervi d’animo, ricominciate daccapo.
4. Momento: siete un cliente sospetto, forse non siete qui per comprare ma per derubare le Ferrovie dello State. Digitate la password.
5. Ah non avete la password? Siete un nuovo utente? Bene, bene.
6. Registratevi al sito.
7. Questo indirizzo email risulta già registrato. Probabilmente da voi, nel ’97, poi vi siete arresi e avete smesso di prendere treni. Coraggio, chiedete una nuova password.
8. La password vi arriva via email.
9. E’ una password provvisoria, dovete cambiarla subito.
10. No, non va bene, la nuova password deve contenere numeri e lettere e misurare almeno 18 caratteri.
11. Vabbè dai la password non sarebbe regolamentare ma il sito vi lascia entrare lo stesso, scegliete il vostro treno.
12. Ora, finalmente avete trovato un altro treno con un posto libero. D’accordo, questa ha 6 cambi e costa il triplo dell’altro però francamente è tardi e quindi accontentatevi.
13. Adesso bisogna aspettare la ricevuta inviata via email, contenente un numero di codice.
14. Stampare il numero di codice e recarsi entro 1 ora in una ricevitoria del lotto o all’ufficio postale o alla più vicina agenzia ippica.
15. Qui occorre pagare.
16. L’esercente della ricevitoria, che poi è un tabaccheria a mezz’ora di auto da casa vostra, vi avvisa di non poter accettare né carte di credito né bancomat.
17. Ora andate in banca, fate un prelievo, tornate alla ricevitoria e pagate in contanti.
18. A questo punto la ricevitoria vi darà un nuovo numero di codice.
19. Con il numero di codice andate alla più vicina stazione ferroviaria munita di distributrici automatiche di biglietti.
20. Domandatevi per quale motivo non siete andati direttamente alla stazione a comprare il biglietto da un umano anziché passare tutta la mattina girando fra negozi di tabaccai, ippodromi e siti a voi ostili.
21. Giungete in stazione.
22. Fate la coda alla macchinetta.
23. Assistete la povera vecchina che per sbaglio sta leggendo le schermate in tedesco e vuole prenotare un interregionale per una località di cui lei non ricorda il nome consigliandole di chiedere a suo cognato di accompagnarla in auto.
24. E’ il vostro turno: interrogate la macchina e cercate di capire come ottenere il biglietto.
25. Digitate il codice fornitovi dal tabaccaio.
26. La macchina emette un nuovo foglio su cui è scritto il codice segreto da presentare al capotreno al momento di salire sul vagone (tempo a disposizione: 3 minuti dalla partenza altrimenti vi danno la multa).
27. Rintracciate il capotreno
28. Costui, a voce, vi domanda la password del sito.
29. Mostratevi sorpresi.
30. Non ricordate la password.
31. Il capotreno impietosito dopo avervi imposto una sanzione in denaro non vi obbliga a scendere ma, gentilmente, vi lascia sedere lo stesso perché comunque c’era ancora un posto libero, prenotato da un tizio che non si è presentato (siete voi, ma non diteglielo).

L’arte oratoria del non dir nulla ma con gran classe

Vi sono varie tecniche per vincere le contese oratorie, ma la migliore sembra ancora essere quella di stordire l’interlocutore con discorsi incomprensibili ma ben declamati. Di solito la vittima, anziché protestare o chiedere spiegazioni, finge di aver compreso. E quindi si lascia sottomettere e non replica a chi, in realtà, non gli ha detto nulla.

Tutti ricordano il film di Mario Monicelli Amici miei, uno dei suoi tanti trionfi cinematografici degli anni ’70, assai citato, fra l’altro, per l’accorgimento linguistico inserito dagli sceneggiatori nei dialoghi del personaggio interpretato da Ugo Tognazzi, uso rivolgersi al prossimo, nei momenti di difficoltà, con frasi prive di significati per confonderlo e averne ragione. In questo modo riesce a imbrogliare le pretese di creditori, vigili urbani e altri pericoli.

Questo espediente è antico come il mondo, ma molto sottovalutato. Lo ha preso di mira solo la satira, da Rabelais al surrealismo, da Plauto al Boccaccio (“Haccene più di millanta che tutta notte canta”). Per il resto il meccanismo del nonsenso viene ancora oggi adoperato con successo in contesti apparentemente più seri: il mondo degli affari, le conferenze, le lezioni di filosofia, le conversazioni quotidiane, le autorità, i tiranni, eccetera.

Le varianti sono molte: il bombardamento di termini inglesi funzionano bene in economia. Ma pure le espressioni enigmatiche o allusive, in realtà vuote di concretezza, semplicemente paludate.

Ahinoi, sui libri, in televisione ma soprattutto dal vivo, di persona, il retore moderno sciorina lunghi discorsi illogici, zeppi di termini, volutamente, indecifrabili ai più. E nessuno che mai si alzi e dica scusi ma guardi che non si capisce un cazzo.
Almeno questo, nei film di Monicelli, a un certo punto, accadeva.

Come si fa un libro

1. Lo scrittore consegna il libro all’editore. Ha impiegato un anno per scriverlo. L’editore ringrazia e se ne va a casa a leggere.

2. L’editore legge il libro, poi telefona allo scrittore e gli suggerisce alcune modifiche. Lo scrittore – permaloso come ogni altro scrittore quando si osa giudicarlo – si ribella, proclama di non voler cambiare neppure un rigo. L’editore insiste. L’editore e lo scrittore litigano. Alla fine l’editore dice che se lo scrittore non accetta tutte le modifiche, il libro non si fa. Lo scrittore allora, all’improvviso, cambia idea, e apporta le modifiche democraticamente concordate.

3. Nel frattempo il libro viene letto anche dal correttore, un dipendente dell’editore. L’ultima ruota del carro. Il correttore disprezza lo scrittore e pure l’editore: non condivide le modifiche al libro richieste allo scrittore dall’editore, ma tace, giacché il suo parere risulta del tutto irrilevante all’editore e idem allo scrittore. Il mestiere del correttore consiste infatti nel limitarsi a trovare gli errori, o come preferisce chiamarli lo scrittore – peccando in autoindulgenza – “i refusi”.

4. Adesso lo scrittore e l’editore si incontrano per stabilire quali saranno il titolo e la copertina del libro. Lo scrittore presenta un titolo e una immagine di copertina scelti da lui in base a motivi del tutto personali peraltro a lui molto cari, insomma, ci terrebbe molto, ecco. Purtroppo questa argomentazione non convince l’editore. Perciò…

5.Perciò l’editore avanza le sue proposte: un titolo ad effetto, una fotografia allusiva e molto colorata. Lo scrittore storce il naso: ha la sensazione che si tratti di scelte poco inerenti la sostanza del libro, seppur in grado di attirare l’attenzione dell’acquirente, il babbeo che da sempre si aggira nei negozi. Scrittore ed editore litigano. Si va ai voti: benché i votanti siano solo loro due e ognuno voti per se stesso, vince l’editore.

6. Interviene a questo punto l’impaginatore, altro poveruomo sottovalutato che però in tutto ‘sto bailamme conta come il due di fiori a rubamazzo. Egli ha tuttavia il compito di cesello: disporre con armonia le lettere, i capitoli e i paragrafi sulla pagina, in un formato digitale da inviare allo stampatore.

7.Il libro è pronto, deve solo essere stampato. L’editore lo invia allo stampatore. Lo stampatore è un mago, possiede colossali macchine per trasformare l’incorporeità eterea delle parole nella concretezza fisica e tangibile del libro. Ma per compiere questo prodigio, egli ha bisogno dell’aiuto di un amico: il cartaio.

8. Il cartaio, nel frattempo, si è recato in una foresta a sradicare alberi. Li tagli a fette sottili sottili, e ne ricava i fogli su cui lo stampatore imprimerà le parole ideate dallo scrittore.

9. Intanto l’editore prende accordi con il distributore, uomo senza scrupoli, abile nell’arte della persuasione e nei commerci. Il distributore viaggia per l’Italia in auto, va a trovare il negoziante e gli suggerisce di prenotare abbondanza di copie del futuro libro dello scrittore. Il negoziante tentenna, dubita che quello scrittore sia davvero in grado di vendere. Ma il distributore gli fa un bel discorso:

10. “Senti, ma che ti frega, casomai il libro non si venda potrai sempre restituirmelo senza spese, io a mia volta lo renderò all’editore, il quale nel malaugurato caso lo recapiterà all’inceneritore!” Il ragionamento fila e fa anche rima. Il negoziante annuisce, massì, ordina il libro dello scrittore.

11. Altrove, lo stampatore ha terminato di stampare il libro dello scrittore. Il libro viene cucito su pagine in sedicesimi, poi rilegato con la copertina (quella scelta dell’editore). Lo stampatore sale su un furgone e scarica il libro nei magazzini del distributore.

12. Il distributore torna dal negoziante e gli mostra il libro dello scrittore. Gli ordina di metterlo in vetrina, ma il negoziante si rifiuta perché va bene tutto ma in vetrina vorrebbe tenerci i libri che piacciono a lui e non quelli dello scrittore, che gli sta antipatico. I due litigano. Dai e dai, si giunge a un compromesso.

13. Mattina. Il libro è infine al suo posto, in libreria. Lo stampatore, il correttore, l’impaginatore, il cartaio e il resto della compagnia sono tornati al lavoro – si stanno già occupando del libro di un altro scrittore. Con il negoziante sono rimasti solo lo scrittore e l’editore: ognuno dei tre è nervoso, a suo modo. Dopo tante sofferenze, riuscirà il libro non dico ad avere successo e scalare le classifiche ma almeno ripagare i costi? Tutto dipende da una figura misconosciuta ma cruciale nella vicenda. Come in un mezzogiorno di fuoco, a questo punto entra in scena il personaggio più temibile della storia: il lettore…

L’arte di fornire indicazioni stradali errate agli automobilisti

Anche questo esercizio richiede presenza di spirito e notevole capacità di recitare.

L’automobilista accosta e abbassa il finestrino. Poveretto, è riuscito a vincere la sua ritrosia a mostrarsi in difficoltà per lasciarsi aiutare da un perfetto estraneo nel recupero dell’orientamento. Per di più vi riconosce come indigeno, e in quanto tale esperto della topografia locale. Costui domanda assistenza, seppur con malcelato distacco; nel rivolgersi a voi potrebbe lusingarvi con toni cortesi (“Buongiorno mi scusi, un’informazione…”) peraltro del tutto apparente. A questo punto, pur non sapendolo, è già in trappola.

Nell’affrontarlo, occorre quindi armarsi di sicurezza e interpretare bene la parte. Mostratevi sempre disponibili ma – quel che più conta – estremamente preparati: dovete infondere grande fiducia nella vittima.

Adesso largo alla fantasia: inventate un’indicazione complessa. Esagerate pure. Descrivete rettilinei infiniti, semafori distanti, incroci, rotonde, sequenze di biforcazioni.

Il tragitto immaginario deve contenere punti di riferimento reali (benchè fuori strada) in modo che il malcapitato sia convinto a proseguire senza dubbio: in tal modo prolungherete il suo viaggio verso l’ignoto. Nel percorso narrato inserite anche tappe insolite: se possibile, indirizzate costui alla volta di un passaggio a livello, o di un casello dell’autostrada per la direzione opposta alla sua.

Ricordatevi di spedire la vostra preda in un luogo lontanissimo dalla sua meta ma soprattutto da voi: nel suo girovagare, l’ingrato potrebbe tornare al punto di partenza, incontrarvi di nuovo e protestare, o – peggio – scendere per picchiarvi.

L’inganno va propinato a dovere: evitate gli anziani e le donne con bambini, non lo meritano: la vittima ideale è maschio, abbiente, a bordo di una macchina molto costosa.

Prima del commiato ordinategli di ripetere a voce il tracciato, così da verificare che abbia appreso la strada insegnata. Lui, l’illuso, lo considererà una vostra precauzione, ulteriore gentilezza nei suoi confronti per allenare la memoria circa il da farsi, e ve ne ringrazierà. Infine salutatelo con un bel sorriso o meglio ancora un gesto rassicurante della mano. Misurate con lo sguardo, per l’ultima volta, il grado di attendibilità che l’incauto vi sta affidando. Poi osservatelo partire, e dissolvetevi. E se l’itinerario inesistente vi pare ben congegnato o divertente, segnatevelo come appunto: potrete usarlo anche in altre prossime occasioni.

Antinomie della cinematica all’ora di punta

La geografia è un enigma, e ciò vale anche per la quotidianità dei trasporti brevi in città, ad esempio tra il domicilio e il luogo di lavoro.

Lo stessa distanza può richiedere più o meno tempo. Ho notato che sul medesimo identico tragitto, la durata del viaggio varia notevolmente nei diversi periodi del giorno: tale differenza si avverte in maniera particolare nei momenti di maggior traffico, cioè la mattina presto e la fine del pomeriggio feriali. Lo stessa distanza può richiedere più o meno tempo. “Grazie al cazzo”, si dirà. Obiezione corretta, ma incompleta. Infatti non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse che in città, talvolta, partendo dopo arrivo addirittura prima.

Un fenomeno inspiegabile, ma da me verificato scientificamente. Se parto dall’ufficio alle 18, arrivo a casa alle 19. Ma se parto alle 18.30 invece arrivo alle 18.45, massimo 18.50. Lo giuro, ho sperimentato il percorso più volte, misurando i tempi. Anche la perizia dei cronometri mi dà ragione.

È come se, lungo il cammino, un altro me stesso virtuale – partito in ritardo – riuscisse a raggiungermi e sorpassarmi. Mentre io resto bloccato nel traffico, egli nello stesso luogo trova la strada misteriosamente sgombra, mi fa ciao ciao dal lunotto e giunge alla meta con largo anticipo. E quando sono ancora giù a cercare parcheggio lui è oramai salito in casa da un pezzo e si sta mettendo comodo.

Dovrei rassegnarmi, seguire il suo modello. Ho provato di tutto per sconfiggere quel me stesso, non sopporto la sua capacità di battermi in velocità nonostante l’ampio svantaggio iniziale. L’ho obbligato ad allungare la strada mentre io prendevo scorciatoie, peraltro all’improvviso occupate da lavori in corso, file di auto, lezioni di scuola guida, andirivieni di pendolari (tutte cose che si dissolveranno dietro il mio passaggio). Ma c’è poco da fare, io arrivo a casa trafelato e lui è già a tavola, seduto, a chiedermi dove diavolo sono stato. Abbiamo perfino gareggiato sui mezzi pubblici: io su un autobus, lui su quello successivo, ma non è cambiato nulla. Ogni volta mi tocca sentire le vanterie di quello là, che mi apre la porta e mi invita a prendermela con più calma.