L’immortalità di Maupassant (1850-1893)

L’episodio viene raccontanto in molte biografie e in un saggio di Enrique Vila-Matas sugli scrittori di successo che all’improvviso cessano di produrre.

Guy De Maupassant era un giovane destinato all’ambizione. Sua madre lo voleva a tutti i costi scrittore affermato, e incaricò Flaubert, nientemeno, di essergli maestro. Ora, avere Flaubert come insegnante di francese e un po’ come iscriversi alle lezioni di scuola guida sotto casa e pretendere che il corso per la patente sia tenuto da Schumacher. Ma l’idea funzionò. In poco tempo, Maupassant divenne un romanziere formidabile.

I suoi libri vendevano migliaia, milioni di copie. Le donne lanciavano fiori al suo passaggio. La presunzione, peraltro giustificata dal talento, cresceva oltre ogni misura. Il successo fu colossale, tanto da far perdere a Maupassant il senso della realtà. Sul più bello, il poeta iniziò a dare i numeri: si convinse di essere immortale.

Non aveva dubbi. Per dimostrarlo, una sera chiamò il maggiordomo e di fronte a lui, come se nulla fosse, estrasse la pistola dal cassetto e si sparò un colpo in testa, rimanendo illeso.

Fortunatamente, le persone di servitù sapevano che il padrone di casa negli ultimi tempi non era proprio lucidissimo e quindi, di nascosto, usavano sostituire i proiettili con sfere di gomma. Maupassant questo lo ignorava: quella notte si sentiva euforico, e pochi minuti dopo si sparò una seconda volta senza ferirsi. Il maggiordomo tentava di persuaderlo, la prova ripetuta pareva sufficiente. “D’accordo, signore, lei mi sembra davvero immortale, però adesso basta con queste revolverate, è tardi, vada a letto”. Maupassant tuttavia rimase divertito dalla fallace certezza di invulnerabilità. Trionfante, prese un tagliacarte da un cassetto e si diede una coltellata alla gola, sicuro di sopravvivere.

Si sbagliava, naturalmente. Cominciò a perdere sangue come una fontana. Lui se ne stupì molto. Il maggiordomo un po’ meno.

Il grande scrittore non morì: si salvò per miracolo. Aveva capito, tuttavia, di non essere eterno, casomai soltanto pazzo, e la delusione lo turbava. Nei giorni successivi, domandò cortesemente al cameriere di comperargli una camicia di forza. La indossava in salotto, da sé, come fosse una vestaglia.

Si asserragliò nell’abitazione, rinunciando con noia alla fama. Trascorse cosi gli ultimi anni della sua vita. Nel tempo libero,  parlava ai muri e spediva strane lettere al papa, quando non aveva le braccia legate . Infine lasciò il mondo, senza accorgersene, rapito dall’incoscienza.

Sono un grande ammiratore dei pesci del Devoniano

E’ il momento di confessarlo: sono uno strenuo ammiratore dei pesci del Devoniano. Non mi interesso granché di paleozoologia, ma i pesci del Devoniano meritano tutta la mia stima, e anche la tua. Essi sono stati senza dubbio i piu spericolati ed eroici esploratori di tutti i tempi.

Il Devoniano risale a un’epoca parecchio lontana, intorno ai 400 milioni di anni prima di Cristo. Allora, i pesci, con un lampo di genio, inventarono la deambulazione. Dopo millenni e millenni di condizione sottomarina e qualche timida avanscoperta in superficie, finalmente si decisero ad agire. Uscirono dall’acqua, cominciarono a camminare sulla terraferma. Una mattina, come astronauti o pionieri, per primi passeggiarono sulle spiagge, al sole. Si trattava di un avvenimento memorabile, ma i pesci non avevano bandiere da piantare, né testimoni dell’impresa. Ad attenderli non trovarono nessuno: il pianeta là fuori era pressoché disabitato, ad eccezione di alcuni insetti innocui buoni da mangiare e della rigogliosa vegetazione. I pesci si guardarono attorno, all’inizio faticavano a capire. Dove siamo? E cos’è questo nuovo sapore nel respiro? Perche non stiamo nuotando nell’aria? Ehilà, c’e qualcuno?

La solitudine dei deserti e delle stelle non li spaventò. Evitarono di ritirarsi nelle onde da cui erano venuti, anzi con puntiglio si adattarono al nuovo tipo di vita da loro stessi ideato. Furono artefici di un gesto davvero rivoluzionario: trasformarono le pinne in piedi. Impararono a prender fiato dal cielo, e colonizzarono i continenti per primi.

Tutti noi discendiamo da quei pesci coraggiosi. Senza la loro intuizione, senza la prodezza dell’atto, noi discendenti terrestri non esisteremmo. A questi nostri avi dovremmo intitolare piazze, erigere monumenti in marmo, festeggiare ricorrenze. Invece niente. Li abbiamo dimenticati, o rinchiusi al buio delle sale meno battute dei musei di storia naturale. E’ una vergogna.

Il libro mai letto da nessuno, neppure dal suo autore

Esiste un libro che nessuno ha mai letto per intero. Nessuno, nemmeno il suo autore, che tuttavia lo ha scritto.

La presunta durata della lettura completa coprirebbe tempi ben superiori a quelli della vita umana. Secoli, anzi millenni.

E’ stato calcolato che se riuscissimo anche a leggere questo libro ogni giorno per ventiquattro ore, senza mai dormire, senza mai riposarci, impiegheremmo comunque piu’ di 190.000 anni a concluderne la lettura. Eppure le sue pagine scritte sono solo una decina.

Il libro fu pubblicato nel 1961 dalla famosa casa editrice parigina Gallimard. Si intitola Centomila miliardi di poesie.

Non si tratta infatti di un romanzo o di un saggio, ma di una raccolta di sonetti, ossia componimenti poetici in 14 versi. Il libro è rilegato in modo che ogni verso sia stampato su una linguetta, una strisciolina intercambiabile, come si usa in certe pubblicazioni illustrate per l’infanzia, cosicché sfogliandolo è possibile assemblare i 10 sonetti iniziali in 1014 combinazioni, sempre in rima perfetta. Cioè 100.000.000.000 differenti sonetti.

L’autore è Raymond Queneau, quello dei super bestseller Zazie nel metro e I fiori i blu. Il volume, imitato nell’ideazione matematica poi da molti epigoni con minor successo di vendita, risulta ancora oggi stampato e distribuito in parecchi paesi europei. Lo si trova facilmente sugli scaffali delle librerie francesi.

Il ferro da stiro più famoso del mondo

Il ferro da stiro più famoso del mondo non è il Rowenta ma il Cadeau prodotto da Man Ray (vero nome: Emmanuel Rudnitsky, professione fotografo) nella giornata del 14 luglio luglio 1921 a Parigi. Si tratta di un ferro da stiro privo di caldaia, non elettrico, realizzato artigianalmente in pochi esemplari ancora in commercio. Non stira.

Ma torniamo al 14 luglio 1921. La mattina di quel giorno, Man Ray, uscendo da un bar dove aveva bevuto due grog in compagnia del compositore Erik Satie, si ritrovò con costui ad osservare la vetrina di un negozio di ferramenta ove era appunto esposto un ferro da stiro in ghisa, di quelli da riscaldare sulla stufa prima dell’utilizzo. Senza esitare, Man Ray decise di acquistare l’oggetto insieme a quattordici chiodi. Comunico il suo intendimento all’amico, per nulla stupito; peraltro Man Ray non parlava francese e perciò era necessario che Satie fungesse da interprete nella compravendita fra Man Ray e il negoziante.

Subito dopo Man Ray rientrò nella sua stanza d’albergo per mettersi al lavoro, ossia impartire un ritocco all’apparecchio: sulla piastra, la parte piana solitamente pensata per appiattire i vestiti, applicò i chiodi in fila, in modo da rendere il ferro da stiro del tutto inutilizzabile.

A questo punto per sperimentare la buona riuscita del progetto provò a utilizzare il nuovo ferro da stiro da lui inventato su un abito, del quale anziché allisciarne le pieghe ottenne la distruzione.

Soddisfatto del risultato, Man Ray decise di esibire il manufatto in una galleria d’arte nell’ambito di una mostra da lui stesso organizzata con l’ausilio di alcuni suoi estimatori. Poche ore dopo l’inizio della mostra, l’originale ferro da stiro di Man Ray venne però rubato (non si sa da chi) e mai più ritrovato.

Tuttavia Man Ray, negli anni successivi, si diede alla produzione per cosi dire industriale del suo inservibile ferro da stiro. Oggi ne esistono circa 5.000 modelli, in giro per il mondo. Il costo di ciascun ferro si aggira intorno ai duemila euro.

Una giornata di Immanuel Kant

Kant era un tipo mattiniero: il suo maggiordomo aveva l’ordine di svegliarlo alle cinque antimeridiane in punto. Alle sette spaccate Kant usciva di casa per andare in città ad occuparsi delle sue faccende. Tornava alle undici e quarantacinque, puntuale come un cronometro. Pretendeva di pranzare sempre allo stesso orario, le dodici e un quarto, in compagnia di tre selezionati commensali per la sua conversazione. Alle due e trenta cacciava gli ospiti senza scuse e intraprendeva la consueta passeggiata pomeridiana, momento di solitudine in cui usava meditare e digerire. Rientrava regolarmente alle tre e cinquantaquattro, non un minuto dopo. A partire dalle sedici e ventisette e zero secondi, Kant si chiudeva nello studio a scrivere o a pensare. Ne usciva alle 18:36, non prima né dopo, ad adempiere il rituale di fumare la pipa bevendo un bicchiere di vino renano. Alle venti sedeva di nuovo a tavola, e per veder giungere la cena non aveva certo bisogno di dar ordini alla servitù, abituata a quel perfetto rigore di tempi che non ammetteva ritardi. Ogni sera, alle ventuno e zerotré, Kant immancabilmente posava forchetta e coltello con cui aveva sbucciato la frutta, piegava il tovagliolo con geometrica meticolosità e quindi si alzava per recarsi in giardino a riflettere. Alle dieci meno un quarto era in camera da letto a indossare il pigiama: i domestici sapevano bene che 4 minuti e mezzo in anticipo le finestre della stanza andavano chiuse senza lasciar il benché minimo spiraglio di luce (Kant amava dormire nel buio più completo). Alle 22:00:00 Kant si coricava e spegneva la lampada sul comodino: dopo quindici secondi esatti, era già addormentato, e principiava a russare.

Prodromi della crociata contro gli albigesi

Per gli albigesi, il Dio dell’Antico Testamento, quello che ha creato le cose, gli animali e gli uomini, è malvagio. Dio c’è ma ci odia, pensano gli albigesi, e per questo motivo ci ha spedito quaggiù.

Secondo gli albigesi esiste però un altro Dio, un dio gentile e amorevole. Il quale infatti non vorrebbe fossimo mai nati, e ci vuole morti. Ma per il nostro bene. Gli albigesi sono contrari alla vita, ferventi sostenitori dell’estinzione della razza umana.

Gli albigesi si proclamano oppositori del matrimonio e in generale dell’accoppiamento, in quanto tali pratiche (talvolta) conducono alla gravidanza cioè permettono ad altre nuove persone di venire al mondo , e il Dio buono non vuole che ciò accada.

Curiosita: gli albigesi sono vegetariani. La carne consegue dalla procreazione tra due viventi, quindi non è da considerarsi un commestibile. Ma oltre alla verdura gli albigesi mangiano il pesce, di cui pensano non si riproduca con il sesso ma si formi dal mare come frutto spontaneo (i pesci, secondo la biologia del medioevo, vanno considerati alla stregua di ortaggi e non di veri animali).

Gli albigesi ritengono poi che il papa, i cardinali e i preti debbano vivere in povertà, e andare in giro mezzi nudi o abbigliati di stracci, come peraltro loro stessi albigesi usano.

Naturalmente, rispetto alle teorie albigesi esposte sopra, il papa si trova pressoche in disaccordo su tutto. In particolare circa l’ultimo punto, quello del papa povero e pezzente. L’unico aspetto dell’eresia albigese di cui il papa si disinteressa risulta quello della dieta priva di proteine, sulla quale si può anche sorvolare. Ma sul resto, no.

Il papa contesta agli albigesi la balzana idea che la morte sia una cosa bella. Ma si stanca presto di ragionar con loro a parole, e quindi passa presto a una maniera persuasiva molto concreta.

E’ proprio il Papa, nel 1208, ad esaudire l’ambizione degli albigesi: ordina al suo immenso esercito di sterminarli tutti.

La crisi economica spiegata ai bimbi delle elementari

Cari bambini che non giocate in borsa e (per fortuna) non vi appassionate alla finanza, e quando vostro padre apre il Sole 24 Ore lo fa solo perché incartarvi le triglie (ma che razza di quotidiani legge il suo pescivendolo?), eccoci al consueto corso di economia, laddove la maestra vi indottrinerà su cosa siano questi spread e bitipì e default di cui tanto si parla alla televisione fra un cartone animato e l’altro, in modo che anche voialtri ci capiate qualcosa.

Orbene, bimbi belli, dovete sapere che numerosi Stati di questo pianeta (fra cui brilla ahimè il nostro) sono pieni di debiti fino al collo perché negli anni hanno dilapidato montagne di danaro in vari modi. Come accade a molti di noi adulti, ogni anno essi Stati guadagnano assai meno di quanto spendano: allorché ciò accade, noi mortali o ci lanciamo dalla finestra (ma questo gli Stati non possono farlo) o accendiamo un mutuo, cioè imploriamo un prestito a una banca.

Ebbene gli Stati si comportano nella medesima maniera: trovandosi in difficoltà chiedono aiuto ai moderni cravattari, cioè alle banche, e a una misteriosa entità molteplice e metafisica costituita da strozzini e giocatori d’azzardo chiamata “il Mercato”.

Accade quindi che gli Stati, su quei soldi prestati, debbano pagare un prezzo: se a loro vengono prestati 100 euro, essi Stati dovranno nel tempo restituirne 110. I 100 iniziali più altri 10. Quel “10″ viene chiamato dagli economisti il rendimento, e corrisponde infatti a quanto il prestito concesso rende al cravat- pardòn, al creditore.

Gli Stati perciò cominciano a domandare soldi un po’ a tutti, e ne domandano talmente tanti da aver inventato dei foglietti validi come richiesta di prestito. Le banche, i poveri cristi rispiarmatori e il perfido sig. Mercato possono comprarsi un foglietto, dare in cambio i 100 euro, e attendere nel futuro il rimborso dei 110. In Italia codesti foglietti si chiamano BTP, e sono in vendita un po’ ovunque, fra un po’ forse anche dal tabaccaio come i biglietti della lotteria.

E tuttavia le banche e quel figlio di buona donna del sig. Mercato (ma non i poveri cristi risparmiatori, loro nelle decisioni non contano un fico secco) si fanno furbi e capiscono che i loro clienti Stati non sono mica tutti uguali: ci sono Stati con fama di essere persone serie e laboriose (ad esempio la Germania) e altri (ad esempio l’Italia) invece conosciuti come cialtroni facili da infinocchiare e dediti ad attività ricreative quali buttar banconote giù dal terrazzo.

Perciò le banche e il Mercato dicono: aspetta un attimo, forse e il caso che allo Stato tedesco buono e virtuoso io chieda un prezzo basso, e da quello zuccone ebete e italiano ne pretenda uno più alto.

Cosi lo Stato grullo e scialacquatore (e nel frattempo pure con le pezze al sedere) si trova a dover pagar sempre maggiori cifre ai suoi usurai, e quindi a impoverirsi ancora di più.

E mano a mano che lo Stato si impoverisce e si mostra in giro malridotto e tutti lo irridono, le banche e il loro amichetto Mercato pensano: maremma guarda come è conciato male questo Stato a cui stiamo prestando quattrini, chissà se mai ce li restituirà, siccome corriamo questo rischio sarà meglio chiedergli un prezzo ancora superiore per i nostri prestiti.

Quindi: lo stato virtuoso ottiene prestiti a condizioni favorevoli, lo Stato fesso e spendaccione no. E per risarcire i suoi aguzzini (le banche e il Mercato) il disgraziato si vede costretto a domandare proprio a costoro ulteriori prestiti. Senza andar troppo per il sottile, la differenza fra quanto paga in prestiti lo Stato virtuoso e quanto lo Stato sciocco prende appunto il nome di spread (parola inglese traducibile anche come divario, differenza).

Dai e dai, si avvicina il default, il momento in cui lo Stato mendicante dichiara di non detenere il becco di un quattrino manco per bersi un latte caldo al bar sotto casa, figuriamoci per risarcire parecchi miliardi di euro agli usurai, vale a dire le Banche e il malvagio Mercato. Ma questi due signori cattivi ribattono di non volerne sapere altrimenti portano lo Stato in un vicolo buio e lo menano di brutto.

Ci sarebbe anche da dire delle pensioni, del fiscal drag, degli eurobond e delle agenzie di rating, ma non intendo spaventarvi ulteriormente. E poi oramai è tardi. Questo cari bimbi è il mondo che vi attende. Crescete pure, piccini, ma senza fretta.

Lo zen e l’arte di levare il saluto al vicino di casa

Alla fine ci sono riuscito: ho tolto il saluto al mio vicino di casa, e lui ora è costretto a ricambiare. E' stata dura, ci sono voluti mesi e mesi di allenamento in lenta progressione. Ma il risulto può dirsi pienamente raggiunto. Adesso quando ci incontriamo – in strada, per le scale o davanti la porta – lo ignoro, come se fosse incorporeo. Si dirà: perché tanta cattiveria? Che male ti ha fatto costui?

Nulla. Né conosco i suoi sentimenti verso di me. Egli probabilmente penserà: questo non mi saluta e allora neppure io. Ma la mia non è maleducazione, casomai un esercizio spirituale di misantropia ascetica. Quest'uomo non lo conosco affatto, ho sempre evitato la sua conversazione. Mi mancano gli elementi per giudicarlo in maniera negativa o positiva. Provo per lui una antipatia di pelle. Si tratta di un'intuizione, a occhio, mi sembra un cretino. Non è abbastanza per trascurare del tutto il suo atto arrogante di perseverare ad esistere? E per di più di vivermi vicino, nonché di starmi sempre fra i piedi?

L'esercizio si è svolto in evoluzione, per gradi. Nei primi incontri ho preso a rivolgermi a lui con un “buongiorno” sempre più sgarbato. Nei mesi successivi, togliendo una lettera alla volta, sono perciò passato dal 'uongiorno, via via accentuando la malavoglia, fino a 'ngiorno. Poi piano piano a 'giorno, senza enne, per giungere a un gelido quando sfacciato 'rno, mormorato a bocca quasi chiusa. Alla fine lo salutavo con un semplice grugnito.

La prima fase poteva dirsi superata. Ma non bastava ancora, mi son detto. Ho quindi iniziato a sostituire il saluto verbale con formule mute. Un mezzo sorriso, un cenno del capo. Quale riscontro sociale mi pareva più che sufficiente. Ma dopo? Come potevo ridurre ulteriormente l'interazione?

Per arrivare a questi livelli occorre pratica e un'attitudine a recitare. Ho cominciato a fingere di non vederlo. Se incappavo in lui, simulavo di dover voltarmi dall'altra parte a scrutare qualcosa, o di esser distratto. O di badare ad altre persone evidentemente più importanti di lui, poste in un'altra direzione. L'arte di ignorare gli umani va coltivata con cura. Lui prima cercava il mio sguardo, quasi stupito che gli sfuggissi a quel modo. Infine, giorno dopo giorno si è rassegnato.

Stamane, il capolavoro: uscendo di casa sono ritrovato l'oggetto del mio esperimento di fronte, e come al solito lo fissavo senza aprire bocca, come se al suo posto vi fosse il vuoto. L'ho però urtato, ma senza chiedergli scusa, per poi mollarlo lì, incredulo. Dopo avergli girato le spalle, mentre me ne andavo, lo sentivo protestare. Eppure dovrebbe mostrarmi gratitudine. In un certo senso, gli ho offerto un potere straordinario: il dono dell'invisibilità.