L’episodio viene raccontanto in molte biografie e in un saggio di Enrique Vila-Matas sugli scrittori di successo che all’improvviso cessano di produrre.
Guy De Maupassant era un giovane destinato all’ambizione. Sua madre lo voleva a tutti i costi scrittore affermato, e incaricò Flaubert, nientemeno, di essergli maestro. Ora, avere Flaubert come insegnante di francese e un po’ come iscriversi alle lezioni di scuola guida sotto casa e pretendere che il corso per la patente sia tenuto da Schumacher. Ma l’idea funzionò. In poco tempo, Maupassant divenne un romanziere formidabile.
I suoi libri vendevano migliaia, milioni di copie. Le donne lanciavano fiori al suo passaggio. La presunzione, peraltro giustificata dal talento, cresceva oltre ogni misura. Il successo fu colossale, tanto da far perdere a Maupassant il senso della realtà. Sul più bello, il poeta iniziò a dare i numeri: si convinse di essere immortale.
Non aveva dubbi. Per dimostrarlo, una sera chiamò il maggiordomo e di fronte a lui, come se nulla fosse, estrasse la pistola dal cassetto e si sparò un colpo in testa, rimanendo illeso.
Fortunatamente, le persone di servitù sapevano che il padrone di casa negli ultimi tempi non era proprio lucidissimo e quindi, di nascosto, usavano sostituire i proiettili con sfere di gomma. Maupassant questo lo ignorava: quella notte si sentiva euforico, e pochi minuti dopo si sparò una seconda volta senza ferirsi. Il maggiordomo tentava di persuaderlo, la prova ripetuta pareva sufficiente. “D’accordo, signore, lei mi sembra davvero immortale, però adesso basta con queste revolverate, è tardi, vada a letto”. Maupassant tuttavia rimase divertito dalla fallace certezza di invulnerabilità. Trionfante, prese un tagliacarte da un cassetto e si diede una coltellata alla gola, sicuro di sopravvivere.
Si sbagliava, naturalmente. Cominciò a perdere sangue come una fontana. Lui se ne stupì molto. Il maggiordomo un po’ meno.
Il grande scrittore non morì: si salvò per miracolo. Aveva capito, tuttavia, di non essere eterno, casomai soltanto pazzo, e la delusione lo turbava. Nei giorni successivi, domandò cortesemente al cameriere di comperargli una camicia di forza. La indossava in salotto, da sé, come fosse una vestaglia.
Si asserragliò nell’abitazione, rinunciando con noia alla fama. Trascorse cosi gli ultimi anni della sua vita. Nel tempo libero, parlava ai muri e spediva strane lettere al papa, quando non aveva le braccia legate . Infine lasciò il mondo, senza accorgersene, rapito dall’incoscienza.