Fantasy

- Buongiorno, siamo arrivati.

- Oh cari signori, benvenuti. Chi siete, di grazia?

- Siamo l’Impero del Male. Scusate l’intromissione ma dobbiamo darvi un annuncio importante: è nostro fermo intendimento invadere il vostro mondo, dar fuoco alle vostre abitazioni e poi sterminarvi tutti.

- Ma no dai, perché?

- Ci dispiace, non possiamo agire altrimenti: è nella nostra natura.

- D’accordo. Tuttavia noialtri proveremo a resistervi. Riuniremo una piccola armata di saggi e coraggiosi e vi daremo battaglia. Benché poveri e decaduti, discendiamo da una nobile stirpe di maghi elfici vegetariani che in un epoca lontana e felice regnavano su queste terre.

- Perfetto, noi siamo milioni di soldati immortali, crudeli e furibondi, voi quattro pacifisti del cazzo: sulla carta, i pronostici ci danno per favoriti.

- E invece vinceremo noi, in quanto il Bene non ha mai paura, e sempre trionfa.

- Sì, mio nonno. Il vostro illusorio vanto di audacia non ci pare granché come controffensiva. Inoltre abbiate pazienza ma questa trama comincia a sembrar noi il solito plagio del Signore degli Anelli.

- In effetti da decenni gli scrittori delle nostre storie copiano quel librone. Però con notevoli varianti: essi cambiano nomi ai personaggi utilizzando anagrammi di sostantivi danesi, indulgono nell’abuso di aggettivazione arcaica, plagiano inedite mitologie norrene. E la loro prosa risulta assai meno articolata, meno complessa e forsanco meno soporifera - benché più carente sul piano della sintassi – rispetto a quella dell’autore che firmò tale opera. Ma oggidì la narrativa di largo consumo paga ancora decentemente.

- Orbene?

- E allora sia, combattiamo.

- Ottimo (si volta verso il suo immenso esercito) Presto, uccidiamo ‘sti poveracci e impadroniamoci dell’universo onde tramutarlo in luogo di tirannia e dolore eterno!

- Un momento, siamo solo al comincio della narrazione in una lunga saga avventurosa ambientata in un Medioevo posticcio intriso di riferimenti al misticismo celtico. Non avrete per caso l’idea di debellarci subito, massacrandoci già al primo capitolo con alabarde e spade?

- Veramente avremmo con noi anche balestre, onagri, mannaie. E siamo pure cannibali e satanisti, e al termine dei conflitti in genere torturiamo i prigionieri per ore, prima di squartarli. Ma orsù, avanti, mica staremo qua ancora a perder tempo, il lettore già si annoia!

- E infatti ecco che noi giochiamo la carta della sorpresa: un trucco magico ci donerà la vittoria insperata. Per ottenere tale incantesimo ci vediamo peraltro costretti ad evitare la battaglia (scusateci tanto, non vogliatecene) e intraprendere un lungo viaggio attraverso lande sconosciute rigogliose di una natura ostile. Saremo guidati da una principessa amazzone, o da un negromante cieco, o da un drago, o da tutti e tre costoro, adesso ci pensiamo e decidiamo.

- Codardi. E noi vi inseguiremo, vi daremo la caccia sino alla morte. A ciascheduno di voi ancora vivo mangeremo i visceri, e poi regneremo su questo pianeta grazie al potere dell’odio. Avanti, alle armi.

- Eh no, peccato, il libro è finito.

- Come finito? E le stragi? Le guerre? I massacri di innocenti? L’impalamento di vergini minorenni?

- Suvvia, siamo solo il primo volume di una saga, un ciclo composto da diversi romanzi: potrete impegnarvi in questi nobili obiettivi nel prossimo episodio.

- Ma quale prossimo episodio. Siamo qua da duemila pagine è ancora non successo niente!

- Appunto. Secondo voi come potremmo tirare avanti per altre ventimila?

Dall’ontologo

In un anno impreciso nel giorno e nel mese, senza l’assistenza dii testimoni non avendone i comparenti, il mutuato si presenta allo studio dell’ontologo, medico dell’essere in quanto tale e dell’esistente. Il luminare medita. Indossa il camice bianco e lo stetoscopio per auscultare l’anima. Siede severo dietro una scrivania sgombra di fogli, tutto preso non a compilare certificati bensì a pensare assorto dimentico dell’intero universo. Poi si risveglia e con un gesto sacro invita il paziente a entrare:

- Dottore, non mi sento tanto bene.

- Buonuomo, la prego, formalizzi i momenti di antitesi e le relazioni che tra essi intercorrono cogliendone il sistema logico.

- Non ho capito.

- Esprima pure le proposizioni triadiche e rappresenti il sé attraverso i contesti determinati nella realtà strutturale.

- Eh?

- Insomma si spieghi meglio, diobono!

- Sì, mi perdoni. Dicevo: ho il male di essere, mi fanno male l’intelletto e lo spirito.

- Bene, ora specifichi il processo acritico con le imputazioni di un dominio concettuale e riduca il divergere del fenomeno oggettivo al suo sostituente concreto.

- Non ho capito.

- Stia attento quando le parlo. Ribadisco: levi la maglia e si sdrai sul lettino!

- Certo, certo.

- Bene, prenda un bel respiro e dica “l’insormontabilità dell’identità atemporale sul legame tra condizioni fluttuanti al servizio di proprietà delle istanze analitiche.”

- Coff… coff… L’insormontabile del temporale… coff… analitico…

- Non ci siamo. Per favore, estragga il transeunte dal dualismo assoluto dello sviluppo dialettico, lasci emergere l’ethos dall’esercizio empirico dell’apriorità in termini modali.

- Cosa?

- Glielo ripeto: mi mostri la lingua.

- Aaaaaaaah…

- Bravo. Ex falso quodlibet, caro mio: ho individuato la trascendenza nella dinamica contingente alla sperimentazione delle analogie necessarie declinate dall’essenziale fondamento conoscitivo pervaso dalla positività implicita rigenerata.

- Cioè?

- In parole povere, le prescrivo queste pillole, le assuma due volte al dì dopo i pasti. Ecco la ricetta, tenga.

- Ma qui sopra, a parte la sua firma, non c’è scritta manco una parola, scusi.

- E ci credo: si tratta di un farmaco metafisico.

- Sarebbe?

- Queste pasticche non esistono.

- Ah.

- Però costano care, ohimè. Un valore incommensurabile. Mi raccomando, assuma il Nulla, ovvero l’Infinito, due volte al dì, appena si sveglia e prima di coricarsi. Addio.

L’invenzione dei giornali (2012 d. C.)

La scena si svolge in un universo parallelo, su un pianeta e in una società del tutto identici al nostro sebbene lì la stampa non sia ancora stata inventata (eppure gli umani vivono bene lo stesso):

- Allora, per prima cosa dobbiamo trovare un bosco.

- Un bosco?

- Sì, un bosco bello grande. Con tanti alberi: li sradichiamo tutti e poi li tagliamo a fette.

- Mmm… e poi?

- Poi mettiamo queste fette di legno sui camion o sugli aerei – dipende da dove si trova il bosco, da quanto è lontano – e le trasportiamo qui da noi.

- Continua.

- Le fette devono essere molto sottili, tipo il prosciutto cotto del mio salumiere, anzi ancora più fini. Su ognuna di esse, grazie a enormi macchine industriali, incidiamo i testi di storie inventate o di notizie da divulgare.

- D’accordo, ma poi cosa ci combiniamo con ‘sta roba?

- Poi cuciamo le fette con filo e graffette di ferro, in modo da avere raccolte molto lunghe di testi consultabili a mano. Chiameremo questi oggetti con il nome di “giornali”.

- “Giornali”. E dopo?

- A questo punto di nuovo carichiamo tonnellate di codesti materiali così trasformati su aerei, treni navi e autocarri diretti in tutto il mondo e recapitiamo le parole impresse sulle fette di legno in appositi negozi aperti all’uopo, dove chi lo vorrà potrà acquistarle. Oppure consegnamo le nostre creazioni a casa delle persone per posta, in modo che costoro possano goderne.

- E se ne nessuno le compera?

- Andremo a riprendercele, sempre utilizzando furgoni o altri mezzi di trasporti, e poi le porteremo in un luogo isolato dove tenteremo di riutilizzarle in qualche modo, e se non ci riusciamo casomai le bruceremo.

- Mi sembra un modello economico costosissimo e totalmente folle, perché dovremmo mettere in piedi tutto questo casino?

- Bé, per permettere alla gente di leggere ciò che noi scriviamo.

- Ho capito, ma non facciamo prima a usare questi aggeggi elettronici e digitali che ci sono adesso? Spenderemmo molto meno in benzina, segherie, spedizioni e francobolli, e in più eviteremmo di deforestare interi continenti.

- Giusto! Però c’è un problema: io questi arnesi moderni non li so mica usare. Tu sì?

- Ma figurati.

- E allora taci, cretino, sennò perdiamo il lavoro. Dunque, ti dicevo: cerchiamo un bosco…

Intervista al sig. Prolisso

- Buonasera cari signori e benvenuti al consueto appuntamento con l’intervista: oggi è nostro ospite il signor Prolisso, un tipo abituato a parlar parecchio e inutilmente, con gran perdita di tempo per sé e per chi l’ascolta. Ma eccolo qua, un bel applauso!

- Grazie grazie, troppo gentili, troppo generosi, il piacere è tutto mio, e giustappunto mi sovviene di…

- Stop! Caro signor Prolisso, si tratta di un’intervista sperimentale: infatti eviterò di farle domande, in modo da non dare spazio alle sue troppo lunghe risposte. Insomma, l’intervista finisce qui. Arrivederci.

- Amico mio, capisco il suo arguto stratagemma e mi adeguo volontieri alla richiesta di silenzio, lasci però che prima di andarmene le spieghi in maniera molto ma davvero molto breve – glielo garantisco – quanto lei già sospetta: sono del tutto d’accordo con lei, pure io detesto parlar troppo, infatti me ne astengo volentieri e assai sovente, soprattutto quando dormo, e…

- Sì sì ma ora basta per cortesia.

- Ha ragione, la concisione è fondamentale, come ho pure dichiarato a pagina quattrocentoventi del mio Trattato contro la verbosità, vol. VIII: a tale proposito vorrei sottoporle un aneddoto di sostegno alla tesi sulla virtù della sintesi: ieri sera con mio cognato, cioè il fratello di mia moglie, eravamo in pizzeria, non so se ha presente quei luoghi ove s’infornano impasti piani spalmati di pomodoro e mozzarella, il famoso formaggio originario del nostro meridione – per inciso si trattava di una pizzeria notevole sia per prezzi sia per qualità della birra chiara alla spina servita in boccali, le darò l’indirizzo, perdoni la digressione ma so per certo di darle una notizia essenziale: la quattro stagioni senza origano è buonissima, e comunque per farla breve ero lì con questo mio cognato, la cui sorella per mia fortuna ho sposato molti anni fa, e io stavo illustrando con dovizia di dettagli i motivi del… Aspetti, ho perso il filo, qual era la sua domanda?

- Veramente io non le ho mai domandato nulla.

- Ah, non era mio intendimento annoiarla: come dice il proverbio (la saggezza dei motti popolari, vivaddio!), “un bel tacer mai fu mai detto”, e comunque in onore di questo motto mi azzittirò, ma solo dopo averle tuttavia ricordato in modo succinto l’episodio occorsomi proprio stamane in piazza Cristoforo Colombo, il celebre navigatore ligure giunto per caso nelle Americhe: ero lì alla fermata dell’autobus sette barrato, come sempre in ritardo – il malfunzionamento dei mezzi pubblici in questa città è una vera iattura, non trova? – e stavo intrattenendo un tale mai visto prima con il mio monologo preferito, quello dedicato alla vicenda di cui anche lei certo avrà letto di recente sulle pagine dei giornali, ma sì, quei fogli di carta su cui ogni dì vengono stampate parole ai fini della distribuizione nelle edicole sui viali, e insomma senza esserne interpellato riferivo a costui l’incresciosa questione de…

- Non le ho chiesto alcunché e lei già da un quarto d’ora straparla senza sosta.

- Esatto, ha indovinato: proprio così mi si è rivolto l’interlocutore, un uomo sulla cinquantina con baffi neri, naso né lungo nè corto, cappello in testa, abiti civili, toni sgarbati: in quel preciso istante di intuizione fulminante ho compreso il pericolo della logorrea specie quando indesiderata, e quindi, pentito, ho abbandonato quel signore con mille scuse e mi son recato presso casa mia, un appartamento ammobiliato dove con mia malcelata sorpresa era ancora presente la filippina, una brava persona, di mezza età, nativa di un arcipelago asiatico (coelum non animum mutant qui trans mare currunt, avrebbe aggiunto il poeta) ed ella di norma viene a stirare da me nei giorni feriali dispari che principiano con la lettera emme cioè il mercoledì, e perciò non ho potuto evitare di imbastire una conversazione con costei, donna peraltro di per sé abituata al silenzio essendo completamente ignara della lingua italiana, quando accade il fatto imprevisto…

- Senta, non mi interessa, la smetta!

Certo, certo, non divaghiamo, sto per terminare, porti pazienza ancora qualche secondo, vengo subito al sodo: per farla breve, una volta, tanti tanti anni fa, mio nonno…

Intervista a un cetriolo

- Benvenuti al consueto appuntamento con la rubrica di salute e benessere, oggi abbiamo con noi in esclusiva un ospite eccezionale, il personaggio più discusso e noto del mondo. Signore e signori, un bel applauso per il cetriolo.

- Grazie, grazie, troppo gentili.

- Carissimo cetriolo, la sua carriera di alimento attraversa un momento difficile, lo confessi.

- Sono innocente, lo giuro. È stato persino dimostrato. Ho fiducia nella giustizia. Piuttosto chi se la passa male sono i germogli di soia, o la lattuga, quella zozzona.

- Non faccia la gnorri, stamane ero al supermercato e ovunque c’erano ceste colme di cetrioli invenduti. Il prezzo è in discesa, fra un po’ lei verrà regalato, ammesso che qualcuno ancora la voglia.

- Si tratta di una calunnia, probabilmente un complotto della frutta cotta o dei farinacei.

- Creda, mi considero un suo convinto sostenitore, l’ho sempre gradita, in insalata e sottaceto.

- E allora per quale motivo, mentre mi parla, indossa una tuta isolante, quella mascherina sul viso e dei guanti?

- Giusto, me li levo. Abbia pazienza, circolavano certe voci su di lei…

- Il mio problema è che non sono buono da bollito, e voi sciocchi umani, con l’aria che tira, evitate noialtre verdure crude. Però ho la buccia a proteggermi, questo dovrebbe rappresentare un vantaggio.

- Temo non basti. Forse dovrebbe rassegnarsi a perdere il ruolo di commestibile e dedicarsi ad altro: ad esempio, si riteneva che una volta tagliato a dischetti e posizionato sulle palpebre chiuse, lei potesse guarire le borse sotto gli occhi.

- Ahimè, oramai gli avventori mi detestano, nemmeno per quell’uso gli vado bene.

- Oppure come carburante, o concime.

- Troppa acqua, piaccio solo a tavola.

- Suvvia, è solo un periodo sfortunato, la gente dimentica. Ha visto già cosa successe, anni fa, alle bistecche o al pollame: li si dava per spacciati, invece ora sembrano in auge più che mai.

- Comunque mi sto organizzando per lottare. Combatterò. Da qualche giorno pratico esercizi per imparare a resistere. Chissà, potrei imparar ad aggredire fisicamente la massaia qualora provi a buttarmi in pattumiera.

- Sé, buonanotte. Mai visto nulla di più inerme di lei, caro amico.

- Io sono sano, perdìo, lo dice pure il giornale! Perché nessuno mi vuole più? Avanti, dia un segnale al suo (poco) pubblico: mi morda.

- Mmm… e se poi mi sento male?

- Ma le ho appena detto che sono innocuo! E lei pareva dalla mia parte.

- Non mi fido, o cetriolo: cosa sono quei bozzi sulla pelle?

- Li ho sempre avuti, da millenni.

- Può esibire un certificato medico? Sa com’è, nel dubbio.

- Suvvia, mi condisca, con pomodori insalata e olive, magari qualche carota grattugiata.

- Ah ah, bravo, così poi finisco ricoverato all’ospedale.

- Ancora? Le proibisco di diffondere queste menzogne. Forza, mi assaggi.

- Davvero, come se avessi accettato. Bene, è ora di andare a pranzo ma non con lei, l’intervista finisce qua, io la saluto e le auguro di non estinguersi.

- Ma vaffanbagno, scusi! Tocco ferro.

- Arrivederla, e coraggio.

Intervista a un grande scrittore

Cari amici bentornati al consueto appuntamento con la rubrica culturale di questo sito. L’ospite di oggi è uno scrittore. Ma uno scrittore speciale. Tutte le riviste accolgono sulle loro pagine scrittori famosi, autori da milioni di copie. Noi invece amiamo distinguerci. Per questo abbiamo con noi, in esclusiva mondiale, lo Scrittore Sconosciuto. Un bel applauso!

Grazie, grazie.

Caro Scrittore Sconosciuto, siamo entusiasti di averla qui. È la prima volta che lei compare sugli schermi. Ci dica, come va la sua carriera?

Benissimo. Ho appena terminato il mio nuovo romanzo: pure questo non lo vuol pubblicare nessuno: gli editori oramai sono asserviti alle regole del mercato. È una vergogna. Anni fa in questo si distribuiva la cultura per il solo piacere di elargirla; ora si contano solo i quattrini. Ma a me importa poco, io vivo per l’arte, mica per la fama. Per me la scrittura è un bisogno fisico.

Complimenti. Il suo agente letterario si ritrova in queste opinioni?

Di agenti letterari ne ho tre, e al momento sono tutti e tre in vacanza ai Caraibi, credo a mie spese. Ma le ripeto: il successo non è il mio obiettivo, io scrivo solo per nutrire la mia creatività, di tutto il resto me ne disinteresso.

Sante parole. Però ci tolga una curiosità: lei come fa a campare? Ha qualche mestiere vero che le consente di pagarsi le bollette e mangiare?

Figuriamoci. Io sono uno scrittore, è questa la mia unica professione: non ho tempo per altre attività. Sono troppo preso dal concentrarmi nella scrittura delle mie opere – che nessuno legge ma vabbè, peggio per lui, non sa cosa si perde. Quanto al mio sostentamento, cosa vuole, per fortuna sono ricco di famiglia, sto dilapidando il patrimonio di mio padre. Per una buona causa, beninteso.

E bravo il nostro scrittore che non si perde d’animo!

Veda, i lettori sono dei gran rompiballe: quando comprano un libro, poi pretendono pure di rimanerne soddisfatti. Sono perfino capaci di lamentarsi, magari criticare, recensire in maniera negativa, parlarne male agli amici. Viceversa io mi ritengo un artista, un narratore di fantasie. Uno spirito libero. Volo alto, indifferente alla banalità volgare di gusti non miei.

Ben detto, caro Vate, ben detto. Lei non deve piacere agli altri, sono gli altri casomai a dover imparare ad apprezzarla, perdìo. Prima o poi l’Universo dovrà accorgersi del suo genio, mi creda.

E intanto mi consolo: in fondo, a mio modo, merito riconoscenza: con la decisione di sottrarmi alla pubblicazione su carta ho risparmiato sofferenze a diversi alberelli, e fatica a parecchi boscaioli. Sono molto sensibile al problema dell’ambiente, sa?

Però mi ascolti, Maestro, ho avuto un’idea. Mi è chiaro, della popolarità non le importa un fico secco. Giusto. Ma qualora lei voglia condividere quelle parole scritte con pochi ma meritevoli intenditori che non siano lei stesso o i suoi parenti, si possono sempre cercare altre vie che escludano l’odioso meccanismo commerciale. Per dirne una: provi qua sulla grande Rete, che tutti accoglie e non manda via nessuno, manco gli analfabeti senza talento. Siamo tutti benvenuti, sull’internet. Metta a disposizione il suo romanzo inedito, gratis, Magari qualche raro e competente fruitore, gente al suo medesimo altissimo livello intellettuale, passa per caso, la legge e gradisce, addirittura.

Mi perdoni, che sarebbe ‘sto internet?

Internet, no? Questo dove siamo adesso.

Ah, quella roba dei computer… Ma quindi non siamo in televisione o su un quotidiano nazionale? Lei non è un affermato giornalista?

Ma no.

Uhm, questo cambia tutto, io avevo capito…

Cosa?

Eh… mannaggia, si è fatta una certa ora, devo tornare a casa per produrre il mio prossimo capolavoro. A proposito, c’è stato un equivoco: le domando, anzi, le ordino di cancellare questa intervista.

Mi spiace, o Sommo: troppo tardi.

Troppo tardi in che senso?

È già finita. Cioè pubblicata.

Dialogo con l’assistenza tecnica lavatrici

Assistenzatecnicanotamarcadilavatricibuongiorno.

Buongiorno, avrei bisogno che un vostro tecnico venga a vedere la mia lavatrice.

E perché mai?

La lavatrice l’avete costruita voi, no? Ecco. Non funziona.

Figuriamoci. Come sarebbe a dire che non funziona?

‘Sta cretina sta tentando di uccidermi allagandomi la casa. E’ completamente impazzita.

Tutto qua? Perde acqua? E’ normale. Le metta alcuni stracci, ai piedi in modo da assorbire le perdite d’acqua. O si procuri dei secchi. Arrivederci.

Aspetti, essa manifesta altri comportamenti anomali. Sembra guasta.

Non è possibile, sono lavatrici tedesche, perfette e infallibili.

Se provo ad accenderla emette suoni spaventosi e vomita vestiti dall’oblò. A volte, nel cuore della notte, si attiva da sola, a vuoto, e fa partire il programma per capi in lana colorati pur essendo vuota. Oppure resta muta ma lampeggia le lucine a intermittenza, anche con la presa elettrica staccata. Come se volesse lanciare dei messaggi.

Con la presa elettrica staccata, dice.

Sì. Una sera me la sono ritrovata in camera da letto: ci era arrivata saltando con la centrifuga, per farmi paura.

Questo può capitare, certo.

Persino i vicini sono preoccupati, temono che quella possa uscire di casa e aggredirli. Mi mandi un tecnico per favore.

Ha messo l’anticalcare?

Senta, ho qualche difficoltà a parlarle: la lavatrice sta cercando di impedire questa telefonata, mi insegue per casa, mi viene addosso, apre il cassetto e mi spara in faccia getti di acqua rovente e detersivo in polvere. Credo abbia capito che la sto denunciando.

Scusi, prima di avviare una richiesta devo rivolgerle alcune domande per assicurarmi che l’intervento sia davvero necessario: lei che detersivo usa? Ha provato le pastiglie di nostra produzione? Ed è sicuro di aver letto tutto il manuale di istruzioni in tedesco prima di chiamarci? Mi legge il numero di matricola del prodotto?

La imploro: aiuto. Questa adesso ha persino imparato a sollevarsi da terra e volare. E’ furibonda.

Vabbé, se insiste, le fisso un appuntamento.

Grazie, grazie, lei è davvero molto gentile.

Vediamo, mi faccia controllare… le andrebbe bene alle sette della mattina di giovedì 6 dicembre 2056?

La penale da pagare

- Buongiorno, o aguzzini.

- Oh, carissimo cliente, qual buon vento.

- Passo subito al dunque. Di certo ricordate il patto che anni fa ho firmato con voi.

- E come no, amico mio, ce ne ricordiamo bene.

- In base a tale accordo io promisi che non mi sarei lamentato dello stesso sino alla sua scadenza e non un giorno anzi non un minuto prima, dopodiché il contratto fra noi si sarebbe ritenuto concluso e ognuno sarebbe andato per la sua strada.

- Esatto, amico mio.

- Ecco, ci ho pensato: non mi va più bene. Addio.

- Ohibò, prima della scadenza pattuita?

- Sì.

- E il nostro accordo?

- Semplice: me ne fotto.

- Non le conviene.

- Altroché se mi conviene.

- Ah ah, capiamo: si tratta di uno scherzo.

- Sono serissimo.

- Suvvia, lei ha appunto stipulato un contratto valido sino a una data precisa et ancora assai lontana, mica quando le pare.

- Vero. Ma oggi ho cambiato idea, mi spiace. Col vostro contratto mi ci soffio il naso. Arrivederci.

- E no. Arrivederci un corno.

- Come?

- Se lei recede dal contratto prima della scadenza, c’è la penale.

- Ah. E in cosa consisterebbe, codesta penale?

- Guardi, è scritto qua.

- Dove?

- Qua, in fondo, in corpo 1, caratteri grigio chiaro su fondo bianco. Aspetti che prendo il microscopio e leggo io. L’articolo recita le seguenti testuali parole: “Se quel fesso del contraente un giorno cambiasse idea…”

- C’è scritto proprio così, quel fesso? Sarei io?

- Sì, il contraente, cioè il fesso, è lei. Vado avanti: “…e richiedesse anzitempo lo scioglimento del contratto…”

- Infatti, lo richiedo.

- Mi lasci finire: “…e richiedesse anzitempo lo scioglimento del contratto a noialtri mascalzoni e farabutti…”

- Continui.

- “… in tal caso siamo autorizzati a dileggiarlo e ridergli in faccia…”

- Cosa che infatti è già accaduta, eppure non mi preoccupa.

- “…tuttavia nella remota ipotesi che il contraente insista nel suo intento di stracciare il contratto istesso, al contraente verrà comminata una penale pari al quadruplo del danaro che possiede…”

- Urca.

- “… a ciò si aggiungerà il pignoramento dei mobili dalla di lui abitazione…”

- Ma non è possibile, dai.

- “… più la confisca dell’abitazione medesima nonché…”

- Pure.

- “… nonché l’esproprio forzato e violento di tutti i suoi averi, mobili o immobili che siano, oltre al…”

- Non ha ancora finito?

- ”… oltre al sequestro dei suoi familiari e…”

- E?

- “…. alla riduzione in schiavitù del contraente medesimo a guisa di sanzione pel mancato rispetto del presente contratto…”’

- Non ci credo.

- È scritto qui, vede? Vado avanti “…e se serve alla somministrazione di alcune nerbate sul viso quandanche il contraente ancora protesti per l’eccessiva severità di questa clausola.”

- Accipicchia.

- Vede? Non le conviene.