Elogio degli assenti

Sia lode agli assenti, le persone più cortesi dell’universo, la più discrete e riservate.

Gli assenti, al contrario dei presenti, non risultano mai molesti. I presenti – a una discussione, a un convito, a una riunione – rischiano sempre di disturbare o di dire solenni sciocchezze. Gli assenti no, loro tacciono, con gran garbo. Inoltre, se si parla male di loro (ed è davvero molto ma molto frequente che in un ritrovo tra quei vigliacchi dei presenti si parli male degli assenti) gli assenti, evitano di rispondere. Ignorano la critica. Sorvolano sulle malignità con muta eleganza. Con classe.

Gli assenti hanno poi altre caratteristiche positive di cui i presenti sembrano del tutto sprovvisti. Gli assenti non sono mai importuni: si astengono dal telefonare, non si fanno mai vivi in un momento sconveniente o meno. Con estremo senso dell’educazione, rifiutano perfino di occupare lo spazio fisico. Avete mai provato a organizzare una cena invitando soltanto degli assenti? E’ facilissimo: non c’è manco bisogno di apparecchiare la tavola, o di cucinare, né di trovare argomenti di conversazione per intrattenerli. Anzi, per maggior sicurezza, non occorre nemmeno invitarli. Tanto loro, in quanto assenti, comunque non si manifestano (se lo facessero, cesserebbero di essere assenti).

Il sentimento che si può sperimentare nei confronti degli assenti è duplice: da un lato, si chiama indifferenza. L’assente non c’è ma a noi non ce ne frega un tubo. Non ce ne accorgiamo neppure. In questo, l’assente risulta ancora una volta stimabile: egli è talmente gentile da sottrarci alla seccatura di pensarlo.

L’altro sentimento che l’assente può incutere è quello opposto: l’assente non c’è e noi ne proviamo nostalgia. Ma la nostalgia rimane un sentimento buono, in questa vita forse uno dei più gradevoli da provare. Di sicuro il più poetico. Quasi un regalo, di cui l’assente, se si potesse, andrebbe ringraziato.

Dall’ontologo

In un anno impreciso nel giorno e nel mese, senza l’assistenza dii testimoni non avendone i comparenti, il mutuato si presenta allo studio dell’ontologo, medico dell’essere in quanto tale e dell’esistente. Il luminare medita. Indossa il camice bianco e lo stetoscopio per auscultare l’anima. Siede severo dietro una scrivania sgombra di fogli, tutto preso non a compilare certificati bensì a pensare assorto dimentico dell’intero universo. Poi si risveglia e con un gesto sacro invita il paziente a entrare:

- Dottore, non mi sento tanto bene.

- Buonuomo, la prego, formalizzi i momenti di antitesi e le relazioni che tra essi intercorrono cogliendone il sistema logico.

- Non ho capito.

- Esprima pure le proposizioni triadiche e rappresenti il sé attraverso i contesti determinati nella realtà strutturale.

- Eh?

- Insomma si spieghi meglio, diobono!

- Sì, mi perdoni. Dicevo: ho il male di essere, mi fanno male l’intelletto e lo spirito.

- Bene, ora specifichi il processo acritico con le imputazioni di un dominio concettuale e riduca il divergere del fenomeno oggettivo al suo sostituente concreto.

- Non ho capito.

- Stia attento quando le parlo. Ribadisco: levi la maglia e si sdrai sul lettino!

- Certo, certo.

- Bene, prenda un bel respiro e dica “l’insormontabilità dell’identità atemporale sul legame tra condizioni fluttuanti al servizio di proprietà delle istanze analitiche.”

- Coff… coff… L’insormontabile del temporale… coff… analitico…

- Non ci siamo. Per favore, estragga il transeunte dal dualismo assoluto dello sviluppo dialettico, lasci emergere l’ethos dall’esercizio empirico dell’apriorità in termini modali.

- Cosa?

- Glielo ripeto: mi mostri la lingua.

- Aaaaaaaah…

- Bravo. Ex falso quodlibet, caro mio: ho individuato la trascendenza nella dinamica contingente alla sperimentazione delle analogie necessarie declinate dall’essenziale fondamento conoscitivo pervaso dalla positività implicita rigenerata.

- Cioè?

- In parole povere, le prescrivo queste pillole, le assuma due volte al dì dopo i pasti. Ecco la ricetta, tenga.

- Ma qui sopra, a parte la sua firma, non c’è scritta manco una parola, scusi.

- E ci credo: si tratta di un farmaco metafisico.

- Sarebbe?

- Queste pasticche non esistono.

- Ah.

- Però costano care, ohimè. Un valore incommensurabile. Mi raccomando, assuma il Nulla, ovvero l’Infinito, due volte al dì, appena si sveglia e prima di coricarsi. Addio.

Antropologia del macellaio

Il macellaio sotto casa mia è una gran brava persona: ogni volta, quando arrivo nel negozio, mi accoglie come fossi suo fratello. Mi vuole bene, a quanto pare. Ed è strano, perché io non gliene voglio, insomma non siamo così in confidenza: tendo a diffidare di sconosciuti e commercianti, e lui appartiene a entrambe le categorie.

Ma egli, invece, al solo vedermi diventa raggiante. Si illumina. Anche quando entro e lo trovo indaffarato come sempre a truccare la bilancia, ma alla mia sola apparizione abbandona il suo lavoro, si inchina e mi saluta con un gran sorriso e le braccia aperte. D’accordo, spesso sbaglia il mio nome: è convinto che mi chiami Giampiero, o Luigi, e talora, nel preambolo dei convenevoli, si informa preoccupato sulla salute di parenti che non ho. Per non deluderlo gli do retta: sono guariti, stanno tutti molto bene.

Poi cominciamo la spesa. Va detto, costui è sempre generoso: gli chiedo di pesarmi mezzo chilo di trita e lui ce ne mette il doppio. Io mi intenerisco, apprezzo il gesto, però non posso permettermi di spendere troppo e allora gli segnalo l’errore. Lui si scusa mortificato. Giura di non averlo fatto apposta, si dispera. Poi leva un grammo dal piatto, e incarta in fretta.

Se spendo troppo poco, egli prova a persuadermi all’acquisto di beni non richiesti. Osserva che sono troppo magro: la carne gioverebbe alla salute, specialmente il filetto da quaranta euro all’oncia. Si impunta. Ci accordiamo per un salame nostrano e del biancostato: non li volevo, ma lui sostiene che non importa, posso comunque tenerli nel freezer per anni.

Prima di salutarmi, propone un regalo: “un bel osso per il suo cane?” Io rispondo grazie ma come le ho già detto altre volte, non possiedo cani. Lui si incupisce per la gaffe, e però insiste ancora. Così, con caparbietà imbattibile, finisce per obbligarmi a evitar complimenti; fruga nel secchio dei rifiuti ed estrae trionfante l’omaggio che fidelizza il cliente: un cartoccio di pezzi pregiati: rotule di maiale, zampe di pollo. “Ottime per il brodo, si fidi”. Con la disinvoltura di un passo di danza elude dal battere lo scontrino, esegue una piroetta e mi porge una busta di plastica, gratis pure lei.

Così giunge il momento del commiato. Il bottegaio infila un paio di battute di cui non colgo l’umorismo, benché lui ne rida con aria complice. Mi augura tutto il bene del mondo, oltre alla buona domenica (lo fa sempre, anche di mercoledì). Chiudo la porta inseguito dai suoi arrivederci e dalle sue riverenze. Dietro la vetrina agita ancora la mano, sventolando il grembiule come se partissi per l’America. “Torni presto, mi raccomando.”

L’invenzione dei giornali (2012 d. C.)

La scena si svolge in un universo parallelo, su un pianeta e in una società del tutto identici al nostro sebbene lì la stampa non sia ancora stata inventata (eppure gli umani vivono bene lo stesso):

- Allora, per prima cosa dobbiamo trovare un bosco.

- Un bosco?

- Sì, un bosco bello grande. Con tanti alberi: li sradichiamo tutti e poi li tagliamo a fette.

- Mmm… e poi?

- Poi mettiamo queste fette di legno sui camion o sugli aerei – dipende da dove si trova il bosco, da quanto è lontano – e le trasportiamo qui da noi.

- Continua.

- Le fette devono essere molto sottili, tipo il prosciutto cotto del mio salumiere, anzi ancora più fini. Su ognuna di esse, grazie a enormi macchine industriali, incidiamo i testi di storie inventate o di notizie da divulgare.

- D’accordo, ma poi cosa ci combiniamo con ‘sta roba?

- Poi cuciamo le fette con filo e graffette di ferro, in modo da avere raccolte molto lunghe di testi consultabili a mano. Chiameremo questi oggetti con il nome di “giornali”.

- “Giornali”. E dopo?

- A questo punto di nuovo carichiamo tonnellate di codesti materiali così trasformati su aerei, treni navi e autocarri diretti in tutto il mondo e recapitiamo le parole impresse sulle fette di legno in appositi negozi aperti all’uopo, dove chi lo vorrà potrà acquistarle. Oppure consegnamo le nostre creazioni a casa delle persone per posta, in modo che costoro possano goderne.

- E se ne nessuno le compera?

- Andremo a riprendercele, sempre utilizzando furgoni o altri mezzi di trasporti, e poi le porteremo in un luogo isolato dove tenteremo di riutilizzarle in qualche modo, e se non ci riusciamo casomai le bruceremo.

- Mi sembra un modello economico costosissimo e totalmente folle, perché dovremmo mettere in piedi tutto questo casino?

- Bé, per permettere alla gente di leggere ciò che noi scriviamo.

- Ho capito, ma non facciamo prima a usare questi aggeggi elettronici e digitali che ci sono adesso? Spenderemmo molto meno in benzina, segherie, spedizioni e francobolli, e in più eviteremmo di deforestare interi continenti.

- Giusto! Però c’è un problema: io questi arnesi moderni non li so mica usare. Tu sì?

- Ma figurati.

- E allora taci, cretino, sennò perdiamo il lavoro. Dunque, ti dicevo: cerchiamo un bosco…

Che cos’è il flusso di coscienza

Il flusso di coscienza è un modo di comunicare secondo il quale uno invece di star lì a cercare di spiegare le cose per bene con tutte le parole giuste la punteggiatura la sintassi corretta la grammatica lo stile i sinonimi quindi evitando le ripetizioni le rime le frasi fatte gli errori di grammatica il turpiloquio l’abuso di aggettivi e congiunzioni eccetera eccetera uno con il flusso di coscienza scrive tutto quello che che gli pare e tira il discorso seguendo appunto un non mi viene in mente nessun termine migliore un flusso completamente libero di tutte ciò che gli passa per la testa se possibile lasciando perdere virgole punti insomma è un modo molto comodo e molto veloce di scrivere  senza far sforzi come dimostra questo esempio pratico e magari a volte non qui ma altrove lo scrivente crede pure a far bella figura perché pensa madonna quanto sono avanti mi esibisco pure nel flusso di coscienza quale virtuosismo e pensare che non è affatto faticoso anzi hai voglia ci si potrebbe andare avanti per ore ma è assai meno comodo per colui che legge che a un certo punto dice sì vabbè questo c’avrà pure il flusso di coscienza bravo bravo però non si capisce niente tutto bello ma così siamo capaci tutti eppoi io non ho mica voglia di mettermi qua a stargli dietro a ‘sto scemo adesso chiudo e vado via ho di meglio da fare arrangiati vai a fare in culo te il flusso e la coscienza ma tutto ciò allo scrivente non interessa egli è troppo impegnato nel fluire e così non s’avvede che intanto il lettore sbadiglia e ha smesso di ascoltare da un pezzo e a sua volta pensa ai fatti suoi in un analogo flusso di coscienza oddio ho il minestrone sul fuoco e con tutto sto flusso me n’ero dimenticato e adesso e adesso potrò metterlo il punto interrogativo non credo non rispetterei le regole del flusso ma come si esce da questa roba aiuto come mizzega la si spegne ‘sta coscienza mi prude un gomito devo ricordarmi di andare in tintoria stai a vedere che mi tocca esprimermi per il resto della vita in questo modo anche nelle questioni quotidiane le conversazioni qui finisce che mi scoprono e portano davvero dallo psichiatra altro che flusso di coscienza dei miei ah no aspetta aspetta ecco ecco ci sono fine posso smettere, sì, e per provarlo aggiungo pure un punto.

Grandi classici della letteratura in 10 secondi cadauno

Ad uso consumo di chi non li ha mai letti, continua l’appuntamento con i grandi (grandi per fama ma anche per peso e dimensione) classici della letteratura accorciati da mille a una sola pagina. Un servizio utile per sorprendere amici parenti o colleghi impreparati nei dialoghi pseudocultuvali da salotto o ascensore senza aver letto manco un rigo:

I Fratelli Karamazov, di Fedor Dostoevskij (2 volumi, ca. 1.000 pagine) in 10 secondi netti:
1. Quattro fratelli, come padre hanno un cretino per di più malvagio;
2. attenzione, le madri sono diverse, ma irrilevanti, e ben presto fanno tutte una brutta fine o comunque scompaiono.
3. I fratelli anzi i fratellastri vivono separati come fossero orfani, ignorati dal padre, crescono e indi
4. si ritrovano per parlar di religione, della Madonna, di Gesù – insomma argomenti di conversazione tipici di chi ha avuto un’infanzia non proprio allegra.
5. Ma il papà cattivo scemo brutto e puzzone perseguita i figlioli anche in età adulta:
6. a uno di loro tenta di rubare la fidanzata,
7. a un altro impone di servirlo come uomo delle pulizie o meglio come schiavo;
8. il fratello Karamazov cui il padre aveva provato a portar via la donna s’arrabbia, progetta il parricidio ma sul più bello cambia idea,
9. il fratello costretto a fungere da colf invece ammazza babbo sul serio:
10. la polizia però fa casino e arresta il fratello sbagliato, che poveretto finisce ai lavori forzati in Siberia.

La Montagna incantata, di Thomas Mann (quasi 800 pagine):
1. Agli inizi del XX secolo un ingegnere tedesco va a trovare suo cugino ricoverato in una casa di cura sulle alpi svizzere
2. (la montagna di cui al titolo si trova nei pressi di Davos, ancora oggi lussuosa stazione climatica e luogo di villeggiatura).
3. L’ingegnere si accorge di come starsene a poltrire a Davos sia preferibile al
4. tornare in città e faticare con le solite menate della vita quotidiana.
5. Decide perciò di stabilirsi a sua volta nella casa di cura;
6. stringe amicizia con altri degenti e con loro discute lungamente (7 anni!) di filosofia spicciola, ma
7. insomma a un certo comincia ad annoiarsi, senonché
8. ohibò scoppia la I Guerra Mondiale, e
9. l’ingegnere furbamente si arruola nell’esercito:
10. viene spedito al fronte dove si presume morrà.

L’Ulisse di James Joyce (mille pagine e rotti ma dipende dal carattere di stampa):
1. Marito cornuto trascorre un’intera giornata a spasso per Dublino;
2. passeggia senza destinazione precisa;
3. si industria in vari modi per ingannare il tempo, ad esempio dedica
4. parecchie tappe in pub e taverne (un’odissea, appunto).
5. Incontra per caso un amico, ubriaco e malconcio,
6. lo invita a casa sua.
7. I due chiacchierano fino a tarda notte, poi si dicono:
8. vabbè dai s’è fatta una certa ora, andiamo dormire.
9. Nel frattempo in camera da letto la moglie del tizio cerca invano di assopirsi e (gran finale)
10. al fine di vincere l’insonnia parlotta da sola senza usare né punteggiatura né sintassi per almeno cinquanta pagine consecutive.

Intervista al sig. Prolisso

- Buonasera cari signori e benvenuti al consueto appuntamento con l’intervista: oggi è nostro ospite il signor Prolisso, un tipo abituato a parlar parecchio e inutilmente, con gran perdita di tempo per sé e per chi l’ascolta. Ma eccolo qua, un bel applauso!

- Grazie grazie, troppo gentili, troppo generosi, il piacere è tutto mio, e giustappunto mi sovviene di…

- Stop! Caro signor Prolisso, si tratta di un’intervista sperimentale: infatti eviterò di farle domande, in modo da non dare spazio alle sue troppo lunghe risposte. Insomma, l’intervista finisce qui. Arrivederci.

- Amico mio, capisco il suo arguto stratagemma e mi adeguo volontieri alla richiesta di silenzio, lasci però che prima di andarmene le spieghi in maniera molto ma davvero molto breve – glielo garantisco – quanto lei già sospetta: sono del tutto d’accordo con lei, pure io detesto parlar troppo, infatti me ne astengo volentieri e assai sovente, soprattutto quando dormo, e…

- Sì sì ma ora basta per cortesia.

- Ha ragione, la concisione è fondamentale, come ho pure dichiarato a pagina quattrocentoventi del mio Trattato contro la verbosità, vol. VIII: a tale proposito vorrei sottoporle un aneddoto di sostegno alla tesi sulla virtù della sintesi: ieri sera con mio cognato, cioè il fratello di mia moglie, eravamo in pizzeria, non so se ha presente quei luoghi ove s’infornano impasti piani spalmati di pomodoro e mozzarella, il famoso formaggio originario del nostro meridione – per inciso si trattava di una pizzeria notevole sia per prezzi sia per qualità della birra chiara alla spina servita in boccali, le darò l’indirizzo, perdoni la digressione ma so per certo di darle una notizia essenziale: la quattro stagioni senza origano è buonissima, e comunque per farla breve ero lì con questo mio cognato, la cui sorella per mia fortuna ho sposato molti anni fa, e io stavo illustrando con dovizia di dettagli i motivi del… Aspetti, ho perso il filo, qual era la sua domanda?

- Veramente io non le ho mai domandato nulla.

- Ah, non era mio intendimento annoiarla: come dice il proverbio (la saggezza dei motti popolari, vivaddio!), “un bel tacer mai fu mai detto”, e comunque in onore di questo motto mi azzittirò, ma solo dopo averle tuttavia ricordato in modo succinto l’episodio occorsomi proprio stamane in piazza Cristoforo Colombo, il celebre navigatore ligure giunto per caso nelle Americhe: ero lì alla fermata dell’autobus sette barrato, come sempre in ritardo – il malfunzionamento dei mezzi pubblici in questa città è una vera iattura, non trova? – e stavo intrattenendo un tale mai visto prima con il mio monologo preferito, quello dedicato alla vicenda di cui anche lei certo avrà letto di recente sulle pagine dei giornali, ma sì, quei fogli di carta su cui ogni dì vengono stampate parole ai fini della distribuizione nelle edicole sui viali, e insomma senza esserne interpellato riferivo a costui l’incresciosa questione de…

- Non le ho chiesto alcunché e lei già da un quarto d’ora straparla senza sosta.

- Esatto, ha indovinato: proprio così mi si è rivolto l’interlocutore, un uomo sulla cinquantina con baffi neri, naso né lungo nè corto, cappello in testa, abiti civili, toni sgarbati: in quel preciso istante di intuizione fulminante ho compreso il pericolo della logorrea specie quando indesiderata, e quindi, pentito, ho abbandonato quel signore con mille scuse e mi son recato presso casa mia, un appartamento ammobiliato dove con mia malcelata sorpresa era ancora presente la filippina, una brava persona, di mezza età, nativa di un arcipelago asiatico (coelum non animum mutant qui trans mare currunt, avrebbe aggiunto il poeta) ed ella di norma viene a stirare da me nei giorni feriali dispari che principiano con la lettera emme cioè il mercoledì, e perciò non ho potuto evitare di imbastire una conversazione con costei, donna peraltro di per sé abituata al silenzio essendo completamente ignara della lingua italiana, quando accade il fatto imprevisto…

- Senta, non mi interessa, la smetta!

Certo, certo, non divaghiamo, sto per terminare, porti pazienza ancora qualche secondo, vengo subito al sodo: per farla breve, una volta, tanti tanti anni fa, mio nonno…

La Recherche di Proust per pigri

Alla ricerca del tempo perduto(la Recherche per gli amici) è un romanzo di circa 4.000 pagine fitte fitte, noto ai più quale massimo capolavoro della letteratura novecentesca mondiale seppur assai difficile da terminare per la sua lunghezza. Ad uso e consumo dei numerosi mancati lettori, eccone una sintesi della durata di un paio di minuti forse anche meno.

Beninteso, davvero e senza scherno consideriamo Proust il più grande scrittore del secolo scorso: la straordinaria confidenza con la scrittura gli permette di narrare i fatti suoi senza che il lettori vi badi, rapito com’è dall’arte della parola esibita dal nostro e dalla prosa torrenziale. Ma veniamo al condensato per voi del popolino greve e pigro, incapace di superare pagina 26 o di aprire un mutuo per l’acquisto dei sette volumi.

Incipit. Marcel Proust ricorda lungamente con nostalgia la sua infanzia, e ci rende edotti di una molti dettagli intimi, come la sua passione per l’andar a dormir presto, l’affetto della mamma, i dolci inzuppati nel tè a colazione la domenica mattina, l’attitudine genetica a poltrire. Nel (parecchio) tempo libero s’intrattiene in giardini con famiglie proprie e altrui, tra cui quella dei coniugi Swann. Chi sono costoro?

- Flashback: monsieur Swann – un nullafacente come già il piccolo Proust e quasi tutti i personaggi dell’opera – frequenta il salotto letterario di tale signora Verdurìn e ivi conosce la bella e malvagia Odette, di cui naturalmente si invaghisce per certi versi ricambiato. Lei però molto spesso gli mette le corna e in pubblico lo tratta come una pezza da piedi: i due, è ovvio, finiscono per sposarsi.

- Passano gli anni: Marcellino si innamora a sua volta della figlia dei sigg. Swann (il cornuto & l’arpia di cui sopra) e bazzica assiduo la loro villa, benvoluto dal padre becco ma non dalla giovane, la quale lo respinge con cortese fermezza; egli perciò si rassegna ripiegando su altra fanciulla più accondiscendente di nome Albertine.

- Proust si trova ora a Parigi ad ammazzarsi di lavoro come al solito: trascorre intere giornate sui divani dei salotti letterari o a teatro, in compagnia di baroni e nobildonne. In un momento di gran tenerezza, organizza un escursione sugli Champs-Élysées con la nonna cardiopatica, che anche a causa del nipote s’affatica per il troppo cammino e muore d’infarto durante la romantica passeggiata. Il protagonista affranto dall’incidente si consola riprendendo la tresca con la dolce ma insipida Albertine. Più avanti, e con un certo disappunto, scopre che la maggior parte dei frequentatori dei salotti buoni sono, in privato, sfrenati bisessuali, inclusa Albertine medesima, sua fidanzata in castità.

- Il narratore turbato decide quindi di rinchiudere Albertine in casa: ella tuttavia riesce a fuggire profittando di una momentanea distrazione del carceriere. Per convincerla a tornare, Proust le regala Rolls Royce e motoscafi, e tanta generosità, oltre all’ostinazione dell’amato, persuade a un ripensamento Albertine, che però sul più bello durante un esercizio d’equitazione cade dal cavallo, si fa male e – madonna che jella – va all’altro mondo.

- Non si può dire che l’aspirante dongiovanni Proust fosse fortunato in amore: per dimenticare egli ripara a Venezia, poi rientra in Francia e s’incapriccia di una vecchia fiamma, Gilberte, ma fra i due si frappone l’ostacolo invalicabile del matrimonio di lei sposatasi per svista con un gay miliardario. Dopo questo nuovo fiasco amoroso, Proust oramai adulto sospetta che le avventure sentimentali non gli si addicano: stabilisce dunque di limitarsi a trarne spunto per scrivere un lungo romanzo, destinato a diventare il superbestseller meno letto della storia umana. Siamo a pagina quattromila. Fine.

Cogne

O tu viandante, se un giorno ti troverai a rientrare da un soggiorno di villeggiatura (insomma le volgari ferie di ferragosto, ecco) a Cogne, Val d’Aosta, sappi che gli avventori e i semplici conoscenti al momento del rituale interrogatorio sul originalissimo tema “ma tu dove sei stato in vacanza io in Malesia con i suoceri poi le solite tre settimane in Sardegna e tu?” (tema ideale per evitar i cupi silenzi nelle conversazioni in ascensore o sull’autobus a guisa di alternativa all’immortale dibattito “fa caldo/freddo ma dicono che settimana prossima verrà il brutto/bel tempo”) ebbene al momento di discorrere e apprendere il nome del luogo (Cogne, appunto) non si preoccuperanno di domandarti notizie sul sapore della fontina o su tuoi eventuali avvistamenti di marmotte e stambecchi bensì chiederanno per prima cosa, illuminati dalla curiosità, se putacaso passeggiando nel villaggio tu abbia avuto modo di individuare l’abitazione di un noto fatto di cronaca nera reso noto da straordinarie coperture di stampa e tivvù. E alla tua risposta che no, non te ne sei occupato, avevi altro cui volgere l’attenzione, mostreranno un’espressione stupita. Ci vuol pazienza, con la gente di città.

***

La nemesi delle civiltà alpine: secondo la leggenda i valdostani godono nel mostrarsi poco cortesi e di cattivo umore con i visitatori non francofoni, e li maltrattano per via di un supposto irredentismo mai sopito. Nulla di più falso, almeno a Cogne: ho avuto modo di incontrare anche valdostani gentili, lo testimonio. A volte nei negozi ti salutano perfino, e i camerieri, talora, sorridono. E poi insomma basta con questa storia che gli indigeni debbano per forza risultare simpatici ai clienti forestieri: sulla spettacolare maleducazione di noi liguri si narrano aneddoti di cui ci vantiamo, eppure da decenni, fra le Cinque Terre e Ventimiglia, spenniamo allegramente milioni di bagnanti, e loro tornano lo stesso, anzi a volte si portano dietro pure degli amici. La Val d’Aosta non ha inventato nulla. In tutta evidenza, il galateo degli indigeni non è un parametro da considerarsi nello studio analitico dei flussi turistici.

***

Insomma, volevo solo dire quanto non sono riuscito a spiegare in ascensore e sull’autobus al conversatore di circostanza quando mi chiedeva dov’ero stato senza peraltro ascoltare giacché al costui non gliene fregava nulla dei viaggi miei, troppo impegnato com’era a dire dov’era stato lui, incurante dell’aria sovrappensiero dell’uditorio a fronte dei suoi interessantissimi resoconti. Ebbene, o pubblico silente, ti tocca subire: Cogne è un bel posto, lo consiglio. Giace su un grande prato miracolosamente incolume (malvagi speculatori italiani intendono costruirci un colossale stabilimento termale ma nel supportare la battaglia contro lo scempio contiamo sul brutto carattere di certi nativi), si trova di fronte alle cime del Gran Paradiso (nomen omen) e seppur di sguincio arriva a scorgere le cime del Monte Bianco. Il paesello, negli angoli, mantiene le suggestioni languide di un’epoca. Quivi si mangia bene, e non solo fontina e acqua fresca di fontana, al contrario di quanto si creda: la produzione enogastronomica della valle riserva parecchie sorprese. E in più cascate, camosci, sentieri, un’antica quanto sofferta storia di miniere e per i più snob come noi un discreto festival cinematografico, gratuito.

C’era pure il bel tempo, e non faceva neppure troppo caldo. Da voi, invece?

Il disoccupato benestante

Il disoccupato benestante è un personaggio curioso: non lavora, ma nemmeno prova il bisogno di trovarsi un mestiere. Questo ci indurrebbe a pensarlo in miseria e a compiangerlo. Ma a torto. Egli non si cruccia della condizione. Infatti vive negli agi, seppur con il vezzo della modestia.

Abita in una casa semplice, di grandi dimensioni, questo sì, e in un bel palazzo, pieno centro storico. Ma le stanze sono arredate alla maniera essenziale.

Per via del molto tempo libero cui suo malgrado è obbligato, il disoccupato benestante trascorre lunghi periodi di vacanza forzata, al mare o sui monti. Altrimenti, in città, lo si incontra a passeggio nei giorni feriali, in tarda mattinata o a metà pomeriggio: mostra l’aspetto sereno e sorridente di chi si è svegliato da poco. Molto disponibile alla chiacchierata e ai convenevoli, non ha alcuna fretta, anzi, s’attarda volentieri. Oppure si gode l’aria fresca, in cerca di svaghi.

Ha oramai una certa età, indefinibile fra i trenta e i quaranta. Talora il disoccupato benestante mantiene – non si sa con quali mezzi – una famiglia composta da una moglie a sua volta fieramente priva di occupazione e da un neonato o perfino da numerosa quanto giovanissima prole felice.

Come faccia costui a campare sé e altri, e come mai non sia costretto a mendicare e vivere sotto i ponti, resta un mistero insondabile.

A volte, per distrazione, egli millanta di impiegarsi piccoli lavori da espletare in proprio a casa, come professionista, in campi quali l’editoria, l’internet, consulenze creative a clientele occasionali. Attività comunque poco impegnative, poiché lo sfaccendato risulta essere quasi sempre a spasso o a divertirsi.

I maligni mormorano sottovoce sia figlio amatissimo di padre e madre industriali, proprietari di immobili e terreni le cui rendite vengono versate all’erede tramite un automatismo dei conti bancari. Insomma, è ricco di famiglia, ecco. E ciò basta. Ma lui se ne vergogna un poco, preferisce non parlarne.

E’ capace di oziare con classe, da vero aristocratico, senza vantarsene. Taluni, dopo averlo salutato ossequiosi, controllano che si sia allontanato e poi dichiarano di trovarlo irritante. Lo accusano di essere vizioso: un mercoledì sera già alle cinque meno un quarto l’avevano visto seduto su una panchina al parco vicino al fiume, leggeva il giornale e dopo pure un libro. Quanta indecenza.

Tuttavia, non si può voler davvero male al disoccupato benestante. Casomai, si preferisce invidiarlo. Però in silenzio, nel segreto dei pensieri intimi. Senza dirlo a nessuno.